CINEMA TEATRO FILO


GIO 28 OTT - ORE 21.00
VEN 29 OTT - ORE 21.00
SAB 30 OTT - ORE 18.30 / 21.00
DOM 31 OTT - ORE 16.00 / 18.30
LUN 1 NOV - ORE 16.00 / 18.30 / 21.00
MER 3 NOV - ORE 21.00

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FREAKS OUT
Regia di Gabriele Mainetti.
Un film con Claudio Santamaria, Aurora Giovinazzo, Pietro Castellitto, Giancarlo Martini, Giorgio Tirabassi.
Drammatico - Italia, Belgio, 2021, durata 141 minuti.

C'è una guerra sporca che brucia il mondo e i diversi. In quella guerra sporca c'è un circo e dentro al circo quattro freaks che strappano sorrisi all'orrore. Matilde è la ragazza 'elettrica', Fulvio l'uomo lupo, Mario il nano calamita, Cencio il ragazzo degli insetti. A guidarli è Israel, artista ebreo e 'terra promessa', che ha inventato per loro un destino migliore. Assediati dai nazisti, che hanno occupato Roma e soffocato ogni anelito di libertà, decidono di imbarcarsi per l'America ma inciampano nell'ambizione divorante di Franz, pianista tedesco e direttore artistico del Zirkus Berlin, con troppe dita e poco cuore. Strafatto di etere, Franz vede il futuro e vuole cambiarlo: la Germania non perderà la guerra. A confermarlo sono i suoi deliri, a garantirlo i superpoteri di Matilde, Fulvio, Mario e Cencio. A Franz non resta che scovarli.


Davanti a Freaks Out, e dopo Lo chiamavano Jeeg Robot, non abbiamo più dubbi, Gabriele Mainetti è il mago di Oz del cinema italiano.

Un uragano che ci solleva dalla monotonia della produzione nazionale per precipitarci nella terra dell'avventura, dove sopravvivono creature fantastiche in cerca del loro cuore o del loro coraggio per sconfiggere la paura e una strega, sempre crudele e ciarlatana. Non si allontana troppo dalle rive del Tevere, Mainetti che lascia il cuore del ciclone per sbarcare nel regno della narrazione fantastica nutrita di Storia. Una 'storia' nota che il suo film 'mette in pericolo' attraverso un nazista più nazista degli altri, decisamente antisemita e ostinato a vincere la guerra, perché ha già visto il futuro e la morte del Führer.

Mainetti confonde i fatti reali (l'occupazione di Roma) con gli avvenimenti immaginari (l'arrivo del Circo Mezzapiotta). Cortocircuitando l'esperienza romanzesca e l'illusione di realtà storica, immagina un pianista pazzo che usurpa a Chaplin l'energia burlesca per ridere e irridere l'intolleranza e la tirannia. Da qualche parte tra il gaio dittatore di Mel Brooks e il grande dittatore di Charlie Chaplin, Franz Rogowski torce e rivolta il corpo per entrare meglio nella pelle dell'altro, soprattutto di quello che si detesta.

Giocoliere con mappamondo e bastone (una pistola a canna lunga), l'attore tedesco sa bene che i dittatori sono registi e segretamente coreografi. Sempre comicamente in controtempo, infila in Freaks Out danze improvvisate, balzi e sbalzi di umore perché Franz combatte una battaglia contro il mondo non troppo lontana da quella dei suoi antagonisti, mostri come lui fuori dal circo. Ma se il primo schiverà la realtà senza fine, nascondendo dietro la divisa la propria anomalia, i nostri ci affonderanno temerariamente. Persino Cencio, il più pavido tra loro finirà per volare alto "senza aria e senza rete".

Alla caricatura distruttiva del nazismo trionfante, Mainetti oppone ancora una volta un eroe, quattro eroi popolari, poveri diavoli e nobili attori che maneggiano il grottesco con brio. Riconfermato Claudio Santamaria, riconoscibile dietro al pelo mannaro, assolda Pietro Castellitto, silhouette albina e in contropiede costante, Giancarlo Martini, clown incipriato e 'dotato' di magnetismo, e Aurora Giovinazzo, orfana 'luminosa' che dirige i codici del film storico verso l'intrattenimento mutante.

Ancora una volta Mainetti si orienta verso attori dal fisico passe-partout per attraversare inosservato l'orrore. Un déclic, la sparizione improvvisa del loro 'leader', catturato dai nazisti, apre la coscienza e rimette sulla diritta via gli eroi, che faranno scelte più ambiziose che accendere lampadine o domare insetti, piegare forchette o calamitarle sul petto. Il cammino è sinuoso e l'ostacolo ha la stessa forza sovraumana. E in ragione di quella forza, i fantastici quattro si faranno compassionevoli giustizieri, praticando la giustizia poetica e facendo fondere d'amore lo spettatore.

Sprofondato nel cuore di tenebre della storia, Freaks Out incarna veramente il tema del peso della responsabilità indotta dai superpoteri, essenziale nel mito del supereroe e abdicato da tempo dalla Marvel. Mainetti realizza un film di super-eroi che non si prende mai gioco di loro, permette ai protagonisti di esistere realmente, non hanno bisogno di costumi (a parte quelli di scena), mescolandosi nella società come eroi quotidiani. La figura (super)eroica è soggetto ricorrente del cinema di Gabriele Mainetti, una variante alternativa e ben più intima dei due intoccabili giganti Marvel e DC. Genere dominante da più di dieci anni a Hollywood, una presa di potere che si spiega col contesto ideologico (il dopo 11 settembre), tecnico (l'eccellenza degli effetti speciali) e socioculturale (l'avvento dei geek), raramente viene realizzato oltre i confini americani. È probabile che i nostri supereroi resteranno per sempre all'ombra dei rivali d'oltreoceano, sovralimentati e dopati con spettacolari effetti speciali, è sicuro che non abbiamo i loro superpoteri ma abbiamo senz'altro le idee. L'idea per esempio di mischiare il 'neorealismo' locale con la figura americana del supereroe.

Se Lo chiamavano Jeeg Robot giocava la carta deviante, intimista e minimalista, Freaks Out gioca quella spettacolare dentro 'Roma città aperta' dove immagina una Magnani invincibile che sopravvive al suo 'Francesco'. Mainetti non copia gli americani ma applica la sensibilità (e la cultura) del vecchio continente al genere supereroico. Il risultato è un film storico fantastico e originale, una combinazione di malizia, emozione e umiltà.

L'autore tira la riga del fronte, da una parte gli eroi ordinari (ebrei, partigiani, freaks), stanchi e abbandonati fuori dal mondo e dentro ambienti dismessi dove il cattivo cova e li minaccia, dall'altra i colori e lo slancio degli effetti speciali, l'immaginario pop rilasciato a piccole dosi. Niente di esagerato, tutto si fonde bene, in maniera vivace, fluida, dinamica. Il cast, eterogeneo e governato da Giorgio Tirabassi, funziona a meraviglia. Gli attori giocano la parte e ritrovano una forma di innocenza.

Pieno di un candore assunto senza complessi, Freaks Out re-incanta il mondo attraverso l'eroismo, producendo meraviglia, paura, eccitazione, fede. Fede nel cinema creativo e ricreativo. Un consiglio, restate incollati ai titoli di coda e vedrete cosa è stato del tempo che ci è stato concesso. 

(fonte - https://www.mymovies.it)


GIO 21 OTT - ORE 21.00
VEN 22 OTT - ORE 21.00
SAB 23 OTT - ORE 18.30 / 21.00
DOM 24 OTT - ORE 16.00 / 18.30 / 21.00

PRENOTAZIONI
PETITE MAMAN
Regia di Céline Sciamma.
Un film con Joséphine Sanz, Gabrielle Sanz, Nina Meurisse, Stéphane Varupenne, Margot Abascal.
Drammatico - Francia, 2021, durata 72 minuti.

La nonna di Nelly, che ha otto anni, muore in una casa di riposo. Lei e i genitori raggiungono quella che era la sua abitazione per sistemarla per una probabile vendita. La mamma, Marion, ritrova ciò che possedeva quando era bambina e racconta di una capanna costruita nel bosco che si trova nei pressi dell'abitazione. D'improvviso poi parte lasciandola sola con il padre. Girovagando nel bosco Nelly trova una bambina che sta costruendo una capanna. Quella bambina si chiama Marion.


Céline Sciamma, dopo il raffinato Ritratto della giovane in fiamme torna a raccontare il presente senza però voler attribuire una collocazione cronologica definita alla vicenda che porta sullo schermo.

Si tratta di un film che stava già imponendosi alla regista mentre girava l'opera citata sopra ma che ha trovato la sua realizzazione in un tempo che quasi lo rendeva necessario. È stato infatti girato subito dopo il primo rigido lockdown per Coronavirus che la Francia ha vissuto e Sciamma ha sentito intimamente che era più che mai importante raccontare dei più piccoli a cui pochi sembravano aver pensato durante quei lunghi giorni di chiusura.


Non si tratta, va ribadito, di una storia di pandemia quanto piuttosto di un piccolo film (come budget e anche come durata) che però affronta grandi temi partendo da una possibilità immaginata: il poter incontrare la propria madre quando aveva l'età che ora ha la figlia. Sono due sorelle nella realtà (Josephine e Gabrielle Sanz) ad interpretare, con grande adesione e grazie ad un'ottima direzione, Nelly e Marion. Con la loro semplicità ma anche con la profondità dei loro sguardi ci fanno percepire quasi sensorialmente ciò che da piccoli si può provare dinanzi al distacco e al timore della perdita. Che sia quella di una nonna amata (quei saluti alle anziane ospiti alla casa di riposo all'inizio del film ci dicono già molto sulla sensibilità di Nelly) oppure di una madre che parte improvvisamente lasciando con un padre amorevole ma che non spiega il perché di questo allontanamento, la sensazione resta quella di un vuoto da riempire.


Nelly lo trova nel percorso della progressiva comprensione di quella Marion che ha davanti con i suoi slanci, i suoi giochi e le sue paure. Così Sciamma ci suggerisce che, se ancora lo si può fare, conoscere di più sull'infanzia dei nostri genitori può aiutarci a capirli meglio e ad amarli di più.

(fonte - https://www.mymovies.it)



MER 17 NOV - ORE 18.00 / 21.00
VEN 19 NOV - ORE 21.00
DOM 21 NOV - ORE 21.00
MULHOLLAND DRIVE
Regia di David Lynch.
Un film con Justin Theroux, Naomi Watts, Laura Harring, Ann Miller, Robert Forster, Diane Baker.
Drammatico - Francia, USA, 2001, durata 145 minuti.

MIGLIOR REGIA - FESTIVAL DI CANNES 2001

Una misteriosa ragazza bruna che si fa chiamare Rita, scampata a un terribile incidente stradale sulla Mulholland Drive e affetta da amnesia, si rifugia in un appartamento di Los Angeles abitato da Betty, un'aspirante attrice giunta a Hollywood in cerca di fama; insieme, le due donne indagheranno per far luce sul passato di Rita. Nel frattempo, un regista cinematografico deve subire le vessazioni di un gruppo di mafiosi...

TRAILER

Inquietante, astratto ed enigmatico noir firmato da David Lynch con una straordinaria potenza visiva.

Pensato in origine come il pilot di una serie televisiva mai realizzata e trasformato in seguito in un vero e proprio film, Mulholland Drive (il titolo deriva dal nome di una strada di Los Angeles) è una delle opere più complesse ed enigmatiche nell'itinerario dell'apprezzato regista americano David Lynch. Presentato in anteprima mondiale al Festival di Cannes 2001, ottenendo le lodi dei critici e il premio per la miglior regia, il film è un coinvolgente thriller psicologico a metà strada fra realtà e immaginazione, fra sogno e incubo, che riprende i temi e le situazioni di alcune delle precedenti pellicole di Lynch (Strade perdute, Velluto blu) e del celebre telefilm Twin Peaks, accentuandone l'elemento visionario e surrealista. Il risultato è una pellicola assolutamente unica nel suo genere, consacrata come un vero e proprio cult e considerata una delle vette più alte nella carriera di Lynch.

Dopo una bizzarra introduzione iniziale con una coloratissima scena di danza, lo spettatore viene subito avvolto nell'atmosfera cupa e angosciosa della storia, aperta da un drammatico incidente sulla Mulholland Drive dal quale l'unica a uscire viva è Rita (Laura Elena Harring), una ragazza senza identità e senza memoria (il suo nome è ripreso da un poster di Rita Hayworth). Qual è il mistero che si nasconde nel passato della donna? Quale pericolo incombe su di lei? A tentare di rispondere a queste domande sarà la giovane e ingenua Betty Elms (Naomi Watts), che finirà ben presto per farsi sedurre dal fascino di Rita. A questo intrigante plot giallo si intrecciano poi altre storie parallele, come quella (memorabile) di un uomo che vede materializzarsi il proprio incubo; talvolta, però, queste vicende laterali - come l'episodio semi-grottesco di Adam Kesher (Justin Theroux), un regista alle prese con la mafia - rischiano di risultare scoordinate rispetto alla trama principale, con l'inevitabile conseguenza di rallentare il ritmo narrativo e di influire sulla lunghezza forse eccessiva della pellicola.

Costruito nella prima parte come un thriller alla Twin Peaks, con il passare dei minuti il film di Lynch si fa sempre più ermetico e sconcertante, fino a trasformarsi in un autentico labirinto fatto di flashback, suggestioni oniriche, erotismo e terrori scaturiti dall'inconscio. Il regista mette al centro della scena le due protagoniste - una bionda e una bruna - per poi addentrarsi negli anfratti della psiche e della coscienza e creare un ambiguo senso di suspense, al quale contribuiscono anche le musiche di Angelo Badalamenti e il contrasto fra le inquietanti ambientazioni notturne e le tinte sgargianti delle ville di Los Angeles. Negli ultimi quaranta minuti, il film subisce un improvviso capovolgimento con l'apertura di una piccola scatola blu che rovescia le identità dei personaggi ed i loro rispettivi rapporti; e l'intera trama assumerà di colpo un nuovo significato, tramite il quale sarà possibile dare una diversa disposizione ai vari tasselli del puzzle. Mulholland Drive può apparire di sicuro come un'opera oscura e spiazzante, ma in fondo rappresenta il cinema di Lynch allo stato puro: prendere o lasciare.

(fonte - https://www.mymovies.it)


GIO 14 OTT - ORE 21.00
VEN 15 OTT - ORE 21.00
SAB 16 OTT - ORE 18.30 / 21.00
DOM 17 OTT - ORE 16.00 / 18.30 / 21.00

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ARIAFERMA
Regia di Leonardo Di Costanzo.
Un film con Toni Servillo, Silvio Orlando, Fabrizio Ferracane, Salvatore Striano, Roberto De Francesco.
Drammatico - Italia, 2021, durata 117 minuti.

Un carcere ormai in degrado sta per essere chiuso. Arriva però un contrordine: 12 detenuti ed alcuni agenti di polizia penitenziaria dovranno restarci un po' più a lungo degli altri perché la struttura che dovrebbe accogliere i detenuti non è a momento disponibile. Diventa quindi necessario gestire in modo nuovo il rapporto considerato che gran parte dell'edificio è ormai chiusa


Là un ragazzo e una ragazza si trovavano confinati in uno spazio chiuso l'uno con il ruolo del carceriere (decretato dalla camorra) e l'altra in quello di prigioniera. I due, inizialmente distanti, finivano con l'avvicinarsi e con il conoscersi. Lo schema si ripropone ora ma con un salto produttivo notevole. Non ci sono più interpreti bravi ma sconosciuti come in quell'opera ma Servillo, Orlando e Ferracane nonché Striano tra i protagonisti.


Di Costanzo però, come detto, non perde il rigore del proprio sguardo indagatore dell'animo umano al di là delle convenzioni (come accadeva anche in L'intrusa) giocando sulla molteplicità dei punti di vista e sullo spazio. Perché non solo gli esseri umani ma le mura stesse dell'edificio raccontano in questo film. Raccontano di un edificio concentrazionario che è funzionale a fare riferimento non, come si potrebbe pensare, alle note vicende del carcere di Santa Maria Capua Vetere ma piuttosto, inizialmente, ai versi di Fabrizio De André "Di respirare la stessa aria dei secondini non ci va."

In quelle mura corrose ci sono due microcosmi conviventi e, al contempo, separati dalle sbarre e dai reciproci ruoli. Il che non impedisce le divisioni all'interno dei singoli gruppi. Sostenuto da una colonna sonora musicale di tutto rispetto di Pasquale Scialò, Di Costanzo compie un'operazione di accerchiamento fisico e psicologico dei suoi personaggi (le celle sono in una rotonda) portandone progressivamente in evidenza le sfumature psicologiche.


Al centro finiscono con il trovarsi l'ispettore Gaetano Gargiulo di Servillo e il detenuto Carmine Lagioia di Orlando. Ma questo non deve trarre in inganno perché il film è un'opera corale in cui ogni dettaglio è curato con attenzione e partecipazione. Un esempio? C'è un "Ecco", pronunciato da uno dei personaggi, che rappresenta la cartina al tornasole di come la sceneggiatura di Di Costanzo, Oliviero e Santella non si limiti ad essere funzionale alla messa in scena ma punti dritta al centro della ricerca di una possibilità di comprensione anche quando questa sembra impossibile.

(fonte - https://www.mymovies.it)


DAL 4 NOVEMBRE
LA SCELTA DI ANNE - L'ÉVÉNEMENT
Regia di Audrey Diwan.
Un film con Pio Marmaï, Sandrine Bonnaire, Kacey Mottet Klein, Anamaria Vartolomei.
Drammatico - Francia, 2021, durata 100 minuti.

LEONE D'ORO - FESTIVAL DI VENEZIA 2021

Francia, 1963. Anne ama la letteratura e ha deciso di farne un mestiere, fuggendo un destino proletario. Sui banchi è brillante, sulla pista da ballo altrettanto. Tra una birra e un twist, dribbla gli uomini che la desiderano come in un romanzo rosa. Ma Anne preferisce la letteratura alta e affonda gli occhi blu tra le pagine di Sartre e di Camus. In un ambiente e in un Paese che condanna il suo desiderio e guarda con diffidenza alla sua differenza, Anne scopre un giorno di essere incinta e privata della libertà di decidere del proprio corpo e del proprio futuro. Intanto conta le settimane e cerca disperatamente di trovare una soluzione.


L'événement non è un film da cui si esce indenni. Adattamento del romanzo omonimo di Annie Ernaux, è la storia cruda di una ragazza al debutto della vita per cui è inimmaginabile avere un bambino e rinunciare ai suoi sogni.

Prima della legalizzazione dell'aborto e l'arrivo della pillola contraccettiva, l'interruzione della gravidanza per una donna era un campo di battaglia, il teatro di un vero dramma. L'evento del titolo accade quindici anni prima la Loi Veil, che segna un pre e un dopo. Nella Francia degli anni Sessanta, medici e pazienti rischiavano la prigione in caso di aborto. Prima che una legge consentisse a una donna il diritto all'interruzione volontaria, le donne non avevano scelta e non potevano scegliere di non avere un figlio. Rischiavano la propria salute abortendo clandestinamente e giocandosi a dadi il destino.

Emancipato con cognizione dalle questioni di coscienza, L'événement è soprattutto un'esperienza fisica, un viaggio corporale così freddo e preciso, così netto e frontale da sentire il gemito delle spettatrici in sala quando una sonda abortiva penetra il sesso della protagonista. Audrey Diwan gira in 4:3 e camera in spalla negandoci la via di fuga. Non abbiamo scelta, sentiremo da vicino tutte le emozioni di Anne. Come per la protagonista il mondo fuori non esiste. Non c'è fuori campo per noi e non c'è nessuno per lei, nessuno pronto ad aiutarla, a sostenerla, a consigliarla, a dirle anche solo che andrà tutto bene.

Non esistono personaggi empatici nel film di Audrey Diwan, secco come uno schiaffo ma riparatore come una carezza perché a prevalere alla fine è il corpo finalmente 'liberato' di una donna. Delle donne. Come in ogni libro di Annie Ernaux, il peccato è originale e la vergogna finisce per travolgere. Tutto il mondo si beffa delle sue protagoniste, che smettono di mangiare o di studiare come Anne, che perde la concentrazione e rischia l'avvenire letterario.

Il film avanza e stringe sul volto angosciato dell'eroina, flirtando col genere. Le sequenze dell'aborto non sono gore ma sono sensoriali e immersive fino al limite del sopportabile. Perché L'événement è il rovescio dei favolosi anni Sessanta, un percorso accidentato che opera nella trasparenza raggiungendo l'impensabile (l'espulsione del feto) con un tonfo sordo nella notte.

Costruito come un thriller e scandito dalle settimane della gravidanza, il film alza la posta e il rischio che la protagonista corre per sbarazzarsi di qualcosa di alieno che cresce dentro di lei, qualcosa che la possiede. L'événement ritorna meticolosamente su una situazione che sembra fortunatamente lontana oggi e che è vissuta con palpabile tensione e angoscia dalla giovane protagonista, Anamaria Vartolomei. Nei suoi larghi occhi chiari riaffiora tuttavia un soggetto ancora attuale in numerosi paesi del mondo, negli USA come nell'Europa dell'Est e ancora.

Audrey Diwan espone minuziosamente le stazioni di un incubo, procedendo con una sorta di determinazione politica. L'événement è la storia (vera) di Annie Ernaux, studentessa incinta a Rouen nell'inverno del 1963, offerta e condivisa come un documento che trascende l'individualità a forza di dettagli intimi. È una passione laica che può accadere e dirsi solo con il metodo e lo stile di Annie Ernaux. Audrey Diwan adatta le sue pagine attraverso una sintassi grigia ma necessaria che si scioglie in 'una scena di sacrificio'.

Amaro e limpido, implacabile e coriaceo, L'événement non mancherà di provocare irritazione o repulsione, ma aver 'vissuto' l'accidente sul proprio corpo dà il diritto inalienabile di scriverne, di raccontarlo, rompendo i tabù della clandestinità. L'aborto è diventato legale ma ci sono ancora poche storie e la letteratura sull'argomento è sovente soffocata da ellissi. Annie Ernaux e Audrey Diwan entrano nei dettagli perché sono i dettagli che uccidono.

(fonte - https://www.mymovies.it)

GIO 7 OTT - ORE 21.00
VEN 8 OTT - ORE 21.00
SAB 9 OTT - ORE 18.30 / 21.00
DOM 10 OTT - ORE 16.00 / 18.30
MER 13 OTT - ORE 21.00 - EURO 6,50
IL MATERIALE EMOTIVO
Regia di Sergio Castellitto.
Un film con Bérénice Bejo, Sergio Castellitto, Matilda De Angelis, Clementino, Nassim Lyes.
Commedia, - Italia, 2021

Vincenzo vive fuori dal mondo, rintanato dentro la sua libreria parigina. Al piano di sopra, altrettanto fuori dal mondo, la figlia Albertine resta chiusa in un mutismo selettivo, da quando un incidente (che forse tanto casuale non è stato) l'ha confinata su una sedia a rotelle. Intorno a loro circola una piccola galleria di passanti più che di personaggi: gli infermieri Gerard e Colombe, un giovane prete, un clochard, un cleptomane letterario e Clemente, il ragazzo napoletano che porta a Vincenzo la colazione. Ma è solo quando l'attrice Yolande irrompe nella sua vita che Vincenzo si scuote dal proprio torpore esistenziale: Yolande è un fiume in piena, e tramite lei Vincenzo dovrà confrontarsi con quel "materiale emotivo" tanto a lungo trattenuto.


La coproduzione è italofrancese e gran parte del testo originale è recitato nella lingua d'oltralpe, mentre l'ambientazione è una Parigi che sembra uscita da un libro di illustrazioni.

La letteratura è al centro della storia, soprattutto in quanto fuga dal reale: Vincenzo cita Wilde e Hemingway, Goethe e Boris Vian, Yourcenair e Dostoevsky, e legge Calvino e Cervantes alla figlia che si chiama Albertine come il personaggio elusivo e misterioso che attraversa tutta la "Recherche" proustiana, dando corpo (letterario) all'inafferrabile e all'inconoscibile. E il teatro è al centro della vita scombinata di Yolande, ma è anche la cifra stilistica di un film che si conferma rappresentazione da palcoscenico con la chiusura del sipario finale. Ci sono anche gli easter egg dedicati al cinema: la voce di Jeanne Moreau nella raffinata colonna sonora, il poster di Le notti bianche nella libreria di Vincenzo, l'insegna stradale dedicata a Serge Reggiani.


Il rischio è quello che Il materiale emotivo sia vissuto dagli spettatori come un esercizio di stile, poiché questa finzione manifesta e questa impollinazione incrociata fra letteratura e teatro confina la cinematografia all'interno di una componente formale che lascia poco spazio a quel "materiale emotivo" (che peraltro lo stesso Vincenzo definisce "un ossimoro") evocato fin dal titolo. Se da un lato l'esperimento linguistico di Castellitto dimostra coraggio, così come sono coraggiose alcune sue scelte registiche, dal piano sequenza iniziale alle scene oniriche che riguardano Albertine, dall'altro finisce per rendere eccessivamente finzionali anche le irruzioni di Yolande, che ha il bel viso intenso di Bérénice Bejo, e le fughe all'esterno della donna insieme a Vincenzo.


Allo stesso modo l'impronta letteraria dei dialoghi li rende innaturali al punto da non lasciare spazio ai sentimenti reali che a poco a poco crescono dentro Vincenzo, e neppure la recitazione di Castellitto, sempre ad un livello elevato, riesce a smarcarsi dai canoni formali imposti da una sceneggiatura e da una messinscena che, nel raccontare un uomo ingabbiato dalle parole scritte, alla fine intrappolano anche il suo anelito di libertà. Allo stesso modo alcune sottolineature registiche - il 360° intorno ai personaggi, la fotografia delle macchine da autoscontro - rischiano di risultare più retoriche che poetiche. Il materiale emotivo dovrebbe essere un'ode alla capacità di lasciarsi (di nuovo) andare alle emozioni, e invece rimane confinato nella sua finzione a oltranza: una finzione elegante e curata che però lascia poco spazio agli squarci di verità che dovrebbero costituirne la rivelazione essenziale.

(fonte - https://www.mymovies.it)

MER 27 OTT - ORE 18.00 E 21.00
DOM 31 OTT - ORE 21.00
BIGLIETTO UNICO 7 EURO

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EFFETTO NOTTE
Regia di François Truffaut.
Un film con Jacqueline Bisset, François Truffaut, Valentina Cortese, Jean-Pierre Aumont, Alexandra Stewart.
Commedia - Francia, 1973, durata 115 minuti.

A Nizza un regista gira la storia di una sposina che fugge col suocero, e il set vive la mobilitazione incrociata di crisi e sentimenti tra personaggi della finzione e della realtà. Celebratissimo (premio Oscar per il miglior film straniero), e il più sincero e interessante, tra i film sull’amour du cinéma: Truffaut rende omaggio a Welles, a Renoir, a Hitchcock, ma soprattutto dà splendida messinscena “alla domanda che mi tormenta da trent’anni: il cinema è più importante della vita? [...] Non ci sono intoppi nei film, non ci sono rallentamenti, i film vanno avanti come treni nella notte”. Effetto notte è il ‘film su un film’ per eccellenza, un vertiginoso gioco di specchi fra realtà e finzione. “Sei un bugiardo” scrive Godard al regista dei 400 colpi dopo averlo visto. Ma cosa sono per Truffaut i film se non il più meraviglioso degli inganni.


tantissimo a farlo, nella misura in cui, per esempio, ho girato film dedicati ai libri in genere,
come Fahrenheit, o a un libro particolare, come Le due inglesi. Il mestiere del regista è misterioso per
tutti: lo avvertiamo dalle domande che ci rivolgono e alle quali facciamo fatica a rispondere. Durante la
guerra chiesi a un adulto: “In quanto tempo si fa un film?” E lui mi rispose: “In tre mesi”. Ecco, così
appresi che ciò che succede sullo schermo in due ore era girato in tre mesi. Ma all'interno di questi tre
mesi tutto è mistero. A dir la verità, ogni volta che giravo un film pensavo a quanto sarebbe stato
François Truffaut in François Truffaut. Tutte le interviste sul cinema, a cura di Anne Gillain, Gremese,
Roma 2005

“Non dirò tutta la verità sulle riprese, ma solo cose vere, che si sono verificate realizzando film miei o di 
altri”. Effetto notte sarà quindi una dichiarazione di fedeltà al cinema, la cosa che egli ama di più al mondo 
e che spesso viene prima della vita privata, prima della vita tout court. Ciò che per lui è generalmente 
frustrante raccontare nelle interviste con i giornalisti, ciò che sarebbe privo di interesse se descritto in un 
documentario sui propri film, può essere rivelato grazie alla finzione. Effetto notte mescola in qualche 
modo documentario e fiction: sarà un film vero e sincero su un mondo fittizio, quello del cinema, in cui 
“si passa il tempo a baciarsi, perché bisogna far vedere che ci si ama” come dirà uno dei personaggi del 
film. Un'unanimità di facciata, un mondo di false apparenze, che solo la moglie del segretario di 
produzione, isolata in un angolo del set, smitizza: “Che cos'è questo cinema? – grida – che cos'è questo 
mestiere in cui tutti vanno a letto con tutti? In cui tutti si danno del tu, in cui tutti mentono. Ma che cos'è? 
Voi lo trovate normale? Ma il vostro cinema, il vostro cinema, io lo trovo irrespirabile. Io lo disprezzo, il 
cinema”. Truffaut, che raramente dà del tu ai suoi collaboratori, si sforza, sotto i panni di Ferrand, di dare 
del cineasta al lavoro un'immagine neutra, professionale, soprattutto non quella di un artista. Ma ha molta 
voglia di mostrare l'altra faccia del cinema, l'eccitazione delle riprese, la riuscita di un'impresa, i legami 
di amicizia e talvolta le storie d'amore. Malinconie, mancanza di ispirazione, litigi: nulla, neppure la morte 
ferma il film, che è come “un treno nella notte”.
Antoine de Baecque, Serge Toubiana, François Truffaut. La biografia, Lindau, Torino 2003


I film dei maestri...

Dell'amore per il cinema, Effetto notte trabocca. Ogni sua inquadratura è un atto d'amore, oltre che una questione di morale; un omaggio deferente e appassionato, una dichiarazione di riconoscenza e di affetto. Da una simile cascata di citazioni, rimandi e allusioni più o meno scoperte, non si può che tentare di estrapolare le più significative: la dedica del film a Lilian e Dorothy Gish, le due grandi attrici del muto; le citazioni di un film di Hitchcock, Stage-fright, ovvero Paura in palcoscenico (“Do you have stage-fright?”, domanda Alphonse a Julie che sta per girare la sua prima scena); quella di Le Chagrin et la pitié, film di Marcel Ophüls (è il soprannome affibbiato dalla troupe al segretario di produzione e alla gelosissima moglie); l'omaggio a Fermata d'autobus di Joshua Logan (di cui si ripete nel finale una battuta: “Lei ha conosciuto molti uomini, io ho conosciuto poche donne...”); quello a Jean Renoir (Joëll dice a un certo punto: “Io sono come il vecchio cuoco di La Règle du jeu, ammetto le diete, ma non le manie”); quello, ancor più importante, fatto a Orson Welles (nell'inserto ricorrente del sogno di Ferrand, un bambino ruba nella notte e con l'aiuto di un bastone le fotografie di Quarto potere esposte nell'atrio del cinema. Analogamente, si ricorderà, Antoine in I 400 colpi si appropriava di una foto della protagonista di Monica e il desiderio, il film di Bergman). Senza dimenticare che quando Alexandre evoca le sue ventiquattro morti sullo schermo, ripete una frase di Humphrey Bogart; e che, quando Pamela racconta della varicella che le ha impedito di andare in vacanza, ricorda il personaggio interpretato dalla stessa Bisset in Due per la strada di Stanley Donen. Ancora a proposito di Julie Baker, l'attrice dai nervi fragili che ha sposato il proprio dottore, non è difficile riconoscere l'allusione a Audrey Hepburn, che ha fatto la stessa cosa. Poi, una sfilza di nomi, sempre gli stessi, in fondo: Jean Vigo (a cui è dedicata una strada di Nizza percorsa dalla troupe), Cocteau, il cui nome compare su di un pannello nel camerino di Julie, Fellini (ne parla la Cortese), e infine Buñuel, Bresson, Dreyer, Lubitsch, Hawks, Bergman, Godard: sono i titoli di altrettanti libri che Ferrand estrae da un pacco durante la telefonata al musicista Georges Delerue.


… e i film di Truffaut

Effetto notte è anche – rispetto all'opera di Truffaut – il film della sintesi: dunque, il film in cui tutti si ritrovano per esservi citati. Ai 400 colpi si allude nella battuta rivolta all'indirizzo di Jean-Pierre Léaud: “Non è perché uno ha avuto un'infanzia difficile che deve credere di farla pagare a tutti”. Domicile conjugal è più volte ricordato: vi si fa cenno, parlando di un adattamento di Primo amore di Turgenev, con una giapponese nel ruolo della ragazza e Léaud nella parte di un giovane francese; inoltre Alphonse è il nome del figlio di Antoine Doinel. Il gatto che lecca il latte sul vassoio fuori dalla porta è una citazione de La calda amante, mentre Fahrenheit 451 è indirettamente ricordato a proposito delle difficoltà impreviste e soprattutto della necessità di concludere le riprese in un tempo inferiore al previsto. Più esplicito il rimando alle Due inglesi con l'apparizione casuale di una copia della statua di Balzac, visitata da Claude Roc al museo Rodin. Julie Baker, stupenda apparizione che compete in fascino e in bellezza con un'altra apparizione, la Delphine Seyrig di Baci rubati, ricorda a Léaud con le parole di quest'ultima che “tutti sono magici o nessuno è magico”. Julie è anche il nome della protagonista de La sposa in nero e della Sirène, mentre Jules e Jim è ricordato nella persona dell'indimenticabile interprete, Jeanne Moreau, della quale si citano alcune importanti interpretazioni. Infine, la scena conclusiva di Effetto notte, con la neve (artificiale) e il colpo di pistola, non può non far pensare al tragico epilogo di Tirate sul pianista, con la morte di Lena.
Alberto Barbera, Umberto Mosca, François Truffaut, Il Castoro, Milano 1995





(fonte - https://www.mymovies.it)


GIO 30 SET - ORE 21.00
VEN 1 OTT - ORE 21.00
SAB 2 OTT
 - ORE 18.30 / 21.00
DOM 3 OTT - ORE 18.30 / 21.00

TRE PIANI
Regia di Nanni Moretti.
Un film con Margherita Buy, Nanni Moretti, Alessandro Sperduti, Riccardo Scamarcio, Elena Lietti.
Drammatico, - Italia, 2021, durata 119 minuti.

Tre piani, tre famiglie e la trama del quotidiano che logora la vita, disfa i legami, apre le ferite, consuma il dramma. Al piano terra di un immobile romano vivono Lucio e Sara, carriere avviate, spinning estremo e una figlia che parcheggiano dai vicini, Giovanna e Renato. Al secondo c'è Monica, che ha sposato Giorgio, sempre altrove, ha partorito Beatrice senza padre e 'ha' un corvo nero sul tavolo. All'ultimo dimorano da trent'anni Dora e Vittorio, giudici inflessibili che hanno cresciuto Andrea al banco degli imputati. Un incidente nella notte travolge un passante e schianta il muro dello stabile, rovesciando i destini e mischiando i piani.

Il cambiamento di prospettiva è quello che rende Tre piani interessante e misterioso.

Nanni Moretti mette in scena per la prima volta la storia di un altro, affrontando la profusione narrativa delle serie, coi loro intrighi incrociati, i colpi di scena, la partitura corale. Ma è di letteratura che si tratta. Adattamento del romanzo omonimo di Eshkol Nevo, ambientato a Tel Aviv, Tre piani trasloca a Roma padri tossici, mariti infedeli o assenti, donne che amano troppo, bambine incustodite e fantasmi borghesi.
Il film fa un'irruzione fracassante nelle loro vite: una macchina finisce in un appartamento nella prima scena e l'incidente avrà conseguenze immediate, indirette o lontane nel tempo. Gli inquieti condomini di Prati sono assediati dal regista, scossi dalle fondamenta e costretti nell'epilogo a lasciare con le loro stanze, la zona di confort.

Piantato all'ultimo piano dell'immobile, Nanni Moretti incarna il ruolo di un magistrato in conflitto (morale) col figlio, che ha provocato un incidente mortale. Dieci anni, tre tempi e due ellissi servono un racconto dove le disillusioni ideologiche sono diventate individuali, l'umorismo irreperibile.

Tre piani è un film nero che punta la durezza di un mondo in cui gli uomini non si capiscono più. Impensabile anche solo fare corpo "con una minoranza" di persone. L'intransigenza, la sfiducia e l'egoismo dettano i comportamenti dei personaggi guidati sovente dalla paura e dal senso di colpa.


Moretti osserva tre famiglie alle prese col dolore, il lutto, la responsabilità e moltiplica i punti di vista e i personaggi. Sovrappone piuttosto che collegare i destini dei suoi protagonisti, le cui azioni avranno esiti impilati uno sull'altro, come i piani del suo condominio. Nell'impresa, l'autore perde il controllo e la leggerezza. Lo spettatore è spiazzato, disorientato, ha sbagliato senz'altro indirizzo e vaga come il Renato di Paolo Graziosi in un quartiere familiare eppure estraneo. Ma Moretti lo ritrova, riattivando col film una vecchia segreteria analogica.

Dentro un primo piano si mette in scena e al centro del mondo come una volta per far esistere 'meglio' il fuori campo: il condominio come l'Italia tutta intera, in crisi politica e morale. Comincia da lì il riscatto luminoso di un film corale che archivia il personaggio Moretti, quello che parlava di lui per parlare degli altri. Come Woody Allen, Moretti è un intellettuale e un creatore (sovente) frustrato in preda ad angosce esistenziali. Dal 1976 occupa ogni piano e ogni scena dei suoi film, insorgendo contro la sparizione progressiva di riferimenti politici e ideologici, biasimando quelli che lo circondano come il pubblico con un radicalismo amaro e tonificante, un'energia fisica e verbale incessante.

Dal 2015 con Mia madre, prova però a cambiare registro, a lasciare andare la vena autofinzionale che irriga dalle origini tutta la sua opera. Senza rinunciare alla sua postura autarchica e irascibile, il critico impietoso dei suoi contemporanei ritorna con Mia madre nella pelle di una donna che ha il volto luminoso di Margherita Buy e che fa la regista come lui. Moretti mette in atto un'implosione interiore e invisibile, si mette 'accanto' al suo personaggio e ci lascia a sbrogliare quella formula enigmatica.


Per tanto tempo, mettere in scena per Nanni Moretti è stato mettersi in scena. Pioniere negli anni Settanta dell'autofiction cinematografica, dopo aver fatto un passo di lato e disegnato un alter ego femminile, un'autrice in preda alle crisi e al dubbio durante le riprese di un film politico, muore nei panni di un giudice intransigente e rigido quanto Michele Apicella. Lo vediamo il tempo di un baleno (e di una scena) tornare alla sorgente del suo cinema e poi sparire. Il fantasma esce di scena. A restare è Margherita Buy, mai così bella e radiosa dentro un abito a fiori che Nanni non avrebbe di sicuro approvato, perché "si è vestito tutta la vita con gli stessi colori". Ma lei adesso è libera di essere, di voltarsi verso gli altri. Chiude la comunicazione, archivia la segreteria telefonica e parte sorridendo di quell'ultimo tango illegal. Alla musica, ancora una volta, Moretti affida il compito di realizzare la comunione e di rimettere al mondo. Di rimettersi al mondo 'cambiando indirizzo'.

(fonte - https://www.mymovies.it)


MER 6 OTT - ORE 18.00 E 21.00
DOM 10 OTT - ORE 21.00
BIGLIETTO UNICO 7 EURO
FINO ALL'ULTIMO RESPIRO
Regia di Jean-Luc Godard.
Un film con Jean-Paul Belmondo, Jean Seberg, Daniel Boulanger, Jean-Pierre Melville, Henri-Jacques Huet.
Drammatico, - Francia, 1960, durata 89 minuti.

MIGLIOR REGIA - FESTIVAL DI BERLINO 1960

Restaurato in 4K da StudioCanal e CNC – Centre national du cinéma et de l’image animée presso il laboratorio L’Immagine Ritrovata a partire dal negativo originale

Il protagonista è un eroe "nero" dei nostri giorni senza ideali, senza il romanticismo di un Humphrey Bogart o di un Jean Gabin (cui il regista continuamente allude in fulminei fotogrammi). Se la vita non ha senso, il giovane Belmondo la vive seguendo i suoi impulsi, che sono criminali: ruba un'auto, uccide un poliziotto, va a Parigi e, agganciata sbrigativamente una bella turista americana, se la porta a letto. Ma lei lo denuncia. Oggi il film è ritenuto il manifesto della "Nouvelle Vague". 


Il protagonista è un eroe "nero" dei nostri giorni senza ideali, senza il romanticismo di un Humphrey Bogart o di un Jean Gabin (cui il regista continuamente allude in fulminei fotogrammi). Il film è stato premiato al Festival di Berlino.

Marzo 1960. À bout de souffle. Avevo quindici anni. Godard ventinove. Faceva dire a Belmondo (rivelazione di quell’anno): “Siamo tutti morti in libera uscita”. Non sapevo ancora che fosse una citazione di Lenin, né che Mozart potesse tradurre al meglio i sentimenti di un anarchico. Ad ogni modo, 87 minuti dopo ero letteralmente ridotto all’ultimo respiro, e per sempre adulto. Godard, allora critico ai “Cahiers du cinéma”, autore di alcuni cortometraggi, si ‘impadronisce’ di una breve sceneggiatura di Truffaut che “non gli piaceva” e gira in quattro settimane, in interni ed esterni autentici, a Parigi e a Marsiglia, questo capolavoro ‘nouvelle vague’. Sartre, Cocteau, Jeanson gridano al miracolo, ma non sono i soli. Il grande pubblico decreta il successo di questa storia illuminata da Jean Seberg. Michel, un anarchico ladro di automobili, uccide il poliziotto che lo insegue in moto. Tornato a Parigi ritrova Patricia, la sua amica americana, e riesce a ridiventarne l’amante.
La convince a partire con lui per l’Italia. Ma la polizia ha scoperto la sua identità e lo sta braccando.
Patricia lo denuncerà e Michel verrà ucciso. Godard dirà: “È un documentario su Belmondo e Seberg”. Detto con ironia, è proprio questo: la discrepanza tra due lingue, psicologica per Patricia, poetica per Michel; le stesse parole per un significato diverso. Quando ha la meglio sulla poesia la realtà si traduce così: in variazioni sulla morte. Insomma, fino all’ultimo respiro. Non rivedere questo film (per la seconda o la centesima volta) sarebbe, come è stato scritto allora, privarsi di emozioni tra le più belle e forti che il cinema abbia proposto in questi ultimi tempi.
Jean-Claude Izzo


À bout de souffle appartiene, per sua natura, al genere di film in cui tutto è permesso. Qualsiasi cosa facessero i personaggi, poteva essere integrata al film. Era il punto stesso di partenza del film [...]
Quello che desideravo fare era partire da una storia convenzionale e rifare, ma in maniera diversa, tutto il cinema che era già stato fatto.
Jean-Luc Godard


Tutto il film era, e credo che sia, un capolavoro. La storia, il modo di girare, il modo di montare, il modo di raccontare è stato veramente rivoluzionario. Ci sono film che non hanno retto al tempo, non è il caso di À bout de souffle: un capolavoro che va visto dalle vecchie e dalle giovani generazioni di cinefili. Fino all’ultimo respiro è un film che ha superato la moda.
Marco Bellocchio



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