PROSSIMAMENTE

PROSSIMAMENTE


VEN 15 MAR - 19.15
IL FILM VERRÀ CONFERMATO AL
RAGGIUNGIMENTO DEL QUORUM
I AM THE REVOLUTION
Regia di Benedetta Argentieri
Documentario - 2018, durata 74 minuti.


In mezzo alla guerra e al fondamentalismo, sono cresciute donne leader che comandano eserciti, organizzano la fuoriuscita delle altre donne dalla schiavitù, guidano forze politiche laiche e progressiste, andando villaggio per villaggio a sfidare i talebani. Queste donne praticano la democrazia più avanzata che possiamo immaginare nei contesti meno favorevoli possibili. Queste donne testimoniano la rivoluzione necessaria ovunque.

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GIO 14 FEB - ORE 21.00
VEN 15 FEB - ORE 21.00
SAB 16 FEB - ORE 18.30 / 21.00
DOM 17 FEB - ORE 16.00 / 18.30 / 21.00
LA VITA IN UN ATTIMO
Regia di Dan Fogelman.
Un film con Oscar Isaac, Olivia Wilde, Annette Bening, Antonio Banderas, Mandy Patinkin, Olivia Cooke.
Drammatico, Sentimentale - USA, 2018, durata 118 minuti.


Will, quarantenne newyorchese abbandonato dalla moglie, ricostruisce la sua storia in una seduta di psicanalisi: l'amore per Abby, gli anni del college, l'intimità matrimoniale, un pranzo con i genitori di lui e poi, inatteso, il giorno della separazione. O forse no. Forse nel passato di Will c'è evento così traumatico da non poter essere raccontato... Vent'anni dopo, il frutto dell'amore fra Will e Abby, la ventenne Dylan, rabbiosa e lacerata dall'assenza dei genitori, incontra per la strada il coetaneo Rodrigo, studente di origine spagnola figlio di una coppia di lavoratori dell'Andalusia, che anni prima era già stato in quello stesso luogo per una vacanza...


Tra una New York da cinema indie e una Spagna da cartolina, tra Bob Dylan e il romanzo nel romanzo, un complicato intreccio di storie e destini che esalta la forza dell'amore, capace di rigenerarsi al di là di ogni tragedia.

A dirigere il film La vita in un attimo è stato un filmmaker piuttosto famoso a Hollywood, soprattutto per le sue doti di sceneggiatore e per una serie televisiva che ha ottenuto un notevole riscontro: This Is Us. Già regista de La canzone della vita, Dan Fogelman aveva scritto il copione del film nel 2016, ma la sua opera era finita nella black list, per essere poi "recuperata" da un trio di validi produttori e affidata a un cast all star che si è diviso fra New York e l'Andalusia. Realizzare una vicenda che coinvolge diverse generazioni e copre un periodo piuttosto lungo di tempo, e soprattutto ambientata fra USA ed Europa e parlata in due lingue (inglese e spagnolo), ha impegnato non poco la squadra che lavorava al film, nonostante Fogelman avesse le idee chiare su ogni singola scena, anche perché ogni personaggio doveva avere una sua specificità e ispirare uno stile di regia diverso, a cominciare dal sentimentale Will di Oscar Isaac, per cui si è deciso di ricorrere a inquadrature lunghe. In nome di questa esigenza di varietà Dan Fogelman ha anche intrecciato e alternato i toni, passando dall’ironico al romantico al tragico, e poi ha fatto uso di diverse voci fuori campo, ad esempio quella di Samuel L. Jackson, che fa anche una breve apparizione nel film. L’attore è per il regista il simbolo di Pulp Fiction, film "cult" di Will e Abbey, che a una festa si travestono da Vincent Vega e Mia Wallace. Altro "mito" del film è Bob Dylan, il cui album "Time Out of Mind" viene continuamente ascoltato e citato. Anche Fogelman lo ascoltava durante la stesura della sceneggiatura, e più tardi la produzione è riuscita a ottenere dal cantante il permesso di utilizzare i suoi brani.

Gli altri protagonisti di La vita in un attimo, che condivide il responsabile di produzione Gerald Sullivan con Moonrise Kingdom e Grand Budapest Hotel, sono Mandy Patinkin (il Saul Berenson della serie Homeland), Annette Bening (nel ruolo di una psichiatra un po' algida), Laia Costa, Olivia Wilde, Olivia Cooke e Antonio Banderas. A quest’ultimo il regista ha affidato uno dei lunghi monologhi del film, che, proprio come un episodio di una serie tv, se ne infischia della stringatezza di dialoghi a cui a volte costringe il cinema e lascia ai personaggi la libertà di esprimersi fino in fondo. Quanto a Olivia Cooke, forse non sarà celebre come Oscar Isaac (diventato famoso per via di A proposito di Davis e famosissimo grazie a Star Wars Episodio VII: Il Risveglio della Forza), ma Ready Player One l'ha senz'altro imposta all’attenzione generale. Olivia Wilde, infine, la rammentiamo in Cowboys & Aliens, Rush, Third Person, Natale all'improvviso.

Accanto ai componenti delle famiglie Dempsey e Gonzales, c'è un personaggio che nella nostra storia riveste un ruolo fondamentale: la Grande Mela, metropoli che non dorme mai e che per Dan Fogelman è la quintessenza della vita, oltre che un concentrato di energia. Girare fra le sue street e avenue è stato complicato, anche perché i newyorkesi detestano le strade bloccate da troupe cinematografiche, ma era importante essere in mezzo a quel caos invece di "riprodurlo". I colori della New York de La vita in un attimo sono caldi, come in certe commedie sentimentali anni ’90 o come nei film di Woody Allen.

La Vita in un attimo è per colui che lo ha scritto e diretto un film personale, perché riguarda in qualche modo la sua famiglia. Ed è un'opera portatrice di un'importante messaggio, o meglio di un invito vivere la vita accettando il dolore, credendo in un destino che alla fine ripaga e dando importanza soprattutto all'amore, che è sempre intorno a noi nelle sue varie declinazioni, sia esso il motore di una rigenerazione o una forma di annientamento.

(fonte - https://www.mymovies.it)












GIO 21 FEB - ORE 21.00
VEN 22 FEB - ORE 21.00
SAB 23 FEB - ORE 18.30 / 21.00
DOM 24 FEB - ORE 16.00 / 18.30 / 21.00
PARLAMI DI TE
Regia di Hervé Mimran.
Un film con Fabrice Luchini, Leïla Bekhti, Rebecca Marder, Igor Gotesman, Clémence Massart.
Commedia drammatica - Francia, 2018, durata 100 minuti.


Alain Wapler va di corsa. Sprezzante amministratore delegato di una nota azienda automobilistica, non ha tempo per i perdenti e per la famiglia. Alla viglia della presentazione di un nuovo modello di vettura ibrida, ignora i segnali di allerta del suo corpo e crolla. Colpito da un ictus che gli causa un deficit cognitivo, Alain confonde le parole e le sillabe, perde i ricordi e il filo della vita. A riordinargli il linguaggio e l'esistenza lo aiuta Jeanne, una giovane ortofonista alla ricerca della madre biologica. Tenace e paziente, Jeanne corregge la disarticolazione e insegna ad Alain il valore del tempo. Il tempo per vivere.


Ispirato alla storia vera di Christian Streiff, ex CEO di Airbus e di PSA Peugeot Citroën, Un homme pressé è la storia di una caduta e di una lenta ricostruzione.

Grande oratore, alla maniera del personaggio che interpreta, Fabrice Luchini ha servito liturgie da antologia, riempiendo i teatri con i testi dei classici della letteratura francese: da Moliére a Rimbaud, passando per Flaubert, Labiche, Baudelaire, La Fontaine con una passione per le parole e il loro senso.

Attore cerebrale e perfezionista, Fabrice Luchini prende in contropiede il suo pubblico e sceglie con un Un homme pressé l'afasia. A corto di parole per la prima volta, l'artista incandescente trova nella commedia di Hervé Mimran l'occasione di lanciarsi, senza troppi istrionismi, in voli verbali di una comicità quasi sperimentale. La performance credibile di Luchini serve tuttavia una storia di redenzione convenzionale, un percorso di crescita piatto che converte un uomo odioso in una brava persona. Troppo poco per disegnare un handicap che rivela l'uomo dietro al boss, per dire la fragilità della vita che se ne frega delle categorie socio-professionali.

Cercando di combinare sorrisi e tenerezza, Hervé Mimran consegna completamente il film al suo protagonista che lo vampirizza con un esercizio di stile incurante della (vera) storia che racconta: quella di un uomo (d'affari) in piena ridefinizione esistenziale. La sceneggiatura, leggera troppo leggera, impone il one-man-show e risorse narrative trite che conducono a conseguenze prevedibili. La sostanza si riduce alla traiettoria di un leader egoista che impara a dire "grazie" e accorda finalmente un po' di attenzione a quelli che lo circondano.

(fonte - https://www.mymovies.it)


GIO 7 FEBBRAIO - ORE 21.00
VEN 8 FEBBRAIO - ORE 21.00
SAB 9 FEBBRAIO - ORE 18.30 / 21.00
DOM 10 FEBBRAIO - ORE 16.00 / 18.30 / 21.00
MER 13 FEBBRAIO - ORE 21.00
6 EURO PER TUTTI
LE NOSTRE BATTAGLIE
Regia di Guillaume Senez.
Un film con Romain Duris, Laure Calamy, Laetitia Dosch, Lucie Debay, Basile Grunberger.
Drammatico - Belgio, Francia, 2018, durata 98 minuti.

🥇 PREMIO DEL PUBBLICO - 36 TORINO FILM FESTIVAL 2018


Olivier lavora in fabbrica e sta considerando la possibilità di entrare nel sindacato. Ma il lavoro assorbe la maggior parte del suo tempo, e sulle spalle della moglie Laura ricade la responsabilità della vita familiare: portare a scuola i bambini, preparargli la cena, aiutarli con i compiti, metterli a dormire. Anche questo è un lavoro faticoso. Troppo faticoso forse per Laura, che lotta in segreto contro l’inizio di una depressione. La soluzione, per la donna, è una sola: scappare. Costretto a fare i conti con un quotidiano complicato dall’assenza di Laura, Olivier deve ristabilire priorità e necessità, lottando contro la rabbia nei confronti della madre dei suoi figli.



Per quali battaglie vale la pena impegnarsi? Ha senso vincere una sfida, se così facendo si perde la guerra? E ancora: abbiamo il diritto di ritirarci da quell’arena che è la vita, o dobbiamo combattere a oltranza?

Al centro della vicenda c’è Olivier, un magnifico Roman Duris nei panni di un operaio a capo di una squadra di lavoratori in un’azienda che ricorda da vicino Amazon. Grazie alla sua cocciutaggine, e all’impegno dei sindacalisti, il lavoro spersonalizzato della fabbrica conserva una qualità umana: l’alienazione, osserva Senez, non è più soltanto catena di montaggio, ma anche braccia meccaniche, lettori di codici, sensori. Il digitale che si impone sul materiale, l’incubo che l’efficienza semieterna della macchina sostituisca l’essere umano che si inceppa, invecchia, rallenta: si parte da qua, da un licenziamento che Olivier non riesce a impedire, per virare poi su un altra trincea, quella del privato. Perché tanto Olivier è attivo in fabbrica, e attento ai suoi colleghi, quanto il tempo che può dedicare alla famiglia diminuisce e perde di qualità.

Olivier non si accorge che la moglie sta male. Olivier non conosce veramente i suoi figli. Non sa nulla dei piccoli rituali quotidiani - la maglietta con i koala, qual è? Cosa mangiano i bambini a colazione? Quali favole raccontare? - e Senez è spietato nel raccontare con identica attenzione al dettaglio l’alienazione in fabbrica - le battaglie perse degli operai - e quella in casa - la battaglia persa di una donna contro la depressione e di un uomo contro il suo stesso orgoglio.

Eppure il film, e in questo c’è tutta la grazia dello sguardo di Senez, non affonda mai nelle paludi del patetico, nemmeno quando scava nel dolore dei bambini, né indugia nel retorico, attribuendo ai sindacalisti un ruolo fondamentale per la resistenza in fabbrica, senza negare il sacrificio che questa carriera comporta. Ciò che permette a Nos Batailles di rimanere in equilibrio, trattando con dolcezza una vicenda tanto amara, è la fiducia che la storia nutre, nonostante tutto, nel genere umano. Così come gli operai in fabbrica non sono soli, anche Olivier non è mai abbandonato a se stesso. In lotta contro il mondo del lavoro, in lotta contro i bambini che gli preferiscono la mamma, in lotta contro se stesso e i suoi errori, in lotta contro la moglie che lo ha abbandonato, Olivier sopravvive grazie all’aiuto della madre e della sorella (i dialoghi con Laetitia Dosch, figli del metodo di improvvisazione scelto dal regista, brillano per incredibile naturalezza), figure femminili accoglienti e positive che non mettono mai in questione, rifiutando persino di giudicarla, la scelta di Laura. Un tema intorno al quale, sottotesto, ruota l’interrogativo più inquietante del film: che succede a chi viene sconfitto?

L’ultima inquadratura, potentissima, è la risposta che chiunque abbia perso una battaglia desidererebbe sentirsi dire da chi ama.

(fonte - https://www.mymovies.it)


VEN 1 FEB - 21.00
SAB 2 FEB - 21.00
DOM 3 FEB - 16.00 / 18.30
LA DOULEUR
Regia di Emmanuel Finkiel.
Un film con Mélanie Thierry, Benoît Magimel, Benjamin Biolay, Shulamit Adar, Grégoire Leprince-Ringuet.
Drammatico - Francia, Belgio, Svizzera, 2017, durata 127 minuti.


Giugno 1944, la Francia è sotto l'occupazione tedesca. Lo scrittore Robert Antelme, maggior rappresentante della Resistenza, è arrestato e deportato. La sua giovane sposa Marguerite Duras è trafitta dall'angoscia di non avere sue notizie e dal senso di colpa per la relazione segreta con il suo amico Dyonis. Pronta a tutto per ritrovare suo marito, si lascia coinvolgere poi in una relazione ambigua con un agente francese della Gestapo, Rabier, l'unico a poterla aiutare. La fine della guerra e il ritorno dai campi di concentramento annunciano a Marguerite l'inizio di un'attesa insostenibile, un'agonia lenta e silenziosa nel mezzo del caos della liberazione di Parigi.


Con qualche libertà e una sublime delicatezza, Emmanuel Finkiel rilegge il celebre romanzo di Marguerite Duras che lo sconvolse a 19 anni.

"Questa donna che attende il ritorno del marito dai campi di concentramento faceva eco alla figura di mio padre, una persona che aspettava sempre. Anche quando ebbe la certezza che la vita dei suoi genitori e di suo fratello era finita ad Auschwitz". Il regista di Voyages e Je ne suis pas un salaud adatta il testo della grande scrittrice per arrivare a una considerazione universale su un sentimento proprio di tutti gli uomini. L'opera di Finkiel non è un biopic su Marguerite Duras, ma un diario intimo del dolore, un ritratto della presenza dell'assenza, un viaggio interiore di un'anima ripiegata su se stessa che Mélanie Thierry ha saputo brillantemente portare alla luce. L'attrice francese attraversa magistralmente l'evoluzione di Marguerite Duras dagli anni della sua gioventù a quelli della sua maturità.

"Di fronte al camino, il telefono, è affianco a me. A destra, la porta del salone e il corridoio. In fondo al corridoio, la porta d'ingresso. Potrebbe ritornare direttamente, suonerebbe alla porta d'ingresso: "Chi è? - Sono io". Finkiel così annuncia l'attesa, citando in apertura del film l'inizio del romanzo, tratto dal giornale personale che Duras aveva scritto dopo l'arresto di suo marito nel '44, e poi a lungo dimenticato. Tra diario intimo e racconto, il film traduce fedelmente in immagini il romanzo aspro e ardente attraverso un'esemplare messa in scena e la distanziazione propria della scrittura di Duras, senza rinunciare ad esplorare la violenza dei sentimenti. Lo sdoppiamento, l'alienazione della donna che si guarda allo specchio, si osserva dall'esterno nelle immagini che finiscono per offuscarsi, rende ancor più potente la descrizione delle emozioni.


Le cravatte dimenticate nell'armadio, la cucina silenziosa, la casa vuota, abitata dall'assenza raccontano il dolore di Marguerite che diventa presto anche una paura, una vergogna, quella di dipendere da un ambiguo agente della Gestapo, l'unico suo legame con il marito scomparso. Tra i due inizia una partita di scacchi tra date e luoghi di Parigi in incontri al limite della seduzione in cui ognuno pensa di poter manipolare l'altro. Il dolore di Marguerite, infine, lascia spazio al senso di colpa a cui il suo amante Dionys Mascolo (Benjamin Biolay) la mette di fronte: "Ogni giorno di attesa ti sei distaccata (da Robert), ogni giorno di più. E questo non lo sopporti". Marguerite con un filo di voce risponde "sei un bastardo", prima di cadere nelle sue braccia.

"Niente più dolore. Non esisto. Allora, perché attendere Robert Antelme? Perché lui piuttosto che un altro? Cosa attende lei davvero?", citando fedelmente alcuni passi del romanzo che Mélanie Thierry legge in modo quasi ipnotico, Finkiel segue Marguerite infine alienata da se stessa, che quel passaggio dalla prima alla terza persona il romanzo ben sottolinea. Attraverso una Parigi grigia, umiliata, ferita, osservata attraverso le persiane chiuse di casa di Marguerite, Finkiel segue l'evoluzione della donna attraverso quel "disordine fenomenale del pensiero e del sentimento", di cui Duras parlava nel preambolo del suo romanzo.

Attraverso lo sguardo di Marguerite, ripresa in lunghi e numerosi primi piani, il regista ricostruisce, anche sulla base della storia personale, quella Parigi sottomessa, costretta a convivere con il nemico, condannata al silenzio di Stato sullo sterminio degli ebrei, di cui non si seppe nulla fino alla fine degli anni '60. La scena di Marguerite vestita di rosso, che in bicicletta attraversa Parigi deserta durante il coprifuoco, sorda ai rumori esterni, rimane dunque l'immagine più emblematica di una città che aveva voglia di ricominciare a vivere, di una donna che voleva ricominciare a esistere.

Infine, Finkiel si prende qualche licenza rispetto al romanzo, mettendo in risalto la sorte degli ebrei che è solo accennata nel testo, o rifiutando di mostrare il corpo di Robert, morto vivente che ritorna a casa, se non attraverso la disperazione della moglie. Eppure, in un'ultima scena su un'assolata spiaggia italiana su cui Robert si staglia come una filiforme figura in controluce, Finkiel lascia l'ultima parola a Marguerite Duras: "Sapevo che sapeva, sapeva che a ogni ora di ogni giorno, io lo pensavo: Robert non è morto ai campi di concentramento".

(fonte - https://www.mymovies.it)


MERCOLEDÌ 6 FEBBRAIO
ORE 16.00 - BIGLIETTO UNICO 5 EURO
ORE 21.00 - BIGLIETTO UNICO 6 EURO
(RIDOTTO 5 EURO PER STUDENTI / ARCI)
LADRI DI BICICLETTE
Regia di Vittorio De Sica.
Un film Da con Lamberto Maggiorani, Lianella Carell, Elena Altieri, Enzo Staiola, Vittorio Antonucci.
Drammatico - Italia, 1948, durata 92 minuti.

🥇 MIGLIOR FILM STRANIERO - PREMIO OSCAR 1949
🥇 MIGLIOR FILM - NASTRI D'ARGENTO 1949
🥇 MIGLIOR REGIA - NASTRI D'ARGENTO 1949
🥇 MIGLIOR SCENEGG.RA - NASTRI D'ARGENTO 1949
🥇 MIGLIOR SOGGETTO - NASTRI D'ARGENTO 1949
🥇 MIGLIOR FOTOGRAFIA - NASTRI D'ARGENTO 1949
🥇 MIGLIOR MUSICA - NASTRI D'ARGENTO 1949


Antonio Ricci festeggia con la famiglia il lavoro che ha ottenuto faticosamente: attacchino di manifesti del cinema. La famiglia riscatta dal banco dei pegni la bicicletta e Antonio va a lavorare. Sta incollando il manifesto di Gilda quando gli rubano la bicicletta. Cerca di rincorrere il ladro ma inutilmente. Disperato inizia un'impossibile ricerca insieme a suo figlio Bruno. Il povero Antonio le tenta tutte, compresa la visita a una medium. Un giorno crede di vedere il ladro, lo blocca e chiama un carabiniere. Col militare perquisisce la poverissima casa del presunto ladro, che al momento cruciale ha un attacco di epilessia. Sempre più disperato Antonio decide di rubare a sua volta una bicicletta. Ma non è il suo mestiere: viene rincorso e preso dalla folla. Lo porterebbero in questura se non fosse per l'intervento di Bruno, che commuove la gente e si porta via il papà per mano.


Ci fu una stagione in cui le classifiche nobili del cinema ponevano questo film al secondo posto a pari merito con la Febbre dell'oro, dietro l'immancabile Potemkin.

Negli anni successivi, il suo fascino "populista" venne considerato suggestione e la verità venne considerata poesia. Poi venne "corretta" l'interpretazione di ciò che il film rappresentava, anche fuori dal nostro paese, con un'istantanea dell'Italia del dopoguerra ritenuta misera, persino squallida. Dunque nelle classifiche di volta in volta compilate il film scendeva continuamente. Era responsabilità di gran parte della critica che ha giudicato i film secondo il momento politico. Per molto tempo il sentimento è stato una sorta di veleno per la pellicola.

Ora, al di là di tutto, Ladri di biciclette rimane un lavoro di bellezza assoluta, come manifesto sociale nel quadro del suo tempo, come opera cinematografica e come monumento della storia dell'arte generale. Nel film I protagonisti di Altman, un produttore cerca uno sceneggiatore e lo trova in un piccolo cinema di Pasadena che guarda Ladri di biciclette in edizione originale. In sostanza il film è davvero un mito generale, fa parte di tutte le memorie di comunicazione. Le scene da ricordare sono praticamente tutte quelle del film: dalla ricerca fra migliaia di biciclette di Porta Portese, al pasto di padre e figlio nella trattoria fino alla sequenza finale del bambino che tiene la mano del padre.
(fonte - https://www.mymovies.it)