PROSSIMAMENTE

PROSSIMAMENTE


DA VENERDÌ 28 SET
LA CASA DEI LIBRI
Regia di Isabel Coixet.
Un film con Emily Mortimer, Bill Nighy, Hunter Tremayne, Honor Kneafsey, Michael Fitzgerald.
Drammatico - Spagna, Gran Bretagna, Germania, 2017, durata 113 minuti.


Fine Anni '50. Hardborough, Inghilterra. Florence Green ha perso il marito nel secondo conflitto mondiale e ha deciso di aprire una libreria (seguendo un impulso che la lega al primo incontro con quello che sarebbe divenuto suo marito) in quest'area culturalmente depressa. La sua impresa non sarà semplice perché nella cittadina c'è chi vuole utilizzare l'edificio per altre (presunte) iniziative culturali e farà di tutto per fermarla. Non sarà però del tutto sola perché troverà la collaborazione di una bambina e di un anziano appassionato lettore.



Isabel Coixet torna ancora ad occuparsi di figure femminili e questa volta fa riferimento al romanzo del 1978 di Penelope Fitzgerald.

Con simili premesse (l'origine letteraria datata e la trama) ci si aspetta un film vecchio stile ed in parte l'attesa viene suffragata dalla messa in scena. Party in cui le chiacchiere e gli sguardi sono fondamentali, porte che cigolano, pettegolezzi femminili, personaggi solitari avvolti dal mistero non mancano. Però si rivela interessante il modo in cui vengono utilizzati, a partire dalla contestualizzazione.

Quando Florence giunge in quella zona provinciale della Gran Bretagna la voce narrante (di cui scopriremo alla fine l'identità) ci fa quasi 'sentire' le implicazioni legate al piacere della lettura. Non si tratta solo di sensazioni tattili legate alla carta su cui sono impresse le parole ma ancor più di ciò che si prova leggendo e delle emozioni che accompagnano lo scorrere delle ultime righe di un libro che ci è piaciuto.

A questo si aggiunge la riflessione sull'effetto dirompente (che ormai si va sempre più perdendo in questi nostri tempi) della letteratura all'epoca. Romanzi come "Fahrenheit 451" di Ray Bradbury o, in misura maggiore e fomentatrice di 'scandalo' tra i benpensanti, "Lolita" di Vladimir Nabokov erano al centro di un dibattito che andava al di là della ristretta cerchia letteraria. Basta pensare alle proteste che Stanley Kubrick ricevette da importanti associazioni di 'difesa della famiglia' quando decise di trarne un film per rendersi conto dell'impatto. Florence acquista 250 copie del romanzo e lo pubblicizza in vetrina, lei che di sensuale non ha nulla e quando indossa un abito rosso manifesta innumerevoli perplessità ma sa riconoscere, magari con consulenza di supporto, il valore di un testo.

Questa volta Coixet non presenta però solo il versante in chiaro della femminilità perché alla neolibraia contrappone una 'domina' dell'alta borghesia che ha messo sotto tutela il marito generale (tanto da spingerlo a raccontare false versioni di quanto accade) ma utilizza tutti i mezzi per contrastare la diffusione di una cultura non allineata. Troverà sulla sua strada un lettore accanito che si dimostra capace di uscire dalla gabbia protettiva della lettura per affrontare la vita reale e una bambina tanto riccioluta quanto determinata.

(fonte - https://www.mymovies.it)


MER 26 SETTEMBRE
ORE 21.00 - 6 EURO
MERY SHELLEY
UN AMORE IMMORTALE
Regia di Haifaa Al-Mansour.
Un film con Elle Fanning, Douglas Booth, Tom Sturridge, Bel Powley, Ben Hardy, Maisie Williams.
Genere Drammatico - USA, 2017, durata 120 minuti.


Mary, figlia di un'antesignana del femminismo e di un filosofo, cresce in bellezza e cultura. Appassionata di letteratura gotica e di fantasmi, si rifugia spesso in un cimitero e sogna di scrivere un giorno il suo romanzo. Durante un soggiorno in campagna incontra Percy Shelley, poeta inquieto che la seduce e innamora perdutamente. Sposato con prole, Percy nasconde a Mary la verità. Svelata l'omissione, Mary deve scegliere se vivere o negarsi quell'amore. Il desiderio ha il sopravvento e i due amanti fuggono insieme, trascinandosi dietro la sorella minore di Mary. Tra i tre nasce un singolare ménage che conosce alti e bassi, miseria e nobiltà. Quella predicata ma mai applicata da Lord Byron, celebre e vanesio drammaturgo che li sfida sulla pagina e nella vita. Mary accetta e scrive "Frankenstein", vincendo con la sfida l'eternità.



Non sorprende che la regista saudita Haifaa Al-Mansour abbia realizzato un film su Mary Shelley.

Figlia del filosofo determinista William Godwin e moglie del poeta romantico Percy Shelley, Mary riuscì con un romanzo (il romanzo) a emanciparsi dalle (due) figure tutelari maschili, producendo negli anni opere femministe e progressiste. Dopo aver denunciato il fondamentalismo e la poligamia in Arabia Saudita e aver girato il primo film saudita della storia (La bicicletta verde), Haifaa Al-Mansour prosegue con Mary Shelley la sua ricerca personale sull'esclusione.

Sensibile e in prima linea per la causa femminile, il suo sguardo questa volta si rivolge al passato, in direzione del Vecchio Continente dove pesca una giovane donna e il suo entusiasmo rivoluzionario. Ostinata come e più della protagonista di La bicicletta verde, una ragazzina decisa a guadagnarsi una bicicletta in un paese che impedisce alle donne di condurle, Mary fa altrettanto in un'epoca claustrofobica per il suo genere. In quel mondo oscuro e opprimente Mary trova la sua voce intima e la mette su carta, firmando l'ultimo romanzo gotico e il primo romanzo di science-fiction.
Mary Shelley, sulfureo come i suoi poeti, racconta la vita di una donna emancipata e l'origine di uno straordinario mito letterario. Mito orrorifico e figlio 'mostruoso' di una relazione vulcanica e di un gioco di società. Sopraffatti dalla sublimità dei paesaggi alpini e privati da un temporale ingrato del lor solo piacere, il canottaggio lacustre, l'immaginazione è l'unica risorsa per un gruppo di giovani artisti 'in collera'.

"Ognuno di noi scriverà una storia di fantasmi", propone Lord Byron nella sua villa svizzera a Mary, Percy e John Polidori, scrittore e medico britannico. Se Byron non produce che un embrione di un racconto vampiresco, Shelley, genio poetico ma mediocre narratore, dichiara forfait, Polidori, il migliore tra gli uomini, scrive "Il Vampiro", aprendo la strada a "Dracula" e affini, è Mary a rendere immortale questo 'gothic party', concependo una creatura colossale e instabile, ombra di una scienza arrogante che supponeva di poter dominare la natura. Informata sugli esperimenti di Galvani sulla rianimazione elettrica dei cadaveri e sulle teorie di Erasmus Darwin sull'attivazione della materia inerme, Mary immagina un moderno Prometeo e il mostruoso prodotto del suo genio scientifico.

(fonte - https://www.mymovies.it)


MER 19 SET - ORE 21.00
BIGLIETTO UNICO 6,00
GIO 20 SET - ORE 21.00
VEN 21 SET - ORE 21.00
SAB 22 SET - ORE 18.30 / 21.00
DOM 23 SET - ORE 16.00 / 18.30 / 21.00

UN AFFARE DI FAMIGLIA
Regia di Kore'eda Hirokazu.
Un film con Lily Franky, Sakura Andô, Mayu Matsuoka, Kirin Kiki, Jyo Kairi, Miyu Sasaki.
Genere Drammatico - Giappone, 2018, durata 121 minuti.


In un umile appartamento vive una piccola comunità di persone, che sembra unita da legami di parentela. Così non è, nonostante la presenza di una "nonna" e di una coppia, formata dall'operaio edile Osamu e da Nobuyo, dipendente di una lavanderia. Quando Osamu trova per strada una bambina che sembra abbandonata dai genitori, decide di accoglierla in casa.



La famiglia, per definizione, non si sceglie. O forse la vera famiglia è proprio quella che si ha la rara facoltà di scegliere. Libero arbitrio parentale: un tema niente affatto nuovo nel cinema di Kore-eda Hirokazu, dallo scambio di figli di Father and Son alla sorellanza estesa di Little Sister.

Ma Un affare di famiglia percorre solo in apparenza binari antichi, nascondendo una differente declinazione della materia, che guarda al sociale come l'autore non faceva dai tempi di Nessuno lo sa. In un'opera brutalmente separata in due atti, che lavora molto sul dialogo con lo spettatore. Il primo segmento sembra esaudire appieno le aspettative di quest'ultimo, introducendolo a un gruppo di ladruncoli che, per interesse prima e per affetto poi, si ritrova a festeggiare un colpo, simulando di avere dei rapporti effettivi di parentela. Tutto sembra procedere nella direzione più attesa, sino alla svolta narrativa che riapre il vaso di Pandora e rimette tutto in discussione. "Buoni", "cattivi", giusto e sbagliato, diventano concetti ribaltati sullo spettatore e sui suoi dubbi, con una padronanza della narrazione - già intravista nel "rashomoniano" The Third Murder - che guarda al relativismo di Kurosawa Akira, ancor più che al consueto termine di paragone di Ozu.

Kore-eda è ormai talmente padrone della propria poetica, elaborata attraverso una lunga e pregevole filmografia, da poterne disporre a piacimento, rivoltandola come un guanto per offrire nuovi punti di vista, nuove ricerche di verità.

Il conflitto tra legge morale e legge sociale trasforma i toni quasi da commedia della rappresentazione della famiglia fittizia in un dramma colorato di nero, che colpisce come una sferzata, dopo aver aperto il cuore al sentimento. Lo scontro tra legge e natura raggiunge il suo apice nell'epilogo di Un affare di famiglia, dimostrando l'invincibilità della prima - che ostruisce la costruzione di un modello alternativo - ma ribadendo con forza le ragioni della seconda.

Un approfondimento sul piano filosofico rispetto al passato dell'autore, che si rispecchia in una maestria formale sempre più stupefacente. Nel primo segmento Kore-eda costruisce una successione di microsequenze mirate ad abbattere ogni resistenza emozionale: il quadro familiare che si ricompone nella plongée dei fuochi d'artificio e poi nell'orizzontalità del bagnasciuga; le simmetrie di lividi e bruciature (le braccia delle donne, le gambe degli uomini), che accomunano paternità o maternità e sembrano segni del destino, esposti di fronte a una giustizia che chiude occhi e orecchie.

Con la grazia che lo contraddistingue nella trattazione delle dinamiche familiari e nelle sfumature di comportamento dei più piccoli, infatti, Kore-eda seziona, con un invisibile bisturi, l'ipocrisia su cui si regge il formalismo nipponico e svela l'abisso che separa le classi sociali. Le professioni umilianti o usuranti che accomunano i membri della "famiglia" costituiscono il nuovo proletariato urbano, assai più eterogeneo e meno leggibile di quello analizzato da Marx. La classe operaia che, anziché sognare il paradiso o una rivoluzione, convive con il "job sharing".

Con Un affare di famiglia si ride, ci si commuove e si rischia di finire con il cuore in frantumi. Mai così pessimista, ma forse mai così lucido, Kore-eda è ormai un classico vivente.

(fonte - https://www.mymovies.it)



Dalle 17:00 di venerdì 7 settembre alle 07:00 del giorno dopo si svolgerà la seconda edizione della Maratona Horror del Cinema FILO: 7 film horror da vedere con un biglietto unico a soli 10€!
Sarà possibile entrare in sala in qualsiasi momento e rimanere tutto il tempo che si desidera! Chi vuole potrà anche allontanarsi dalla sala per brevi momenti senza perdere il proprio posto.
Ecco i film che saranno proiettati!

ore 17:00 • HALLOWEEN - LA NOTTE DELLE STREGHE di John Carpenter (1978)
ore 19:00 • WOLF CREEK di Greg McLean (2005)
ore 21:00 • SHINING di Stanley Kubrick (1980)
ore 23:00 • ROSEMARY'S BABY - NASTRO ROSSO A NEW YORK di Roman Polański (1968)
ore 01:00 • DUEL di Steven Spielberg (1971)
ore 03:00 • IL BACIO DELLA PANTERA di Jacques Tourneur (1942)
ore 05:00 • FILM A SORPRESA

La domanda sorge spontanea: perché una maratona horror?!
Ci sono svariati motivi, primo fra tutti quello di omaggiare un genere cinematografico ritenuto da molti poco "artistico" ma che ha permesso a grandi autori di esprimersi dirigendo veri e propri capolavori: noi proporremo alle 21.00 SHINING di Kubrick e alle 23.00 ROSEMARY'S BABY di Roman Polanski per citarne un paio.
Ma poi l'occasione è buona anche per rivedere sul grande schermo alcuni classici intramontabili, che il pubblico dei più giovani sicuramente conosce solamente di fama e che finalmente potrà apprezzare nel suo formato originario. E' il caso de IL BACIO DELLA PANTERA di Tourneur, ma anche Duel di Spielberg. E poi ricorre quest'anno anche l'anniversario del film HALLOWEEN (uscito nelle sale proprio nel 1978), noi lo proietteremo in apertura alle 17.00
Infine perché a noi del CinemaFILO piace stupire il nostro pubblico e coinvolgerlo nelle nostre "folli" imprese!

Un ringraziamento particolare va a Carmine Caletti che ci ha spronato a riproporre alla città di Cremona una seconda edizione (dopo la prima del 2014) ed che ci ha aiutato a definire il cartellone dei film. Lui stesso si presterà a condurre la serata più paurosa di sempre!


https://www.facebook.com/events/422583144903980/





















GIO 6 SET - 21.00
SAB 8 SET - 21.00
DOM 9 SET - 18.30 / 21.00
LA RAGAZZA DEI TULIPANI
Regia di Justin Chadwick.
Un film con Alicia Vikander, Dane DeHaan, Judi Dench, Christoph Waltz, Jack O'Connell (II).
Genere Drammatico - USA, Gran Bretagna, 2017, durata 107 minuti.


Nella Amsterdam del XVII secolo il ricco mercante Cornelis Sandvoort sposa la giovane Sophia, cresciuta orfana in un convento. Nella spasmodica attesa di un erede, i due posano di fronte al pittore Jan van Loos per un ritratto che cambierà le loro vite. Quando, infatti, Sophia si innamorerà del pittore, i due escogiteranno un piano per vivere la loro passione clandestina, d'accordo con l'aiuto della cameriera Maria. Proprio quest'ultima racconta la storia, ed è la prima idea interessante del dramma in costume diretto da Justin Chadwick e sceneggiato da Tom Stoppard, La ragazza dei tulipani.


A raccontare non è tanto la protagonista/eroina romantica ma la cameriera, quasi a richiamare una tradizione squisitamente classica (il servo di Plauto) ma anche a richiamare alla memoria l'incanto di film come Il filo nascosto dove a tessere la trama è proprio una cameriera.

Anche in questo caso è lei a narrare la storia, e lei a stravolgerla accordandosi con la giovane inesperta consorte Sophia, a cui dà volto e grazia la sempre impeccabile Alicia Vikander. Smessi i panni atletici di Tomb Raider, torna a vestire bustini, corpetti e deliziosi costumi d'epoca come in The Danish Girl e Anna Karenina, ma qui è chiamata a rappresentare la condizione femminile di un'epoca in cui una donna era trattata alla pari di un raro tulipano. Siamo in Olanda, in piena febbre di commercio di tulipani, quando qualche bulbo poteva valere una fortuna (lo sa bene l'astuta suora interpretata da Judi Dench, ben diversa dalla performance velata di Meryl Streep ne Il Dubbio, ma ugualmente ipnotizzante).

Come un fiore pregiato e prezioso, una donna viene comprata dagli agi e dalle promesse di un vedovo desideroso di ricostruirsi la famiglia dopo un duplice lutto. Ad interpretarlo c'è quel Christoph Waltz da cui ci si aspetta sempre un tocco di follia, invece questa volta nessun ghigno diabolico solca il suo volto: il mercante a cui è chiamato a dare corpo e voce è sì esuberante ma profondamente umano e per nulla vendicativo.

Neanche a dirlo, le prove attoriali sono tutte di livello, e la regia di Chadwick porta a scavare nell'animo di chi provava, in tempi ben diversi dai nostri, a valicare ruoli, confini, etichette sociali. La passione è materia sua - l'aveva già dimostrato nel precedente lavoro L'altra donna del re (anche quello in costume e incentrato su un triangolo amoroso) - questa volta seleziona il filtro dell'espediente artistico. Qualcuno vi scorgerà somiglianze con La ragazza con l'orecchino di perla, ma Alicia Vikander è ben più inesperta e innocente dell'allora emergente Scarlett Johansson, quanto generosa a prestarsi a scene di nudi mai gratuite e convincente nelle espressioni di abbandono e paura, a riconferma della tesi per cui se un attore vale le parole non servono. Un volto, a volte, sa comunicarne mille in un istante.

Degno di nota anche Dane Dehann, che torna sul set assieme a Cara Delevingne dopo Valerian e la città dei mille pianeti (ma questa volta lei ha un ruolo marginale di prostituta ammaliatrice) e conferma il suo talento nei panni del pittore 'maledetto'. Un film godibile, che non propone nulla di nuovo o di non visto, eppure si rivela perfetto per gli amanti dei melò e dei film in costume, per chi cerca passioni e fughe romantiche al cinema, e - perché no - per chi ama i tulipani.

(fonte - https://www.mymovies.it)


GIO 30 AGOSTO - ORE 21.00
VEN 31 AGOSTO - ORE 21.00
SAB 1 SETTEMBRE - ORE 21.00
DOM 2 SETTEMBRE - ORE 21.00
MER 5 SETTEMBRE - ORE 21.00 - 6 EURO
DON'T WORRY
Regia di Gus Van Sant.
Un film con Joaquin Phoenix, Rooney Mara, Jonah Hill, Jack Black, Beth Ditto, Olivia Hamilton.
Biografico - USA, 2018, durata 113 minuti.


John Callahan ha una grande bramosia di vivere, un talento per le battute colorite e un grosso problema di alcolismo. In una notte in cui sia lui sia il suo compagno di bevute sono in auto subiscono un grave incidente che lo costringe su una sedia a rotelle e gli consente di scrivere solo unendo entrambe le mani. L'ultima cosa a cui pensa è smettere di bere ma quando, seppur recalcitrante, entra in un gruppo di recupero per alcolisti, scopre di avere un dono nel disegnare vignette capaci di provocare sia risate sia reazioni sdegnate.



Dopo un film in cui la sua vena più intima sembrava essersi smarrita nei sentieri de La foresta dei sogni, Gus van Sant torna ad occuparsi dei temi che più gli stanno a cuore grazie a un soggetto che ha origini lontane.

Circa vent'anni fa Robin Williams aveva acquisito i diritti dell'autobiografia di Callahan per realizzarne un film di cui voleva essere protagonista proponendone a Van Sant la regia. Il progetto, nonostante diversi tentativi, non riusciva però a trovare una sua configurazione. Solo in seguito alla scomparsa di Williams il regista ha capito che il problema stava nel non pretendere di realizzare un biopic sulla vita del protagonista ma che era invece necessario concentrarsi sul suo recupero dall'alcolismo (a proposito del quale si può trovare in rete un sarcastico film di animazione a firma dello stesso Callahan).

Grazie a un Joaquin Phoenix che sa offrire la giusta misura di irriverenza ma anche di introspezione al personaggio, Van Sant riesce ad affrontare anche il tema della disabilità senza falsi pietismi. Callahan, spesso contestato per l'infrazione di tabù consolidati e del tutto disinteressato al rispetto del politically correct, una volta ha detto: "Il mio solo metro di giudizio per comprendere se mi sono spinto troppo oltre lo trovo in persone costrette sulla sedia a rotelle o che hanno uncini al posto delle mani. Come me non ne possono più di quelli che pretendono di parlare in nome dei disabili. Di tutta quella pietà e paternalismo. Questo è ciò che va veramente detestato".

Se a questo si aggiunge che Callahan viveva nell'area a nordovest di Portland nell'Oregon (città in cui Van Sant ha vissuto e in cui ha ambientato alcuni dei suoi film migliori) si può comprendere come si sia trattato di un 'ritorno a casa'. Attraverso le corse pazze nel traffico urbano di un uomo paralizzato su una sedia a rotelle a motore ma anche con le sue soste di riflessione, nel confronto con il suo passato, nella capacità di fermarsi a raccontare di sé a dei ragazzini che hanno lasciato i loro skateboard per soccorrerlo, emerge il ritratto di una personalità complessa che non si limita a offrirci informazioni su una vita ma ci invita a superare più di un pregiudizio.

(fonte - https://www.mymovies.it)