PROSSIMAMENTE

PROSSIMAMENTE


VEN 16 AGO - 21.00
SAB 17 AGO - 21.00
DOM 18 AGO - 21.00
ROCKETMAN
Regia di Dexter Fletcher.
Un film con Taron Egerton, Jamie Bell, Richard Madden, Bryce Dallas Howard, Gemma Jones.
Biografico - USA, 2019, durata 121 minuti.


La vita di Reginald Dwight, rockstar multimilionaria nota al mondo con il nome d'arte di Elton Hercules John, scorre a ritroso, partendo da una seduta di alcolisti anonimi. Qui John trova il modo di affrontare i demoni del proprio passato e ripercorrere i passi che l'hanno condotto in questo stato.

Dopo il successo straordinario e inatteso di Bohemian Rhapsody, intorno a Rocketman si è creata un'aspettativa peculiare, un termine di paragone quasi obbligato, incentivato dal fatto che il regista della biografia in musica e immagini di Elton John è Dexter Fletcher, ossia colui che ha ereditato Bohemian Rhapsody senza più un regista (in seguito al licenziamento di Bryan Singer), per portarlo a conclusione.



A produrre è lo stesso Elton John, che si affida a Fletcher e allo sceneggiatore di fiducia Lee Hall, già autore dello script di Billy Elliot.

Non è dato sapere quanto il confronto invisibile tra Bohemian e Rocketman abbia influenzato le scelte di Fletcher, che di fatto sceglie un altro percorso per affrontare la vita di Dwight. Anziché la mimesi esasperata - degli attori e dei concerti - del film di Singer, Rocketman usa le travagliate vicende di Elton John come parabola a metà tra il reale e il fantastico, come una sorta di allucinazione psicotropa che possa aprire uno spiraglio per comprendere come si manifesti un talento inafferrabile e che condanna questo possa rappresentare.

Ad affliggere il film di Fletcher, come molti biopic prima di lui, è il problema, o la necessità quasi compulsiva, di dover rendere tutto visibile, fino all'ultimo dei dettagli, privando l'immaginazione di ogni spazio. L'infatuazione per il rock'n'roll non può quindi che manifestarsi attraverso un ciuffo di capelli impomatati, la capacità di Elton di far librare corpi e pensieri è esemplificata da una scena in cui questo avviene letteralmente, e così via.

Tutto è esibito e mai suggerito, come se fosse implicita la richiesta di questo didascalismo da parte del pubblico o, peggio, l'incapacità di quest'ultimo di poter "unire i puntini" senza un aiuto visivo. Su questo punto Fletcher dimostra una certa continuità rispetto a Bohemian Rhapsody e a un'idea di film-evento che sa sempre più di messa in scena spettacolare e curata di quel che ci si attende di vedere realizzato su grande schermo, anziché la rivelazione di qualcosa di inatteso o di impredicibile.

Cinema che nasce per confermare ed esaltare, per soddisfare il desiderio inesausto di fan service. E che evita gli spigoli più difficili da gestire. Ma, a differenza che nel caso di Freddie Mercury, con Elton John coming out e omosessualità non sono certo sottaciuti, ma a prevalere è sempre la semplificazione delle scelte, dei traumi, o degli enfatici momenti rivelatori.

Il mistero di una "diversità" che, nel caso di Elton John, è plurima non viene esplorato: Reginald Dwight non è solo gay in un mondo che celebra l'eterosessualità, è anche un bastian contrario impossibile da incasellare nei generi musicali in voga, quando comincia a emergere nel mondo della musica. Elton sceglie il rock'n'roll al posto della preparazione classica, il soft rock tinto di soul e gospel anziché le chitarre che dominano la sua epoca.

Di questa insofferenza alla normalizzazione, sessuale e artistica, restano qualche scena pudica con l'amato-odiato John Reid e le crisi per eccesso di droga e alcool, ossia il cliché più antico del biopic musicale a cui Rocketman non fa nulla per sfuggire.

Affrontati i demoni che era lecito ritrovare nel romanzo voluto da Elton John stesso, arriva inesorabile la celebrazione del proprio riscatto: sulle note di I'm Still Standing, inno alla resilienza nonostante tutto e tutti, scorrono gli agiografici titoli di coda, che ci ricordano il felice prosieguo della vita di Elton John e le sue attività filantropiche. E così tutto è bene quel che finisce bene, come si voleva rappresentare ma non come si voleva audacemente immaginare.

(fonte - https://www.mymovies.it)



MER 28 AGO - ORE 21.00
LITTLE FOREST
Regia di Soon-rye Yim.
Un film con Tae-ri Kim, So-Ri Moon, Jun-yeol Ryu, Ki-joo Jin.
Drammatico - Corea del sud, 2018, durata 86 minuti.

Udine Far East Film Festival 2018


Tratto da un manga giapponese, ma adattato allo stile narrativo sudcoreano, Little Forest racconta (anzi: dipinge) con sorprendente delicatezza la storia di una fuga e di una rinascita. La fuga e la rinascita della giovane Hye-won, in crisi professionale e sentimentale, che abbandona la frenesia della metropoli per imparare la lentezza della vita rurale. I codici e i segreti dell’essenzialità. Little Forest è uno sperduto villaggio dove le radici (emotive) dell’infanzia corrispondo alle radici (fisiche) della terra. Little Forest è una piccola cucina dove i nudi frutti dell’orto diventano golose ricette conviviali. Abbiamo bisogno di tanto altro, per essere felici?

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ANTEPRIMA NAZIONALE
MER 25 SET - ORE 21.00
BURNING L’AMORE BRUCIA
Regia di Chang-dong Lee.
Un film con Steven Yeun, Yoo Ah-In, Joong-ok Lee, Jong-seo Jun, Soo-Kyung Kim, Seung-ho Choi, Seong-kun Mun, Bok-gi Min, Soo-Jeong Lee, Hye-ra Ban, Mi-Kyung Cha.
Drammatico - Corea del sud, 2018, durata 148 minuti.

Festival di Cannes 2018


Jong-su è un aspirante scrittore che vive di espedienti. Quando incontra per caso Hae-mi non la riconosce, ma la ragazza si ricorda di lui e lo persuade a prendersi cura del suo gatto. Jong-su si innamora, ma Hae-mi parte per l'Africa: al suo ritorno è accompagnata dal misterioso e facoltoso Ben.

Come Little Forest, anche Burning deriva da uno spostamento fra Giappone e Corea del Sud: il Giappone di Murakami, autore del racconto alla base del film (Granai incendiati), e la Corea del Sud di Lee Chang-dong, regista del memorabile Poetry (Tucker Film – 2011), che ha saputo trasformare quelle brevi pagine in un massiccio “romanzo cinematografico”. Un potentissimo dramma dell’anima che osserva la sintassi del mistery-thriller, scavando dentro le inquietudini e le ombre di uno strano triangolo (amoroso?). Ieri e oggi, ricchezza e povertà, dovere e piacere: tutto è doppio, tutto può doppiamente ingannare gli occhi e il cuore… Per Barack Obama, icona stessa dell’Occidente contemporaneo, il miglior titolo del 2018.



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MER 18 SET - ORE 21.00
THE GANGSTER, THE COP, THE DEVIL
Regia di LEE Won-tae
Drammatico - Corea del sud, 2019, durata 109 minuti.

Festival di Cannes 2019


Le vie dell’action-thriller sono infinite, o quasi, e il cinema sudcoreano le sa percorrere a occhi chiusi. Dal punto di vista delle strutture narrative e, naturalmente, dal punto di vista stilistico. Pensiamo a The Chaser. Pensiamo a The Man from Nowhere. Pensiamo ai tanti cult che gli appassionati conoscono a memoria. The Gangster, The Cop, The Devil, però, non si accontenta e moltiplica tutto per tre: l’elemento crime, l’elemento poliziesco, l’elemento noir. Più che l’ennesima variazione sul tema, un appassionante – e divertente! – virtuosismo pop. La storia di un’alleanza spericolata tra uno sbirro e un bandito, impegnati a costruire una tregua per neutralizzare un serial killer. Chi sono i buoni e chi sono i cattivi?

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MER 4 SET - ORE 21.00
A TAXI DRIVER
Regia di Hun Jang.
Un film con Song Kang-ho, Thomas Kretschmann, Yoo Hae-jin, Jun-yeol Ryu, Park Hyuk-kwon.
Drammatico - Corea del sud, 2017, durata 137 minuti.

Torino Film Festival 2018



La mente corre a De Niro e Scorsese, certo, ma questa non è la New York degli anni ‘70: è la Seoul degli anni ‘80. Jang Hoon ci fa salire su un taxi e ci (ri)porta nel buio di Gwangju, dove sta per esplodere la grande rivolta popolare contro la dittatura di Chun Doo-hwan. Dieci giorni di lotta, dieci giorni di feroce repressione. Il 18 maggio 1980 rappresenta ancora una ferita aperta, nel cuore della Corea del Sud, e i dodici milioni di spettatori che hanno applaudito A Taxi Driver lo dimostrano. Blockbuster o inno civile? Un inno civile che parla il linguaggio del blockbuster, affidandosi – tra lacrime, risate, azione – al gigantesco Song Kang-ho.

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MER 13 GIU - ORE 21.00 - 6 EURO
SELFIE DI FAMIGLIA
Regia di Lisa Azuelos.
Un film con Sandrine Kiberlain, Yvan Attal, Arnaud Valois, Patrick Chesnais, Victor Belmondo.
Commedia - Francia, 2019, durata 87 minuti.


Mirko e Manolo sono due giovani amici della periferia romana. Guidando a tarda notte, investono un uomo e decidono di scappare. La tragedia si trasforma in un apparente colpo di fortuna: l'uomo che hanno ucciso è il pentito di un clan criminale di zona e facendolo fuori i due ragazzi si sono guadagnati la possibilità di entrare a farne parte. La loro vita è davvero sul punto di cambiare.




I fratelli Damiano e Fabio D'Innocenzo al loro film d'esordio firmano un'opera che dimostra la loro profonda tensione morale.

Quello dei D'Innocenzo non è l'ennesimo film sulle periferie o sui cosiddetti 'coatti' quanto piuttosto un'indagine sulla possibilità di un'amicizia che possa far sì che ci si aiuti reciprocamente a crescere. Manolo e Mirko sono come tanti altri. Come loro vanno a scuola con il desiderio di finirla al più presto per trovarsi un'attività che gli piaccia ma non sanno che stanno già lasciandosi scivolare il mondo addosso. Perché è il contesto contemporaneo che, giorno dopo giorno, sta rivestendoli di una pellicola di impermeabilità a qualsiasi possibile etica.

Intorno a loro non stanno solo i lupi della malavita organizzata pronti a sfruttare la l'apparente indifferenza nei confronti di quanto viene loro richiesto (prostituire minorenni spacciare droga, uccidere) ma anche un padre da una parte e una madre dal'altra che hanno rinunciato di fatto al loro ruolo. Uno per frustrazione e l'altra per debolezza. I figli hanno 'sentito' questa insoddisfazione esistenziale e vi hanno reagito come potevano: smettendo di reagire. Solo apparentemente però come si diceva. Perché se Manolo (un sempre più efficace, di film in film, Andrea Carpenzano) sembra indifferente a tutto mentre in alcuni suoi sguardi si avverte la smentita a quanto fa apparire in superficie, MIrko (l'altrettanto efficace Matteo Olivetti) è più tormentato. I suoi scatti d'ira, la sua generosità esibita fuori misura, lo configurano come impreparato al compito. In fondo Manolo ha un padre che gioca alle macchinette per dimenticare che avrebbe voluto far parte di quel mondo del crimine a cui indirizza il figlio. Mirko invece sente la sofferenza che impone alla madre anche se non riesce a rinunciare alla nuova vita.

I D'Innocenzo sanno ritrarre l'appiattimento delle coscienze in cui il dire 'scusami' sembra poter mettere a posto qualsiasi cosa risarcendo anche chi sia vittima del crimine più grave. In un ambito sociale in cui la persona è ridotta a merce resta poco spazio per i sentimenti. Il loro è un grido d'allarme che, provenendo da due registi trentenni, assume un valore ancora maggiore.



(fonte - https://www.mymovies.it)


VEN 9 AGO - 21.00
SAB 10 AGO - 21.00
DOM 11 AGO - 21.00
IL MANGIATORE DI PIETRE
Regia di Nicola Bellucci.
Un film con Luigi Lo Cascio, Vincenzo Crea, Bruno Todeschini, Ursina Lardi, Leonardo Nigro.
Drammatico - Italia, 2018, durata 109 minuti.


Cesare è un passeur, uno dei più bravi in circolazione. Per la conoscenza dell'antica arte di chi attraversa le impervie vallate alpine è cercato da criminali, che ne richiedono le prestazioni, ed è ricercato dalla legge, sempre sulle sue tracce. Quando esce di galera, dopo essersi rifiutato di parlare, trova il cadavere dell'amico e rivale Fausto ed è fermamente intenzionato a scoprire cosa sia successo.


Per Nicola Bellucci Il mangiatore di pietre rappresenta il primo film di finzione, dopo una carriera come consolidato documentarista.

Nel bene e nel male, è una caratteristica che risulta evidente sin dalle prime sequenze. Nel bene, per la capacità di ritrarre dettagli geografici, architettonici e psicosomatici della gente di montagna che vive sulla frontiera tra Svizzera, Italia e Francia con perizia, ma senza mai sovraccaricare. Il rovescio della medaglia è invece rappresentato dalla scarsa confidenza con meccanismi di storytelling e gestione dell'intreccio che, nel caso di un crime drama come Il mangiatore di pietre, costituiscono una componente fondamentale per la fruizione del film.

Il ritmo lento e l'andamento contemplativo necessitano di una sceneggiatura più robusta per poter mantenere avvinta l'attenzione del pubblico e questo non sempre avviene: l'indagine dei carabinieri resta per lo più criptica e frammentaria, quasi rifuggendo il pathos anziché inseguirlo. Tuttavia la ricerca dell'assassino sembra poco più di un'esca narrativa, in un film che ruota attorno al personaggio tormentato di Cesare (interpretato da Luigi Lo Cascio) e al suo confronto con un passato ingombrante: il rimorso per aver agito in maniera clandestina, la lontananza durante la morte dell'amata moglie (Elena Radonicich, in una breve ma memorabile parte), il brusco ritiro dal gruppo di amici.
Sospeso in un limbo, come richiesto da questo risvolto introspettivo, il film risulta troppo misterioso nella prima parte, caricando una tensione che non si giustifica adeguatamente nel proseguo della vicenda. I tanti volti femminili eterei che compaiono restano una traccia inesplorata di un'unione maschile che tende a ridurre la donna a figura angelicata, generatrice di un senso di colpa talvolta smisurato. Non mancano i richiami all'attualità: tra la merce che i passeur si trovano a trasportare oltre confine, infatti, ci sono anche dei migranti e sarà la loro presenza a determinare una svolta morale nel protagonista del film.

Sotto la coltre nevosa di Il mangiatore di pietre si cela un ottimo film, ma in superficie resta solo un interessante ibrido tra cinema di genere e attitudine documentaristica, con qualche difetto di troppo.

(fonte - https://www.mymovies.it)