PROSSIMAMENTE






DAL 5 DICEMBRE
QUALCOSA DI MERAVIGLIOSO
Regia di Pierre-François Martin-Laval.
Un film con Gérard Depardieu, Isabelle Nanty, Didier Flamand, Pierre-François Martin-Laval, Emmanuel Ménard.
Biografico, Commedia, Drammatico - Francia, 2019, durata 107 minuti.


Nel maggio del 2011, Nura Mohammad lascia il Bangladesh con suo figlio in cerca di stabilità e speranza. Dietro di lui il resto della famiglia, davanti Fahim, 8 anni e un talento per gli scacchi. Padre premuroso e protettivo, Nura omette al figlio le violenze che agitano il loro paese e giustifica la loro partenza con la promessa di fargli incontrare in occidente un grande maestro di scacchi. Ma arrivati in Francia le cose non sono così semplici. A semplificare la partita e l'amministrazione francese ci pensa il vecchio Sylvain Charpentier, campione di scacchi di grande mole e saggezza. Accolto nella sua aula, Fahim imparerà rapidamente le regole del gioco e della vita.


Sette anni fa, la storia di Fahim Mohammad fece grande scalpore. Nel 2012, un ragazzino di dodici anni senza permesso di soggiorno divenne campione di Francia di scacchi under diciotto. Interrogato sulla precarietà amministrativa del giovane campione di origine bengalese, François Fillon, Primo ministro dell'epoca, conciliò il senso proprio e lo spirito della regola, accelerando la sua regolarizzazione e quella della sua famiglia.

Toccato dalla sua storia, Pierre-François Martin Laval cambia registro e firma un feel good movie su un soggetto politico, offrendo una riflessione sulla condizione disperata dei migranti, sul coraggio e l'abnegazione di cui danno prova tra esilio e adattamento al paese di accoglienza. Ma Qualcosa di meraviglioso è anche un film sulle virtù pedagogiche e universali del gioco degli scacchi, sul cameratismo rispettoso e lo spirito, di gruppo e di competizione, di una squadra di ragazzini.

Malgrado la mancanza di messa in prospettiva e l'arrotondamento degli 'spigoli', le implicazioni politiche cedono il passo alla lezione di speranza, il film non spinge mai sul pathos e sul miserabilismo. Il regista preferisce concentrarsi sull'aspetto umanistico di questa odissea con una dose misurata di buoni sentimenti e di leggerezza, Miracolosamente in equilibrio tra dramma e commedia, il risultato è un film delicato sulla difficoltà di sognare un domani migliore per sé e i propri cari. La sua forza sta nella trascrizione di una storia vera di cui osserviamo tutta la durezza: l'esilio, la complessità del sistema burocratico francese, la barriera della lingua, la separazione familiare.

Se il registro è drammatico, la sceneggiatura resta ottimista e dimostra fino a che punto possiamo provocare il destino. Un destino che qualche volta si gioca su una scacchiera. La constatazione è amara ma compensata nel film dalle relazioni umane al centro del racconto. La messa in scena accentua l'aspetto 'favolisitico' della vicenda ma è proprio il côté favola a toccare da vicino lo spettatore, a vincerne la diffidenza, a ricordargli che al di là della sua sicura vita occidentale, ci sono persone che rischiano ogni giorno la propria battendosi e rimanendo fiduciosi nel prossimo.

L'emozione che suscita il film non fa dimenticare la questione a cui si aggrappa: come leggere le leggi che regolano l'esilio e il diritto d'asilo? Dovremmo davvero interpretarle alla lettera ed espellere un bambino e suo padre? Il club degli scacchi di Sylvain Charpentier, Xavier Parmentier nella vita vera, diventa per Fahim un vero e proprio rifugio e il cuore autentico del film contro l'autenticità di facciata dell'esordio. Il 'suo meglio' si rintraccia nelle sequenze in Francia con Gérard Depardieu, maître di scacchi di finezza assoluta, 'giocato' su una corda tesa. Come se l'attore traesse una forza nuova dal confronto col giovane Assad Ahmed, che interpreta Fahim con un mélange di candore e naturalezza. Insegnante di scacchi che ha mancato il suo appuntamento con la gloria, il personaggio gli sta come un guanto perché il percorso di Depardieu esprime da sempre l'impossibilità di essere una star che fa sognare.

A immagine di Sylvain Charpentier, l'attore non smette di battersi con se stesso, coi suoi incubi, le sue tragedie e con tutto quello che gli è insopportabile. Tra i meriti di Pierre-François Martin Laval c'è quello di averlo scelto, di aver arruolato il corpo bulimico di un esploratore che sa che il mondo è finito ma può essere ancora vissuto. Un surplus di corpo che ha un supplemento d'anima. È lui il 'pezzo pesante' di una scacchiera che trema sotto i suoi colpi. Colpi di pugno che volgono in colpi di cuore. E il 'metodo Depardieu' vale da solo una stella.

(fonte - https://www.mymovies.it)


LUN 9 DICEMBRE - ORE 21.00
BIGLIETTO UNICO 6 EURO
CHIAMAMI AQUILA
Regia di Michael Apted.
Con John Belushi, Blair Brown
Commedia, durata 103 min.


Un reporter piantagrane, per punizione, viene mandato dal direttore del suo giornale in servizio sulle Montagne Rocciose, a intervistare un'ornitologa che vive in solitudine studiando una rara specie di aquile. L'irruente giornalista scompiglierà la quiete degli alti picchi e il cuore della studiosa. Seguiranno matrimonio e tanti aquilotti. Belushi, al suo massimo splendore, si muove come un bulldozer su un copione intriso di aggraziata ironia, merito della penna di Lawrence Kasdan, più tardi regista de Il grande freddo.



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(fonte - https://www.mymovies.it)


MER 18 DIC - ORE 17.00 / 21.00
DOM 22 DIC - ORE 21.00
BIGLIETTO UNICO 6 EURO
5 EURO STUDENTI / ARCI
VERTIGO
Regia di Alfred Hitchcock.
Un film con Kim Novak, James Stewart, Tom Helmore, Henry Jones, Barbara Bel Geddes, Lee Patrick.
Giallo - USA, 1958, durata 128 minuti.


Sofferente di vertigini dopo un incidente in servizio, John "Scottie" Ferguson lascia la polizia e accetta di lavorare per un vecchio compagno di scuola che gli chiede di sorvegliare la moglie Madeleine che in ricorrenti stati di incoscienza sembra posseduta dallo spirito di Carlotta Valdes, sua bisnonna morta suicida un secolo prima. Ferguson resta affascinato dall'infelice donna e quando è costretto a intervenire per salvarla da un tentativo di suicidio in mare tra i due ha inizio una storia d'amore. Ma una tragedia sta per sconvolgere le vite di entrambi.



CAPOLAVORO ASSOLUTO E UNANIMEMENTE RICONOSCIUTO DEL CINEMA DI ALFRED HITCHOCK, SI AVVALE DI UNA PERFORMANCE PERFETTA DEI PROTAGONISTI.

Capolavoro assoluto e unanimemente riconosciuto del cinema di Alfred Hitchock il film si basa su di un romanzo di Boileau e Narcejac scritto con l'intento di piacere al regista al punto da invogliarlo a comprarne i diritti. L'azione viene spostata dagli Anni Quaranta ai Cinquanta e soprattutto viene anticipata la scoperta dell'intrigo che gli autori avevano collocato nelle pagine finali del libro.

"Intorno a me tutti erano contrari a questo cambiamento", confessò Hitch a Truffaut nella celebre intervista divenuta un libro. In realtà, con la perfetta cognizione che il regista aveva della differenza tra l'utilizzo della sorpresa e la funzione della suspense, la scelta risulta vincente. Ma non ci si limita a questo. La performance dei protagonisti è perfetta (anche se Hitchcock non sopportava Kim Novak e non perdeva occasione per parlar male di lei) e innerva il film di quell'erotismo che è spesso sotteso nei film del Maestro e che qui viene giocato con grande maestria. Ci sono abiti che vengono tolti per farli asciugare ed altri che vengono fatti indossare per ricostruire il passato mentre un colore (il grigio) si sostituisce alla tonalità dominante che è quella del verde. La sequenza delle sequoie (sempreverdi) fa da catalizzatore al colore prevalente nell'abito che Madeleine indossa la prima volta che appare sullo schermo così come a quello della sua auto per poi trovare il suo culmine in quello che a Ferguson appare come un 'ritorno' della donna amata.

Hitchocok trova nella sceneggiatura alcuni dei temi che ricorrono nel suo cinema. Su tutti domina quello del Doppio che nel titolo italiano viene esplicitato, cosa che non avviene in quello originale che fornisce una sintesi perfetta sia della patologia sofferta dal protagonista sia del costante senso di instabilità esistenziale e di horror vacui che il film offre allo spettatore.

(fonte - https://www.mymovies.it)


MER 27 NOVEMBRE - ORE 21.00
DOM 1 DICEMBRE - ORE 21.00
BIGLIETTO UNICO 8 EURO
IL CIELO SOPRA BERLINO
Regia di Wim Wenders.
Un film con Bruno Ganz, Peter Falk, Solveig Dommartin, Otto Sander, Didier Flamand, Curt Bois.
Drammatico, Fantasy - Germania, 1987, durata 130 minuti.
VERSIONE 4K DOPPIATA IN ITALIANO

🥇 MIGLIOR REGIA - FESTIVAL DI CANNES 1987

Nel cielo grigio sopra Berlino, nelle sue vie e nei suoi edifici si aggirano innumerevoli angeli non visibili agli adulti ma individuati dai bambini. Essi possono sentire i pensieri di ognuno e cercare, mettendosi loro accanto, di lenire i dolori dei più sofferenti. Due di loro, Damiel e Cassiel, si ritrovano periodicamente per raccontarsi le reciproche esperienze. Damiel è quello a cui pesa maggiormente la propria condizione: vorrebbe poter diventare uomo per percepire il senso della materia e della quotidianità. Grazie a una trapezista e a un attore riuscirà a prendere una decisione fondamentale.


Wenders, rientrato in Europa dopo la doppia esperienza americana di Hammett e di Paris, Texas, va alla ricerca delle proprie radici culturali e sceglie, lui originario di Düsseldorf e ammiratore di Colonia, quella Berlino che lo ha visto, diplomando alla scuola di cinema di Monaco, esordire nel lungometraggio. La città, con la sua tormentata storia, con i suoi monumenti, è la coprotagonista di uno dei migliori film in assoluto dell'intera filmografia wendersiana.

Ispirato da Rilke e con l'assolutamente importante collaborazione di Peter Handke, Wenders ci propone una riflessione sull'esistere che si fa cinema, pensiero e azione. Cinema innanzitutto e fin dalle primissime immagini con l'angelo Bruno Ganz che viene visto dai bambini in un affascinante bianco e nero. Quell'angelo è un 'collega' degli 'angeli' registi che Wim sente vegliare su di lui: Truffaut, Ozu e Tarkovskij a cui dedica il film alla fine. Ma è anche colui che sente il bisogno di superare la fase di 'ascolto' della vita per immergervisi completamente. Non basta osservare la realtà e condividerne, anche se sempre con distacco, i sogni e le disillusioni. Bisogna entrarvi con il peso della passione e del dolore. Non a caso ad aprire questa dimensione a Damiel sono due persone che hanno fatto della 'rappresentazione' la loro vita: la trapezista Marion e l'attore Peter Falk.

Grazie a loro il bianco e nero può diventare colore e l'angelo, che osservava dall'alto del campanile simbolo della Berlino devastata dai bombardamenti della seconda guerra mondiale, può ora, come dicono gli inglesi, "to fall in love" "cadere in amore". Perdendo l'eternità ma acquisendo la fondamentale dimensione umana.




(fonte - https://www.mymovies.it)


MER 13 NOV - ORE 21.00
BIGLIETTO UNICO 6 EURO

GIO 14 NOV - ORE 21.00
VEN 15 NOV - ORE 21.00
SAB 16 NOV - ORE 18.30 / 21.00
DOM 17 NOV - ORE 16.00 / 18.30 / 21.00
LUN 18 NOV - ORE 21.00
LA BELLE ÉPOQUE
Regia di Nicolas Bedos.
Un film con Daniel Auteuil, Guillaume Canet, Doria Tillier, Fanny Ardant, Pierre Arditi.
Commedia - Francia, 2019, durata 110 minuti.


Victor e Marianne sono sposati e 'inversi'. Lui vorrebbe ritornare al passato, lei andare avanti. Disegnatore disoccupato che rifiuta il presente e il digitale, Victor è costretto a lasciare il tetto coniugale. A cacciarlo è Marianne, psicanalista dispotica che ha bisogno di stimoli e ne trova di erotici in François, il migliore amico di Victor. Vecchio e disilluso, Victor accetta l'invito della Time Traveller, una curiosa agenzia che mette in scena il passato. A dirigerla con scrupolo maniacale è Antoine, che regala ai suoi clienti la possibilità di vivere nell'epoca prediletta grazie a sontuose scenografie e a un gruppo di attori rodati. Tutto è possibile, bere un bicchiere con Hemingway o sparare sull'aristocrazia del XVIII secolo. Victor sceglie di rivivere il suo incontro con Marianne, una sera di maggio del 1974 in un café di Lione ("La belle époque"). Sedotto dal fascino dell'attrice che interpreta la sua consorte a vent'anni, Victor col passato trova il futuro.


Con La Belle Époque arriva sullo schermo un bastimento carico di idee e di attori celebri, una commedia nostalgica che risale il tempo e solleva lo spirito.

Nicolas Bedos, ossessionato dal passaggio del tempo (Un amore sopra le righe), torna sui soggetti di predilezione: l'usura dei sentimenti e il rimpianto delle occasioni perdute. A sopportare gli oltraggi degli anni questa volta sono Fanny Ardant e Daniel Auteuil che interpretano con smalto una coppia sull'orlo di una crisi di nervi. Un uomo e una donna che da troppo tempo non condividono più niente e conducono vite parallele. Intorno a loro gravitano Guillaume Canet, regista tirannico e nevrotico, comme d'habitude, e Doria Tillier, compagna a intermittenza del personaggio di Canet che innamora il vecchio disegnatore di Auteuil.

Convocate tutte le celebrità del cinema francese maggiore (Pierre Arditi e Denis Podalydès) e tutte le convenzioni della commedia degli equivoci, La Belle Époque è una messa in scena gioiosa del cinema che consente a Daniel Auteuil di ritrovare l'umorismo toccante dei vecchi ruoli e a Fanny Ardant la luccicanza sentimentale dei film di Truffaut, quella che la faceva svenire in un parcheggio dopo un bacio e le lasciava le cicatrici sui polsi perché in definitiva l'amore fa male. Convinti di non poter più stare insieme, le loro mani allacciate nel gran finale non intendono ragione. Perché Victor e Marianne sono fatti per accendersi e le loro mani per afferrarsi. Fatti per bruciare sempre e probabilmente ferirsi ancora.

Bedos sceglie l'amore che dura e la riconciliazione di una coppia e di un uomo col suo tempo, regalando un sorriso persistente allo spettatore e tante sorprese. Sorprese che accumula tra andate e ritorni, recriminazioni e rievocazioni, carezze e schiaffi. Irriducibilmente brillante e ruffiano, l'enfant terrible della televisione (e non solo) porta sulla coppia uno sguardo tenero e fiducioso, incalzato da repliche e battute che fanno sognare o ridere di gusto. Trascendendo i limiti del reale col suo esercito di decoratori e un senso spiccato della messa in scena, l'autore rievoca il passato per offrire all'avvenire uno sguardo nuovo. Sguardo che contagia i suoi attori al servizio di un superbo gioco cinematografico. Sullo sfondo degli slittamenti temporali sfilano le performance di un cast virtuoso ed eclettico ma perfettamente omogeneo.

La forza del film non risiede solo nell'eccellenza degli interpreti ma altresì nella sceneggiatura di una precisione quasi ineccepibile, che si destreggia coi talenti convenuti fino a concludersi sulla riconciliazione di rigore. Se Nicolas Bedos domina così bene la materia è perché il personaggio di Guillaume Canet è fondamentalmente il suo doppio. Antoine è un regista che deve accordare un ensemble di rivali e di persone che hanno in comune solo una rappresentazione (d'epoca), quella che devono allestire ma che minaccia sempre di volgere in catastrofe. La disposizione benevola di Bedos fa lo charme di questa commedia romantica in astinenza d'amore, concepita come una successione di parole, baci e lacrime legati da un ritmo sostenuto. La bella meccanica gira a pieno regime, regalando ai suoi attori il registro di predilezione e rammentando agli spettatori che qualche volta i 'bei vecchi tempi' sono adesso.



(fonte - https://www.mymovies.it)


GIO 31 OTT - ORE 21.00
VEN 1 NOV - ORE 16.00 /18.30 / 21.00
SAB 2 NOV - ORE 18.30 / 21.00
DOM 3 NOV - ORE 16.00 / 18.30 / 21.00
L'ETÀ GIOVANE
Regia di Jean-Pierre Dardenne, Luc Dardenne.
Un film con Idir Ben Addi, Olivier Bonnaud, Myriem Akheddiou, Victoria Bluck, Claire Bodson.
Drammatico - Belgio, 2019, durata 84 minuti.

🥇Miglior regia a Jean-Pierre e Luc Dardenne - Cannes 2019
Ahmed ha 13 anni ed è entrato nella spirale dell'integralismo musulmano grazie all'indottrinamento di un imam che, tra le altre cose, gli ripete che la sua insegnante di lingua araba, anch'essa musulmana, è un'apostata. Ahmed che venera un cugino martire dell'Islam, decide allora di procedere autonomamente e di passare all'azione nei suoi confronti.


Se in Rosetta i Dardenne seguivano da vicino la disperazione di una ragazza bisognosa di un lavoro che non riusciva a trovare, in Le jeune Ahmed la disperazione sembra avere trovato ospitalità nel loro sguardo.

Considerato il clima politico-sociale italiano sul tema dell'immigrazione e della presenza dei musulmani una premessa diventa necessaria affinché il film non venga letto come un facile j'accuse ai seguaci di Maometto. Nei titoli di coda si può leggere il ringraziamento al Ministro per la gioventù e lo sport belga che si chiama Rachid Madrane. Dal nome non è difficile comprendere che si tratta di un belga di origini marocchine. Situazione che da noi solleverebbe l'indignazione di una parte consistente dell'elettorato e che nell'attualmente meno rissoso Belgio (dove non sono mancati, non dimentichiamolo, sanguinosi attentati) permette invece a quel ministro di sostenere un film che è anti-integralista ma non per questo antimusulmano.

La radicalizzazione del ragazzino è a un livello tale da manifestarsi compulsivamente anche nella gestualità e da rendere praticamente fallimentari i tentativi di tutti coloro che lo circondano. Che reagisca insultando in famiglia o che rifiuti il benché minimo contatto con l'altro sesso o con gli animali (questi sono solo due esempi della sua rigidità di fatto onnicomprensiva) nulla sembra riuscire a scalfire la corazza che gli è stata costruita addosso su misura e che ora ne limita qualsiasi movimento intellettuale o affettivo.

I Dardenne, che, come è noto, sono attentissimi alla scrittura dei loro film dopo un terzo della vicenda si permettono di spiazzare gli spettatori suggerendo una possibilità di ripensamento. Si tratta di un'iniziale inversione di marcia che non trova apparenti giustificazioni alla quale però sia chi è in sala sia educatori e psicologi che accompagnano Ahmed in un tentativo di recupero vogliono poter credere. Perché i due registi belgi non hanno mai smesso di sperare nelle persone che mettono in scena senza per questo voler ricercare accomodanti happy end.

Vorrebbero poterlo fare anche questa volta (la scena dei tovaglioli di carta porti alla madre che piange per la sua intransigente caparbietà è molto significativa in tal senso) ma tutto sembra andare nel verso opposto. Nel 1996 il pubblico di tutta Europa (e non solo) cominciava a conoscerli con un film in cui un immigrato clandestino cadeva da un impalcatura e moriva venendo seppellito in forma anonima. Sono trascorsi 23 anni e questi acuti e partecipi osservatori della realtà, non hanno smesso di interrogarsi anche su questo tema mutando però la prospettiva.

Qui non siamo di fronte a servizi sociali assenti o a una famiglia non attenta. La stessa riunione dei genitori della classe ci mostra come gli atteggiamenti degli appartenenti alla stessa fede siano di fatto molto differenti tra loro. Nonostante ciò...Ecco la parola giusta: nonostante. Perché l'indottrinamento del radicalismo trova terreno fertile in questo adolescente di seconda generazione svuotandolo interiormente per riempirlo di precetti coercitivi che lo tengano rigidamente in piedi. Ma se solo chi cade può risorgere (come recitava il titolo di un film di John Cromwell del 1947) i Dardenne sanno che i cattivi maestri possono procurare danni che vanno anche al di là delle proprie aspettative e ce lo ricordano. Senza false reticenze e con la collaborazione di un ministro che si chiama Rachid.





(fonte - https://www.mymovies.it)