PROSSIMAMENTE

SPETTACOLO UNICO
MER 7 OTTOBRE - ORE 21.00
THE ELEPHANT MAN
Regia di David Lynch
Un film con Anthony Hopkins, John Hurt, Anne Bancroft, Hohn Gielgud, Wendy  Hiller 
Drammatico - Gran Bretagna 1980, durata 125 minuti.

Londra, 1884. John Merrick è un'attrazione da circo, che si esibisce sotto il nome di "The Elephant Man" ai servizi del meschino Mr. Bytes: la terribile forma di neurofibromatosi che gli ha deformato il volto lo rende infatti ripugnante alla vista. Un giorno l'ambizioso dottor Frederick Treves assiste allo spettacolo di Bytes e interviene per trasferire John in ospedale ed esporre a un consesso di medici la particolare forma di malattia che lo colpisce. Quando scopre che Merrick non solo è in grado di leggere, ma è un uomo colto, gentile e raffinato, lo trasforma gradualmente in un protagonista della buona società della Londra vittoriana.



Giudicare a distanza di decenni The Elephant Man significa inevitabilmente provare a contestualizzarlo all'interno della carriera del regista di Twin Peaks e scoprire in esso i prodromi di un percorso tra i più singolari e imitati del cinema contemporaneo.

Lynch racchiude la sua natura più evidentemente eccentrica nella cornice: un prologo e un epilogo onirici, che rimandano alla ricerca di una giustificazione cosmica del mistero naturale che contraddistingue il protagonista. Ma se il resto dello svolgimento narrativo è all'apparenza più classico e convenzionale - come Lynch sarà nuovamente solo in Una storia vera - i temi cari all'universo del regista di Missoula sono già fortemente presenti. Come la fiera difesa della diversità e la visione estremamente negativa sulla natura umana, ritratta nella sua ferina empietà; o la riflessione sul destino imperscrutabile e sull'importanza dell'apparenza, in una società che trova nel pregiudizio un passe-partout interpretativo elementare ma efficace.


The Elephant Man tocca punte di rara crudeltà nel ritrarre gli evidenti limiti etici della società dell'uomo. Il ritratto che si delinea è doloroso e quasi insostenibile per lo spettatore, almeno quanto lo era la visione del volto di Merrick per le menti semplici del popolo londinese: per paura o ignoranza, infatti, l'uomo sembra basare le proprie concezioni su un'idea canonizzata di bellezza (o bruttezza), tale che la visione di un caso estremo diviene inevitabile polo di attrazione o repulsione, di fronte al quale tutto si può essere tranne che indifferenti.

Attrazione circense prima ed esperimento di laboratorio poi, per divenire infine membro della crème della società vittoriana, Merrick è comunque condannato a non poter passare inosservato. Che siano frustate o applausi a scena aperta, curiosità lascive o ipocriti e affettati sorrisi, poco cambia.

Merrick, che si dice "felice a ogni ora del giorno, perché sa di essere amato", è un disturbante recettore del nostro senso di colpa di uomini, che raccoglie e riflette, al pari di quello specchio che non riesce a osservare. Sia che inorridisca guardandolo o che scelga di osservarlo, sfidando l'istinto iniziale pur di sentirsi moralmente migliore e appagare il proprio ego, l'individuo lascia comunque Merrick fuori dall'equazione, sigillandolo inesorabilmente come freak.

E la prima analisi in ospedale, ritratta da Lynch alla stregua delle riprese su un set cinematografico (la settima arte nasce pochi anni dopo la vicenda raccontata) sottolinea come il cinema si avvalga di questa dittatura scopica, senza accennare ad opporsi ad essa.

Il film si aggiudicherà otto nomination all'Oscar, senza clamorosamente vincerne neanche uno. Lynch non diventerà mai un regista caro ai membri dell'Academy ma qualcosa di assai migliore, mutando per sempre la storia del cinema





(fonte - https://www.mymovies.it)