PROSSIMAMENTE






GIO 30 GEN - ORE 21.00
VEN 31 GEN - ORE 21.00
SAB 1 FEB - ORE 18.30 / 21.00
DOM 2 FEB - ORE 16.00 / 18.30
VILLETTA CON OSPITI
Regia di Ivano De Matteo.
Un film con Marco Giallini, Michela Cescon, Massimiliano Gallo, Erika Blanc, Cristina Flutur.
Drammatico - Italia, 2020, durata 88 minuti.


Ventiquattr'ore per raccontare una splendida famiglia borghese e una ricca cittadina del nord Italia. Di giorno le nostre signore e i loro mariti ostentano pubblica virtù ai tavolini dei caffè. Poi, di notte, la commedia scivola nel noir ed esplode il lato oscuro della provincia in un susseguirsi di meschinità e violenze. I sette vizi capitali incarnati dai sette protagonisti si palesano ai nostri occhi quasi con innocenza. Nessuno è accusabile di nulla anche se, tutti insieme, si macchieranno del peggiore dei peccati.


Dopo I nostri ragazzi Ivano De Matteo torna a parlare della tracotanza dei ricchi ai quali è consentita ogni debolezza: e infatti affibbia a ognuno di questi personaggi un vizio capitale con cui l'interessato convive pacificamente.

In un paese non meglio identificato del Nordest italiano una famiglia altoborghese fa il bello e il cattivo tempo. L'erede della fortuna famigliare, Diletta, è una donna fragile che cerca di dare un senso alla sua vita impegnandosi in cause che vedono protagonista don Carlo, il prete con un debole per le parrocchiane. Suo marito Giorgio, romano, le è infedele e approfitta delle ricchezze della moglie a scapito dell'azienda di famiglia. La figlia Beatrice è un'adolescente arrabbiata, e la nonna è severa e taccagna. Intorno a loro si aggirano un poliziotto napoletano corrotto, un medico venduto e una famiglia di immigrati rumeni: Sonja, cameriera della famiglia altoborghese, il fratello Ilia, che traffica in affari loschi, e il figlio Adrian, combattuto fra l'onestà della madre e la furbizia dello zio.

Anche il prete, il medico e il poliziotto, che simboleggiano l'autorità costituita, sono peccatori irredenti, e la loro interazione con la famiglia al centro della storia è improntata all'opportunismo e alla compiacenza. Manca solo il politico locale, ma il pensiero dominante in quell'area geografica è ampiamente rappresentato.

De Matteo, insieme alla cosceneggiatrice Valentina Ferlan, si isipra chiaramente a Signore e signori (e un po' al Virzì de Il capitale umano) ma non ha la feroce ironia di Germi (e nemmeno quella "provinciale" di Virzì) nel costruire un nordest popolato da anime amorali e una provincia gretta in cui i rapporti di potere sono gli stessi da sempre.



(fonte - https://www.mymovies.it)


MER 5 FEBBRAIO
ORE 17.00 - IN ITALIANO
ORE 21.00 - IN INGLESE CON SOTT. ITALIANO
DOM 9 FEBBRAIO
ORE 21.00 - IN ITALIANO
BIGLIETTO INTERO 6 EURO
RIDOTTO STUDENTI / ARCI 5 EURO
IL DOTTOR STRANAMORE
OVVERO: COME IMPARAI A NON PREOCCUPARMI
E AD AMARE LA BOMBA
Regia di Stanley Kubrick.
Un film con Peter Sellers, George C. Scott, Sterling Hayden, Keenan Wynn, Slim Pickens, Peter Bull.
Commedia - Gran Bretagna, 1964, durata 93 minuti.

MIGLIOR REGIA FILM STRANIERO - NASTRI D'ARGENTO 1965


La fine del mondo in epoca atomica: nella sala da guerra del Pentagono (scenografie di Ken Adam), o a cavalcioni d'una bomba. Doveva essere un film serio: follie individuali, errori nel sistema di comunicazione e dispositivi segreti di reazione 'preventiva' rendono possibile l'annientamento termonucleare dell'umanità. Ma nella strada che porta alla morte, troppa vodka, troppa Coca-Cola, troppi missili fallici, troppi fluidi vitali repressi. E troppi, troppi Peter Sellers. Kubrick ce la mette tutta per ritardare l'esplosione, ma alla fine scoppia a ridere (e pare che nel film lo si possa sentire). L'atto di nascita del cinema demenziale.


"Con il suo senso del grottesco, Kubrick mette in evidenza la pulsione di morte che governa la società, così come l’uomo. E l’abisso che separa lo sviluppo tecnologico dalla natura umana. Realizzato due anni dopo la crisi dei missili di Cuba, che stava per fare scoppiare una guerra atomica, il film ha la precisione implacabile di un meccanismo a orologeria e l’originale libertà che gli conferiscono i suoi interpreti. In particolare Peter Sellers, nel triplice ruolo di presidente americano, di ufficiale britannico e di scienziato tedesco". (Michel Ciment)

(fonte - https://www.mymovies.it)


SPETTACOLO UNICO
MER 22 GENNAIO - ORE 21.00
HERZOG INCONTRA GORBACIOV
Regia di Werner Herzog, Andre Singer (II).
Un film con Mikhail Gorbachev, Werner Herzog, Miklos Nemeth, George Shultz, James A. Baker III.
Documentario - Gran Bretagna, USA, Germania, 2018, durata 90 minuti.


Il prolifico regista Werner Herzog incontra tre volte, nell'arco di sei mesi, Mikhail Gorbaciov, l'ultimo segretario del Partito Comunista sovietico. Sono occasioni preziose per ricostruire, oltre all'ascesa politica di Gorbaciov e il crollo dell'URSS, l'impegno costante di "Misha" verso il disarmo e l'uscita dall'era della Guerra fredda. La modalità è quella dell'intervista priva di filtri intermedi o costruzione scenografica, e con campi stretti sui due interlocutori. Tra uno scambio e l'altro, sono interpellati a dare il loro contributo specialistico anche altri protagonisti di quella stagione: Miklós Némesh, ex primo ministro ungherese, George P. Schultz, segretario di Stato USA durante la presidenza Reagan, Lech Walesa, ex leader di Solidarność e presidente della Polonia, James Baker, capo di Gabinetto alla Casa Bianca, Horst Teltschik, consulente alla sicurezza nazionale per Helmut Kohl.


L'ex presidente dell'Unione Sovietica al momento delle riprese ha 87 anni e, nonostante la salute compromessa, guida ancora la fondazione di studi socio-economici e politici che porta il suo nome, nata nel 1992, con sedi a Mosca e nel mondo.

L'approccio del regista di Fitzcarraldo non è neutro né distaccato: da una parte, da tedesco, avverte il senso di colpa per le ingenti perdite umane subite dai russi a causa della Seconda guerra, dall'altra è grato all'ex presidente dell'URSS per il suo ruolo fondamentale nel processo di riunificazione tra Germania Est e Ovest. Ma più in generale per il suo operato politico, sintetizzato nelle definizioni di "perestroika" e "glasnost" e nel dialogo costante e positivo con i lavoratori e le altre potenze mondiali.

Firmato a quattro mani con il documentarista e antropologo britannico André Singer (Night Will Fall), Herzog incontra Gorbaciov si caratterizza, come altri lavori documentari precedenti del regista, per la presenza della sua voice over a fare da guida nella narrazione. Da Cave of Forgotten Dreams a Lo and Behold, infatti lo spettatore che vede il film in lingua originale è ormai abituato al suo peculiare accento teutonico che conferisce una certa sacralità a ciò di cui si occupa di volta in volta.

Qui il documentarista sembra lasciare molto più spazio all'archivio - trenta le fonti consultate, molto pregevoli, prevalentemente di eventi ufficiali, sia in pellicola che supporto video televisivo, più l'apparato fotografico - per restituire a pieno le atmosfere ai tempi dell'URSS: i luoghi natii e la vita familiare a Stavropol, la sequenza ravvicinata di tre funerali di Stato (i presidenti Breznev, Andropov, Černenko) con le relative parate tra divise, drappi e corone, e le folle millimetricamente schierate nella Piazza Rossa; ma anche le prime richieste di indipendenza e rinnovamento, come la strabiliante ripresa aerea della catena umana (o "via baltica") pacifica e spontanea lunga seicento chilometri formatasi tra Lituania, Lettonia ed Estonia nel cruciale 1989.

In questo incontro empatico, che a tratti sembra preludere quasi a un abbraccio, l'intervistatore (che pone le domande in inglese, poi tradotte via auricolare all'intervistato, che risponde, con formule spesso diplomatiche, in russo) evita riferimenti all'attualità stretta e confronti con la Russia degli oligarchi. Il convitato di pietra Putin, mai nominato, appare diabolicamente di sfuggita mentre rende omaggio al feretro di Raisa, l'amatissima moglie e first lady essenziale per l'immagine pubblica e la strategia di Gorbaciov.

L'accento è semmai sulla visione moderna e la tensione democratica di un uomo dalle origini umili ma dalla straordinaria intelligenza anche comunicativa, ritrovatosi al centro di un passaggio epocale a servire non solo la propria nazione ma la comunità umana. Se lo spirito del documentario è più didattico che critico, si distingue per come rivela l'isolamento attuale di un leader politico determinante del Novecento. Un premio Nobel per la pace, pratico sia d'agricoltura che di poesia, che sulla sua tomba vorrebbe fosse scritto: "ci abbiamo provato".


(fonte - https://www.mymovies.it)


DAL 6 FEBBRAIO
ALICE E IL SINDACO
Regia di Nicolas Pariser.
Un film con Fabrice Luchini, Anaïs Demoustier, Nora Hamzawi, Léonie Simaga, Antoine Reinartz.
Commedia - Francia, 2019, durata 103 minuti.


A qualche mese dalle elezioni municipali, il sindaco di Lione non ha più idee. Dopo trent'anni di vita politica è come svuotato. In suo soccorso, l'entourage comunale recluta una giovane normalista. Il ruolo di Alice Heimann è rigenerare la capacità di pensare del sindaco e la visione necessaria all'azione politica. Introdotta nel cerchio della fiducia, Alice rivela un'agilità innata per la 'cosa politica' fornendo carburante alla macchina municipale. E la macchina riparte ma gli scossoni e i sobbalzi non tarderanno a costringerla alla sosta forzata.


Rivelato nel 2015 da un thriller politico paranoico e promettente (Le Grand Jeu), Nicolas Pariser si impone con Alice e il sindaco come il regista per eccellenza del film politico francese.

La politica, reale o sognata, diventa il terreno di (gran) gioco di un autore audace e ispirato, erede di Rohmer, a cui l'ultimo film fa esplicitamente riferimento. Ammiratore del suo cinema, Nicolas Pariser segue studente un corso del regista alla Sorbona a cavallo del ventunesimo secolo e dimostra la sua ammirazione nel titolo, omaggio limpido a un classico di Éric Rohmer, L'albero, il sindaco e la mediateca. Commedia filosofica sulla ruralità, l'ecologia e le manovre politiche, il film di Rohmer ospitava un giovane Fabrice Luchini, non ancora sindaco socialista (interpretato da Pascal Greggory) ma insegnante nel cuore della Francia rurale.

Lontano dal fare della politica un uso funzionale, gioco di sosia o semplice motore per commedia o thriller, Pariser opta per la frontalità del reale. Alice e il sindaco rende conto di un consiglio comunale, delle forze di potere in gioco ma soprattutto del consolidarsi della relazione filiale tra una giovane normalista e un sindaco consumato. Attraverso la loro interazione, il regista affronta la natura e l'etica della politica, intesa come amministrazione del bene pubblico coerente a un sistema di valori.

Nell'arena politica schiera una giovane donna di lettere, disorientata davanti a un mondo politico che naviga a vista e cerca nella sua giovinezza un po' di carburante per ravvivare la fiamma, e un vecchio lupo, un sindaco in crisi che rappresenta tuttavia l'utopia di un governante (ancora) illuminato.

Se lo stile sobrio di Anaïs Demoustier elude lo stereotipo della generazione Y, appassionata delle nuove tecnologie ma smarrita nel mondo a dispetto degli studi brillanti, Fabrice Luchini non si limita a mostrare quello che è l'incarnazione di un'istituzione, con tutta l'autorità di cui necessita, ma restituisce una sorta di spossatezza che si confonde con la sua volontà di controllo.

Luchini è pienamente se stesso, riconosciamo la sua immagine pubblica ma una gravità inusuale altera il suo istrionismo. Il suo Paul Théraneau possiede una vita propria (sindaco di Lione progressista) e non deve niente a nessun modello francese conosciuto (né Sarkozy, né Hollande, né Macron). Come Luchini sembra aver abitato il cinema di Rohmer con cui condivide la passione per la parola letteraria, l'erudizione dei dialoghi, la riflessione intellettuale, la finezza comica.

Eppure, ancora una volta, la parola luchiniana è impedita, non si dispiega. I suoi personaggi preferiti sembrano essere uomini in crisi, confrontati con la vanità del loro linguaggio, che sia da Rohmer ma anche da Jacquot (Niente scandalo), Ozon (Nella casa), Dumont (Ma Loute) e recentemente Mimran (Parlami di te). Paul Théraneau si aggiunge alla galleria. Il suo sindaco non è un cattivo politico, al contrario, ha delle convinzioni sincere, una volontà di trasmissione e di condivisione, un interessamento generoso ma non ha più nessuno a cui dare credito. Il sorriso che gli regala Alice svanisce presto e lascia il posto alla malinconia delle passioni incompiute che Luchini restituisce perfettamente. La sua voce acquisisce progressivamente una limpidezza, una forma di chiarezza che non gli conoscevamo.

Davanti a lui Alice non è né una fata, né un'amante potenziale. La loro relazione ha il buon gusto di restare platonica e permette al sindaco di fare i conti coi desideri sfumati e di accettare la necessità di chiudere un capitolo. Alice da par suo ascolta e riflette sulla modestia in un mondo megalomane che condanna al limbo i suoi appunti e le sue osservazioni pertinenti. Le sue parole serviranno tuttavia a galvanizzare Théraneu, riacceso (provvisoriamente) in una requisitoria contro i mostri della finanza.

Trascendendo il potere, sollevano insieme la visione della politica, delle parole, delle idee rigenerandosi mutualmente. Rappresentanti di due generazioni confuse e sole, si consolano trovando un tempo per il dialogo, un tempo rubato alle agende compresse, un tempo per (ri)generare la parola politica. Trovare il tempo è anche costruire l'acme del film in un lungo piano sequenza di redazione di un discorso sulla guerra economica e gli enfants della Repubblica, prolungamento trasparente del discorso elettorale di François Hollande a Bourget, un discorso rimasto senza seguito. Il film osa reclamare il diritto al seguito pur siglando una dichiarazione di fulminante impotenza della politica ad agire.

Rappresentazione della crisi democratica che colpisce la Francia, Alice e il sindaco chiude con una domanda, lasciando lo spettatore libero di decidere per la rinascita o per l'abbandono. Con la medesima volontà di gratitudine e di trasmissione che spingeva gli autori della Nouvelle Vague a moltiplicare i piani sui loro libri prediletti, Nicolas Pariser lascia che la sua camera indugi sulle opere consultate da Alice per aiutare il sindaco a ri-pensare. Le ultime parole del film si applicano allora a un personaggio di Herman Melville, Bartleby, lo scrivano che "preferiva di no". È Alice a regalare il libro a Théraneau in fondo al film, spalancando l'abisso della riflessione: come (anche) le migliori volontà sono passate dal "guardare le cose diversamente" a "preferire di no"?


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GIO 23 GEN - ORE 21.00
VEN 24 GEN - ORE 21.00
SAB 25 GEN - ORE 18.30 / 21.00
DOM 26 GEN - ORE 16.00 / 18.30 / 21.00
JUST CHARLIE - DIVENTA CHI SEI
Regia di Rebekah Fortune.
Un film con Harry Gilby, Scot Williams, Patricia Potter, Elinor Machen-Fortune, Peter Machen.
Drammatico - Gran Bretagna, 2017, durata 99 minuti.


Charlie è un adolescente della provincia inglese con un grande talento per il calcio. Una delle squadre più importanti, il Manchester City, gli offre un ingaggio da sogno, ma Charlie ha un segreto: è felice solo quando, di nascosto, può vestirsi da ragazza. Intrappolata nel corpo di un fanciullo, Charlie è combattuta tra il desiderio di compiacere le ambizioni che il padre ripone in lei e il bisogno di affermare la propria identità. La scelta che la attende rischia di mandare in pezzi la sua famiglia e mettere a repentaglio i suoi affetti più cari.


Vincitore del Premio del Pubblico al Festival di Edinburgo e acclamato in molti festival internazionali, Just Charlie – Diventa chi sei è l’esordio alla regia di Rebekah Fortune, tratto dal cortometraggio Something Blue vincitore di moltissimi premi. Il film, tanto diretto quanto delicato, è stato da molti paragonato a Billy Elliot per l’onestà e l’efficacia nel ritrarre le dinamiche emotive dell’adolescenza, grazie soprattutto alla stupefacente interpretazione del giovane protagonista Harry Gilby.

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GIO 16 GENNAIO - ORE 21.00
VEN 17 GENNAIO - ORE 21.00
SAB 18 GENNAIO - ORE 18.30 / 21.00
DOM 19 GENNAIO - ORE 16.00 / 18.30
L'INGANNO PERFETTO
Regia di Bill Condon.
Un film con Helen Mirren, Ian McKellen, Russell Tovey, Jóhannes Haukur Jóhannesson, Jim Carter.
Drammatico - USA, 2019, durata 109 minuti.


Roy e Betty, ottuagenari, si incontrano grazie a un sito di appuntamenti per la terza età. Tra i due scatta immediatamente un'intesa, che li porta a confessare l'uno all'altra di aver fatto ricorso a qualche bugia. Ma ad essere svelata è solo la punta di un iceberg: Roy vive infatti di raggiri e truffe ai danni di facoltosi e sprovveduti investitori e non rivela niente di tutto questo a Betty. Anzi, continua a mentirle sistematicamente per potersi avvicinare ulteriormente a lei.



Un duetto tra due interpreti straordinari: prima di ogni altra cosa L'inganno perfetto si caratterizza così, come piacere di osservare una recitazione impareggiabile. Ma le ambizioni di Bill Condon non terminano qui.

Condon si affida infatti nuovamente a Ian McKellen per ritornare sui temi che caratterizzavano il suo film migliore, Demoni e dei: un passato inquietante e impossibile da cancellare e il confronto tra generazioni differenti, con la natura machiavellica - sotto l'apparente fragilità - degli anziani che si scontra con quella pragmatica ed elementare dei giovani.

A volte L'inganno perfetto sembra quasi una sintesi tra questo film e un altro caposaldo della carriera di McKellen, L'allievo di Bryan Singer, in cui un ragazzino scopriva che il vecchio signore della porta accanto era in realtà un ex nazista sotto mentite spoglie. L'intento è quello di estendere l'inganno e l'esistenza di doppie o triple verità dal piano diegetico a quello dello spettatore ignaro, guidato per la prima mezzora sui binari di una sorta di romcom della terza età e in seguito sballottato tra generi inaspettati e svolte traumatiche. L'inganno perfetto diviene così un thriller con una curiosa radice nella storia del Novecento, anziché una commedia o un mélo, generi cinematografici che lo stereotipo vorrebbe abbinati inevitabilmente alla senilità di attori e pubblico. I bruschi rovesciamenti di stile e narrazione, tuttavia, non sempre sono gestiti al meglio.

L'epilogo, in particolare, differisce così bruscamente per tono e ritmo rispetto alla prima metà del film da far quasi pensare a un rimaneggiamento dell'ultimo momento della sceneggiatura di Jeffrey Hatcher, che vira verso il didascalismo da mélo sulla seconda guerra mondiale dopo aver attraversato momenti di rara brillantezza. Tra questi ultimi in particolare brilla la scena in cui Roy e Betty guardano al cinema Bastardi senza gloria: la discussione che segue tra i due verte sulla percezione, da parte delle nuove generazioni, del falso storico perpetrato nel film da Quentin Tarantino.

Roy sostiene che sia diseducativo raccontare una frottola a ragazzi già così poco propensi ad approfondire le proprie origini, dove Betty invita a non sottovalutare la perspicacia dei più giovani. Un assunto che Condon intende cristallizzare a più riprese, affidando al nipote di Betty, Steven, l'onere di un'indagine rivelatrice e l'onore di un pensiero centrale per il film, sulla persistenza, nei luoghi che hanno ospitato degli eventi di rara empietà, di un'aura negativa e irrazionale.

Al di là di un epilogo frettoloso e sbilanciato, calato astutamente nel contesto di un presente fatto di rivendicazioni di genere, L'inganno perfetto resta un interessante tentativo di uscire dagli schemi consolidati del film rivolto a un pubblico maturo.

(fonte - https://www.mymovies.it)


VEN 10 GENNAIO - 21.00
SAB 11 GENNAIO - 21.00
DOM 12 GENNAIO - 16.00 / 18.30
RITRATTO DELLA GIOVANE IN FIAMME
Regia di Céline Sciamma.
Un film con Noémie Merlant, Adèle Haenel, Luàna Bajrami, Valeria Golino, Cécile Morel.
Drammatico - Francia, 2019, durata 120 minuti.

🥇 MIGLIOR SCENEGGIATURA FESTIVAL DI CANNES 2019
🥇 MIGLIOR SCENEGGIATORE EUROPEO EUROPEAN FILM AWARDS 2019


Francia, 1770. Marianne, una pittrice, riceve l'incarico di realizzare il ritratto di nozze di Héloise, una giovane donna appena uscita dal convento. Lei però non vuole sposarsi e quindi rifiuta anche il ritratto. Marianne cerca allora di osservarla per poter comunque adempiere al mandato. Scoprirà molte cose anche su di sé.



Céline Sciamma al suo quarto lungometraggio continua la sua ricerca sull'identità sessuale tema nei confronti del quale ha mostrato un'ottima capacità d'indagine in fase di sceneggiatura nonché nel trasferimento sullo schermo.

In questa occasione lascia però il presente per rivolgersi al passato. Un passato che di lì a meno di un ventennio vedrà il fuoco della Rivoluzione che cambierà tutto ma non spazzerà via il pregiudizio e le costrizioni. Non è necessario scomodare riferimenti a Jane Austen per apprezzare uno script in cui Sciamma, sin dalle prime inquadrature, ci enuncia il proprio progetto. Sullo schermo/tela bianco una mano munita di carboncino inizia a delineare un'immagine.

Ecco: esattamente qui sta il senso del film. In una domanda: quanto le strutture sociali impediscono agli individui di farsi ritrarre (cioè guardare) per ciò che veramente sono? Marianne, pronta a gettarsi in mare per recuperare le tele che poi asciugherà insieme al suo corpo nudo davanti ad un camino, possiede le tecniche per ritrarre gli altri ma si troverà a scoprire un'immagine di se stessa che stava nascosta nei recessi della sua sensibilità. Héloise che rifiuta inizialmente lo sguardo altrui (legato inestricabilmente a una condizione coniugale che non vuole accettare) progressivamente imparerà a guardare oltre e ad accettare di essere vista. Tra di loro, solo apparentemente in un ruolo secondario, la giovane serva che resta incinta sottoponendosi ai più diversi tentativi per abortire.

É un film in cui le parole vengono pronunciate solo se e quando sono necessarie perché sono e restano per tutto il tempo le immagini a costituire l'elemento portante della narrazione. La cura nella ricerca non solo dell'inquadratura ma anche degli abiti nonché degli spazi (in particolare gli interni) fa ripensare al Rohmer de La marchesa von.... Là dove la geometria rohmeriana definiva spazi studiati quasi teoreticamente Sciamma cerca anche la nota dissonante del letto sfatto stando però sempre attenta a produrre un equilibrio estetico in cui tutti gli elementi si bilancino. Ciò che deve 'sbilanciarsi' è la vita delle due protagoniste che dovranno progressivamente ammettere (innanzitutto con se stesse) sentimenti nuovi e importanti nei confronti dei quali operare delle scelte fondamentali.

(fonte - https://www.mymovies.it)