PROSSIMAMENTE






ANTEPRIMA NAZIONALE
DOMENICA 8 MARZO 21.00
UN DIVANO A TUNISI
Regia di Manele Labidi Labbé.
Un film con Golshifteh Farahani, Hichem Yacoubi, Majd Mastoura Mastoura, Ramla Ayari.
Commedia, - Tunisia, Francia, 2019, durata 87 minuti.


Selma Derwich, psicanalista trentacinquenne, lascia Parigi per aprire uno studio nella periferia di Tunisi, dov'è cresciuta. Ottimista sulla missione, sdraiare sul lettino i suoi connazionali e rimetterli al mondo all'indomani della rivoluzione, Selma deve scontrarsi con la diffidenza locale, l'amministrazione indolente e un poliziotto troppo zelante che la boicotta. A Tunisi, dove la gente si confessa nelle vasche dell'hammam o sotto il casco del parrucchiere, Selma offre una terza via, un luogo protetto per prendersi cura di sé e prendere il polso della città.



Realizzatrice francese di origine tunisina, Manele Labidi ritrova le sue radici attraverso l'epopea di Selma, eroina scapigliata in bilico tra due culture.

Disorientata come la sua psicanalista davanti a un paese in mutazione, la regista sceglie la commedia e si confronta con le barriere culturali di una comunità che si dimostra scettica verso la pratica analitica.

La prima qualità di Un divano a Tunisi è proprio la scelta di affrontare il suo soggetto col sorriso. Manele Labidi comprende tutto il potenziale comico della situazione e la dimensione assurda di una società schizofrenica che rifiuta un aiuto psicologico. La comicità affiora a ogni seduta, provocando scene esilaranti e collezionando una galleria di ritratti irresistibili (e stonati): un imàm che ha perso la 'fede' e la moglie, un'esuberante proprietaria di un salone di bellezza che ha un rapporto difficile con la madre, un paranoico che sogna presidenti e dittatori, un adolescente ribelle pronta a tutto pur di lasciare la Tunisia, un poliziotto reazionario.

Tutti vogliono un posto al sole e sul lettino di Selma, che diventa il teatro di eccessi comici ma anche di momenti malinconici e interrogativi esistenziali. Perché contro la legge del silenzio, Selma ascolta. Ascolta passare sul divano del titolo i malesseri di una società intera combattuta tra tradizioni religiose e bisogno di parlare per ricostruirsi. Dall'altra parte del divano e con la benedizione di Freud, sonda l'inconscio di un Paese e dissolve lo spleen che annebbia la sua vita.

In una scena spassosa e onirica, il fantasma dello psicanalista ebreo appare lungo una strada deserta mentre la protagonista è in panne emozionale. Allineata con le preoccupazioni sociali della Tunisia, la psicanalisi ha conosciuto un picco di interesse presso la classe media dopo la rivoluzione (dei Gelsomini nel 2010), che ha avuto un impatto considerevole sulla psiche della popolazione.

Attraverso le risorse comiche, la regista traccia un affresco sociale efficace. La finzione flirta col documentario, disegnando un Paese in piena ricostruzione (sociale, politica, economica) e filmando un tragitto esistenziale verso la verità e la conoscenza di sé. E la forza metalinguistica del film fa bene (anche) allo spettatore che guarda avanzare Golshifteh Farahani radiosa nei suoi jeans e dentro una canzone di Mina ("Città vuota"). L'attrice franco-iraniana aggiunge al suo carnet un altro ruolo di resistente. Un ruolo a sua immagine che conferma la coerenza delle sue scelte.

Commedia terapeutica, che 'scambia' Freud per un fratello musulmano, Un divano a Tunisi soffia un vento di speranza, la primavera araba è appena (ri)cominciata.





(fonte - https://www.mymovies.it)


GIO 20 FEB - ORE 21.00
VEN 21 FEB - ORE 21.00
SAB 22 FEB - ORE 18.30 / 21.00
DOM 23 FEB - ORE 16.00 / 18.30 / 21.00
CRIMINALI COME NOI
Regia di Sebastián Borensztein.
Un film con Ricardo Darín, Luis Brandoni, Chino Darín, Verónica Llinás, Daniel Aráoz.
Commedia, Avventura - Argentina, Spagna, 2019, durata 116 minuti.

🥇 MIGLIOR FILM ISPANOAMERICANO - GOYA 2020


Argentina, dicembre 2001. Un gruppo di amici riunisce tutti i loro risparmi per acquistare alcuni silos abbandonati e fondare una cooperativa nella loro piccola città di campagna. Ma siamo alla vigilia della crisi economica e gli investimenti del gruppo vengono bloccati. Gli amici scoprono presto di essere in realtà stati truffati da un direttore di banca e da un avvocato senza scrupoli. Per il gruppo è giunto il momento di riprendersi ciò che è loro, mettendo in atto uno dei piani più strampalati di sempre.



Tratto dal romanzo 'La noche de la Usina', scritto da Eduardo Sacheri (che ha anche collaborato alla stesura del copione di Criminali come noi), in patria il film è stato paragonato a Ocean's Eleven.

È il 2001, siamo ad Alsina, una località dell'Argentina dell'est, vicino all'Oceano Atlantico. In una piccola cittadina rimasta priva di ogni genere di risorse e quasi disabitata, l'ex calciatore professionista Fermín Perlassi e sua moglie Lidia mettono insieme una piccola impresa per provare a risollevare le sorti economiche del circondario. Insieme con degli amici che condividono la loro iniziativa imprenditoriale, i due coniugi mettono faticosamente insieme una cifra di circa 160.000 dollari americani con cui provare a comprare il locale silos abbandonato ma non essendoci nessuna banca ad Alsina, i Perlassi devono depositare il loro denaro nella vicina Villagrán. Qui, l'operatore di banca Alvarado li convince a depositare i soldi non in una cassetta di sicurezza ma sul suo conto corrente per accelerare il processo di vendita del silos. Il giorno dopo, il 19 dicembre 2001, il governo argentino annuncia il famoso corralito, ossia quel provvedimento per cui, in tutto il paese, nessun cittadino avrebbe potuto ritirare dalla banca più di 250 dollari al giorno. A questo punto, i protagonisti si trovano con tutto il loro denaro bloccato in banca e la necessità impellente di recuperarlo in qualche modo e devono studiare un piano per riuscirci.

Due sono i principali collegamenti con il film di Soderbergh: da una parte l'argomento centrale della trama - un tentativo di rapina -, dall'altra il fatto che si tratti di un'opera corale, con tanti attori, scelti tra quelli più noti del paese.

Il cast mette insieme tanti interpreti argentini che da noi sono poco noti ma che, come detto, in Argentina sono molto famosi, a cominciare da Ricardo e Chino Darín, rispettivamente interpreti di Fermín e Rodrigo Perlassi, i quali hanno anche contribuito alla stesura del copione in qualità di co-sceneggiatori. Tra gli altri troviamo anche Luis Brandoni e Verónica Llinás.

Diretto da Sebastián Borensztein, Criminali come noi si è aggiudicato nel gennaio 2020 il premio Goya per il Miglior Film Ispanoamericano.



(fonte - https://www.mymovies.it)




MER 4 - MARZO - ORE 21.00
MER 11 - MARZO - ORE 21.00
MER 18 - MARZO - ORE 21.00
OMAGGIO A AGNÈS VARDA 
Una voce unica nel coro nouvelle vague, prima regista donna a ricevere un Oscar alla carriera. Nata fotografa, Agnès Varda per oltre settant’anni ha girato film con lo stesso contagioso piacere, senza distinzioni tra generi, formati, durate, fiction o documentario. Un cinema in prima persona, singolare, fatto di luoghi, strade, attese, lo sguardo che si fa all’occorrenza femminista e sociale, senza perdere in libertà poetica. Una grande signora del cinema che negli anni ha portato sullo schermo i volti, le vite, i pensieri di tante altre donne, sempre ascoltando la loro ‘voce’ e la propria volontà di autrice, senza cedimenti a nessun vincolo esterno.

VARDA BY AGNÈS
(Francia/2019) di Agnès Varda (115')
MER 4 MARZO - ORE 21.00


“Nel 1994, in coincidenza con una retrospettiva alla Cinémathèque française, ho pubblicato un libro
intitolato Varda par Agnès. Venticinque anni dopo, lo stesso titolo viene dato al mio film fatto di immagini in movimento e di parole. Il progetto è lo stesso: fornire le chiavi della mia opera. Il film si divide in due parti, una per secolo. Il Ventesimo secolo va dal mio primo lungometraggio La Pointe courte del 1954 all’ultimo del 1996, Cento e una notte. Nel mezzo ho girato documentari, film, sia lunghi che brevi. La seconda parte inizia nel Ventunesimo secolo, quando le piccole cineprese digitali hanno cambiato il mio approccio al documentario, da Les Glaneurs et la glaneuse nel 2000 a Visages, Villages diretto con JR nel 2017. Ma in quel periodo ho creato soprattutto installazioni d’arte, i Triptyques atypiques, le Cabanes de Cinéma, e ho continuato a fare documentari, come Les Plages d’Agnès. Tra le due parti c’è un piccolo promemoria della mia prima vita di fotografa. [...] Potremmo chiamarla ‘lezione magistrale’, ma non mi sento una maestra e non ho mai insegnato.
Non mi piace l’idea. Non volevo farne una cosa noiosa. Così si svolge in un teatro pieno di gente, o in un giardino, e cerco di essere me stessa e di trasmettere l’energia o l’intenzione o il sentimento che voglio condividere. È quello che chiamo ‘cinescrittura’, in cui le scelte partecipano a qualcosa che si chiama ‘stile’”. (Agnès Varda)



VARDA FA CONVIVERE, ANCORA UNA VOLTA, ASTRAZIONE E REALTÀ. COGLIENDO L'ESSENZA DI UN SENTIMENTO






CLÉO DALLE 5 ALLE 7
(Cléo de cinq à sept, Francia/1962) di Agnès Varda (85')
MER 11 MARZO - ORE 21.00


Due ore di tempo (quasi) reale per conoscere Cléo, graziosa, capricciosa, narcisista chanteuse parigina, convinta che "essere brutte è come essere morte". Ma l’attesa di un responso radiologico pone Cléo di fronte alla vera natura della mortalità, mentre Parigi e la sua vita le scorrono intorno. Risposta femminile e indimenticabile ai tanti ritratti di donna godardiani.

 A SEGUIRE 
RÉPONSE DE FEMMES
(Francia/1975) di Agnès Varda (7')

Antenne 2 chiede a sette registe di rispondere in sette minuti alla domanda: “Che cosa significa essere
donna?”. Agnès Varda risponde con un ciné-tract: alcune donne discutono di sesso, desiderio, pubblicità e bambini (averne o non averne). Una donna nuda e incinta che danza e ride a squarciagola suscitò allora proteste scritte di alcuni telespettatori.






DAGUERRÉOTYPES
(Francia-RFT/1976) di Agnès Varda (80')
MER 18 MARZO - ORE 21.00


Agnès, insieme alla figlia Rosalie, esce in strada e filma. La strada è Rue Daguerre, nel 14° arrondissement, dove ha abitato per cinquant'anni. La sua cinepresa interroga le vite di bottega, i negozianti della via, cerca e trova la concreta poesia delle baguettes croccanti, delle bistecche fresche di taglio, delle stoffe cucite a mano.
Intanto ascolta storie, che sono talora storie di migrazioni, di gente che ha cercato e trovato un posto nel mondo. Sì, se ci aspettiamo il fascino di una Parigi che non c'è più, l'attesa è ripagata.

A SEGUIRE
SALUT LES CUBAINS
(Francia-Cuba/1963) di Agnès Varda (30')

Documentario, fotografia, temi politici e sociali, la donna, il ricordo. Salut le cubains è un dinamico e gioioso montaggio a ritmo di cha-cha-cha di foto scattate all'indomani della rivoluzione castrista. Commento di Michel Piccoli.


(fonte - https://www.mymovies.it)


GIO 13 FEB - ORE 21.00
SAB 15 FEB - ORE 21.00
DOM 16 FEB - ORE 16.00
MEMORIE DI UN ASSASSINO
Regia di Bong Joon-ho.
Un film con Song Kang-ho, Sang-kyung Kim, Roe-ha Kim, Song Jae-ho, Hie-bong Byeon.
Genere Poliziesco - Corea del sud, 2003, durata 129 minuti.

Arriva in sala, per la prima volta in Italia, il capolavoro di Bong Joon Ho MEMORIE DI UN ASSASSINO: un thriller avvincente in cui il regista miscela perfettamente, proprio come in Parasite i registri comico e drammatico.


Gyeonggi, 1986. Il cadavere di una ragazza violentata scatena le indagini dell'inadeguata polizia locale, intenta più a cercare un capro espiatorio che a trovare il vero colpevole. Gli omicidi si susseguono inarrestabili e un ispettore arriva da Seoul per fare luce sul mistero. Il volto di Song Kang-ho, uno dei migliori attori della sua generazione, guarda in camera attonito e si rivolge direttamente a noi, smarriti e confusi, pieni di "perché". Come è possibile che l'uomo possa compiere atti simili? O forse, se una nazione intera vive all'insegna della violenza e dell'ingiustizia, quanto avviene non è che una naturale conseguenza?


In mezzo a tanto cinema autocritico sugli anni bui della Corea del Sud, Memories of Murder si staglia come l'exemplum ideale per restituire il clima di ignoranza e violenza sotto il regime militare nella provincia più sperduta, mantenendo sullo sfondo - anziché giudicando in maniera didascalica - le aberrazioni del governo

Tanto la politica è nei gesti, nelle scelte, nel coprifuoco, nella paura della gente, ormai priva di fiducia nei confronti della polizia e dei suoi abusi; sfiducia guadagnata sul campo dai tutori della legge, che nel proprio modus operandi prevedono prove falsificate e confessioni estorte a suon di calci e pugni. Anche nei confronti di ritardati come Kwang-ho o di innocui pervertiti, evidentemente innocenti sin da subito. La narrazione del talentuoso Bong Joon-ho (The Host, Mother) adotta un registro quasi comico per sottolineare il clima farsesco della polizia di regime, ma non ne nasconde incompetenza e brutalità; l'autorità come manganello del potere, che manca degli uomini necessari per impedire un omicidio perché sono tutti impegnati a reprimere una rivolta studentesca.

Nemmeno l'ispettore proveniente da Seoul, presentato da Bong come un infallibile indagatore da libro giallo, riesce a districare la matassa, finendo per farsi trascinare dall'esasperazione figlia dell'impotenza. L'assassino non si può catturare perché invisibile, perché espressione della cattiva coscienza di un Paese malato, perché è ovunque, tanto nella disperazione disumana della baraccopoli quanto nello sciagurato distretto di polizia, dove l'elemento più brillante, in quanto donna, serve al più da cameriera. La fotografia di Kim Heong-gyu sottolinea il clima malsano di Gyeonggi: un abisso di pessimismo sulla natura umana dove è bandita ogni forma di redenzione ma soprattutto di comprensione. Uno dei capolavori della Corea di inizio millennio, oltre che un clamoroso successo di pubblico.



(fonte - https://www.mymovies.it)


VEN 14 FEB - ORE 21.00
SAB 15 FEB - ORE 18.30
DOM 16 FEB - ORE 18.30
ALICE E IL SINDACO
Regia di Nicolas Pariser.
Un film con Fabrice Luchini, Anaïs Demoustier, Nora Hamzawi, Léonie Simaga, Antoine Reinartz.
Commedia - Francia, 2019, durata 103 minuti.


A qualche mese dalle elezioni municipali, il sindaco di Lione non ha più idee. Dopo trent'anni di vita politica è come svuotato. In suo soccorso, l'entourage comunale recluta una giovane normalista. Il ruolo di Alice Heimann è rigenerare la capacità di pensare del sindaco e la visione necessaria all'azione politica. Introdotta nel cerchio della fiducia, Alice rivela un'agilità innata per la 'cosa politica' fornendo carburante alla macchina municipale. E la macchina riparte ma gli scossoni e i sobbalzi non tarderanno a costringerla alla sosta forzata.


Rivelato nel 2015 da un thriller politico paranoico e promettente (Le Grand Jeu), Nicolas Pariser si impone con Alice e il sindaco come il regista per eccellenza del film politico francese.

La politica, reale o sognata, diventa il terreno di (gran) gioco di un autore audace e ispirato, erede di Rohmer, a cui l'ultimo film fa esplicitamente riferimento. Ammiratore del suo cinema, Nicolas Pariser segue studente un corso del regista alla Sorbona a cavallo del ventunesimo secolo e dimostra la sua ammirazione nel titolo, omaggio limpido a un classico di Éric Rohmer, L'albero, il sindaco e la mediateca. Commedia filosofica sulla ruralità, l'ecologia e le manovre politiche, il film di Rohmer ospitava un giovane Fabrice Luchini, non ancora sindaco socialista (interpretato da Pascal Greggory) ma insegnante nel cuore della Francia rurale.

Lontano dal fare della politica un uso funzionale, gioco di sosia o semplice motore per commedia o thriller, Pariser opta per la frontalità del reale. Alice e il sindaco rende conto di un consiglio comunale, delle forze di potere in gioco ma soprattutto del consolidarsi della relazione filiale tra una giovane normalista e un sindaco consumato. Attraverso la loro interazione, il regista affronta la natura e l'etica della politica, intesa come amministrazione del bene pubblico coerente a un sistema di valori.

Nell'arena politica schiera una giovane donna di lettere, disorientata davanti a un mondo politico che naviga a vista e cerca nella sua giovinezza un po' di carburante per ravvivare la fiamma, e un vecchio lupo, un sindaco in crisi che rappresenta tuttavia l'utopia di un governante (ancora) illuminato.

Se lo stile sobrio di Anaïs Demoustier elude lo stereotipo della generazione Y, appassionata delle nuove tecnologie ma smarrita nel mondo a dispetto degli studi brillanti, Fabrice Luchini non si limita a mostrare quello che è l'incarnazione di un'istituzione, con tutta l'autorità di cui necessita, ma restituisce una sorta di spossatezza che si confonde con la sua volontà di controllo.

Luchini è pienamente se stesso, riconosciamo la sua immagine pubblica ma una gravità inusuale altera il suo istrionismo. Il suo Paul Théraneau possiede una vita propria (sindaco di Lione progressista) e non deve niente a nessun modello francese conosciuto (né Sarkozy, né Hollande, né Macron). Come Luchini sembra aver abitato il cinema di Rohmer con cui condivide la passione per la parola letteraria, l'erudizione dei dialoghi, la riflessione intellettuale, la finezza comica.

Eppure, ancora una volta, la parola luchiniana è impedita, non si dispiega. I suoi personaggi preferiti sembrano essere uomini in crisi, confrontati con la vanità del loro linguaggio, che sia da Rohmer ma anche da Jacquot (Niente scandalo), Ozon (Nella casa), Dumont (Ma Loute) e recentemente Mimran (Parlami di te). Paul Théraneau si aggiunge alla galleria. Il suo sindaco non è un cattivo politico, al contrario, ha delle convinzioni sincere, una volontà di trasmissione e di condivisione, un interessamento generoso ma non ha più nessuno a cui dare credito. Il sorriso che gli regala Alice svanisce presto e lascia il posto alla malinconia delle passioni incompiute che Luchini restituisce perfettamente. La sua voce acquisisce progressivamente una limpidezza, una forma di chiarezza che non gli conoscevamo.

Davanti a lui Alice non è né una fata, né un'amante potenziale. La loro relazione ha il buon gusto di restare platonica e permette al sindaco di fare i conti coi desideri sfumati e di accettare la necessità di chiudere un capitolo. Alice da par suo ascolta e riflette sulla modestia in un mondo megalomane che condanna al limbo i suoi appunti e le sue osservazioni pertinenti. Le sue parole serviranno tuttavia a galvanizzare Théraneu, riacceso (provvisoriamente) in una requisitoria contro i mostri della finanza.

Trascendendo il potere, sollevano insieme la visione della politica, delle parole, delle idee rigenerandosi mutualmente. Rappresentanti di due generazioni confuse e sole, si consolano trovando un tempo per il dialogo, un tempo rubato alle agende compresse, un tempo per (ri)generare la parola politica. Trovare il tempo è anche costruire l'acme del film in un lungo piano sequenza di redazione di un discorso sulla guerra economica e gli enfants della Repubblica, prolungamento trasparente del discorso elettorale di François Hollande a Bourget, un discorso rimasto senza seguito. Il film osa reclamare il diritto al seguito pur siglando una dichiarazione di fulminante impotenza della politica ad agire.

Rappresentazione della crisi democratica che colpisce la Francia, Alice e il sindaco chiude con una domanda, lasciando lo spettatore libero di decidere per la rinascita o per l'abbandono. Con la medesima volontà di gratitudine e di trasmissione che spingeva gli autori della Nouvelle Vague a moltiplicare i piani sui loro libri prediletti, Nicolas Pariser lascia che la sua camera indugi sulle opere consultate da Alice per aiutare il sindaco a ri-pensare. Le ultime parole del film si applicano allora a un personaggio di Herman Melville, Bartleby, lo scrivano che "preferiva di no". È Alice a regalare il libro a Théraneau in fondo al film, spalancando l'abisso della riflessione: come (anche) le migliori volontà sono passate dal "guardare le cose diversamente" a "preferire di no"?





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MER 19 FEBBRAIO - ORE 21.00
IN COLLABORAZIONE CON IL
CENTRO FUMETTO "ANDREA PAZIENZA"
OSPITE IL REGISTA GIANCARLO SOLDI
BIGLIETTO UNICO - 8 EURO
STUDENTI / CENTRO FUMETTO - 
6 EURO
CERCANDO VALENTINA
IL MONDO DI GUIDO CREPAX
Regia di Giancarlo Soldi.
Documentario - Italia, 2019, durata 75 minuti.


Un viaggio alla scoperta del mondo visionario di Guido Crepax e della sua creatura più popolare. Frutto della Milano degli anni Sessanta e della creatività di un artista unico, che ne è oggi di Valentina? Attraverso un gruppo di studiosi, giornalisti, artisti, sceneggiatori e musicisti, il regista Giancarlo Soldi prova a ricostruire il significato di questa icona.
Erano i favolosi anni Sessanta, quando Guido Crepax si unì alla geniale squadra raccolta attorno alla rivista Linus e creò la sua Valentina. Da quel momento la celeberrima ragazza col caschetto bruno divenne la perfetta incarnazione delle tensioni e dello spirito di un'epoca, dando voce a un diverso modo di intendere la sessualità e il piacere.



Il docufilm di Soldi, insaziabile esploratore della storia del fumetto italiano, riflette a livello formale l'indomita libertà e l'anticonformismo del personaggio.

La formula tradizionale dell'intervista viene infatti contaminata da altri linguaggi e sintassi narrative, che vanno dal found footage - con meravigliose immagini della Milano di ieri e di casa Crepax - alla fiction surrealista. La ricerca cui fa riferimento il titolo è dunque tanto quella dei "testimoni" reali, che partecipano con i loro tasselli all'enigma di Valentina, quanto quella del fidanzato Rembrandt, interpretato da un attore in suggestive sequenze in bianco e nero.

Ma a parlare sono soprattutto le tavole di Crepax, che talvolta interagiscono con gli attori in carne ed ossa per raccontarci la qualità principale delle storie di Valentina: la loro capacità di esondare le pagine disegnate per farsi racconto universale di pulsioni inconsce. Trasformando, come giustamente evidenzia Francesco Casetti, la piccola esperienza individuale in epifania.

Già, perché quello che emerge molto bene dalle interviste è quanto l'erotismo fosse la chiave, personalissima, attraverso cui Crepax interpretava il decennio della contestazione, certo che la nudità potesse avere un carattere rivoluzionario molto più dirompente di qualunque reclamo o gesto eclatante.

E così rivoluzionario fu il taglio alla Fontana rappresentato dal corpo desiderante di Valentina, che neppure i movimenti femministi, all'epoca, furono in grado di accoglierlo come il simbolo di una vittoria e di un'emancipazione reale. Perché il personaggio era slegato da qualunque forma di mercificazione di sé, puntando in maniera del tutto consapevole al raggiungimento del proprio piacere. Senza contare le altre caratteristiche di cui la dotò Crepax, come la dinamica vita professionale e il gusto letterario, aspetti del tutto inediti per un personaggio femminile dell'epoca.

Il legame con il cinema, sublimato dalle immagini di Louise Brooks a cui lo stesso Crepax si era ispirato per definire le fattezze della sua eroina, in Cercando Valentina viene indagato attraverso presenze emblematiche come quella di Mario Martone. Perché l'intuizione geniale di Crepax non fu solo di creare un personaggio destabilizzante, una Lulu moderna e imprendibile, quanto di portare nel fumetto un'impaginazione innovativa, che rifletteva il montaggio sconnesso e i falsi raccordi con cui Godard stava rivoluzionando la settima arte.

Ma dal racconto emergono anche dettagli d'archivio e frammenti luminosi che da soli basterebbero a far rimpiangere la Milano di Crepax. Che dire, ad esempio, degli splendidi giochi da tavolo che l'artista ideava e realizzava per invitare amici, tra cui un fedelissimo Claudio Abbado, e famigliari a giocare alla battaglia? È su queste parentesi leggere, più che sulla parte di fiction, che il lavoro di Soldi regala i momenti migliori, combinando il gusto della scoperta con la malinconia per il tempo e le storie perdute.





(fonte - https://www.mymovies.it)