PROSSIMAMENTE


LO PUOI VEDERE
DAL 6 GIUGNO SU

18 REGALI
Regia di Francesco Amato.
Un film con Vittoria Puccini, Benedetta Porcaroli, Edoardo Leo, Sara Lazzaro, Marco Messeri.
Biografico, Drammatico, - Italia, 2020, durata 115 minuti.


Francesco Amato, regista e cosceneggiatore (con Massimo Gaudioso e Davide Lantieri) fa del suo meglio per evitare le trappole del pietismo e della lacrima gratuita, e la sua mano (più) leggera cerca strade meno convenzionali e soluzioni narrative meno manipolatrici.

Anche la svolta soprannaturale della vicenda, che vede Anna adulta confrontarsi con la propria madre incinta di lei, è gestita con un certo pudore, ma comporta molte implausibilità e alcune sviste logiche. Soprattutto manca, rispetto a quello che è un altro sottogenere (cui appartengono film come Peggy Sue si è sposata), il senso di vertigine che può provare un essere umano davanti alla versione giovanile dei membri della propria famiglia. Sono ben seminati invece alcuni elementi simbolici, come la propensione di Anna a tuffarsi all'indietro o lo scambio delle scarpe fra madre e figlia, parte di quel percorso di crescita che a Elisa e Anna è mancato.

Amato sceglie di imprimere alla sua storia il tono disincantato e iconoclasta dell'adolescente che ne è protagonista, e Benedetta Porcaroli entra bene in quell'atteggiamento strafottente, mentre Vittoria Puccini presta al ruolo di Elisa la sua immagine di persona precisa e rigorosa, risultando perfettamente credibile nei panni di una pianificatrice che, anche di fronte ad una malattia letale, continua imperterrita a stilare liste.

Ci sono sottolineature eccessive, come la musica spalmata ovunque, e un cambiamento troppo repentino in sceneggiatura fra la caratterizzazione iniziale della coppia Elisa-Alessio e quella che si sviluppa dopo la notizia della malattia. Ma 18 regali fa la scelta coraggiosa di raccontare un rapporto mamma-figlia in tutta la sua amorevole conflittualità, indipendentemente dalle condizioni entro cui si dipana. E pone una domanda davvero dolorosa: come si fa a tagliare il cordone ombelicale emotivo dalla propria madre quando si è a malapena fatto in tempo a tagliare quello fisico?

(fonte - https://www.mymovies.it)


LO PUOI VEDERE
DAL 30 MAGGIO  SU

DOPO IL MATRIMONIO
Regia di Bart Freundlich.
Un film con Michelle Williams, Julianne Moore, Billy Crudup, Eisa Davis, Abby Quinn, Alex Esola, Doris McCarthy.
Drammatico, - USA, 2019, durata 110 minuti.

Isabel ha dedicato la gran parte della sua vita ai bambini di un orfanotrofio di Calcutta e da sette anni è diventata come una madre per il piccolo Jai, un ragazzino vulnerabile che si è profondamente legato a lei. L'offerta di una facoltosa società americana di finanziare l'orfanotrofio in bancarotta la costringe, però, a tornare a New York, dove non mette piede da più di vent'anni. Qui incontra Theresa, la magnate multimilionaria che ha chiesto di incontrarla, ma da subito appare evidente che la donna è meno interessata all'orfanotrofio che a conoscere meglio Isabel, tanto che la invita al matrimonio della figlia Grace. Da quel giorno, Isabel viene progressivamente a conoscenza di una serie di segreti passati e presenti, destinati a sconvolgere la sua vita e quella di tutti gli altri.


Bart Freundlich, regista poco prolifico ma sceneggiatore esperto di relazioni sentimentali e incomprensioni familiari, riscrive il dramma portato sullo schermo dalla regista danese Susanne Bier sostituendo la coppia di protagonisti maschili con quella al femminile composta da Michelle Williams e da Julianne Moore, sua moglie e interprete di quasi tutti i suoi film.

Il tema della maternità, biologica o sostitutiva, scelta o rifiutata, assume dunque un ruolo centrale ma solo in apparenza, perché cambiando di genere ai protagonisti della storia, il regista può in realtà raccontare la scelta di un uomo e il legame che ha instaurato con la figlia.

Dietro le vetrate vertiginose degli hotel e degli uffici high-tech della metropoli contemporanea, e dietro l'impegno dell'occidentale negli slums indiani, si consuma così un melodramma antico, o quanto meno eterno, che intreccia passato e futuro ("Dove si va? Dove andrò?" domanda il personaggio di Julianne Moore nella scena più drammatica), nascita e rinascita (il nido caduto, facile simbolo di morte, trova nuova vita nell'arte) e porta in superficie l'assurdità dell'esistenza, per cui non solo non possiamo controllare le nostre vite ma a volte le stesse sembrano scritte dalla penna barocca di uno sceneggiatore senza freni.

Forte di un perfetto cast artistico, Dopo il matrimonio è soprattutto un film di interpreti e, tra questi interpreti, la Moore e Crudup si collocano comodamente una spanna sopra gli altri. Non si troveranno, invece, particolari sottigliezze di regia e anzi, nel tentativo di restare minimale di fronte a tanta trama, ne va talvolta dell'emozione e alcuni passaggi appaiono inespressi. Ciò che il film inventa, in ogni caso, è sufficiente per aprire diversi fronti di dibattito, pubblico e privato.

(fonte - https://www.mymovies.it)


LO PUOI VEDERE
DAL 23 MAGGIO  SU
FAVOLACCE
Regia di Fabio D'Innocenzo, Damiano D'Innocenzo.
Un film con Elio Germano, Tommaso Di Cola, Giulietta Rebeggiani, Gabriel Montesi, Justin Korovkin. Drammatico, - Italia, 2020, durata 98 minuti.

🥇 MIGLIOR SCENEGGIATURA - FESTIVAL DI BERLINO 2020 🥇

Una calda estate in un quartiere periferico di Roma. Nelle villette a schiera vivono alcune famiglie in cui il senso di disagio costituisce la cifra esistenziale comune anche quando si tenta di mascherarlo. I genitori sono frustrati dall'idea di vivere lì e non altrove, di avere (o non avere) un lavoro insoddisfacente, di non avere in definitiva raggiunto lo status sociale che pensavano di meritare. I figli vivono in questo clima e ne assorbono la negatività cercando di difendersene come possono e magari anche di reagire.


Gli autori la definiscono, in contrasto con il realismo della loro opera prima, come una favola nera in cui hanno riversato, attraverso la voce di un narratore, il vuoto pneumatico di figure parentali (con in più un docente) che dovrebbero insegnare a vivere ai propri figli mentre invece hanno perduto qualsiasi capacità di positività e di sguardo sul futuro.

La loro vita è fatta di passività (le mogli) o di aggressività verbale (la neo madre) mentre i maschi (chiamarli 'uomini' sarebbe attribuire loro una maturità intellettuale e caratteriale che, ognuno a suo modo, non possiedono) si nutrono di rabbie a stento represse e di velleità machiste. Ma, come insegnava Vittorio De Sica nel 1943 I bambini ci guardano. Come il piccolo Pricò, questi ragazzini sono costretti ad assistere al disfarsi e corrompersi di qualsiasi punto di riferimento. Anche se hanno tutti 10 nella pagella scolastica (magari con un 9 in condotta) quella che potrebbero assegnare ai genitori dovrebbe riempirsi solo di "inclassificabile" che è una valutazione ancora peggiore dello 0. Costretti da ciò che li circonda a comportarsi 'da grandi' (come se quello che i loro modelli familiari propongono significasse esserlo) cercano di individuare una via d'uscita. La troveranno con soluzioni diverse.

I D'Innocenzo ci propongono solo tinte scure e a uno sguardo superficiale si potrebbe pensare che di pessimismo oggi ne circola già abbastanza senza bisogno di ulteriore impegno. Di fatto però non è così. Perché questa più che una favola nera è (ci si perdoni il gioco di parole) una favola 'vera'. Basta leggere le cronache quotidiane per rendersene conto.

E se nelle favole nere non ci sono principi azzurri qui invece ce ne sono ben due. Sono i D'Innocenzo che, concentrando in una sorta di overdose narrativa il negativo sempre più presente nella società contemporanea, anche se con una diffusione a macchia di leopardo, ci vogliono ammonire. Ci ricordano che sempre più spesso i draghi dell'insensibilità e dell'amoralità (travestita da perbenismo di facciata) si annidano in quelle grotte che sono diventate certe abitazioni in cui solo apparentemente c'è tutto ciò che occorre. Questo film è la lancia che utilizzano per aiutarci a prenderne coscienza e ad iniziare a stanarli per poi sconfiggerli.


(fonte - https://www.mymovies.it)



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LO PUOI VEDERE DAL 18 MAGGIO
FINO AL 18 GIUGNO SU
I MISERABILI
Regia di Ladj Ly.
Un film con Damien Bonnard, Alexis Manenti, Djibril Zonga, Issa Perica, Al-Hassan Ly.
Drammatico, - Francia, 2019, durata 100 minuti.
V.M. 14 ANNI

🥇 PREMIO DELLA GIURIA - FESTIVAL DI CANNES 2019 🥇
🥇 RIVELAZIONE EUROPEA - EUROPEAN FILM AWARDS 2019 🥇
🥇 MIGLIOR FILM FRANCESE - CESAR 2020 🥇
🥇 CÉSAR DEL PUBBLICO - CESAR 2020 🥇
🥇 MIGLIOR ATTRICE ESORDIENTE - CESAR 2020 🥇
🥇 MIGLIOR MONTAGGIO - CESAR 2020 🥇
🥇 MIGLIOR FILM - LUMIERE AWARDS 2020 🥇
🥇 MIGLIOR ATTORE ESORDIENTE - LUMIERE AWARDS 2020 🥇
🥇 MIGLIOR SCENEGG.RA - LUMIERE AWARDS 2020 🥇
🥇 MIGLIOR FILM EUROPEO - GOYA 2020 🥇

Montfermeil, periferia di Parigi. L'agente Ruiz, appena trasferitosi in loco, prende servizio nella squadra mobile di polizia, nella pattuglia dei colleghi Chris e Gwada. Gli bastano poche ore per fare esperienza di un quartiere brulicante di tensioni tra le gang locali e tra gang e forze dell'ordine, per il potere di dettare legge sul territorio. Quello stesso giorno, il furto di un cucciolo di leone dalla gabbia di un circo innesca una caccia all'uomo che accende la miccia e mette tutti contro tutti.


Ispirato alle rivolte di strada di Parigi del 2005 e ad altri fatti realmente accaduti, con I Miserabili il regista Ladj Ly, nato e cresciuto, anche come filmaker, nel sobborgo che racconta, espande l'omonimo cortometraggio in un film di grande impatto, tale da riportare alla mente L'Odio di Kassovitz, rispetto al quale misura anche la crescita frammentata ed esponenziale di certe realtà della banlieue parigina.

I Miserabili, che del grande romanzo popolare di Victor Hugo usa l'ambientazione e una didascalia finale, ma soprattutto incarna le preoccupazioni profonde, non conta un momento di troppo, ma contiene al suo interno tre film ben distinti.

Il primo, il prologo, è un film di finzione, nonostante la realtà delle immagini: la Francia multiculturale unita dal tifo per la nazionale di calcio in una gioiosa sintesi interetnica e interreligiosa. Poi c'è il secondo film: la vita di tutti i giorni, costruito come un teso film di genere, che intreccia la giornata dei tre agenti con quella del "Sindaco" e del suo braccio destro, impegnati a farsi strada come boss del quartiere, con gli affari dei boss locali dello spaccio, dei Fratelli Musulmani e del loro leader, Salah, schedato come pericoloso perché insieme ai kebab dispensa il suo pensiero, e poi con i gitani del circo e con i tanti ragazzini dei palazzoni popolari, come Issa, che ne combina una dietro l'altra, o Buzz, che col suo drone spie le ragazze e ciò che non dovrebbe.

Un film multifocale, nel quale il punto di vista del nuovo arrivato non coincide con quello dei due veterani della pattuglia, e nel quale dialogano senza saperlo lo sguardo orizzontale della polizia, che cerca di farsi strada nel labirinto delle gang, come in un mercato all'aperto, e quello dell'alto del drone, che diviene accidentalmente testimonianza, coscienza sporca, arma.

A riempire il vuoto intermedio tra i due livelli ci penserà il terzo film, quello più amaro, chiuso dentro il palazzo suburbano come dentro un cuore di tenebra, dislocato in verticale lungo scale e pianerottoli. Qui si gioca la guerra decisiva, tra generazioni. La guerra contro la rabbia istintiva, di chi è arrivato a sopportazione; la guerra che scardina le regole del sistema e il cui esito è ancora aperto, perché è un conflitto in atto, o forse ancora in potenza, ma pronto a deflagrare, alle porte della città e della società. Quest'ultimo è il film di denuncia, nascosto dietro il fumo dell'azione e dei lacrimogeni fatti in casa.

Ladj Ly (già co-regista del bellissimo documentario A voce alta) conosce da vicino ciò che racconta, e questo, insieme ad un'ottima scrittura, lo esime dall'indulgere in qualsiasi introduzione o commento di sorta, permettendogli di affidare solo e soltanto alla tensione dell'azione la chiarezza del suo messaggio.





(fonte - https://www.mymovies.it)







ANTEPRIMA NAZIONALE
DOMENICA 8 MARZO 21.00
UN DIVANO A TUNISI
Regia di Manele Labidi Labbé.
Un film con Golshifteh Farahani, Hichem Yacoubi, Majd Mastoura Mastoura, Ramla Ayari.
Commedia, - Tunisia, Francia, 2019, durata 87 minuti.


Selma Derwich, psicanalista trentacinquenne, lascia Parigi per aprire uno studio nella periferia di Tunisi, dov'è cresciuta. Ottimista sulla missione, sdraiare sul lettino i suoi connazionali e rimetterli al mondo all'indomani della rivoluzione, Selma deve scontrarsi con la diffidenza locale, l'amministrazione indolente e un poliziotto troppo zelante che la boicotta. A Tunisi, dove la gente si confessa nelle vasche dell'hammam o sotto il casco del parrucchiere, Selma offre una terza via, un luogo protetto per prendersi cura di sé e prendere il polso della città.



Realizzatrice francese di origine tunisina, Manele Labidi ritrova le sue radici attraverso l'epopea di Selma, eroina scapigliata in bilico tra due culture.

Disorientata come la sua psicanalista davanti a un paese in mutazione, la regista sceglie la commedia e si confronta con le barriere culturali di una comunità che si dimostra scettica verso la pratica analitica.

La prima qualità di Un divano a Tunisi è proprio la scelta di affrontare il suo soggetto col sorriso. Manele Labidi comprende tutto il potenziale comico della situazione e la dimensione assurda di una società schizofrenica che rifiuta un aiuto psicologico. La comicità affiora a ogni seduta, provocando scene esilaranti e collezionando una galleria di ritratti irresistibili (e stonati): un imàm che ha perso la 'fede' e la moglie, un'esuberante proprietaria di un salone di bellezza che ha un rapporto difficile con la madre, un paranoico che sogna presidenti e dittatori, un adolescente ribelle pronta a tutto pur di lasciare la Tunisia, un poliziotto reazionario.

Tutti vogliono un posto al sole e sul lettino di Selma, che diventa il teatro di eccessi comici ma anche di momenti malinconici e interrogativi esistenziali. Perché contro la legge del silenzio, Selma ascolta. Ascolta passare sul divano del titolo i malesseri di una società intera combattuta tra tradizioni religiose e bisogno di parlare per ricostruirsi. Dall'altra parte del divano e con la benedizione di Freud, sonda l'inconscio di un Paese e dissolve lo spleen che annebbia la sua vita.

In una scena spassosa e onirica, il fantasma dello psicanalista ebreo appare lungo una strada deserta mentre la protagonista è in panne emozionale. Allineata con le preoccupazioni sociali della Tunisia, la psicanalisi ha conosciuto un picco di interesse presso la classe media dopo la rivoluzione (dei Gelsomini nel 2010), che ha avuto un impatto considerevole sulla psiche della popolazione.

Attraverso le risorse comiche, la regista traccia un affresco sociale efficace. La finzione flirta col documentario, disegnando un Paese in piena ricostruzione (sociale, politica, economica) e filmando un tragitto esistenziale verso la verità e la conoscenza di sé. E la forza metalinguistica del film fa bene (anche) allo spettatore che guarda avanzare Golshifteh Farahani radiosa nei suoi jeans e dentro una canzone di Mina ("Città vuota"). L'attrice franco-iraniana aggiunge al suo carnet un altro ruolo di resistente. Un ruolo a sua immagine che conferma la coerenza delle sue scelte.

Commedia terapeutica, che 'scambia' Freud per un fratello musulmano, Un divano a Tunisi soffia un vento di speranza, la primavera araba è appena (ri)cominciata.





(fonte - https://www.mymovies.it)