FILM GALERY

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MER 11 NOVEMBRE - ORE 20.30
BIGLIETTO UNICO 6,00 EURO
BANKSY
L'ARTE DELLA RIBELLIONE
Regia di Elio Espana.
Un film con Banksy, Felix Braun, Ben Eine.
Documentario, - Gran Bretagna, 2020, durata 112 minuti.

Tutti conoscono Banksy. E in tanti lo amano. È talmente noto che il termine "the Banksy effect" è diventato ormai un detto comune. L'"effetto Banksy" ha spopolato da anni e non cessa di espandersi. Lo street artist inglese è di fatto patrimonio della cultura e dell'immaginario popolare collettivo come una pop star, o come un politico. Banksy. L'arte della ribellione il film diretto da Elio España, è una riprova che di questa figura, ormai non più così misteriosa, c'è sempre qualcosa da raccontare.



A differenza di altri film come Exit through the gift shop, diretto dall'artista stesso, ma che rimane un escamotage per narrare un altro provocatore quale è Mr. Brainwash con le sue dubbie opere, o l'italiano L'uomo che rubò Banksy di Marco Proserpio dello scorso anno, che si concentra sull'opera "rubata" da un muro - ora famosissimo - in Palestina, Banksy - L'arte della ribellione cerca di addentrarsi nella figura del graffitaro in maniera più approfondita.

Il documentario infatti utilizza l'artista di Bristol per sviluppare una sintesi sulla storia dell'Inghilterra attraverso alcuni capisaldi socio-politico-culturali. Dagli allarmanti movimenti in strada del 1979, dove i giovani attuavano una rivoluzione contro il bigottismo e le catene comportamentali di Margaret Tatcher, alla nascita delle varie sottoculture underground che facevano capolino dalle discoteche e dai locali inglesi in cui iniziava a farsi sentire la musica punk, e poi quella tecno insieme alle varie sperimentazioni chimiche legate agli acidi e alla LSD, fino allo scoppio delle mode accreditate dal pubblico e dalla massa. E Banksy era li, acuto osservatore e ironica cartina tornasole.

Nato a fine degli anni Settanta, cresciuto negli Ottanta e, attraverso le sue prime azioni con le più note crew di graffitari della periferia inglese - Bristol, la sua città, rimarrà sempre la matrice principale -, attivo dalla fine degli anni Novanta, Banksy si fa via via conoscere con un semplice gesto: unire all'immaginario generico un messaggio chiaro e semplice che possa essere da tutti compreso.

Con una bravura stilistica riconoscibile: era il più talentoso nel dipingere "free hand", a mano libera, in velocità. L'arte di strada non è più nascosta tra i treni dove si rischia la vita per dipingere, o sui muri più segreti delle strade darkettone della Londra postindustriale, ma viene spostata in centro, alla mercè di tutti. Banksy, così come raccontano testimoni attivi del mondo dei graffiti inglese, tra cui il mitico Eine - quello delle "letterone" circus colorate per le strade di Londra -, Alan Ketz, Scape Martinez, fino al suo manager Steve Lazarides, ha una rapida evoluzione sia nella street art, di cui sovverte un po' le regole, che nel mercato dell'arte.

I suoi temi ricorrenti - i topolini tratti dall'artista francese Le rat, le bambine con i palloncini a forma di cuore, i poliziotti inglesi, i soldati che al posto delle armi portano fiori, gli smile, i mickey mouse... - viaggiano dalle strade del suo paese a quelle dell'Europa - Parigi, Berlino... -, fino alla Palestina e New York, giungendo ad esporre in gallerie private e poi nei musei.

Interessante, dal punto di vista mediatico, la sostituzione di opere storiche nei musei con dipinti realizzati da lui, per cogliere di sorpresa il pubblico retrò e stantio di quei luoghi. Per poi giungere a un palcoscenico "alto" come quello della casa d'aste Sotheby's, dove il famoso, piccolo - e semplice nella fattura e nel messaggio - dipinto della "bambina col palloncino", "Girl with Balloon", viene battuto per 1 milione e 42 mila sterline, per poi essere auto distrutto pochi attimi dopo la vendita, da un meccanismo inserito nel retro della tela. Un altro successo, un altro scherzo.

Dai treni alle strade del centro. Dall'immagine alla parola. Questo è il percorso definito, chiaro e documentato, azione dopo azione, tra Londra, Parigi, New York, fino a Venezia, in cui le svariate operazioni di Banksy si sono evolute focalizzandosi su problematiche ben più gravi rispetto alla sua estetica. Atti critici che, diventati popolari, hanno assunto un ruolo disneyano di intrattenimento, per citare Dismaland, la gigante installazione temporanea che Banksy creò nel 2015 come incubatore pop dove mostrare le sue opere e quelle degli amici. Un incubatore che ha contato 150 mila visitatori e 20 milioni di sterline in un mese di apertura.


(fonte - https://www.mymovies.it)


PROSSIMAMENTE
MALEDETTA PRIMAVERA
Regia di Elisa Amoruso.
Un film con Micaela Ramazzotti, Giampaolo Morelli, Emma Fasano, Federico Ielapi, Manon Bresch. Drammatico, - Italia, 2020, durata 94 minuti. 

La storia di una ragazzina di quattordici anni di nome Nina (Emma Fasano) che vive in una famiglia un po' scapestrata, in parte disfunzionale, con un papà piuttosto bizzarro (Morelli) e con un fratellino problematico (Federico Ielapi, che ha interpretato Pinocchio, nel film di Garrone). Tutto comincia con un trasloco, nel momento in cui si trasferiscono nella periferia di Roma, a Cinecittà Est, un quartiere che a Nina non piace, ma dove conoscerà una ragazzina mulatta (Manon Bresch), un po' più grande di lei, che va nella sua stessa scuola.


È il 1989. Nina ha undici anni e una famiglia incasinata, il padre e la madre litigano sempre, Lorenzo ‐ suo fratello minore ‐, quando si arrabbia, diventa un pericolo.
Dal centro di Roma si ritrova catapultata in un quartiere di periferia, fatto di palazzoni, ragazzi sui motorini e prati bruciati. Anche la scuola è diversa, non ci sono le maestre ma le suore, non ha neanche un amico. Ma un incontro improvviso stravolge tutto, come una tempesta: ha tredici anni, abita nel palazzo di fronte, è mulatta e balla la lambada. Il suo nome è Sirley, viene dalla Guyana francese, in Sud‐America, e ha un sogno ambizioso: interpretare la Madonna nella processione di quartiere. Sirley è una creatura strana, con un passato difficile, piena di fascino e di mistero. Non le importa delle regole, non ha paura di nessuno, e l’unico modo che ha per interagire con le persone è quello di aggredirle o di sedurle. Nina ne è attratta e spaventata, eppure Sirley fa qualcosa che nessuno finora ha fatto davvero: le dà attenzione e a modo suo, la fa sentire speciale.
La coinvolge in un mondo nuovo, e rapidamente quest’amicizia così anomala la assorbe totalmente.
Maledetta primavera è il racconto di come il desiderio plasma e trasforma l’infanzia in adolescenza. Una storia di crescita e di solitudini. Una storia d’amore vista con gli occhi di una bambina che cerca il suo posto nel mondo.


(fonte - https://www.mymovies.it)


MER 28 OTTOBRE - ORE 20.30
BIGLIETTO UNICO 6,00 EURO
IL CASO PANTANI 
L'OMICIDIO DI UN CAMPIONE
Regia di Domenico Ciolfi.
Un film con Francesco Pannofino, Marco Palvetti, Brenno Placido, Fabrizio Rongione, Domenico Centamore.
Drammatico, - Italia, 2020, durata 150 minuti.


La vicenda di Marco Pantani viene narrata in un docudrama a partire dal 5 giugno 1999 (giorno in cui a Madonna di Campiglio venne escluso dal Giro d'Italia perché trovato con un valore di ematocrito troppo alto) fino al 14 febbraio 2004 in cui venne rinvenuto morto in una stanza di un residence a Rimini.


L'opera prima di Domenico Cioffi parte da un assunto che viene chiarito sin dal titolo l'omicidio di un campione. Si sarebbe anche potuto titolare L'uomo che venne ucciso due volte perché il film mette chiaramente in luce come, prima della morte fisica del 2004 il Pirata fosse già stato ammazzato da quella sentenza 'sportiva' del giugno 1999.

Le virgolette sono d'obbligo perché la tesi del film è quella di una manomissione della provetta del prelievo fatto al campione al fine di evitare alla camorra un enorme esborso di denaro per le scommesse clandestine che avevano puntato su di lui. I film a tesi sono destinati (come è ovvio) a far discutere. C'è chi vi aderisce e chi invece solleva dubbi sulla verosimiglianza. Accadrà anche in questo caso in cui si colloca ogni situazione datandola e collocandola con precisione (tranne in una scena che lo spettatore attento saprà individuare).

Cioffi si avvale della prestazione di tre attori per interpretare Pantani (Brenno Placido, Marco Palvetti, Fabrizio Rongione) e questo offre qualche discontinuità soprattutto sul piano vocale. C'è chi utilizza la cadenza emiliana e chi invece se ne distacca completamente. L'indagine non è però solo di carattere investigativo (elemento a cui viene principalmente affidata l'ultima parte del film) ma scruta senza fare sconti a nessuno, Pantani compreso, l'animo di un campione amato dal pubblico che improvvisamente passa manzonianamente dall'altare alla polvere con tutte le conseguenze immaginabili e non.

A sostenere questo ritratto intervengono anche immagini dell'epoca in cui compare il vero Pantani. La doppia tesi del complotto (sia per l'esclusione dal Giro d'Italia sia per la sua morte) è sostenuta da prove d'appoggio dibattimentali notevoli. Molto più la prima però che la seconda in cui molti elementi risultano incongruenti con le conclusioni a cui si arrivò all'epoca (morte per overdose di cocaina e farmaci) ma in cui non si spiega per quale motivo le indagini avrebbero dovuto condurre a valutazioni opposte all'ipotesi dell'omicidio. Se nella vicenda del giugno 1999 un mandante (la camorra) è precisamente individuato in quella del febbraio 2004 manca la risposta alla domanda: Cui prodest? 




(fonte - https://www.mymovies.it)


VEN 23 OTT - ORE 20.30
SAB 24 OTT - ORE 20.30
DOM 25 OTT - ORE 16.00 / 20.30
ROUBAIX, UNE LUMIERE

Regia di Arnaud Desplechin
Un film con con Roschdy Zem, Léa Seydoux, Sara Forestier, Antoine Reinartz, Chloé Simoneau.
Genere Drammatico - Francia 2019, durata 119 minuti. 

La notte di Natale, il commissario Daoud segnala una vettura in fuoco lungo la strada e prende servizio alla centrale di Roubaix. Louis, nuova recluta fresca di diploma, sonda il nuovo territorio e osserva con ammirazione il suo commissario, un uomo carismatico e pieno di umanità che conosce perfettamente il suo mestiere e la sua città, che si fida del suo istinto e non giudica mai i suoi interlocutori. Un omicidio sordido sconvolge la città. Una vecchia signora è stata assassinata e i sospetti cadono sulle due vicine, Claude e Marie, giovani donne alcolizzate e perdute. Daoud e Louis le interrogano decisi a venire a capo del delitto.


A Roubaix ancora una volta e proprio il giorno di Natale, il periodo di Racconto di Natale. Ma è in un'altra famiglia che si introduce questa volta Arnaud Desplechin, apparecchiando le scrivanie di un'équipe di poliziotti e del loro commissario occupati a risolvere un caso di omicidio.

Oh Mercy! affonda le radici in un fatto di cronaca avvenuto a Roubaix nel 2002 e si ispira al documentario per la televisione di Mosco Boucault (Roubaix, Commissariat central). Attraverso il suo personaggio, lontano dagli stereotipi del poliziotto al cinema, e alle sue deambulazioni notturne, il regista fa un ritratto di Roubaix, la città dove è nato, cresciuto e ha girato tre dei suoi film (Racconto di Natale, I miei giorni più belli, I fantasmi d'Ismael).

Noir con la luce nel titolo originale, Roubaix, une lumiére, reintegra il suo cinema col sociale, fuggito a gambe levate per i libri, le lettere, i fantasmi. Il film dispiega una straordinaria rete di relazioni tra gli elementi del quotidiano, osservati in tutta la loro triviale materialità. Al debutto dispone i frammenti di vita di una città del nord della Francia, depauperata all'estremo, dove crimini e delitti prosperano, poi, progressivamente, quella circolazione caotica di frammenti (una rissa, un tentativo di frode all'assicurazione, una fuga, uno stupro, un incendio volontario) si allinea e cristallizza intorno all'assassinio di una donna. Dopo aver messo insieme brani di informazioni e di emozione, di comprensione del funzionamento della città e della polizia chiamata a tenerne l'ordine, il film infila una lunga traiettoria investigativa ostinatamente decisa a emergere la verità sul delitto commesso sul fondo di una corte miserabile.

Questa maniera singolare di procedere, sul piano della costruzione del racconto, e questo processo intrigante, che combina insieme descrizione sociologica ed esigenza astratta e totale di verità, sono coerenti con l'idea alta che veicola da sempre il cinema di Arnaud Desplechin: la ricerca inflessibile, etica e necessaria dell'assoluto. Alla realizzazione del processo intervengono due contributi maggiori.

Il primo è quello degli attori, a cominciare dal commissario compassionevole di Roschdy Zem, convinto che la gente nasca buona e che la società finisca poi per corromperla. Senza una sola azione spettacolare se non quella della parola, il suo commissario si impone come un vero eroe, una sorta di poliziotto e di essere umano ideale. Léa Seydoux e Sara Forestier, mirabile nel ruolo di una giovane donna che non ha mai avuto nient'altro che l'amore per la sua compagna e che è terrorizzata all'idea di perderlo, sono simmetriche e differenti nelle loro performance senza pathos e senza acuto. Nella loro catartica confessione, nella spossante prova di ricostruzione del loro crimine cova una forma superiore di ricerca della verità.

Il secondo contributo bisogna sperimentarlo direttamente in sala e a due palmi dallo schermo dove i fotogrammi arrivano prima con tutta la potenza e tutta l'attenzione al reale, all'umano e al sociale che Desplechin ha racchiuso nel suo film. È una questione di parole e di parola, quella che da sempre intriga l'autore. La polizia come la legge mette le parole sulle cose, verbalizza, stende verbali, interroga e fa parlare mostrando come far parlare un presunto colpevole. Quelle parole scrivono la storia. Non sono affettate e nemmeno gentili, ma riflettono una calma accorta. I poliziotti di Desplechin sono impeccabili nella scelta della distanza, delle parole e dei gesti. Quella sensibilità disinnesca tutte le violenze supplementari che compromettono le relazioni quando i poliziotti intervengono nella vita come nella maggior parte dei film.


Antitetico al racconto noir, per sua natura pessimista e cinico, Oh Mercy! pratica una saggezza misteriosa e un'attenzione umana propriamente politica. Due attitudini che permettono al protagonista e al suo autore di giungere alla verità. Quella dei fatti e quella che regola i rapporti tra gli esseri umani. Davanti a due donne emarginate che uccidono come in un romanzo di Dostoevskij ("Delitto e castigo"), pietà e magnanimità hanno l'ultima parola. Desplechin trascende la materia, la città e l'affare criminale, firmando un polar metafisico. Un film di genere e un film d'autore


(fonte - https://www.mymovies.it)




SPETTACOLO UNICO
MAR 27 OTT - ORE 20.30
INGRESSO GRATUITO
LA VOGLIA MATTA
Un film di Luciano Salce.
Con Ugo Tognazzi, Catherine Spaak, Gianni Garko, Franco Giacobini, Luciano Salce.
Commedia, b/n durata 105 min.

n industriale milanese quarantenne, mentre sta recandosi a visitare il figlio in collegio, si imbatte in un gruppo di studenti diretti al mare. L'industriale accetta di accompagnarli e di trascorrere con loro il week-end. Messo alla berlina con una serie di scherzi, si invaghisce di una ragazzina che per qualche momento lo fa illudere di essere di nuovo ventenne. Ma, terminata la giornata festiva, la ragazzina se ne va coi suoi compagni e l'industriale deve rendersi conto che indietro non si torna.




(fonte - https://www.mymovies.it)


SPETTACOLO UNICO
MER 4 NOV - ORE 20.30
CARO DIARIO
Regia di Nanni Moretti.
Un film con Nanni Moretti, Silvia Nono, Renato Carpentieri, Antonio Neiwiller, Giulio Base. 
Commedia, - Italia, 1993, durata 100 minuti.

🥇 MIGLIOR REGIA FESTIVAL DI CANNES 1994
🥇 MIGLIOR REGIA NASTRI D'ARGENTO 1994
🥇 MIGLIOR FILM DAVID DI DONATELLO 1994
🥇 MIGLIOR MUSICA DAVID DI DONATELLO 1994

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Il film è suddiviso in tre parti. Nel 1° capitolo "In Vespa" Moretti percorre strade e quartieri romani in estate. In uno dei pochi cinema aperti viene proiettato Henry pioggia di sangue che lui trova orribile e di cui rilegge recensioni encomiastiche. L'episodio si conclude nel luogo in cui Pier Paolo Pasolini è stato ucciso. Il 2° capitolo è "Isole". Qui Moretti va a trovare alle Eolie l'amico Gerardo e con lui inizia un tour tra le isole per trovare un luogo in cui lavorare in pace. L'amico, convinto detrattore dei programmi televisivi, troverà il modo per convertirsi a 'Beautiful' e a 'Chi l'ha visto?' Il 3° capitolo "Medici" fa esplicito riferimento agli innumerevoli tentativi compiuti da Moretti per risolvere un problema di intenso prurito che lo tormentava. I molti medici interpellati non sono riusciti a trovare una soluzione che avrebbe potuto essere sotto ai loro occhi.


Quattro anni dopo Palombella rossa e tre dopo La cosa Nanni Moretti tornava sullo schermo (vincendo la Palma d'oro a Cannes per la miglior regia). Cinque anni dopo con Aprile sarebbe tornato a parlare direttamente di sé. Si sostanzia quindi la definitiva separazione da Michele Apicella che fino ad allora aveva consentito a Moretti di fingere di nascondersi dietro ad un personaggio che portava il cognome della madre, che variava di età e professione ad ogni film al quale poteva far esprimere pensieri suoi ma anche farlo agire in maniera difforme a quella per lui usuale. Ora comunque il diaframma è infranto ed è Giovanni Moretti nato a Brunico il 19 agosto del 1953 ad esporsi in prima persona. Lo fa misurandosi con tre forme narrative differenti la cui unitarietà è legata alla sua persona e al suo modo di rapportarsi con la realtà.

In "In Vespa" traccia una mappa del tutto personale di Roma percorrendola con quella moto, quegli indumenti e quel casco che saranno non solo l'immagine del film ma diventeranno anche il logo della sua produzione a cui si aggiungerà, dopo la nascita avvenuta nel 1996, il disegno del figlio Pietro seduto dietro. Non si tratta però solo di uno sguardo, talvolta critico ma più spesso ammirato di una capitale vista nei suoi aspetti meno turistici ma più vissuti ma anche l'occasione per togliersi qualche classico sassolino dalle scarpe sui critici cinematografici e su un particolare tipo di cinema nonché sul cinema italiano impegnato ad osservarsi l'ombelico e su un'esistenza tragicamente interrotta come è stata quella di Pasolini.

Dall'on the road in "Isole" si passa alla commedia che non dimentica il contesto geografico (le Eolie sono coprotagoniste) ma si diverte (lui ancora distante dall'essere padre) a lanciare strali contro la figlio-dipendenza di molti genitori nonché a suggerire una riflessione sul potere attrattivo della televisione.

Con "Medici" si passa direttamente a quella che forse all'epoca ancora non si chiamava docu-.fiction. Strutturandolo come un flashback e documentandolo con le immagini delle prescrizioni mediche, Moretti ricostruisce il tortuoso e fortemente improduttivo percorso compiuto da un medico all'altro per venire a capo di una malattia che sarebbe stato semplice definire sin dall'inizio. L'ironia fintamente passiva che domina l'episodio è in realtà il veleno nella coda di un film in cui Moretti e Molière si ritrovano accomunati da una fondamentale sfiducia nei medici.


(fonte - https://www.mymovies.it)



IL CINEMA RITROVATO

STAGIONE 2020-21

L'appuntamento sarà per ogni primo mercoledì del mese. Il primo
appuntamento sarà l'omaggio per i 40 anni dall'uscita nelle sale di THE ELEPHANT MAN di David Lynch, tratto dalla storia vera di John Merrick, che pre le deformità fisiche divenne un fenomeno da baraccone soprannominato appunto l'uomo elefante; quindi mercoledì 4 novembre verrà proiettato CARO DIARIO (1993) di Nanni Moretti, sicuramente il suo più intimo e personale film. La rassegna proseguirà il 2 dicembre con la prima regia di Pier Paolo pasolini, che ebbe come aiuto un giovanissimo Bernardo Bertolucci, ACCATTONE (1961), un feroce e crudele spaccato del sottoproletariato romano. Dopo la pausa natalizia la rassegna riprenderà a gennaio con il manifesto della Nouvelle Vague FINO ALL'ULTIMO RESPIRO (1960) di Jean-Luc Godard, quindi a
febbraio GLI SPOSTATI (1961) di John Huston che vede per l'ultima volta sul grande schermo Marilyn Monroe e Clark Gable; a febbraio invece il documentario QUANDO DERAVAMO RE (1996) di Leon Gast, che ricostruisce la carriera del più grande pugile di tutti i tempi: Cassius
Clay, ovvero Mohamed Alì. La rassegna si concluderà a marzo con il capolavoro del genere poliziesco SERPICO (1973) di sidney Lumet con uno strepitoso Al Pacino.

Gli spettacoli, in questa fase iniziale di riapertura, saranno di mercoledì con un'unica proiezione alle ore 21.00.





VEN 2 OTT - ORE 21.00
SAB 3 
OTT  - ORE 21.00
DOM 4 OTT  - ORE 16.00 - 21.00
IL MEGLIO DEVE ANCORA VENIRE
Regia di Alexandre de La Patellière, Matthieu Delaporte .
Un film con Fabrice Luchini, Patrick Bruel, Zineb Triki, Pascale Arbillot, Marie Narbonne. 
Commedia,  Francia, 2019, durata 117 minuti.

Arthur e César sono amici da quando entrambi frequentavano controvoglia lo stesso severissimo collegio. Ma non potrebbero essere più diversi: Arthur è un ricercatore medico puntiglioso e ossessionato dal rispetto delle regole; César è un guascone imprudente e trasgressivo che è appena stato sfrattato da casa sua in seguito alla propria bancarotta. E se Arthur, divorziato con figlia, sta ancora aspettando pazientemente che l'ex moglie torni a casa, César colleziona avventure senza legarsi a nessuna. Per un equivoco, Arthur viene a conoscenza della gravissima condizione medica di César, e César si convince che sia Arthur a trovarsi in punto di morte. Da quel momento i due faranno a gara per realizzare i desideri finali l'uno dell'altro, anche quelli più lontani dal proprio gusto personale: il che ha il vantaggio di sbloccare lo stallo esistenziale in cui si trovavano entrambi.


Il meglio deve ancora venire è scritto e diretto dalla coppia creativa francese formata da Alexandre de La Patellière e Matthieu Delaporte, che avevano già scritto e diretto Cena tra amici (rigirato da Francesca Archibugi come Il nome del figlio) e sceneggiato Mamma o papà? (diventato in Italia il film omonimo diretto da Riccardo Milani).

Sulla scia del pluripremiato Truman (recentemente “rivisto” anche dal nostro Simone Spada con Domani è un altro giorno) i francesi Alexandre de la Patellière e Matthieu Delaporte (già artefici del grande successo Cena tra amici) scrivono e dirigono Le meilleur reste a venir (Il meglio deve ancora venire, in Italia dal 2 aprile con Lucky Red): un film sull’amicizia e sulla morte declinato in commedia degli equivoci.
Il risultato, anche e soprattutto grazie all’interpretazione di due fuoriclasse come Fabrice Luchini e Patrick Bruel, è a tratti sorprendente.

Aiutati (e non poco) da uno script impreziosito di dialoghi che definire brillanti è riduttivo, Luchini e Bruel si sfidano costantemente su un terreno che li vede così opposti – fisicamente e caratterialmente – da rendersi tremendamente compatibili e affiatati: tanto composto e “prevedibile” Arthur quanto energico e ancora infantile César, troveranno il modo e il tempo di affrontare il viaggio (non solo emotivo) più importante della loro esistenza.
“Il dramma è l’unica materia valida della commedia”, dicono i due autori, che inevitabilmente hanno messo molto di loro dentro questa storia: si ride (molto) e difficilmente ci si potrà sottrarre dalla commozione.
Perché in Arthur e César, magari con esperienze e luoghi diversi, c’è anche qualcosa di tutti noi: e se tra gli ultimi desideri di uno c’è il poter rileggere tutto Proust e in quelli dell’altro il poter accarezzare un elefante, o guidare una Ferrari, o fare l’amore con due gemelle, resta comunque lo spazio (emotivo) per inserire anche le nostre cose, ancora da dire, ancora da fare, rimandate troppe volte o accantonate chissà dove.



(fonte - https://www.cinematografo.it/)


VEN 16 OTT - ORE 21.00
SAB 17 OTT - ORE 21.00
DOM 18
 OTT - ORE 16.00 / 21.00
UN DIVANO A TUNISI
Regia di Manele Labidi Labbé.
Un film con Golshifteh Farahani, Hichem Yacoubi, Majd Mastoura Mastoura, Ramla Ayari.
Commedia, - Tunisia, Francia, 2019, durata 87 minuti.

Selma Derwich, psicanalista trentacinquenne, lascia Parigi per aprire uno studio nella periferia di Tunisi, dov'è cresciuta. Ottimista sulla missione, sdraiare sul lettino i suoi connazionali e rimetterli al mondo all'indomani della rivoluzione, Selma deve scontrarsi con la diffidenza locale, l'amministrazione indolente e un poliziotto troppo zelante che la boicotta. A Tunisi, dove la gente si confessa nelle vasche dell'hammam o sotto il casco del parrucchiere, Selma offre una terza via, un luogo protetto per prendersi cura di sé e prendere il polso della città.


Realizzatrice francese di origine tunisina, Manele Labidi ritrova le sue radici attraverso l'epopea di Selma, eroina scapigliata in bilico tra due culture.

Disorientata come la sua psicanalista davanti a un paese in mutazione, la regista sceglie la commedia e si confronta con le barriere culturali di una comunità che si dimostra scettica verso la pratica analitica.

La prima qualità di Un divano a Tunisi è proprio la scelta di affrontare il suo soggetto col sorriso. Manele Labidi comprende tutto il potenziale comico della situazione e la dimensione assurda di una società schizofrenica che rifiuta un aiuto psicologico. La comicità affiora a ogni seduta, provocando scene esilaranti e collezionando una galleria di ritratti irresistibili (e stonati): un imàm che ha perso la 'fede' e la moglie, un'esuberante proprietaria di un salone di bellezza che ha un rapporto difficile con la madre, un paranoico che sogna presidenti e dittatori, un adolescente ribelle pronta a tutto pur di lasciare la Tunisia, un poliziotto reazionario.

Tutti vogliono un posto al sole e sul lettino di Selma, che diventa il teatro di eccessi comici ma anche di momenti malinconici e interrogativi esistenziali. Perché contro la legge del silenzio, Selma ascolta. Ascolta passare sul divano del titolo i malesseri di una società intera combattuta tra tradizioni religiose e bisogno di parlare per ricostruirsi. Dall'altra parte del divano e con la benedizione di Freud, sonda l'inconscio di un Paese e dissolve lo spleen che annebbia la sua vita.

In una scena spassosa e onirica, il fantasma dello psicanalista ebreo appare lungo una strada deserta mentre la protagonista è in panne emozionale. Allineata con le preoccupazioni sociali della Tunisia, la psicanalisi ha conosciuto un picco di interesse presso la classe media dopo la rivoluzione (dei Gelsomini nel 2010), che ha avuto un impatto considerevole sulla psiche della popolazione.

Attraverso le risorse comiche, la regista traccia un affresco sociale efficace. La finzione flirta col documentario, disegnando un Paese in piena ricostruzione (sociale, politica, economica) e filmando un tragitto esistenziale verso la verità e la conoscenza di sé. E la forza metalinguistica del film fa bene (anche) allo spettatore che guarda avanzare Golshifteh Farahani radiosa nei suoi jeans e dentro una canzone di Mina ("Città vuota"). L'attrice franco-iraniana aggiunge al suo carnet un altro ruolo di resistente. Un ruolo a sua immagine che conferma la coerenza delle sue scelte.

Commedia terapeutica, che 'scambia' Freud per un fratello musulmano, Un divano a Tunisi soffia un vento di speranza, la primavera araba è appena (ri)cominciata.




(fonte - https://www.mymovies.it)

SPETTACOLO UNICO
MER 7 OTTOBRE - ORE 21.00
THE ELEPHANT MAN
Regia di David Lynch
Un film con Anthony Hopkins, John Hurt, Anne Bancroft, Hohn Gielgud, Wendy  Hiller 
Drammatico - Gran Bretagna 1980, durata 125 minuti.

Londra, 1884. John Merrick è un'attrazione da circo, che si esibisce sotto il nome di "The Elephant Man" ai servizi del meschino Mr. Bytes: la terribile forma di neurofibromatosi che gli ha deformato il volto lo rende infatti ripugnante alla vista. Un giorno l'ambizioso dottor Frederick Treves assiste allo spettacolo di Bytes e interviene per trasferire John in ospedale ed esporre a un consesso di medici la particolare forma di malattia che lo colpisce. Quando scopre che Merrick non solo è in grado di leggere, ma è un uomo colto, gentile e raffinato, lo trasforma gradualmente in un protagonista della buona società della Londra vittoriana.



Giudicare a distanza di decenni The Elephant Man significa inevitabilmente provare a contestualizzarlo all'interno della carriera del regista di Twin Peaks e scoprire in esso i prodromi di un percorso tra i più singolari e imitati del cinema contemporaneo.

Lynch racchiude la sua natura più evidentemente eccentrica nella cornice: un prologo e un epilogo onirici, che rimandano alla ricerca di una giustificazione cosmica del mistero naturale che contraddistingue il protagonista. Ma se il resto dello svolgimento narrativo è all'apparenza più classico e convenzionale - come Lynch sarà nuovamente solo in Una storia vera - i temi cari all'universo del regista di Missoula sono già fortemente presenti. Come la fiera difesa della diversità e la visione estremamente negativa sulla natura umana, ritratta nella sua ferina empietà; o la riflessione sul destino imperscrutabile e sull'importanza dell'apparenza, in una società che trova nel pregiudizio un passe-partout interpretativo elementare ma efficace.


The Elephant Man tocca punte di rara crudeltà nel ritrarre gli evidenti limiti etici della società dell'uomo. Il ritratto che si delinea è doloroso e quasi insostenibile per lo spettatore, almeno quanto lo era la visione del volto di Merrick per le menti semplici del popolo londinese: per paura o ignoranza, infatti, l'uomo sembra basare le proprie concezioni su un'idea canonizzata di bellezza (o bruttezza), tale che la visione di un caso estremo diviene inevitabile polo di attrazione o repulsione, di fronte al quale tutto si può essere tranne che indifferenti.

Attrazione circense prima ed esperimento di laboratorio poi, per divenire infine membro della crème della società vittoriana, Merrick è comunque condannato a non poter passare inosservato. Che siano frustate o applausi a scena aperta, curiosità lascive o ipocriti e affettati sorrisi, poco cambia.

Merrick, che si dice "felice a ogni ora del giorno, perché sa di essere amato", è un disturbante recettore del nostro senso di colpa di uomini, che raccoglie e riflette, al pari di quello specchio che non riesce a osservare. Sia che inorridisca guardandolo o che scelga di osservarlo, sfidando l'istinto iniziale pur di sentirsi moralmente migliore e appagare il proprio ego, l'individuo lascia comunque Merrick fuori dall'equazione, sigillandolo inesorabilmente come freak.

E la prima analisi in ospedale, ritratta da Lynch alla stregua delle riprese su un set cinematografico (la settima arte nasce pochi anni dopo la vicenda raccontata) sottolinea come il cinema si avvalga di questa dittatura scopica, senza accennare ad opporsi ad essa.

Il film si aggiudicherà otto nomination all'Oscar, senza clamorosamente vincerne neanche uno. Lynch non diventerà mai un regista caro ai membri dell'Academy ma qualcosa di assai migliore, mutando per sempre la storia del cinema





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VEN 25 SET - ORE 21.00
SAB 26 SET - ORE 21.00
DOM 27 SET - ORE 21.00
LE SORELLE MACALUSO
Regia di Emma Dante.
Un film con Alissa Maria Orlando, Laura Giordani, Rosalba Bologna, Susanna Piraino, Serena Barone.
Commedia, - Italia, 2020, durata 94 minuti.

C'è una terrazza a Palermo dove riparano le colombe e vivono le sorelle Macaluso. Maria danza, Pinuccia ama, Lia legge, Katia dispone, Antonella osserva. Le osserva azzuffarsi, truccarsi, inventarsi le giornate e rimandare la miseria. Antonella è la più piccina e intorno a lei ruota il mondo delle sorelle maggiori. Un giorno d'estate la portano 'a Charleston', un mare privato dove si bagnano incoscienti che la vita qualche volta bara. È un attimo e Antonella diventa il loro errore fatale, il loro segreto, il loro rimorso.


C'erano una volta cinque sorelle e un'autrice che scrive(va) le sue storie sui corpi. Corpi che corrono nudi sullo schermo, corpi imperfetti sotto i capelli legati e poi slegati, dentro i 'costumi' sciolti e poi allacciati.

Le sorelle Macaluso racconta la storia semplice di una famiglia che consuma la tragedia in un giorno d'estate. Un gioco infantile ha spogliato quel gineceo abbagliante del suo cuore e adesso non resta che odio, rimorso, vergogna e nel fondo ancora tanto amore. Non è bastato quel pupo appeso, cavaliere di racconti leggendari, a proteggere Antonella dalla malasorte. Ma l'opera dei pupi dona una dimensione epica alla lotta quotidiana di cinque sorelle dalla vitalità irriducibile.

Con grandi attrici e pochi mezzi, Emma Dante sorprende Palermo da una fessura o da un foro, incarnando il folgorante sentimento della vita. La m.d.p. cattura i piccoli oggetti dell'infanzia e quelli di un matriarcato che ha messo alla porta il patriarcato, lasciando le chiavi nella serratura. Per entrare serve che Pinuccia ci apra, serve guadagnarsi un posto a tavola, una tavola apparecchiata con le rose e i 'piatti buoni' delle occasioni speciali.

Balocchi, rossetti, centrini, stampe, tele, lampadari vetusti, Emma Dante ha pescato il décor dalla "grande sorella Speranza" di Gozzano. Perché giova sempre la speranza nella disperazione. E di quel sentimento di fiduciosa attesa, le sorelle Macaluso ne hanno da vendere con le colombe volate fuori casa come in una ballata di De André.

Al centro del cinema e del teatro militante di Emma Dante c'è sempre la classe popolare e la miseria sociale, senza miserabilismo, senza pathos. C'è ancora il corpo a corpo ostinato col nucleo familiare, la carne e il sangue, mai astratti e mai triviali nella loro crudezza. Serrate come una banda musicale, le sue sorelle si sollevano e precipitano in un solo movimento fluido che confluisce d'estate nell'inverno deandreiano, interpretato da Franco Battiato. È la sua voce pura e morbida, quasi serafica, a donare alla promenade delle sorelle un tono celeste.


A riportarle sulla terra ci pensa l'aria fisica e struggente di Gianna Nannini. Con la ruggine sulla voce racconta una giornata al mare, a cavalcare le onde, la sorellanza e la "meravigliosa paura" di starsi accanto. La luce accecante della Sicilia e l'eccitazione delle ragazze è al culmine quando il film volge in tragedia. La più giovane tra loro non tornerà più, se non nei loro sogni a ripassare il rossetto e a chiedere un'altra tavoletta di cioccolato. Antonella rimane come un'ombra dentro di loro, come l'impronta che lasciano i mobili sulla parete, concentrando nella polvere il sogno di tutto un passato.

Racconto di una tragedia in tre tempi e altrettanti stagioni della vita, Le sorelle Macaluso contiene la vecchiaia che contiene la giovinezza che contiene l'infanzia di temperamenti plurali e spiriti condivisi. Eterne ragazze su cui il tempo malgrado tutto ha fatto il suo lavoro. Allineate in faccia allo spettatore si battono da sole contro la miseria e ai margini di un Paese che ha perso il suo slancio vitale. Sono tutte Penelope, quella di Oriana Fallaci armata e in guerra, in quel territorio ostile che è la vita. E davanti a noi scorre uno spettacolo debordante di vita sulla morte, il ricordo di un giorno d'infanzia. Il loro primo e forse unico giorno al mare.


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VEN 18 SET - ORE 21.00
SAB 19 SET - ORE 21.00
DOM 20 SET - ORE 21.00
LA CANDIDATA IDEALE
Regia di Haifaa Al-Mansour.
Un film con Mila Al Zahrani, Dae Al Hilali, Khalid Abdulraheem, Shafi Alharthy
Commedia drammatica, - Arabia Saudita, 2019, durata 101 minuti.

Maryam è una dottoressa consapevole della responsabilità del proprio ruolo che esercita in un piccolo ospedale in Arabia Saudita. Nonostante la sua professionalità deve lottare quotidianamente contro il pregiudizio diffuso nella società nei confronti delle donne. In famiglia, anche se ha un padre musicista di ampie vedute, sono inizialmente le sorelle a frenarne le prospettive per il futuro perché già hanno dovuto subire il precedente dileggio nei confronti della madre, cantante ora defunta. Quando, in seguito a una serie di contingenze, Maryam si ritrova a firmare i documenti per la candidatura alle elezioni per il Consiglio Comunale, la situazione si fa ancor più complicata.


Non è un certamente un caso che la sequenza di apertura del film ci mostri la protagonista che indossa il niqab ma è alla guida di un'auto. Il 'ma' avversativo della frase precedente ha una sua precisa motivazione.

Lunga è la strada che le donne debbono ancora percorrere in Arabia Saudita ma (appunto) dei passi sono stati compiuti e a contribuirvi è stato proprio quel La bicicletta verde che Haifaa Al Mansour presentò alla Mostra del Cinema di Venezia nel 2012. A sette anni di distanza le donne possono andare in bicicletta e guidare un'auto anche in assenza di un uomo al loro fianco (cosa inconcepibile all'epoca) e si sono verificate ulteriori aperture. Ma, si potrebbe dire, inevitabilmente una parte consistente dell'universo maschile oppone una resistenza che va dal rifiuto totale degli anziani a forme più o meno subdole che hanno comunque l'obiettivo di conservare saldamente i poteri che contano in mano ai maschi.

La regista riesce a realizzare, come nella sua prova precedente, un film di denuncia senza assumere i toni del pamphlet. Lo fa sempre partendo da una dimensione familiare, da un rapporto tra sorelle che vivono in maniera differente sia il rapporto con la figura materna, ora scomparsa, che quello con il padre. Qui sta l'elemento innovativo nel percorso di Al Mansour.

Se ne La bicicletta verde gli uomini nel loro complesso non facevano una bella figura qui il genitore assume un ruolo solo apparentemente passivo nei confronti di quanto accade in famiglia. Perché è membro di un ensemble di musicisti impegnati a tenere viva una forma espressiva tradizionale che, in tempi di integralismo rampante, si è cercato di cancellare in nome della 'purezza' della fede.

Sia lui che Maryam, ognuno a suo modo, lottano perché la società muti aprendosi non a una 'modernità' che sia fine a se stessa (i social non mancano in questo film) ma piuttosto consapevole del contributo fondamentale che le donne possono offrire per 'guarire' (la metafora è esplicita) le parti dolenti della società. Tutto ciò sembra ora possibile a patto però di non cedere dinanzi agli ostacoli di quella strada non asfaltata che corrisponde al rispetto dei diritti di uomini e donne. Senza se e senza, ancora una volta, ma.





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EMA


EVENTO ESCLUSIVO
INTERVISTA  + 
ANTEPRIMA DEL FILM
SOLO IL 13 GIUGNO ENTRO LE 24 
EMA
Regia di Pablo Larraín.
Un film con Gael García Bernal, Santiago Cabrera, Mariana Loyola, Mariana Di Girolamo, Giannina Fruttero.
Drammatico - Cile, 2019, durata 102 minuti.

EMA di Pablo Larrain sarà presentato in anteprima assoluta su Mio Cinema.
L'appuntamento è sabato 13 giugno alle ore 21.00: ad introdurre il film al pubblico sarà il regista del film, Pablo Larraìn. Insieme a lui Alberto Barbera, direttore della Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia.

Alle ore 21.30 partirà la proiezione unica e a pagamento del film, visibile e non replicabile oltre la mezzanotte. Si tratta di una meccanica nuova ed eccezionale valida solo in occasione di questo film.

Ema è fuoco che brucia, Gastón il focolare che lo contiene. Lei è una ballerina, lui il suo coreografo. Insieme hanno adottato Polo, insieme hanno fallito la sua adozione. Incapaci di gestire i suoi traumi, lo hanno 'restituito' ai servizi sociali e adesso navigano a vista tra rimorsi e accuse. Ema vuole il divorzio e si rivolge all'avvocato che ha accolto Polo dopo il loro fallimento. La donna, ignara delle reali intenzioni di Ema, se ne innamora come il marito, un pompiere avvenente sedotto dopo l'incendio doloso della propria auto. Perché Ema ha un piano e niente può fermarla.

"Separate una madre da suo figlio e funzionerà sempre", diceva Riccardo Freda, autore 'per tutti i generi'. Il regista italiano sosteneva che il melodramma fosse la maniera del cinema di 'volgarizzare' la tragedia, provocando nello spettatore una forma di piacere nel dispiacere. A lungo, e sovente a torto, questi women's pictures costrinsero le loro eroine dolenti in una condizione di sottomissione e di rassegnazione masochista, almeno fino alle produzioni di John M. Stahl, King Vidor o Douglas Sirk che invertirono la rotta e l'ideologia, prima della lettura pessimista di Rainer Werner Fassbinder e delle deflagrazioni sentimentali di Todd Haynes.


Pablo Larraín realizza un film radicalmente diverso dai precedenti e imprime al melodramma una concezione dell'amore contemporanea (la fluttuazione delle identità di genere), affrancando i sentimenti della sua eroina da qualsiasi senso di colpa e abbandonandola al vacillamento dei sensi e dello spirito.

Autore concettuale, Larraín concepisce la messa in scena come una sperimentazione sul linguaggio, raccontando la storia di una coppia come un flusso di coscienza che si esprime con la luce, i colori, la musica che sale e rifluisce in onde successive seguendo gli slanci amorosi dei personaggi. Larraín continua a interrogare quello che accade intorno a lui alla ricerca di una verità invisibile nella società cilena contemporanea. E niente come il melodramma illustra in maniera altrettanto esemplare il cuore di una nazione e la costruzione sentimentale e sociale dei sessi. Più interessato a sollevare domande, piuttosto che a diffondere o sostenere idee, le sue immagini astratte traducono la ristrutturazione singolare di un ménage familiare abitando sentieri inediti e sconosciuti.

Ema lascia fuori campo la cronaca sentimentale di una diade messa alla prova da un'adozione e si concentra sulla crisi coniugale e il riallineamento delle dinamiche individuali e familiari. L'assestamento si trasforma con Larraín nella coreografia di un corpo elastico e sincopato che esercita una forza di attrazione e allarga gli orizzonti familiari. Sullo sfondo di Valparaíso, 'accesa' col lanciafiamme, il regista cileno sperimenta con la sua protagonista nuove forme espressive, codici relazioni e modelli familiari, aggirando il destino del mélo, trascendendone i codici tradizionali e concependo una nuova (forma) di vita.

Melodramma pansessuale e incendiario, Ema si iscrive nella 'biologia del genere' e si fa trascrizione di un dolore che passa per una rappresentazione conturbante, dove la danza ha un posto preponderante e canalizza l'irriducibilità della sua eroina. Mariana di Girolamo è il volto diafano che detiene quella cosa segreta che Pablo Larraín vuole esaltare, il gesto anarchico che fa esistere (e ardere) il suo film e i suoi spazi urbani. Attrice della televisione cilena, segue il ritmo martellante del reggaeton e quello di un senso di colpa che il suo personaggio prova a far tacere con l'amore. Amore che cerca indistintamente nei letti degli altri e delle altre, perché Ema ama e non conosce limiti, fa solo quello che desidera, non esita a usare la sua libertà (artistica e sessuale) e adesso ha un piano segreto per recuperare quello che ha perduto. Il figlio, il marito e una vita in comune che malgrado il sentimento che li lega ha avuto ragione di loro. Loro che si amano ma si detestano in campo e controcampo, loro che non esitano a dirsi reciprocamente cose orribili attraverso dialoghi frontali che sembrano monologhi interiori.

Vanitosa come Neruda, Ema non si fa scrupoli a manipolare chi la circonda pur di arrivare al suo scopo, riducendo in cenere il suo mondo per poi riconfigurarlo. L'amore è una cosa meravigliosa, certo ma anche complicata per la protagonista, seducente e segreta, tonica e lucida come un metallo. È una donna alla ricerca di sé mentre la sua vita familiare affonda, è una mamma che rischia tutto per raggiungere quello che vuole e (ri)congiungersi con chi vuole, esasperando i più fedeli sostenitori ma continuando a irradiarli parola dopo parola, passo dopo passo.

Ema, opera 'gravida' e perturbante, offre a chi si lascia tentare un'esperienza stordente aperta al musical e alla stilizzazione del videoclip. Come la sua eroina fa breccia nel cuore dello spettatore, disorientato da un tappeto musicale essenziale per la creazione dell'impatto emozionale. La messa in scena non è mai andata così lontana nel cinema di Larraín che 'disegna' coreografie, trasfigura i suoi attori in primi piani iconici e poi deraglia ma solo per trovare un percorso alternativo, quello che conduce all'immaginazione e apre ipotesi sull'individuo e sulla coppia. Per verificarle serve soltanto un pieno di benzina


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LO PUOI VEDERE
DAL 6 GIUGNO SU
18 REGALI
Regia di Francesco Amato.
Un film con Vittoria Puccini, Benedetta Porcaroli, Edoardo Leo, Sara Lazzaro, Marco Messeri.
Biografico, Drammatico, - Italia, 2020, durata 115 minuti.

Elisa, incinta, fa un'ecografia di controllo: è una bambina, e sta bene. Ma a non stare bene è invece Elisa, che scopre di avere un tumore. Essendo una donna estremamente concreta - anche perché il marito Alessio lo è molto meno - Elisa si adopera per provvedere al futuro di quella figlia che forse non riuscirà a conoscere, arrivando al punto da preparare per lei 18 regali, uno per ogni compleanno, fino alla maggior età. Ma la figlia Anna accoglierà quei regali non tanto come un dono d'amore, quanto come una pesante eredità, o una sorta di macabro ricatto morale. Il giorno del suo 18esimo compleanno si sottrarrà al rito, andando incontro alla più incredibile delle sorti: trovarsi faccia a faccia con la madre scomparsa.


Ispirato alla vera storia di Elisa Girotto raccontata dal marito Alessio Vincenzotto, che ha anche collaborato alla sceneggiatura, 18 regali si inserisce nel sottogenere di film che raccontano una scomparsa prematura seguita da una testimonianza della persona defunta dilazionata nel tempo, da My Life - Questa mia vita a P.S. I Love You - Non è mai troppo tardi per dirlo.

Francesco Amato, regista e cosceneggiatore (con Massimo Gaudioso e Davide Lantieri) fa del suo meglio per evitare le trappole del pietismo e della lacrima gratuita, e la sua mano (più) leggera cerca strade meno convenzionali e soluzioni narrative meno manipolatrici.

Anche la svolta soprannaturale della vicenda, che vede Anna adulta confrontarsi con la propria madre incinta di lei, è gestita con un certo pudore, ma comporta molte implausibilità e alcune sviste logiche. Soprattutto manca, rispetto a quello che è un altro sottogenere (cui appartengono film come Peggy Sue si è sposata), il senso di vertigine che può provare un essere umano davanti alla versione giovanile dei membri della propria famiglia. Sono ben seminati invece alcuni elementi simbolici, come la propensione di Anna a tuffarsi all'indietro o lo scambio delle scarpe fra madre e figlia, parte di quel percorso di crescita che a Elisa e Anna è mancato.

Amato sceglie di imprimere alla sua storia il tono disincantato e iconoclasta dell'adolescente che ne è protagonista, e Benedetta Porcaroli entra bene in quell'atteggiamento strafottente, mentre Vittoria Puccini presta al ruolo di Elisa la sua immagine di persona precisa e rigorosa, risultando perfettamente credibile nei panni di una pianificatrice che, anche di fronte ad una malattia letale, continua imperterrita a stilare liste.

Ci sono sottolineature eccessive, come la musica spalmata ovunque, e un cambiamento troppo repentino in sceneggiatura fra la caratterizzazione iniziale della coppia Elisa-Alessio e quella che si sviluppa dopo la notizia della malattia. Ma 18 regali fa la scelta coraggiosa di raccontare un rapporto mamma-figlia in tutta la sua amorevole conflittualità, indipendentemente dalle condizioni entro cui si dipana. E pone una domanda davvero dolorosa: come si fa a tagliare il cordone ombelicale emotivo dalla propria madre quando si è a malapena fatto in tempo a tagliare quello fisico?


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LO PUOI VEDERE
DAL 30 MAGGIO  SU

DOPO IL MATRIMONIO
Regia di Bart Freundlich.
Un film con Michelle Williams, Julianne Moore, Billy Crudup, Eisa Davis, Abby Quinn, Alex Esola, Doris McCarthy.
Drammatico, - USA, 2019, durata 110 minuti.

Isabel ha dedicato la gran parte della sua vita ai bambini di un orfanotrofio di Calcutta e da sette anni è diventata come una madre per il piccolo Jai, un ragazzino vulnerabile che si è profondamente legato a lei. L'offerta di una facoltosa società americana di finanziare l'orfanotrofio in bancarotta la costringe, però, a tornare a New York, dove non mette piede da più di vent'anni. Qui incontra Theresa, la magnate multimilionaria che ha chiesto di incontrarla, ma da subito appare evidente che la donna è meno interessata all'orfanotrofio che a conoscere meglio Isabel, tanto che la invita al matrimonio della figlia Grace. Da quel giorno, Isabel viene progressivamente a conoscenza di una serie di segreti passati e presenti, destinati a sconvolgere la sua vita e quella di tutti gli altri.


Bart Freundlich, regista poco prolifico ma sceneggiatore esperto di relazioni sentimentali e incomprensioni familiari, riscrive il dramma portato sullo schermo dalla regista danese Susanne Bier sostituendo la coppia di protagonisti maschili con quella al femminile composta da Michelle Williams e da Julianne Moore, sua moglie e interprete di quasi tutti i suoi film.

Il tema della maternità, biologica o sostitutiva, scelta o rifiutata, assume dunque un ruolo centrale ma solo in apparenza, perché cambiando di genere ai protagonisti della storia, il regista può in realtà raccontare la scelta di un uomo e il legame che ha instaurato con la figlia.

Dietro le vetrate vertiginose degli hotel e degli uffici high-tech della metropoli contemporanea, e dietro l'impegno dell'occidentale negli slums indiani, si consuma così un melodramma antico, o quanto meno eterno, che intreccia passato e futuro ("Dove si va? Dove andrò?" domanda il personaggio di Julianne Moore nella scena più drammatica), nascita e rinascita (il nido caduto, facile simbolo di morte, trova nuova vita nell'arte) e porta in superficie l'assurdità dell'esistenza, per cui non solo non possiamo controllare le nostre vite ma a volte le stesse sembrano scritte dalla penna barocca di uno sceneggiatore senza freni.

Forte di un perfetto cast artistico, Dopo il matrimonio è soprattutto un film di interpreti e, tra questi interpreti, la Moore e Crudup si collocano comodamente una spanna sopra gli altri. Non si troveranno, invece, particolari sottigliezze di regia e anzi, nel tentativo di restare minimale di fronte a tanta trama, ne va talvolta dell'emozione e alcuni passaggi appaiono inespressi. Ciò che il film inventa, in ogni caso, è sufficiente per aprire diversi fronti di dibattito, pubblico e privato.

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LO PUOI VEDERE
DAL 23 MAGGIO  SU
FAVOLACCE
Regia di Fabio D'Innocenzo, Damiano D'Innocenzo.
Un film con Elio Germano, Tommaso Di Cola, Giulietta Rebeggiani, Gabriel Montesi, Justin Korovkin. Drammatico, - Italia, 2020, durata 98 minuti.

🥇 MIGLIOR SCENEGGIATURA - FESTIVAL DI BERLINO 2020 🥇

Una calda estate in un quartiere periferico di Roma. Nelle villette a schiera vivono alcune famiglie in cui il senso di disagio costituisce la cifra esistenziale comune anche quando si tenta di mascherarlo. I genitori sono frustrati dall'idea di vivere lì e non altrove, di avere (o non avere) un lavoro insoddisfacente, di non avere in definitiva raggiunto lo status sociale che pensavano di meritare. I figli vivono in questo clima e ne assorbono la negatività cercando di difendersene come possono e magari anche di reagire.


Gli autori la definiscono, in contrasto con il realismo della loro opera prima, come una favola nera in cui hanno riversato, attraverso la voce di un narratore, il vuoto pneumatico di figure parentali (con in più un docente) che dovrebbero insegnare a vivere ai propri figli mentre invece hanno perduto qualsiasi capacità di positività e di sguardo sul futuro.

La loro vita è fatta di passività (le mogli) o di aggressività verbale (la neo madre) mentre i maschi (chiamarli 'uomini' sarebbe attribuire loro una maturità intellettuale e caratteriale che, ognuno a suo modo, non possiedono) si nutrono di rabbie a stento represse e di velleità machiste. Ma, come insegnava Vittorio De Sica nel 1943 I bambini ci guardano. Come il piccolo Pricò, questi ragazzini sono costretti ad assistere al disfarsi e corrompersi di qualsiasi punto di riferimento. Anche se hanno tutti 10 nella pagella scolastica (magari con un 9 in condotta) quella che potrebbero assegnare ai genitori dovrebbe riempirsi solo di "inclassificabile" che è una valutazione ancora peggiore dello 0. Costretti da ciò che li circonda a comportarsi 'da grandi' (come se quello che i loro modelli familiari propongono significasse esserlo) cercano di individuare una via d'uscita. La troveranno con soluzioni diverse.

I D'Innocenzo ci propongono solo tinte scure e a uno sguardo superficiale si potrebbe pensare che di pessimismo oggi ne circola già abbastanza senza bisogno di ulteriore impegno. Di fatto però non è così. Perché questa più che una favola nera è (ci si perdoni il gioco di parole) una favola 'vera'. Basta leggere le cronache quotidiane per rendersene conto.

E se nelle favole nere non ci sono principi azzurri qui invece ce ne sono ben due. Sono i D'Innocenzo che, concentrando in una sorta di overdose narrativa il negativo sempre più presente nella società contemporanea, anche se con una diffusione a macchia di leopardo, ci vogliono ammonire. Ci ricordano che sempre più spesso i draghi dell'insensibilità e dell'amoralità (travestita da perbenismo di facciata) si annidano in quelle grotte che sono diventate certe abitazioni in cui solo apparentemente c'è tutto ciò che occorre. Questo film è la lancia che utilizzano per aiutarci a prenderne coscienza e ad iniziare a stanarli per poi sconfiggerli.


(fonte - https://www.mymovies.it)

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