PROSSIMAMENTE

PROSSIMAMENTE


MER 13 GIU - ORE 21.00 - 6 EURO
SELFIE DI FAMIGLIA
Regia di Lisa Azuelos.
Un film con Sandrine Kiberlain, Yvan Attal, Arnaud Valois, Patrick Chesnais, Victor Belmondo.
Commedia - Francia, 2019, durata 87 minuti.


Mirko e Manolo sono due giovani amici della periferia romana. Guidando a tarda notte, investono un uomo e decidono di scappare. La tragedia si trasforma in un apparente colpo di fortuna: l'uomo che hanno ucciso è il pentito di un clan criminale di zona e facendolo fuori i due ragazzi si sono guadagnati la possibilità di entrare a farne parte. La loro vita è davvero sul punto di cambiare.




I fratelli Damiano e Fabio D'Innocenzo al loro film d'esordio firmano un'opera che dimostra la loro profonda tensione morale.

Quello dei D'Innocenzo non è l'ennesimo film sulle periferie o sui cosiddetti 'coatti' quanto piuttosto un'indagine sulla possibilità di un'amicizia che possa far sì che ci si aiuti reciprocamente a crescere. Manolo e Mirko sono come tanti altri. Come loro vanno a scuola con il desiderio di finirla al più presto per trovarsi un'attività che gli piaccia ma non sanno che stanno già lasciandosi scivolare il mondo addosso. Perché è il contesto contemporaneo che, giorno dopo giorno, sta rivestendoli di una pellicola di impermeabilità a qualsiasi possibile etica.

Intorno a loro non stanno solo i lupi della malavita organizzata pronti a sfruttare la l'apparente indifferenza nei confronti di quanto viene loro richiesto (prostituire minorenni spacciare droga, uccidere) ma anche un padre da una parte e una madre dal'altra che hanno rinunciato di fatto al loro ruolo. Uno per frustrazione e l'altra per debolezza. I figli hanno 'sentito' questa insoddisfazione esistenziale e vi hanno reagito come potevano: smettendo di reagire. Solo apparentemente però come si diceva. Perché se Manolo (un sempre più efficace, di film in film, Andrea Carpenzano) sembra indifferente a tutto mentre in alcuni suoi sguardi si avverte la smentita a quanto fa apparire in superficie, MIrko (l'altrettanto efficace Matteo Olivetti) è più tormentato. I suoi scatti d'ira, la sua generosità esibita fuori misura, lo configurano come impreparato al compito. In fondo Manolo ha un padre che gioca alle macchinette per dimenticare che avrebbe voluto far parte di quel mondo del crimine a cui indirizza il figlio. Mirko invece sente la sofferenza che impone alla madre anche se non riesce a rinunciare alla nuova vita.

I D'Innocenzo sanno ritrarre l'appiattimento delle coscienze in cui il dire 'scusami' sembra poter mettere a posto qualsiasi cosa risarcendo anche chi sia vittima del crimine più grave. In un ambito sociale in cui la persona è ridotta a merce resta poco spazio per i sentimenti. Il loro è un grido d'allarme che, provenendo da due registi trentenni, assume un valore ancora maggiore.



(fonte - https://www.mymovies.it)


VEN 9 AGO - 21.00
SAB 10 AGO - 21.00
DOM 11 AGO - 21.00
IL MANGIATORE DI PIETRE
Regia di Nicola Bellucci.
Un film con Luigi Lo Cascio, Vincenzo Crea, Bruno Todeschini, Ursina Lardi, Leonardo Nigro.
Drammatico - Italia, 2018, durata 109 minuti.


Cesare è un passeur, uno dei più bravi in circolazione. Per la conoscenza dell'antica arte di chi attraversa le impervie vallate alpine è cercato da criminali, che ne richiedono le prestazioni, ed è ricercato dalla legge, sempre sulle sue tracce. Quando esce di galera, dopo essersi rifiutato di parlare, trova il cadavere dell'amico e rivale Fausto ed è fermamente intenzionato a scoprire cosa sia successo.


Per Nicola Bellucci Il mangiatore di pietre rappresenta il primo film di finzione, dopo una carriera come consolidato documentarista.

Nel bene e nel male, è una caratteristica che risulta evidente sin dalle prime sequenze. Nel bene, per la capacità di ritrarre dettagli geografici, architettonici e psicosomatici della gente di montagna che vive sulla frontiera tra Svizzera, Italia e Francia con perizia, ma senza mai sovraccaricare. Il rovescio della medaglia è invece rappresentato dalla scarsa confidenza con meccanismi di storytelling e gestione dell'intreccio che, nel caso di un crime drama come Il mangiatore di pietre, costituiscono una componente fondamentale per la fruizione del film.

Il ritmo lento e l'andamento contemplativo necessitano di una sceneggiatura più robusta per poter mantenere avvinta l'attenzione del pubblico e questo non sempre avviene: l'indagine dei carabinieri resta per lo più criptica e frammentaria, quasi rifuggendo il pathos anziché inseguirlo. Tuttavia la ricerca dell'assassino sembra poco più di un'esca narrativa, in un film che ruota attorno al personaggio tormentato di Cesare (interpretato da Luigi Lo Cascio) e al suo confronto con un passato ingombrante: il rimorso per aver agito in maniera clandestina, la lontananza durante la morte dell'amata moglie (Elena Radonicich, in una breve ma memorabile parte), il brusco ritiro dal gruppo di amici.
Sospeso in un limbo, come richiesto da questo risvolto introspettivo, il film risulta troppo misterioso nella prima parte, caricando una tensione che non si giustifica adeguatamente nel proseguo della vicenda. I tanti volti femminili eterei che compaiono restano una traccia inesplorata di un'unione maschile che tende a ridurre la donna a figura angelicata, generatrice di un senso di colpa talvolta smisurato. Non mancano i richiami all'attualità: tra la merce che i passeur si trovano a trasportare oltre confine, infatti, ci sono anche dei migranti e sarà la loro presenza a determinare una svolta morale nel protagonista del film.

Sotto la coltre nevosa di Il mangiatore di pietre si cela un ottimo film, ma in superficie resta solo un interessante ibrido tra cinema di genere e attitudine documentaristica, con qualche difetto di troppo.

(fonte - https://www.mymovies.it)



MER 28 AGO - ORE 21.00

LITTLE FOREST
Regia di Soon-rye Yim.
Un film con Tae-ri Kim, So-Ri Moon, Jun-yeol Ryu, Ki-joo Jin.
Drammatico - Corea del sud, 2018, durata 86 minuti.

Udine Far East Film Festival 2018


Tratto da un manga giapponese, ma adattato allo stile narrativo sudcoreano, Little Forest racconta (anzi: dipinge) con sorprendente delicatezza la storia di una fuga e di una rinascita. La fuga e la rinascita della giovane Hye-won, in crisi professionale e sentimentale, che abbandona la frenesia della metropoli per imparare la lentezza della vita rurale. I codici e i segreti dell’essenzialità. Little Forest è uno sperduto villaggio dove le radici (emotive) dell’infanzia corrispondo alle radici (fisiche) della terra. Little Forest è una piccola cucina dove i nudi frutti dell’orto diventano golose ricette conviviali. Abbiamo bisogno di tanto altro, per essere felici?

I PROSSIMI FILM DELLA RASSEGNA







(fonte - https://www.mymovies.it)


VEN 21 GIU - 21.00
SAB 22 GIU - 21.00
DOM 23 GIU - 21.00
MER 26 GIU - ORE 21.00 - 6 EURO
SIR - CENERENTOLA A MUMBAI
Regia di Rohena Gera.
Un film con Tillotama Shome, Vivek Gomber, Geetanjali Kulkarni, Rahul Vohra, Divya Seth Shah.
Drammatico - India, Francia, 2018, durata 99 minuti.


Ratna lavora come domestica per Ashwin, erede di una ricca famiglia di Mumbai. Lui possiede tutto, ma è disilluso sul futuro; lei invece non possiede nulla ma è piena di speranze e lotta per i suoi sogni. I loro due mondi, così distanti, si avvicineranno, facendo emergere sentimenti inaspettati. Sapranno essere più forti dele barriere che li dividono?


Diretto e sceneggiato da Rohena Gera, Sir - Cenerentola a Mumbai racconta la storia di Ratna, una  donna che lavora come domestica per Ashwin, un uomo con alle spalle una ricca famiglia. Sebbene Ashwin sembri avere tutto, Ratna riesce a percepire come in realtà abbia rinunciato ai suoi sogni e a qualcos'altro a cui teneva molto. D'altro canto, Ratna che non ha nulla è piena di speranze e lavora in maniera risoluta per realizzare un giorno il suo sogno.

Provenendo da background differenti, Ratna e Ashwin hanno anche un diverso legame con la famiglia e i valori tradizionali: da vedova, Ratma va a lavorare in città, a Mumbai, per trovare libertà (anche economica) nell'anonimato che questa garantisce; Ashwin, avvezzo a vivere a New York, con il suo ritorno in India si ritrova invece a doversi confrontare con le aspettative dei suoi cari, vivendo in una sorta di gabbia dorata. Man mano che i loro mondi si scontrano e i due si avvicinano, le barriere fisiche e sociali che li separano non sembrano più così insormontabili.

Con la direzione della fotografia di Dominique Colin, le scenografie di Parul Sondh, i costumi di Kimneineng Kipgen e le musiche di Pierre Aviat, Sir - Cenerentola a Mumbai viene così raccontato dalla regista: "Per tutta la vita ho sperimentato in prima persona i problemi legati alla differenza di classe in India. Da bambina, avevo in casa una tata, una bambinaia che si è presa cura di me e a cui ero molto legata ma c'era chiaramente una netta segregazione nei suoi confronti. Allora non capivo il perché. Poi, una volta cresciuta, sono andata a studiare negli Stati Uniti. Mi ritrovavo a Stanford a parlare di ideologia, filosofia e uguaglianza, ma quando rientravo in India niente cambiava, ognuno doveva stare al proprio posto.


Del resto, non si possono cambiare millenni di tradizioni dall'oggi al domani. Continuavo però a chiedermi cosa potessi fare io nel mio piccolo. E così, dopo tanti lavori su commissione, ho cominciato a concentrarmi su una sceneggiatura in cui potevo esprimere al meglio i miei punti di vista sull'argomento. Ho voluto raccontare di due persone che amano chi hanno scelto loro, dandosi da soli il permesso di farlo. Non ho avuto la pretesa di avere risposte a tutto e non ho dipinto Ratna come una vittima della società: ho dato vita a una storia d'amore che mi permettesse di riflettere sul concetto di uguaglianza".

(fonte - https://www.filmtv.it)


VEN 14 GIU - ORE 21.00
SAB 15 GIU - ORE 21.00
DOM 16 GIU - ORE 21.00
MER 19 GIUGNO - ORE 21.00
BIGLIETTO UNICO 6 EURO
SELFIE
Regia di Agostino Ferrente.
Un film Da vedere 2019 con Alessandro Antonelli, Pietro Orlando.
Documentario - Francia, Italia, 2019, durata 78 minuti.


Alessandro e Pietro sono due sedicenni che vivono nel Rione Traiano di Napoli dove, nell'estate del 2014 Davide Bifolco, anche lui sedicenne, morì ucciso da un carabiniere che lo inseguiva avendolo scambiato per un latitante. I due sono amici inseparabili. Alessandro ha trovato un lavoro da cameriere in un bar mentre Pietro, che ha studiato per diventarlo, cerca un posto da parrucchiere. I due hanno accettato la proposta del regista di riprendersi con un iPhone raccontando così la loro quotidianità di ragazzi come tanti altri nel mondo.


Agostino Ferrente stava parlando con il padre di Davide Bifolco in un bar quando si è accorto che il giovane cameriere che li serviva aveva fretta. Voleva finire il lavoro per partecipare alla processione della Madonna Dell'Arco essendo molto religioso.

Ferrente gli ha chiesto se era disposto a riprendere l'evento e se stesso con il suo iPhone. Quando ha visto il girato e la sincera commozione di Alessandro per l'evento a cui stava partecipando ha pensato che quello potesse essere il modo di raccontare la vita di un ragazzo della stessa età dello scomparso. Il mattino dopo gli si è presentato Pietro dicendogli che aveva saputo e che se si fosse ripresa la vita dell'amico senza raccontare anche la sua si sarebbe realizzato un falso.

È nato così un documentario che ha una fondamentale valenza didattica senza però caricarsi delle zavorre che spesso la didattica porta con sé. Perché parlare di didattica e pensare che si tratta di un film che il MIUR dovrebbe distribuire (magari sottotitolato) nelle scuole non solo di Napoli e dintorni? Perché viviamo in un'epoca in cui Gomorra - La serie ha diffuso nel mondo un'immagine di Napoli e, in particolare, della sua componente giovanile, che questo film al contempo conferma e corregge. La conferma perché non mancano le auto-testimonianze di chi sa come distinguere tra arma e arma così come quella di una bella ragazza già mentalmente pronta ad un futuro di visite in carcere a colui che potrebbe diventare suo marito (purché ci sia l'amore).

Ci sono però, a contrasto, le vite dei due protagonisti che non si presentano come eroi ma come due ragazzi che vanno in motorino senza casco ma sanno distinguere tra il bene e il male e, anche se ne sono circondati, hanno trovato il modo di resistere alle tentazioni che provengono da una realtà lasciata totalmente a se stessa dalle istituzioni. La scelta di permettere che siano loro stessi a raccontarsi e narrare il loro day by day utilizzando un mezzo che ben conoscono come l'iPhone è doppiamente vincente.

Lo è perché gli ha consentito di essere al contempo soggetto e oggetto del proprio sguardo sul mondo offrendoci, pur con qualche sacrificio di tagli realizzati in montaggio, un ritratto liberato dagli stereotipi. Lo è anche perché non si poteva far comprendere meglio il senso di una vita assurdamente stroncata come quella di Davide Bifolco. Alessandro e Pietro sono come era lui: due ragazzi come tanti. Anche se vivono a Napoli. Anche se la loro casa è nel Rione Traiano.

(fonte - https://www.mymovies.it)


GIO 6 GIUGNO - ORE 21.00
VEN 7 GIUGNO - ORE 21.00
SAB 8 GIUGNO - ORE 21.00
DOM 9 GIUGNO - ORE 21.00
MER 12 GIUGNO - ORE 21.00
BIGLIETTO UNICO 6 EURO
JULIET, NAKED
TUTTA UN'ALTRA MUSICA
Regia di Jesse Peretz.
Un film con Rose Byrne, Ethan Hawke, Chris O'Dowd, Megan Dodds, Jimmy O. Yang
Commedia - Gran Bretagna, 2018, durata 105 minuti.



Duncan e Annie vivono una relazione abitudinaria da 15 anni: lui è ossessionato da un musicista ritiratosi misteriosamente dalle scene, Tucker Crowe, mentre lei vorrebbe un figlio ma non osa insistere. Quando emerge un album inedito di Crowe e il musicista entra di fatto nelle loro vite, le crepe tra i due diventano insanabili.


Tutto in Juliet, Naked grida forte e chiaro il nome di Nick Hornby e di una tipizzazione dei rapporti umani che si ripete con variazioni minime da "Alta fedeltà" in poi.

Un Peter Pan brizzolato, anzi due: fan e artista, differenti declinazioni della figura di perdente cara all'autore di "Febbre a 90". Il differente punto di vista, americano e non britannico, di Jesse Peretz rischia di rendere più stereotipata la visione dell'inglesità, fatto che, non a caso, la critica britannica ha mostrato di non gradire. Ma quel che si perde in britishness si guadagna nella componente a stelle e strisce, visto il casting perfetto di Ethan Hawke come Tucker Crowe (è l'attore a interpretare tutti i brani musicali).

Un "giovane nonno", o un vecchio ragazzo, scombinato, perdente e sconclusionato almeno quanto Duncan lo aveva assurdamente mitizzato. Uno scollamento tra elaborazione dei propri miti, con generazione di un proprio intangibile avatar, e realtà concreta: una collisione che raggiunge l'apice quando Tucker Crowe entra nelle vite di Annie e Duncan e nello schema da romcom di Jesse Peretz. Duncan è detestabile nella sua incapacità di ascoltare la propria compagna, ma è anche drammaticamente realistico e contemporaneo.

Paradossalmente l'equilibrio creatosi fin lì, attraverso una pregevole caratterizzazione dei personaggi, si sfalda progressivamente man mano che il rapporto tra Annie e Tucker prende corpo. Splendida coppia Byrne-Hawke, ma la sceneggiatura finisce per assisterli sempre meno, introducendo nuovi personaggi e situazioni da romcom (la mostra con esecuzione di Waterloo Snset dei Kinks), che rallentano il meccanismo anziché oliarlo. Come se si preferisse girare attorno alla svolta narrativa senza assumersi il rischio, come se la sceneggiatura dimostrasse la medesima incompiutezza dei protagonisti raccontati.


Un'impressione di frammentarietà che è forse aggravata dalla - evidente - scrittura a più mani dello script (tra gli autori figura Tamara Jenkins, autrice dell'ottimo Private Life) che sfocia in un epilogo sbrigativo, irrisolto. Troppi fili restano sospesi, troppo pathos narrativo viene colpevolmente sperperato. Difficile che Juliet, Naked possa aggiungersi a piccoli classici del genere come Questi sono i 40, La verità è che non gli piaci abbastanza o ...E alla fine arriva Polly: se il film di Peretz sarà ricordato sarà grazie all'ennesimo personaggio di Hawke ricco di richiami alla vita dell'attore, maestro indiscusso - insieme al suo mentore Richard Linklater - nel mescolare e intrecciare realtà e finzione. In una infinita irresolutezza che accomuna Tucker Crowe a Juliet, Naked nel suo complesso, che resta un film gradevole ed effimero dove avrebbe potuto ambire a qualcosa in più.

(fonte - https://www.mymovies.it)


GIO 30 MAGGIO - ORE 21.00
SAB 1 GIUGNO - ORE 21.00
DOM 2 GIUGNO - ORE 18.30 / 21.00
MER 5 GIUGNO - ORE 21.00
BIGLIETTO UNICO 6 EURO
L'ANGELO DEL CRIMINE
Regia di Luis Ortega.
Un film con Lorenzo Ferro, Chino Darín, Mercedes Morán, Daniel Fanego, Luis Gnecco.
Biografico, Drammatico - Argentina, Spagna, 2018, durata 119 minuti.



Buenos Aires, 1971. Giovane, spavaldo, coi riccioli biondi e la faccia d'angelo, Carlos entra nelle case della gente ricca e ruba tutto ciò che gli piace. L'incontro a scuola con Ramón, coetaneo dal quale è attratto, segna il suo ingresso in una banda di criminali, con la quale compie altri furti e soprattutto il suo primo omicidio, di fronte al quale rimane assolutamente impassibile. Fino alla morte dell'amato Ramón e oltre, Carlos proseguirà indisturbato le sue attività criminali, uccidendo ancora e talvolta facendo ritorno dai genitori come un figlio qualsiasi. Verrà arrestato dopo un colpo andato a male e l'assassinio di un complice.


El Angel racconta la storia vera di Carlos Robledo Puch, "el Ángel de la Muerte", il più famoso serial killer argentino, arrestato nel 1972 dopo aver ucciso almeno 11 persone. La follia di un ragazzo raccontata come la tragedia grottesca di una nazione.

Nel caso di Robledo Puch le ragioni del fascino che la figura del serial killer da sempre esercita sono di natura puramente estetica: Carlos era bello, biondo, pulito, nulla nel suo aspetto faceva sospettare l'indifferenza dell'omicida e dello stupratore.

È proprio questo contrasto fra l'anima e il corpo a generare il cortocircuito visivo su cui il film di Luis Ortega - largamente ispirato ma non fedelissimo alla storia di Puch - costruisce il suo racconto. Prodotto fra gli altri dai fratelli Almodóvar, El Ángel ha nei colori accesi, nel tono surreale e quasi grottesco, la paradossale leggerezza dei film del regista spagnolo, naturalmente in contrasto con la tragicità dei fatti raccontati. La cura delle immagini e la spettacolarizzazione della vicenda (tra dialoghi ammiccanti, sguardi lascivi, aperture liriche...) sono il riverbero e il riflesso della strafottenza di Carlos, l'effetto del suo fascino di bugiardo, manipolatore e assassino, mentre l'uso di canzoni pop in colonna sonora, con le versioni argentine di 'Non ho l'età' e 'The House of the Rising Sun' (rifatta dal padre del regista, il cantante Palito Ortega), oltre a rimandare all'immancabile Scorsese e alla sua estetica impazzita, sottolineano più alla maniera del Tony Manero di Larraín l'immaturità, non solo di Carlos e dei suoi complici, ma di un intero popolo.

La vicenda di Putch ha dunque un evidente, per quanto camuffato, sottotesto politico, è la tragedia inconsapevole di un popolo che già nel '71, prima ancora della dittatura militare, sotto il presidente di fatto Alejandro Agustín Lanusse barattava la democrazia con l'esigenza di apparente controllo e ordine sociale. In questo senso, El Ángel è il film gemello di Il Clan di Trapero, ricostruzione della storia della famiglia Puccio - banda di sequestratori protetti anch'essi dall'aspetto di rispettabili cittadini - poi raccontate dallo stesso Ortega nella serie tv Historia de un clan. Entrambi rappresentano nel bene e nel male, fra esigenze commerciali e desiderio d'indagine, il tentativo di fare i conti col passato dell'Argentina, accantonando discorsi politici espliciti e scegliendo piuttosto la via del paradosso.


Il rischio è naturalmente la superficialità, l'attenzione alla forma che sfiora soltanto la complessità dei personaggi e del loro momento storico: dal legame fra l'omosessualità di Carlos e i suoi omicidi, alla distrazione della polizia occupata a cercare terroristi, fino alla ricerca di un barlume di umanità nella follia, come quando nel finale Carlos piange per la prima e unica volta...

Nonostante le oltre due ore di durata, nella sua biografia del più famoso omicida argentino di sempre (che è oggi è il prigioniero più longevo nelle carceri del paese), Ortega sceglie di non andare a fondo: affronta il rimosso di una nazione, ma resta alla pura e ingannevole apparenza, affascinato come tutti dalla bellezza di Carlos (perfettamente rifatto dall'esordiente Lorenzo Ferro) e convinto che basti la sua faccia da schiaffi a raccontare l'inizio della storia più nera della moderna Argentina.


(fonte - https://www.mymovies.it)