PROSSIMAMENTE

PROSSIMAMENTE




VEN 17 AGO - 21.00
SAB 18 AGO - 21.00
DOM 19 AGO - 21.00
A QUIET PASSION
Regia di Terence Davies.
Un film con Cynthia Nixon, Jennifer Ehle, Keith Carradine, Catherine Bailey, Jodhi May.
Genere Biografico - Gran Bretagna, Belgio, USA, 2016, durata 126 minuti.


Nata nel 1803 ad Ambers nel Massachusetts. Mentre studia alle scuole superiori decide di allontanarsi dal College di Mount Holyoke per non doversi professare cristiana. Da quel momento vivrà nella casa paterna riducendo sempre più le frequentazioni del mondo esterno e dedicandosi alla scrittura e in particolare alla poesia. Alcune sue opere vengono pubblicate mentre è ancora in vita anche se l'editore le rimaneggia per farle aderire ai canoni che ritiene più appetibili per i lettori.
Terence Davies ha fatto centro dove altri hanno talvolta fallito. Immaginare cioè la biografia di una poetessa del livello della Dickinson della cui vita da autoreclusa sembrerebbe che non si sapesse abbastanza per farne un film e riuscire a trarne una narrazione che non solo si salva dalla consueta ricostruzione filologica delle opere cosiddette 'in costume' ma offre al pubblico occasioni di riflessione su un'epoca non dimenticando (e qui sta l'ulteriore eccezionalità) occasioni di sorriso quando non di aperta risata.


Davies, grazie a una straordinaria Cynthia Nixon, delinea con maestria il progressivo aprirsi all'arte di una donna che al contempo si sta chiudendo alla vita.

Perché Emily, così radicalmente trasgressiva in età giovanile, si trasforma progressivamente in una donna eccentrica (solo abiti bianchi e scarsissimi contatti diretti con persone al di fuori della cerchia familiare) che diviene però sempre più rigida nei confronti delle regole che applica a se stessa e vorrebbe estendere agli altri.

È un mondo circoscritto in spazi che la macchina da presa esplora in più di un'occasione offrendo al décor il valore che esso aveva in una casa borghese e puritana dominata dalla figura di un padre comprensivo ma fermo nel decidere cosa fosse giusto e cosa sbagliato. Le parole delle innumerevoli lettere e delle poesie riecheggiano la vita di una donna dalla sensibilità acuta che si trova a vivere in un mondo in cui sono gli uomini a dominare e spinta quindi a cercare un quasi impossibile equilibrio da reclusa nel rapporto con una sorella amata e al contempo invidiata.

(fonte - https://www.mymovies.it)


VEN 10 AGO - 21.00
SAB 11 AGO - 21.00
DOM 12 AGO - 21.00
THE ESCAPE
Regia di Dominic Savage.
Un film con Gemma Arterton, Dominic Cooper, Frances Barber, Marthe Keller, Montserrat Lombard. Genere Drammatico - Gran Bretagna, 2017, durata 105 minuti.


Tara è una donna della classe media inglese che vive nella periferia di Londra con Mark e i due figli piccoli. Ha un diploma di conservatorio, due bimbi che ama, un marito affettuoso e tutti gli agi di una vita borghese. Per tutti quelli che la circondano, Tara ha una vita perfetta ma lei si sente costantemente insoddisfatta, fortemente infelice. Le manca qualcosa di fondamentale. Qualcosa di irrealizzato. Qualcosa di sconosciuto. Eppure nessuno della sua famiglia riesce a capire la profondità del suo malessere, così, Tara, una mattina, nel bel mezzo della colazione, scappa di casa. Parigi è la destinazione scelta dalla donna che lascia marito e figli per ritrovare se stessa altrove. L'euforia di ricominciare da capo in una nuova città e una serie di incontri portano Tara a capire ciò che veramente desiderava da tempo.


Gemma Arterton esplora le infinite sfumature dei sentimenti che una donna prova nell'arco di una giornata semplicemente lasciando parlare i silenzi, gli sguardi, le lacrime, più spesso che i sorrisi.

La performance eccellente dell'attrice britannica conosciuta in Quantum of solace, Gemma Bovery e Prince of Persia - Le sabbie del tempo tra gli altri, permette di accedere all'inconscio femminile che Dominic Savage osserva in The Escape. L'ultima opera del regista britannico è il dramma esistenziale di una donna che aspira alla realizzazione sociale e professionale oltre che familiare, non sempre scontata per le madri di famiglia. Savage compone il ritratto di una donna contemporanea qualsiasi, dilaniata tra le responsabilità di madre, gli oneri di moglie, gli impegni della casalinga e il bisogno di libertà proprio dell'essere umano.

Se il marito, Mark, per quanto amorevole, è sempre assente per lavoro, la giornata di Tara è un calvario quotidiano che si ripete uguale, giorno dopo giorno. Le attenzioni richieste dal marito appena sveglio, la confusione della colazione, la scelta della cravatta per Mark, portare i bimbi a scuola, riprendere i bimbi a scuola, la spesa pesante, la cena da preparare, sono i momenti che si ripetono identici ogni giorno e che portano Tara all'insostenibilità del quotidiano. Il regista osserva la donna ripulire il tavolo già pulito o riassettare il letto già rifatto, in quei gesti reiterati automaticamente tra noia e un'irrequietezza latente.

Nella periferia di Londra, in una delle tante case con tetto spiovente e giardino, Tara ha l'impressione di trascorrere una vita in cui non si sente più viva. Eppure le sue grida di disperazione sono dei lunghi silenzi, delle lacrime nascoste, dei sospiri soffocati tra le lenzuola che neanche il marito riesce a vedere. Sulle note classicheggianti del pianoforte che farebbero pensare alla serenità di una famiglia felice, Dominic Savage ci mostra invece il tormento interiore di una donna incompresa che solo a Londra, nel vento di un ponte sul Tamigi, riesce infine a respirare. Sullo sfondo dei rumori naturali d'ambiente, il regista ci conduce al centro di un dramma intimo e claustrofobico in cui l'unica soluzione per la donna sembra la fuga. Il fascino di Parigi, l'euforia di una nuova avventura e l'eccitazione di nuovi incontri la faranno risentire viva. Tara riscopre il desiderio per la vita che aveva perso. "La libertà arriva quando ti avvicini a chi sei veramente", le dice una signora a Parigi.

Savage segue pazientemente il percorso della donna alla ricerca di quella nuova persona che avrebbe sempre voluto essere e che la costringe a un atto coraggioso, definitivo. Savage tuttavia, non giudica tanto la scelta morale di una madre che abbandona egoisticamente i figli, né la tradizione culturale e sociale, ancora attuale, che affida alla donna la gestione di casa e famiglia, ma studia piuttosto gli impercettibili moti dell'animo di una donna in piena crisi esistenziale. I lunghi e frequenti primi piani sul viso di Tara, i dettagli dei suoi occhi tristi, della sua bocca, della sua pelle, ritraggono l'angoscia muta che esplode nella follia di una scelta drastica. Così, dopo il grigiore di una fotografia ovattata e spenta, i colori sembrano finalmente tornare vividi e lucenti nelle scene di Parigi, in cui Tara riscopre la magia della vita.


(fonte - https://www.mymovies.it)


IN ANTEPRIMA NAZIONALE
VEN 24 AGOSTO - ORE 21.00
QUASI NEMICI - L'IMPORTANTE E' AVERE RAGIONE
Regia di Yvan Attal.
Un film con Daniel Auteuil, Camélia Jordana, Yasin Houicha, Nozha Khouadra, Yvonne Gradelet.
Commedia - Francia, 2017, durata 95 minuti.


Neïla Salah è cresciuta a Créteil e sogna di diventare un avvocato. Iscritta presso la grande università parigina di Assas, si trova ad aver a che fare con Pierre Mazard, professore noto per il suo particolare modo di provocare. Quest'ultimo, dopo uno scontro verbale con la ragazza, accetta, per fare ammenda, di prepararla per una prestigiosa gara di eloquenza. Al tempo stesso cinico e determinato, Pierre potrebbe diventare la guida di cui ha bisogno. Riusciranno a superare i pregiudizi che hanno uno dell'altra?


Il refrain del film, nocciolo essenziale delle lezioni di retorica del professore è: «La verità non importa, ciò che importa è avere sempre ragione». In questo senso, Mazard intende il dialogo come una colluttazione, uno scontro, un conflitto, in cui uno dei due interlocutori deve avere sempre la meglio.

Camélia Jordana, già attrice nell'acclamata commedia francese del 2017 Due sotto il burqa, ora nelle vesti di una studentessa di giurisprudenza dell'Università di Parigi 2 Neïla Salah, in un'interpretazione che le è valsa il premio César come migliore promessa femminile del cinema francese. Il film è la storia dell'incontro e dell'inaspettato avvicinamento di una ragazza di origine araba proveniente dai sobborghi parigini e Pierre Mazard (Daniel Auteuil), un noto professore dai modi burberi e di estrazione benestante. Lui le insegnerà la nobile arte della retorica, arma con cui lei imparerà a imporsi sia nella sua carriera, che nella vita privata; ma il gesto del professore si rivelerà essere tutt'altro che altruista e tutti i nodi verranno al pettine. Supportato dalle teorie dei grandi studiosi e intellettuali della storia del pensiero e della filosofia, il professore - ma sarebbe meglio dire: il regista Attal - ci consegna a noi spettatori delle piccole lezioni di retorica, di eloquenza, sul parlare bene e sulla costruzione del consenso. Non conta solo ciò che si dice ma anche - e certe volte soprattutto - come lo si dice. E perciò tutto si può dire, bisogna solo vedere quali argomentazioni si portano.

Come spesso succede, proprio quando si ha appreso e interiorizzato la tecnica arriva il momento di trasgredirla. Infatti, il film da un certo punto in poi procede invalidando ciò che prima aveva costruito in un espediente molto classico del racconto al cinema: ribaltando le premesse e mostrandone i punti deboli, le discrasie. Quindi, in maniera intelligente il regista francese non riduce le lezioni di Mazard a delle regoline da seguire pedissequamente, ma le descrive come degli strumenti da saper utilizzare anche in relazione al contesto, conoscendone il funzionamento, i punti di forza e le zone d'ombra o le irriducibili contraddizioni. La frase che sentiremo ripetuta più volte mentre il film volge al termine - e che stride con il motto della prima parte - è: «Quando si parla bene ci si dimentica come dire le cose in maniera semplice» che porta a compimento il senso generale del film, ne esaurisce l'argomento, rendendo onore alla sua complessità. Il racconto pur dimostrando un chiaro intento morale, non rinuncia al mordente e allo scorretto politicamente, utilizzati come strumenti prediletti per la costruzione dei momenti divertenti del film, che riescono a strapparci delle risate "a denti stretti" sulla cultura araba (ma che non si risparmiano neanche contro il conformismo, il perbenismo e l'ipocrisia dei tempi che corrono). Una satira ben dosata, anche perché affidata alle battute di un professore smaccatamente intollerante, sgradevole, arrogante, beffardo, ironico, cinico, ma sempre in maniera equa, onesta intellettualmente, fin colta, tale da renderlo un personaggio accettabile, a un certo punto quasi simpatico, umano tutto sommato. Ciò che non convince del tutto è la trascuratezza - decisamente fuori luogo rispetto al tenore generale del film - di certi dialoghi troppo sbrigativi, come nella scena in cui viene introdotta la chiave narrativa che porta i due personaggi a costruire il loro rapporto. Si resta con l'idea che certi nuclei della narrazione si sarebbero potuti ampliare, dando loro il giusto respiro. Piccola nota finale: la risata di Camélia/Neila è bellissima nella sua spontaneità.

(fonte - https://www.mymovies.it)


GIO 5 LUG - 21.00
VEN 6 LUG - 21.00
SAB 7 LUG - 21.00
DOM 8 LUG - 21.00
LAZZARO FELICE
Regia di Alice Rohrwacher.
Un film con Adriano Tardiolo, Alba Rohrwacher, Tommaso Ragno, Luca Chikovani, Agnese Graziani.
Drammatico - Italia, 2018, durata 130 minuti.

WINNER
MIGLIOR SCENEGG.RA
FESTIVAL DI CANNES 
2018

La Marchesa Alfonsina de Luna possiede una piantagione di tabacco e 54 schiavi che la coltivano senza ricevere altro in cambio che la possibilità di sopravvivere sui suoi terreni in catapecchie fatiscenti, senza nemmeno le lampadine perchè a loro deve bastare la luce della luna. In mezzo a quella piccola comunità contadina si muove Lazzaro, un ragazzo che non sa neppure di chi è figlio ma che è comunque grato di stare al mondo, e svolge i suoi inesauribili compiti con la generosità di chi è nato profondamente buono. Ma qual è il posto, e il ruolo, della bontà fra gli uomini?


Come saprà risorgere questo Lazzaro per continuare a testimoniare che il bene esiste, e attraversa le vicende umane senza perdere la propria valenza rivoluzionaria?

Alla sua terza regia Alice Rohrwacher fa intraprendere al suo protagonista, e alla comunità che lo circonda, un cammino che è anche il proprio, all'interno di un cinema che deve molto a Olmi e Zavattini ma continua a spingersi oltre lungo un terreno che frana e si modifica continuamente sotto i suoi (e i nostri) piedi. Non è facile tenerle dietro mentre attraversa un'arcadia senza tempo che è anche un microcosmo di sfruttamento, dove il lupo è assai più giusto e buono dell'essere umano che lo teme. Il suo linguaggio parte da atavico e diventa postmoderno, racconta un vento che soffia senza tregua per spazzare via la protervia del potere e uno sputo nel piatto dell'ingiustizia sociale senza per questo negare che il Bene e il Male percorrono il tempo senza cambiarlo, riproponendosi all'infinito.

La fionda che Tancredi, il figlio della Marchesa, regala a Lazzaro è come la cinepresa per Rohrwacher, ben consapevole della sua pericolosità: Alice si piazza sempre in medias res, fra le foglie di tabacco, dentro ai letti disfatti dei contadini, dietro lo sguardo puro del suo protagonista. Lazzaro è un'occasione come lo è il cinema di Alice Rohrwacher, che è tutto finto, nel senso di reinventato e ricreato, ma conserva radici profondamente reali, italiane prima che universali, rurali piuttosto che bucoliche.

Il suo percorso creativo richiede un'attenzione che il grande pubblico forse non le tributerà, ma non abbiamo dubbi che lei continuerà a camminare sul filo e a cercare, anche a tentoni. Il suo cinema è libero, destrutturante, girovago: e per questo merita di essere seguito, anche quando (o forse proprio perchè), come nel caso di Lazzaro felice, appare non a fuoco e non risolto.

Se il suo film precedente parlava del meraviglioso, Lazzaro felice racconta "la santità dello stare al mondo senza miracoli, senza poteri o superpoteri", esprimendosi in una lingua della quale la stessa Rohrwacher non conosce fino in fondo gli stilemi, ma che cerca di imparare immaginandosela, spingendo anche noi (seppur recalcitranti) a fare altrettanto.

Lazzaro cammina felice - e in qualche modo indenne - in mezzo a inganni grandi e piccoli portando la sua verità senza giudicare nessuno. E crede senza l'obbligo di convincere, crede ancora nella fondamentale bontà dell'uomo, della quale non chiede mai prova perchè ne è lui stesso conferma.

(fonte - https://www.mymovies.it)


GIO 28 GIU - 21.00
VEN 29 GIU - 21.00
SAB 30 GIU - 21.00
DOM 1 LUG - 21.00
LA STANZA DELLE MERAVIGLIE
Regia di Todd Haynes.
Un film con Julianne Moore, Oakes Fegley, Millicent Simmonds, Jaden Michael, Cory Michael Smith.
Avventura - USA, 2017, durata 120 minuti.


1977, Minnesota. Il dodicenne Ben è preda di un incubo ricorrente in cui viene inseguito da un branco di lupi. Una notte, cercando tra gli oggetti della madre, trova il vecchio catalogo di una mostra newyorkese sulle origini dei musei: i cosiddetti gabinetti delle meraviglie. C'è anche un biglietto, dentro, con l'indicazione di una libreria. E poi c'è un fulmine, che entra dal cavo del telefono e cambia la vita di Ben. 1927, New Jersey. Rose è una ragazzina che vive sola con il padre, isolata per via della sua sordità. La anima una grande passione per un'attrice, una diva del muto, di cui colleziona ogni notizia. Ben e Rose, a distanza di tempo, compieranno lo stesso avventuroso viaggio attraverso New York, guidati dal comune bisogno di conoscere il loro posto nel mondo.


L'opera grafico-letteraria di Brian Selznick nasce, nel caso di Hugo Cabret come in questo, intrisa di cinema, come fulminata in origine dalla meraviglia del suo dispositivo e percorsa interamente dalla scia elettrica di tale scossa. Per questo è giusto e necessario che siano dei registi cinefili a gestire il passaggio delle sue storie dalla carta allo schermo, loro approdo naturale.

Haynes giura fedeltà al romanzo, arruolando lo stesso Selznick come sceneggiatore, e lavora al servizio del racconto, illuminandone le pieghe del senso, costruendo corrispondenze e rimandi, visivi primi di tutto, che vanno oltre il libro e il film e guardano indietro, ai suoi esordi di regista (si pensi a tutto il discorso visivo sul modellismo, che parte dalle costruzioni di carta nella cameretta di Rose, passa per la vetrina del farmacista, raggiunge il climax nel grande panorama in scala della città e nella sequenza di bricolage con la quale viene raccontata la vita di Daniel, ma ricorda anche il primissimo esperimento di Todd Haynes, "Superstar").

Anche lui, cioè, guarda alle origini del suo percorso, a quella pratica, la cinefilia, che fa del suo agente un "curatore" in senso pieno, collezionista e appassionato. D'altronde, definendo un museo come un luogo in cui gli oggetti vengono disposti in mostra in modo da raccontare una bellissima storia, Selznick offre simultaneamente una definizione di "film", accentuando in essa il ruolo del montaggio, che in Wonderstruck è una pietra angolare dell'insieme (l'altra, naturalmente, è la musica).

Si potrebbe discorrere per ore delle suggestioni fornite dal film, della ripresa dei topoi melodrammatici della condizioni di orfano e dell'agnizione, o della sua costruzione del film nelle forme dell'omaggio ma anche della rivisitazione contemporanea, fortemente creativa, del cinema muto: la ricchezza di Wonderstruck è tale da superare lo spazio di un armadio, di una stanza, di sicuro di una recensione. La visione, d'altronde, richiede anche un po' di pazienza (la stessa che la nonna chiede a Ben) perché gli elementi del racconto, per tornare, hanno bisogno del loro tempo e di seguire il loro percorso, ma l'esperienza è così appassionante che si vorrebbe che le luci non si accendessero mai. Si vorrebbe restare al buio, dentro al museo, con Ben e Jamie e Rose.

(fonte - https://www.mymovies.it)


GIO 21 GIU - 21.00
VEN 22 GIU - 21.00
SAB 23 GIU - 21.00
DOM 24 GIU - 21.00
L'AFFIDO - UNA STORIA DI VIOLENZA
Regia di Xavier Legrand (II).
Un film con Denis Ménochet, Léa Drucker, Thomas Gioria, Mathilde Auneveux, Mathieu Saikaly.
Drammatico - Francia, 2017, durata 90 minuti.


Miriam e Antoine Besson si sono separati malamente. Davanti al giudice discutono l'affidamento di Julien, il figlio undicenne deciso a restare con la madre. Ma Antoine, aggressivo e complessato, vuole partecipare alla vita del ragazzo. Ad ogni costo. Il desiderio, accordato dal giudice, diventa fonte di ansia per Julien, costretto a passare i fine settimana col genitore. Genitore che contesta col silenzio e combatte con determinazione. Julien vorrebbe soltanto proteggere la madre dalla violenza fisica e psicologia che l'ex coniuge le infligge. Invano, perché l'ossessione di Antoine è più forte di tutto e volge in furia cieca.


Quattro anni dopo Avant que de tout perdre, storia di una violenza coniugale che rivela compiutamente il talento del regista, Xavier Legrand rimette mano al suo corto, lo sviluppa e gli dona il respiro di un thriller sociale.

Lèa Drucker è di nuovo la moglie di un uomo violento e invasato che ha deciso di renderle la vita un inferno. Ma questa volta Legrand registra ad altezza di bambino, scoprendo progressivamente la miseria del vuoto intorno a lui. Vuoto di sensibilità, di intelligenza, di amore che gli soffoca il domani, la possibilità di respirare e crescere. Julien diventa il testimone sensibile e tenace di un matrimonio terminale che si contende la sua felicità.

Alla maniera del suo corto, pluripremiato al festival di Clermont-Ferrand nel 2013, L'affido affronta senza compiacenza l'abuso domestico e i comportamenti coercitivi esercitati da un padre (e un marito) per controllare emotivamente il nucleo familiare da cui è stato estromesso. Agito nella verde Borgogna, il film, mai apertamente violento, monta minuto dopo minuto attorno al corpo minuto di Julien e a quello patito della sua mamma, determinata a proteggere la sua famiglia e l'intimità negata.

La costruzione narrativa, l'esplorazione della lingua, la struttura del pensiero dei personaggi indicano una maniera umana di guardare il mondo. Rigoroso nella costruzione dei quadri, che intendono sempre un senso drammaturgico e uno emozionale, Legrand articola con precisione le azioni, gli sguardi, i respiri e i suoni che rompono il silenzio notturno del sonno in un finale angosciante. Epilogo che esplode le minacce insinuate al debutto.

Amore e possesso, corpo e stereotipi, vecchie paure e nuovi limiti oltre ai quali c'è soltanto odio, rabbia, dissipazione, annientamento di sé e dell'altro. L'autore francese aderisce allo sguardo azzurro del suo piccolo grande protagonista che matura prematuramente nella sofferenza. I suoi spasmi denunciano il sommerso più esteso della violenza contro i più vulnerabili. Legrand indaga dietro la porta, intorno al tavolo, dentro la vettura quella forma insopportabile di abuso che facciamo fatica a identificare e quando iniziamo a vederla spesso è già troppo tardi. A incarnare la spinta cieca e brutale della pulsione è Denis Ménochet, già interprete del progetto originale al fianco di Lèa Drucker. Corpo ottuso e massivo, Antoine incombe sulla silhouette fragile della consorte e sul fanciullo di Thomas Gioria, che con impavida naturalezza presta volto e lacrime alle ferite dell'infanzia.

Legrand filma il suo Julien con empatia, emergendo la sua avventura umana e la fine della fanciullezza in un'escalation di sopravvivenza che apre per lui una via crucis legale. Il laconismo dell'opera sfocia alla fine in qualcosa di bestiale e tremendamente amaro, in una radiografia dell'umanità che non lascia scampo. A restare in fondo all'incubo è un film intimista che dà battaglia ai cattivi padri. Quelli che invece di misurarsi con la propria solitudine, perseguitano, colpiscono, minacciano e ammazzano.

(fonte - https://www.mymovies.it)