PROSSIMAMENTE

IN CARTELLONE


GIO 24 MAG - 21.00
SAB 26 MAG - 18.30 / 21.00
DOM 27 MAG - 18.30 / 21.00
MER 30 MAG - ORE 21.00 - 6 EURO
MONTPARNASSE
FEMMINILE SINGOLARE
Un film di Léonor Séraille.
Con Laetitia Dosch, Grégoire Monsaingeon, Souleymane Seye Ndiaye, Léonie Simaga.
Commedia drammatica, durata 97 min. - Francia 2017.


Paula non sa fare niente a parte essere se stessa ed è già incredibile. Rientrata a Parigi dal Messico dopo una lunga assenza, fatica a ritrovarsi e a ritrovare una città che sente ostile. Ostile con la gente, con lei, lasciata dal fidanzato fotografo di cui per anni è stata la musa. Porte chiuse, un gatto in una scatola, niente in tasca, nessuna competenza, zero progetti, Paula vaga per la giungla urbana in cerca di un amico e di un lavoro. Ma il mondo le crolla intorno. Tra squallide stanze d'albergo e camere di servizio, tra vagoni della metro e corridoi dei centri commerciali, troverà alla fine una nuova partenza. 



Tutto comincia con un colpo di testa per Paula messa alla porta dall'ex fidanzato prima e dalla madre poi, che non vogliono più saperne di lei.

È importante il titolo di un film (quello originale). Jeune femme (giovane donna) lo è per la sua semplicità, per la sua maniera di andare dritto al punto, cogliendo al volo un baleno esistenziale. L'istante in cui la sua protagonista non è più una ragazza ma nemmeno ancora una donna.
Di lei che strilla e strepita al medico di un centro psichiatrico tutti i sentimenti e le ferite interiori che la fantasia non può più dissimulare. Di lei corpo eccentrico e rigettato ai margini della sua vita. La giovane donna, che sembra esistere soltanto attraverso lo sguardo del suo (ex) uomo, ha perso improvvisamente il suo centro e vaga in una città "che non ama la gente" e di cui non riesce più a decifrare i codici. Agito in due tempi, Montparnasse Femminile Singolare passa dalla sovraeccitazione del debutto alla pacificazione dell'epilogo.

In mezzo l'evoluzione progressiva di Paula che si disfa e si fa sotto gli occhi dello spettatore. Opponendo uno spirito libero alle forze alienanti che la minacciano, Paula improvvisa coi mezzi che ha, attraverso gli incontri, le liriche associazioni di idee e le opportunità che le si presentano. Improvvisa il suo apprendistato alla vita da adulta. La cosa più incredibile è che la sua emancipazione non si traduce, per una volta, con un'ascensione sociale ma con un declassamento desiderato e accolto. Paula scende di (buon) grado, da musa dei quartieri bobo a venditrice in un centro commerciale, conquistando la virtù dell'anonimato: la possibilità di diventare chiunque.

Anche la sorellina di Antoine Doinel, per la maniera solerte di rispondere ai piccoli annunci e tentare i lavori più generici che forgiano un'indipendenza sociale (e culturale) e restituiscono il gusto denso della vita. Come Doinel, Paula accede alla 'cultura' per una piccola porta e non per la scuola. Il primo ad avvertire lo scarto sarà il suo fidanzato, colpito dall'imprevista partecipazione critica della donna che adesso vuole solo riconquistare. Il film, un survival nel milieu urbano, accompagna le decisioni impulsive della sua protagonista, i rischi che si prende e che vanno in direzione ostinata e contraria agli schemi normativi imposti dalla società. Paula è il granello di sabbia che inceppa l'ingranaggio sociale, una 'passante' che avanza e si definisce attraverso il dislocamento costante. Innamorata respinta, studentessa per finta, lesbica estemporanea, commessa creativa, baby-sitter maldestra, non è mai dove l'attendiamo.

Questa deriva sociale, che conosce fasi più aspre (la solitudine, l'inerzia, la fame), risale fino alla sua sorgente, la madre di Nathalie Richard, il cui rifiuto drastico e afflitto di riprendersi la figlia rivela una crepa originale. Ad aprirle le porte (per sbaglio) sono perfetti sconosciuti, una ragazza che la scambia per una compagna di scuola perduta, una borghese della stessa età che la crede al telefono una diciottenne, un vigilante africano che la prende esattamente per quella che è. A misura di questi incontri, Paula riprende colore, il volto si illumina, respira e noi pure.

Opera prima di Léonor Serraille, premiata con la Caméra d'Or all'ultima edizione del Festival di Cannes, Montparnasse Femminile Singolare è un film di una libertà sorprendente che dialoga alla perfezione con la società attuale e una generazione che non può permettersi il lusso dell'incongruenza. All'inverso di colleghe e colleghi che prediligono la perdizione, la giovane autrice filma una rinascita, scegliendo per la sua eroina una via alternativa, una vita che ha il merito per la prima volta di essere la sua. A incarnare questa creatura fuori norma è una sbalorditiva Lætitia Dosch, diva del disordine già incontrata dentro altre battaglie (La battaglia di Solferino). È lei a trovare il tono di Paula e la bellezza dei suoi gesti. A trovare una giovane donna tra tante altre, indimenticabile.


VEN 18 MAG - 21.00
SAB 19 MAG - 18.30 / 21.00
DOM 20 MAG - 18.30 / 21.00
MER 23 MAG - ORE 21.00 - 6 EURO
PARIGI A PIEDI NUDI
Regia di Dominique Abel, Fiona Gordon.
Un film con Dominique Abel, Fiona Gordon, Emmanuelle Riva, Pierre Richard, Frédéric Meert.
Commedia - Francia, Belgio, 2016, durata 84 minuti.


Fiona, bibliotecaria canadese, riceve una lettera da una vecchia zia partita anni prima per Parigi. Martha ha ottantotto anni, la testa tra le nuvole e la paura di finire in un ricovero. Per scongiurare l'ipotesi chiede aiuto alla nipote che sacco in spalla sbarca in città. Eterna gaffeuse, Fiona si perde, finisce a bagno nella Senna e fa la conoscenza di Dom, un clochard seduttore che vive sulle sponde del fiume. Dom si invaghisce di Fiona e la segue dappertutto. Da principio infastidita, comprende presto di aver bisogno di lui per ritrovare Martha, misteriosamente scomparsa.



Il cinema di Fiona Gordon e Dominique Abel smentisce le apparenze. Lo crediamo minimalista ma a torto perché ciascuna immagine dispiega un ventaglio di idee, di invenzioni, di emozioni. Lo crediamo artificioso e costruito con precisione millimetrica ma in realtà diventa ogni volta terreno di gioco dove tutto slitta traboccando libertà, spontaneità e audacia.

Questo gioco dei contrari è appannaggio dei grandi artisti. Comparati regolarmente a Jacques Tati, di cui Gordon e Abel rivendicano con rispetto l'ascendente, se ne appropriano offrendogli una nuova giovinezza, senza cadere mai nella citazione reverenziale e museale. Che disegnino il ritratto di una donna che scopre la sua dipendenza dal freddo (L'Iceberg) o la storia d'amore tra una fata e un portiere d'albergo (La Fée), le loro opere tracciano una strada singolare e funambolica, oscillando tra dramma e burlesque, che riposa sul principio quasi immutabile di un corpo (fisico o sociale) di fronte a un'avversità (materiale o esistenziale).

La dimensione ludica e poetica del loro lavoro non è mai sterile o naïve e interroga il mondo in maniera garbatamente assurda prima di incantarlo. Equivoci, abbagli, casualità, felicità o tragedie nutrono una sceneggiatura che pesca nei piccoli drammi anonimi del nostro quotidiano e tra gli outsiders eccentrici che lo calcano con piedi enormi. Una straniera smarrita, un senza tetto lunare, una donna âgée e il suo antico amore si cercano, si trovano e si perdono ancora lungo le strade di Parigi, sulle rive della Senna, dentro appartamenti haussmaniani o tende canadesi.

Ricreazione di piste colorate e ludiche, Parigi a piedi nudi è definitivamente un burlesque francese, benché Fiona Gordon sia canadese e Dominique Abel belga. Attori e autori dalla personalità gentile, aggiungono sempre ai propri personaggi una presenza irreale. Fata dinoccolata lei, clown attonito lui, le silhouette filiformi, quasi giacomettiane, tendono sempre verso la danza e si allacciano questa volta in un tango elastico su un bateau-mouche. Il pericolo del burlesque è di cedere talvolta all'artificio o alla poesia leziosa ma Gordon e Abel lo eludono correggendo la gentilezza dei loro protagonisti con un pizzico di crudeltà o una nota di malcontento come nella scena al cimitero, dove un elogio funebre deraglia fino all'insulto. Lo aggirano ancora riproducendo in maniera inedita una porzione di reale.

Piantati come fiori sottili in un luogo preciso di Parigi, l'île aux Cygnes, dove la statua della Libertà si misura con la Tour Eiffel, gli autori ne fanno una sorta di riduzione giocosa, in cui si concentrano tutti gli artifici turistici della città, alle volte grandiosi e ridicoli, monumentali e kitsch. La coppia trova in Parigi un décor esuberante di possibilità e fantasie che assecondano i loro movimenti coreografici e il sentimento di generosità dei loro personaggi, la cui bellezza nascosta si rivela attraverso una scrittura umanista. Un gusto che accorda sottilmente leggerezza e gravità, dolcezza e asprezza. Parigi a piedi nudi è l'ultima interpretazione di Emmanuelle Riva, senile e punk, piena di vigore e desiderio davanti al vecchio amante di Pierre Richard. Il suo personaggio è l'antitesi di quello mortale incarnato in Amour, lo è nella maniera gioiosa di assumere la vecchiaia e di fare fronte alla morte in cima alla Tour Eiffel. È anche questa l'eleganza del comico e di una commedia a bordo Senna che offre l'occasione di ritrovare la dame dello schermo e dirle addio.


VEN 11 MAG - 21.00
SAB 12 MAG - 18.30 / 21.00
DOM 13 MAG - 18.30 / 21.00
LUN 14 MAG - 21.00
MANUEL
Regia di Dario Albertini.
Un film con Andrea Lattanzi, Francesca Antonelli, Renato Scarpa, Giulia Elettra Gorietti.
Drammatico - Italia, 2017, durata 98 minuti.


Manuel, al compimento dei diciotto anni esce dall'istituto per minori privi di un sostegno familiare e deve reinserirsi in un mondo da cui è stato a lungo lontano. Sua madre, che è in carcere, può sperare di ottenere gli arresti domiciliari solo se lui accetta di prenderla in carico. Si tratta di una responsabilità non di poco conto.
Ci sono film che 'raccontano' una storia. Ce ne sono altri che 'vivono' la vicenda che si sta sviluppando sullo schermo. È il caso di Manuel in cui Dario Albertini trasforma l'anno e mezzo di riprese in un processo esperienziale in cui la partecipazione dell'autore si è trasferita al giovane Andrea Lattanzi il quale appunto 'vive', non 'interpreta' il ruolo di Manuel.



Sul suo volto e nella sua fisicità trascorrono tutti gli slanci e le paure che possono attraversare un ragazzo che, nel momento in cui rientra nella società, accetta di prendersi cura della madre con tutto quello che ne può conseguire.

Manuel ha trascorso diversi anni in una casa-famiglia retta da religiosi e Albertini ci mostra (senza bigotteria ma anche senza un anticlericalismo di maniera) come in quella istituzione si seguano gli assistiti con i pregi e i difetti, con le attenzioni e le tenerezze che si possono trovare in condizioni simili anche nelle istituzioni totalmente laiche.

Manuel quindi non esce da una 'prigione' ma da un luogo in cui ha ricevuto ma anche dato quando gli veniva richiesto. Ora è fuori, esposto alla tentazione della cocaina ma anche consapevole della necessità di rimettere ordine in un appartamento messo sottosopra anni prima dall'irruzione dei carabinieri e, di conseguenza nella vita di sua madre. Dovrebbe essere lui ad avere bisogno di un punto di riferimento e invece gli si chiede di diventarlo a sua volta per una donna che è stata segnata dall'esperienza del carcere e che può contare solo su di lui per tornare a vivere una vita quasi normale. Il sentimento filiale si scontra con la consapevolezza delle scarse forze a disposizione. Manuel sente che il passaggio da un'adolescenza protetta a un'età adulta che gli sta velocemente precipitando addosso è un carico pesante che non sa se sarà in grado di reggere. Albertini sa come farci 'sentire' sia le sue azioni che i suoi pensieri.


GIO 17 MAG - 20.30
INGRESSO LIBERO
IL COLORE NASCOSTO DELLE COSE
Regia di Silvio Soldini.
Un film con Valeria Golino, Adriano Giannini, Arianna Scommegna, Laura Adriani, Anna Ferzetti.
Drammatico - Italia, Francia, Svizzera, 2017, durata 115 minuti.


Teo è un creativo che lavora presso un'importante agenzia di pubblicità. Ha una relazione con Greta ma non disdegna attenzioni anche nei confronti di un'altra donna. Il suo incontro con Emma, che ha perso la vista in giovane età, ha un matrimonio alle spalle e lavora come osteopata, cambia il suo modo di rapportarsi con l'altro sesso. Allo slancio iniziale debbono però far seguito scelte che non sempre è facile adottare.



Silvio Soldini ha iniziato il suo viaggio nel mondo dei non vedenti con il documentario Per altri occhi in cui seguiva alcuni di loro nella vita quotidiana per poi accompagnare l'unico scultore non vedente italiano, Felice Tagliaferri, in un workshop in India presso un istituto che integra normodotati e disabili.

Ancora una volta, come è ormai cifra stilistica e segno costante di sensibilità del suo cinema, Soldini prende le mosse dalla realtà e dalla vita di tutti i giorni per scrivere (con la fedele Doriana Leondeff e Davide Lantieri) e dirigere i propri film. Il non vedente al cinema è spesso utilizzato con finalità 'altre' rispetto all'analisi del suo vissuto. Può essere il saggio che 'vede' ciò che gli altri non vedono, il superdotato sensoriale, avendone perduto uno e sviluppando gli altri, oppure il soggetto verso cui provare una più o meno malcelata pietà. Quella, per intendersi, che fino a pochi decenni fa associava al termine cieco l'aggettivazione 'povero'. Soldini sa bene che non è così e il film non ha la benché minima incertezza nel portare sulla scena una non vedente e una ipovedente (l'amica Patti) che interagiscono con il mondo che le circonda esattamente come i non vedenti fanno nelle loro vite.

È doppiamente interessante che il film si apra nel buio totale. Teo ed alcuni amici hanno deciso di fare l'esperienza di "Dialogo nel buio" (presente a Roma e a Milano) in cui si viene guidati in un percorso totalmente privo di qualsiasi fonte luminosa e chi accompagna e suggerisce esperienze con gli altri 4 sensi, è una persona che non ci vede. La situazione si ribalta perché è chi normalmente vede che abbisogna di aiuto ed è quanto accadrà a Teo che al momento ancora non sa che il caso (ammesso che il caso esista) gli farà rincontrare Emma che era stata la sua guida.

Teo ci vede, fa un lavoro in cui l'elemento visivo o la sua evocazione sono fondamentali, ma la sua vita sembra avere bisogno di una messa a fuoco sia nel confronti di un passato familiare complesso sia nell'ambito delle relazioni uomo/donna. Emma, che non è nata priva della vista, non ha dimenticato i volti e i colori che ha conosciuto nel passato così come non nega la propria disabilità ma non la affoga nel auto compatimento ed è in grado di affrontare un rapporto con la maturità che ciò che ha vissuto le ha consentito di sviluppare.

La sensibilità di Soldini (che si concede anche un'apparizione alla Hitchcock) nei confronti del tema si rivela ulteriormente nel personaggio di Nadia. La studentessa, che va a ripetizioni di francese da Emma, vive il tormento della cecità rifiutandosi di cercare quell'autonomia che vorrebbe ma che, al contempo, teme. In una scena solo apparentemente secondaria del film sua madre la osserva, sfocata, da non troppa distanza soffrendo in silenzio per quella figlia che non riesce a risolvere il proprio conflitto interiore. Soldini, ancora una volta, si dimostra in grado di cogliere in sintesi, con pochi tocchi essenziali, la complessità di diverse condizioni esistenziali a cui dedica uno sguardo in cui non manca mai la partecipazione


MER 16 MAG
ORE 16.00 - VERSIONE ORIGINALE
ORE 21.00 - DOPPIATO IN ITALIANO
IO E ANNIE
Un film di Woody Allen.
Con Woody Allen, Diane Keaton, Tony Roberts, Carol Kane, Paul Simon.
Commedia, durata 94 min. - USA 1977


Alvy Singer, sguardo in macchina, ci racconta le sue riflessioni sulla vita e sulla morte e sulla fine del suo rapporto con Annie. Fin da piccolo soffriva di qualche depressione relativa al timore dell'espansione dell'universo e anche a causa della sua abitazione situata sotto le montagne russe del Luna Park. Il suo interesse per l'altro sesso era già vivo all'epoca. Divenuto adulto è ora un comico di successo che la gente riconosce per la strada. Le sue ossessioni hanno subìto una trasformazione: ora si sente vittima dell'antisemitismo. Con Annie le cose non vanno bene: arriva in ritardo al cinema (lui odia vedere i film già iniziati) e non ha voglia di fare l'amore.

Alvy intreccia il passato prossimo con il presente mostrandoci le fasi del fallimento della sua relazione con Annie. I due si erano conosciuti durante una partita di tennis, l'amore era nato di lì a poco. Alvy aveva spinto Annie a vincere le proprie insicurezze che però permanevano, legate anche alle diverse origini familiari.

Lui con famiglia rigorosamente litigiosa ed ebrea; lei di famiglia benestante e fortemente antisemita. Annie trova però finalmente il coraggio per esibire le proprie doti di cantante e viene notata da Tony Lacy, un importante produttore californiano. Tra abbandoni e riconciliazioni Annie e Alvy affrontano un viaggio in California per un provino. Lui non sopporta né i luoghi né il mondo dei discografici mentre lei ne è entusiasta. I due si separeranno definitivamente anche se Alvy, che sente profondamente la mancanza della ex compagna, torna a cercarla. Riesce così a comprendere che Annie vive ormai una vita completamente nuova. La loro storia diventerà una commedia scritta da lui con un finale un po" più lieto di quello reale. Il film si conclude con un nuovo monologo di Alvy sull'assurdità ma anche sull'importanza dei rapporti umani.
Amore, morte, rapporti umani e, per la prima volta in modo così marcato, la contrapposizione tra New York (che poi si restringerà a Manhattan) e il resto del mondo. Ma prima conviene ricordare alcuni elementi relativi alla realizzazione del film. Il titolo avrebbe dovuto essere, nelle intenzioni di Allen, Anhedonia (termine che sta ad indicare la difficoltà a provare piacere nella vita) ma probabilmente il termine viene ritenuto troppo criptico per il pubblico.

L'intermezzo costituito dalla scena di animazione, che si rifà alla striscia che compariva all'epoca su alcuni quotidiani viene curato da Chris Ishii, noto per aver realizzato i cartoni animati che avevano come protagonista l'ultramiope Mister Magoo. Ha poi inizio (anche se se ne erano già avute avvisaglie in Bananas) la serie delle partecipazioni illustri o dei ruoli affidati ad attori che "saranno famosi': Marshall McLuhan nel ruolo di se stesso, il conduttore televisivo Dick Cavett, Christopher Walken, Shelley Duvall, Carol Kane, Beverly D'Angelo, Jeff Goldblum e Sigourney Weaver. Quest'ultima (che acquisirà fama internazionale con Alien) si vede affidare il ruolo della prima moglie di Alvy ma vi deve rinunciare per un precedente impegno teatrale ed è così costretta a recitare in una parte molto piccola. Il soggetto nasce come una storia "gialla" ma prende poi un'altra strada. Il giallo in salsa rosa ( Misterioso omicidio a Manhattan) tornerà a fare la sua comparsa (non casualmente) nel film che segna il nuovo sodalizio tra Allen e la Keaton, dopo le vicende familiari del regista che lo conducono alla separazione da Mia Farrow . Al film verranno assegnati gli Oscar come miglior film, miglior regia, miglior attrice protagonista, miglior sceneggiatura originale. Allen non sarà presente alla cerimonia perché "chi è che può decidere quale sia il migliore? Credo sarebbe meglio se i rappresentanti dell'industria cinematografica s'incontrassero ogni anno e, in modo solenne, dicessero soltanto: "Questi sono i nostri preferiti tra i film di quest'anno! Tutti noi votiamo e questi sono i nostri cinque film preferiti". Non il miglior film, perché tutti i film che hanno ricevuto la nomination sono così diversi, ognuno a suo modo". Il dato però più interessante si trova nel titolo: Annie Hall. Hall è il vero cognome della Keaton che è la compagna del regista e sul set utilizza il suo vero guardaroba: più di una domanda sul ritornante autobiografismo alleniano si riaffaccia nella mente dello spettatore avvertito. Allen conferma, anche se a modo suo: "C'è un aspetto chiaramente autobiografico nel film. Ho pensato al sesso fin dai miei primi accenni di coscienza" (The New York Times",1977). Ma non è il sesso a dominare la scena o, perlomeno, non da solo (anche se Alvy/Woody si riserva la battuta: " Sono uno dei pochi maschi che soffre di invidia del pene"). Il Woody narrante interpella direttamente lo spettatore coinvolgendolo come già aveva fatto in Amore e guerra ma in modo molto più immediato: non c'è più il passato, con tutte le sue possibilità di camuffamento, a fare da filtro. Woody torna a misurarsi con l'oggi consapevole, al contempo, della contingenza e dell'universalità dei temi trattati. Ne costituisce indizio preciso proprio la decisione di rivolgersi direttamente al pubblico con la tecnica dello "sguardo in macchina'. Questa interpellazione diretta chiama in gioco lo spettatore al quale ci si indirizzerà nuovamente nel corso del film e anche alla fine per tracciare una sorta di bilancio dell'incomparabile assurdità della vita. Allen rievoca così esplicitamente (inserendo poi altri due accenni nel corso della narrazione) la sua attività di stand up comedian chiamato ad esibirsi nelle situazioni più differenti, dalla riunione politica all'assemblea universitaria. È quanto Annie ha timore di fare: canta ma teme la distrazione di un pubblico da piano bar, è un groviglio di dubbi e insicurezze che cerca di sublimare con il "la-di-da" che costituisce la sua interiezione preferita o con la guida spericolata di una Volkswagen che sa tanto di Europa.
La coppia per Allen, in questa fase, è destinata al fallimento perché intrinsecamente impossibilitata a crescere. Che si tratti dell'attivista politica con cui si cerca di evitare di passare ai fatti nascondendosi dietro il ventaglio di ipotesi sull'assassinio di Kennedy o dell'intellettuale in ascesa che è troppo presa dal suo entourage per pensare ad altro, le alchimie non funzionano. Con Annie tutto sembra diverso. Con lei forse è possibile sperare, inventarsi una sorta di ruolo di Pigmalione (che si ripresenterà in Manhattan e, con toni diversi, in Mariti e mogli). Ma la sconfitta è generalizzata. Se non si possono sopportare gli pseudointellettuali che ti gridano nell'orecchio la loro ignorante prosopopea (con tanto di intervento da deus ex machina di Marshall MacLuhan in persona) altrettanto accade con l'ambiente musicale californiano. Alvy è un "non adatto" che sente fortemente il peso delle proprie origini ebraiche. Annie lo presenta alla propria famiglia, fortemente antisemita. Alvy, a sua volta, la presenta alla propria, ebraicamente vociante e litigiosa. Ma è in quella strada vuota, dopo che l'inquadratura è stata spesso "riempita" da parole e persone, che trova il proprio segno connotativo il film. Da un esterno privo di esseri umani sulla cui immagine si racconta una barzelletta con commento amaro, si passerà a un interno altrettanto deserto quanto geometricamente perfetto nella prima inquadratura di Interiors.
Allen lavora in modo se possibile ancor più esplicito che nel passato sui codici espressivi. La lunga conversazione con l'amico Rob viene realizzata con la macchina da presa che attende immobile i due che sono sagome sullo sfondo ma la cui voce è già presente in una sorta di primo piano sonoro. È il primo esperimento di piano sequenza che vedrà in seguito ulteriori sviluppi. 


GIO 3 MAG - 21.00
VEN 4 MAG - 21.00
SAB 5 MAG - 18.30 / 21.00
DOM 6 MAG - 16.00 / 18.30 / 21.00
MER 9 MAG - ORE 21.00 - 6 EURO
WAJIB - INVITO AL MATRIMONIO
Regia di Annemarie Jacir.
Un film con Mohammad Bakri, Saleh Bakri, Maria Zreik, Tarik Kopty, Monera Shehadeh.
Drammatico - Palestina, 2017, durata 96 minuti.


Abu Shadi, 65 anni, divorziato, professore a Nazareth, prepara il matrimonio di sua figlia. Shadi, suo figlio, architetto a Roma da anni, rientra qualche giorno per aiutarlo a distribuire a mano, uno per uno, gli inviti del matrimonio come vuole la tradizione palestinese del "wajib". Tra una visita e l'altra, le vecchie tensioni tra padre e figlio ritornano a galla in una sfida costante tra due diverse visioni della vita.



Attraverso tortuose salite e discese di Nazareth, brucianti rancori e ricordi di famiglia tracciano la geografia di una città divisa, la storia di un popolo riflessa negli sguardi dei due uomini.

Abu Shadi (Mohammad Bakri) e Shadi (Saleh Bakri), padre e figlio anche nella vita e per la prima volta insieme al cinema ci guidano, a bordo della loro vecchia Volvo, in un road movie urbano tra lo spazio di una città ferita e il tempo di una famiglia distrutta. Nazareth è la terza protagonista di cui la regista e poetessa Annemarie Jacir mette in evidenza le eterne contraddizioni. La più grande città della Palestina storica, oggi Stato d'Israele, Nazareth è pietrificata dall'occupazione israeliana in cui tensioni permanenti infiammano la popolazione, musulmana al 60% e cristiana al 40%. È dunque quella minorità di "palestinesi invisibili", come vengono chiamati i palestinesi cristiani che accettano di vivere con diritti limitati pur di restare nel loro Paese, che la regista vuole raccontare. Una città-ghetto agli occhi di molti, "una città di sopravvissuti" agli occhi di Annemarie Jacir.

Il "wajib" dunque, "dovere sociale" riservato agli uomini della famiglia della sposa, diventa una scusa per la regista che guarda alla sua Palestina attraverso la relazione padre-figlio in cui si riflette l'intera comunità. I due uomini di due diverse generazioni rispecchiano due modi opposti di essere palestinese: se il padre rappresenta la sottomissione allo Stato d'Israele che passa per il compromesso e la paura, il figlio che ha preferito l'esilio, dà voce allo sradicamento e all'idealizzazione di uno Stato che non esiste più o non ancora. Il figlio rimprovera al padre la sua rassegnazione e la sua remissività al sistema locale di potere, compromessi e ipocrisie, a cui il padre oppone la fedeltà alla sua terra e un necessario pragmatismo.

Shadi, invece, con chignon e camicia rosa a fiori, che ha lasciato il Paese dopo le tensioni politiche causate dal suo cine-club e preferisce fare l'architetto a Roma, è visto dal padre come vile che parla della Palestina da lontano con la sua ragazza, figlia di un membro influente dell'Olp. Abu Shadi, così, per orgoglio paterno preferisce dire ad amici e parenti che suo figlio è medico e un giorno tornerà a casa e si sposerà con una ragazza del posto. Le accese dispute tra i due uomini, dunque, risuonano della complessità di una città, difficile da abitare così come da abbandonare.
Tra le interminabili visite e gli interminabili caffè, impossibili da rifiutare, Shadi da architetto passa in rassegna lo squallore e l'abbandono della città, tra insensate strade, inutili teli colorati, onnipresente plastica e montagne di spazzatura, probabilmente invisibili allo sguardo abituato del padre. Ma il continuo movimento e cambio di ambientazione non lascia che il duello verbale diventi una vera disputa. Nonostante la tensione crescente di una conversazione sempre sul punto di esplodere in furiosa lite, basta una canzone che risveglia ricordi d'infanzia per mettere a tacere gli insulti, i rimproveri e i rancori. In fondo entrambi sanno che nessuno dei due ha completamente ragione, entrambi, ciascuno a suo modo, cercano il miglior modo di sopravvivere a problemi più grandi di loro. Così i temi politici, sociali e umanitari accennati con delicatezza rimangono sullo sfondo di una lunga conversazione tra padre e figlio, finalmente riuniti. I momenti più drammatici, inoltre, rivelano preziosi istanti di humour proprio di chi ha una grande umanità e tanta voglia di vivere. Nonostante l'immondizia, la plastica e la polvere, Nazareth riesce ancora a brillare agli occhi di Shadi e Abu Shadi, che si riscoprono dopotutto padre e figlio.


MER 25 APR - 16.00 / 18.30 / 21.00
VEN 27 APR - 21.00
SAB 28 APR - 18.30 / 21.00
DOM 29 FEB - 16.00 / 18.30 / 21.00
MAR 1 MAG 
- 16.00 / 18.30 / 21.00
LA MÉLODIE
Regia di Rachid Hami.
Un film con Kad Merad, Samir Guesmi, Alfred Renely, Jean-Luc Vincent, Tatiana Rojo.
Drammatico - Francia, 2017, durata 102 minuti.


Simon è un violinista che al momento non ha ingaggi e accetta di tenere un corso sullo strumento a una classe di allievi di scuola media inferiore che vivono in condizioni socio ambientali non facili. L'inizio non è semplice perché i ragazzi sono provocatori e sembrano interessati solo a creare disturbo. Progressivamente però il loro interesse si concretizza e del gruppo entra anche a far parte Arnold uno studente di origine centroafricana che non ha mai conosciuto suo padre e che è particolarmente dotato per lo strumento. L'obiettivo della classe è arrivare al concerto di fine d'anno della Filarmonica di Parigi. Gli ostacoli non mancheranno.



Rachid Hami è entrato in contatto con Démos che è "un dispositivo di educazione musicale ed orchestrale a vocazione sociale, un progetto di democratizzazione culturale che si indirizza a bambini provenienti da quartieri particolari delle città o da zone rurali insufficientemente dotate di istituzioni culturali". Vanno quindi messe tra parentesi tutte le possibili obiezioni su 'luoghi' già visitati dal cinema.

Perché si può pensare a Les choristes - I ragazzi del coro e ritenere di essere di fronte a una rivisitazione aggiornata di quel soggetto. Non è così. Hami ci mette di fronte a un'esperienza che assomiglia a quella che Gustavo Dudamel ha portato avanti grazie all'iniziativa El Sistema in Venezuela (e che oggi Maduro sta iniziando ad affossare con il pretesto che il direttore d'orchestra 'fa politica').

Non siamo nel tormentato Paese dell'America Latina ma a Parigi. I giovanissimi allievi non sono campesinos ma della Ville Lumière conoscono la vista dei tetti che si può scorgere dalle terrazze all'ultimo piano dei casermoni di banlieu in cui crescono. Le dinamiche relazionali si nutrono di volgarità e di una superficialità apparentemente priva di luci in fondo al tunnel. Tutto questo non può che deprimere anche il docente e l'artista più motivato. Ma solo chi è deserto non vuole che qualcosa fiorisca in te, come canta Max Pezzali che, se fosse francese, potrebbe essere collocato dai ragazzini tra gli autori di musica 'classica' (ci mettono Cèline Dion).

Ma Simon non è così, non rinuncia subito (anche se la tentazione sarebbe forte). Forse perché si trova non davanti ma dietro a una finestra il piccolo Arnold intento a spiare le lezioni desiderando tanto quello strumento e quell'archetto che altri utilizzano come improvvisata spada. Dal talento che avverte in lui si sprigiona quella luce che i neon dell'aula non sempre garantiscono e che lo spinge a guardare oltre al degrado culturale in cui vivono coloro che ha davanti invitandolo ad entrare in case in cui apprendere a sua volta ciò che non conosce. Si può rimanere freddi dinanzi a un film come questo pensando alla 'solita storia' oppure farsi prendere anche dalla commozione vedendo, come accade nella realtà grazie a Démos, dei bambini svantaggiati appoggiare il loro futuro alla mentoniera di un violino.