PROSSIMAMENTE

PROSSIMAMENTE


GIO 22 NOV - 21.00
VEN 23 NOV - 21.00
SAB 24 NOV - 18.30 / 21.00
DOM 25 NOV - 16.00 / 18.30 / 21.00
TROPPA GRAZIA
Regia di Gianni Zanasi.
Un film con Alba Rohrwacher, Elio Germano, Giuseppe Battiston, Hadas Yaron, Carlotta Natoli.
Commedia - Italia, Spagna, Grecia, 2018, durata 110 minuti.

🥇 MIGLIOR FILM EUROPEO
QUINZAINE DES RÉALISATEURS - CANNES 2018


Lucia è una geometra specializzata in rilevamenti catastali, nota per la pignoleria con cui insiste nel “fare le cose per bene”. La sua vita, però, è tutto fuorché precisa: a 18 anni ha avuto una figlia, Rosa, da un amore passeggero; ha appena chiuso una relazione pluriennale con Arturo; il suo lavoro precario non basta ad arrivare a fine mese. Approfittando della sua vulnerabilità economica, Paolo, il sindaco del paese, le affida il compito di effettuare un rilevamento su un terreno dove un imprenditore vuole costruire un impero immobiliare. Ma su quel terreno incombe un problema che Lucia individua immediatamente, anche se non ne vede con chiarezza i contorni. Paolo invece le chiede di “chiudere un occhio”.


A Lucia appare la Madonna: una figura femminile straniera e assai decisa che le ordina di far costruire una chiesa proprio su quel terreno comunale.

Troppa grazia è un film stra-ordinario, nel senso che è completamente fuori norma: dunque perfetto per raccontare la storia di un incontro paranormale fra un essere ultraterreno e un essere che con la terra campa. Lucia non si sente affatto benedetta dall’apparizione ma anzi, fa di tutto per sottrarsi a quella “sfiga”. Lei che insegna alla figlia che “i problemi non si sollevano, si affrontano”, si ritrova fra le mani la Madre di tutti i guai: una figura femminile che non accetta altro che la verità.

Risiede proprio nella femminilità contrapposta delle due protagoniste (tre, se contiamo anche Rosa) la chiave di lettura più potente di Troppa grazia. Ma dire che il film di Gianni Zanasi, scritto a otto mani (due sole delle quali appartengono a una donna, Federica Pontremoli) sia femminista è riduttivo, perché Zanasi segue un istinto e non un manifesto: l’istinto è quello di Lucia, ma anche quello di Alba Rohrwacher, mai stata più brava (e più bella) che in questo ruolo mette a disposizione corpo, mente e cuore senza mai tirarsi indietro. Rohrwacher si abbandona al turbinio della storia e alla guida del regista con la stessa impavida titubanza della geometra abituata alla razionalità e messa alla prova dal soprannaturale. È la sua essenza luminosa a dare a Lucia quella credibilità continuamente sfidata dagli sviluppi di una trama che incalza e provoca e spiazza noi come la sua protagonista.
A dare una cornice a questo tracimare di eventi ed emozioni è la mano sicura di Zanasi, che fa circondare Lucia da una cittadina e una campagna ricche di colori saturi e brillanti: un universo in cui i miracoli possono accadere, anche oggi che credere sembra diventato impossibile. Credere in cosa, poi, lo rivelerà la storia, che per noi potrebbe (e dovrebbe) interrompersi prima dell’esplosione finale (in senso metaforico, per non fare spoiler), con Lucia in mezzo a quel campo che è la sua dannazione e la sua forza vitale.

Si ride molto, grazie a dialoghi scritti con mano sincera e felice, ma Troppa grazia non è soltanto una commedia, e non adotta né il registro grottesco né quello satirico – le due cifre più facili e immediate con cui la commedia italiana contemporanea gestisce il soprannaturale. Il film di Zanasi è una lettera d’amore a chi non si accontenta in un’epoca in cui accontentarsi sembra un destino inevitabile, e un’ode pagana (ma non sorda alla spiritualità) ad artisti come Alba Rohrwacher o come il padre di Lucia, un musicista jazz che crede nella propria creatività e in quella della figlia: perché non smettono di pensare che ciò che succede intorno a loro li riguarda, e continuano a rispondere alla chiamata del bello.

(fonte - https://www.mymovies.it)


MERCOLEDÌ 5 DICEMBRE
ORE 16.00 - BIGLIETTO UNICO 5 EURO
ORE 21.00 - BIGLIETTO UNICO 6 EURORIDOTTO STUDENTI / ARCI 5 EURO
L'APPARTAMENTO
Regia di Billy Wilder.
Un film con Shirley MacLaine, Jack Lemmon, Fred MacMurray, Ray Walston, Jack Kruschen.
Commedia - USA, 1960, durata 125 minuti.

🥇 MIGLIOR FILM - PREMIO OSCAR 1960
🥇 MIGLIOR REGIA - PREMIO OSCAR 1960
🥇 MIGLIOR SCENEGGIATURA - PREMIO OSCAR 1960
🥇 MIGLIOR SCENOGRAFIA - PREMIO OSCAR 1960
🥇 MIGLIOR MONTAGGIO - PREMIO OSCAR 1960
🥇 MIGLIOR ATTRICE - FESTIVAL DI VENEZIA 1960


C.C. Baxter è contabile presso una grande compagnia di assicurazioni, a New York. Per tentare di fare carriera, affitta il suo appartamento ai dirigenti per i loro incontri extraconiugali, nonostante in questo modo, tra ritardi e imprevisti, non riesca quasi a vivere a casa propria. Le cose per lui si complicano terribilmente quando si innamora di Fran Kubelik, ascensorista della compagnia, amante del capo del personale, a sua volta interessato all'utilizzo dell'appartamento di Baxter.

Con L'appartamento Billy Wilder raggiunge il suo vertice creativo e, per sua stessa ammissione, non ritroverà più le stesse altezze.

L'allievo di Lubitsch, in questo film, arriva a far combaciare un meccanismo comico a dir poco sofisticato e impeccabile (a tutt'oggi un esempio insuperato) con l'umorismo berlinese delle sue origini, sfumato di coraggiosa e insindacabile amarezza. Cinismo e patetismo vanno di pari passo con un romanticismo sincero, in questa commedia in cui la massima aspirazione di un uomo è rappresentata dalla chiave della toilette dei dirigenti, si tenta il suicidio per amore e le feste non sono meno tristi di un funerale (del sogno d'amore).

Wilder incrina dall'interno i cardini del prodotto classico hollywoodiano in sede di scrittura e tematiche, e allo stesso tempo realizza un film che parla per immagini indimenticabili: impossibile non ricordare a vita la solitudine dell'impiegato C. C. Baxter nella stanza delle scrivanie infinite, impossibile non avvertire un colpo al cuore, insieme a lui, quando si riflette nello specchio rotto, o raccontare la luce che irradia Shirley MacLaine nella sua corsa finale, verso il vecchio appartamento ma con una nuova coscienza delle cose.

Ed è anche nella scelta del bianco e nero che si annidano i segreti del successo del film: in quella fotografia di contrasti, così più difficile da gestire rispetto al colore, che ha fermato il film nel tempo, rendendolo immortale. E poi gli interpreti: Jack Lemmon, il bruttino che si prende la rivincita sulle spietate regole di società, e Shirley MacLaine, così fresca e moderna da togliere la parte niente meno che a Marilyn Monroe (in realtà Wilder non considerò mai veramente la Monroe per il ruolo, nonostante l'interessamento di lei, perché giudicava che non sarebbe stata credibile). Il loro amore tra disadattati non convinse subito la critica, almeno non tutta, ma conquistò immediatamente il pubblico e vinse tre Oscar (Miglior Film, Miglior Regista e Miglior Sceneggiatura). Il fatto che Lemmon e MacLaine non siano stati premiati dall'Academy per questo film è ai primi posti nelle peggiori ingiustizie della storia del cinema.

(fonte - https://www.mymovies.it)


VEN 16 NOV - 21.00
SAB 17 NOV - 18.30 / 2100
DOM 18 NOV - 16.00 / 18.30 / 21.00
IN GUERRA
Regia di Stéphane Brizé.
Un film con Vincent Lindon, Mélanie Rover, Jacques Borderie, David Rey, Olivier Lemaire.
Drammatico - Francia, 2018, durata 105 minuti.


La fabbrica Perrin, un'azienda specializzata in apparecchiature automobilistiche dove lavorano 1100 dipendenti che fa parte di un gruppo tedesco, firma un accordo nel quale viene chiesto ai dirigenti e ai lavoratori uno sforzo salariale per salvare l'azienda. Il sacrificio prevede, in cambio, la garanzia dell'occupazione per almeno i successivi 5 anni. Due anni dopo l'azienda annuncia di voler chiudere i battenti. Ma i lavoratori si organizzano, guidati dal portavoce Laurent Amédéo, per difendere il proprio lavoro.


Stéphane Brizé torna, a tre anni di distanza da La legge del mercato, al sodalizio con Vincent Lindon per affrontare nuovamente una tematica che gli sta particolarmente a cuore: quella delle condizioni di lavoro ai giorni nostri.

Ha dalla sua parte la garanzia della perfetta interazione, già sperimentata nel film citato, tra un attore di pregio come Lindon e interpreti non professionisti. La sceneggiatura è estremamente precisa, nulla è stato affidato al caso eppure l'esito finale è di una naturalezza straordinaria.

In questa occasione però la struttura è decisamente diversa: del privato del protagonista sappiamo poco, esattamente quanto basta. Perché al centro c'è Laurent come uomo di punta della protesta ma ci sono soprattutto le dinamiche che intercorrono tra i dipendenti della fabbrica che si vuole chiudere e la proprietà nonché quelle che si sviluppano all'interno del comitato di lotta.

Come afferma il sociologo Luciano Gallino le ideologie non sono finite, come qualcuno vorrebbe pretendere, ce n'è ancora una e dominante: la legge del mercato appunto. La lotta di classe, lungi dall'essere scomparsa, continua e a vincerla è il neoliberismo senza regole grazie a parole d'ordine come 'flessibilità' e 'delocalizzazione'. Dall'altra parte ci sono i Laurent Amédéo di questo 'mondo libero' come lo chiama Ken Loach. Che accettano, come quelli della Perrin, di lavorare per un certo numero di ore senza stipendio per garantirsi un futuro che verrà invece negato sulla base del fatto che un'azienda apre e chiude le proprie sedi quando vuole e anche se il dividendo azionario è del 25%.

Brizé conosce quel mondo in cui gli operai (che si vorrebbero scomparsi) invece esistono ancora ed hanno familiari a cui garantire che il loro lavoro (cioè i cosiddetti mezzi di sostentamento) ci sarà anche un domani. Sta loro accanto e ci impone di seguirli, trattativa dopo trattativa, riunione dopo riunione senza mai trasformare il suo lavoro in docufiction (anche se le riprese dei momenti più caldi potrebbero tranquillamente passare come realizzate dal vero). Li vediamo pretendere una sola cosa: il rispetto dei patti.

Rispetto appunto: un vocabolo che sembra non avere più alcun valore perché le persone diventano 'cose' nei confronti delle quali non si ha più alcun dovere, tantomeno un dovere morale. È una guerra impari quella che Brizé ci mostra, in cui chi ha, dalla sua, la forza del denaro finalizzata al profitto privo di regole si ammanta di una democrazia di facciata mentre sta instaurando una feroce tirannia transnazionale le cui vittime si nascondono nelle case di chi perde il lavoro.

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ANTEPRIMA NAZIONALE
MERCOLEDÌ 28 NOVEMBRE
ORE 21.00 - 6 EURO
NON CI RESTA CHE VINCERE
Regia di Javier Fesser.
Un film con Javier Gutiérrez, Athenea Mata, Juan Margallo, José de Luna, Sergio Olmo.
Genere Commedia - Spagna, 2018, durata 124 minuti.


Marco è il vice allenatore della più importante squadra di basket spagnola. La sua terribile attitudine nei confronti della vita gli causa infiniti problemi. Un giorno, le sue frustrazioni lo portano ad una rissa con l'allenatore, si ubriaca e si schianta contro la sua auto, finendo in tribunale. Perde il lavoro e la fidanzata e viene condannato ad allenare una squadra di giocatori intellettualmente disabili ma con una grande passione per la vita e una comprensione delle cose che contano davvero




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MER 21 NOV - ORE 21.00
BIGLIETTO UNICO - 8 EURO
ALMOST NOTHING
CERN: LA SCOPERTA DEL FUTURO
Regia di Anna de Manincor, Zimmer Frei.
Genere Documentario - Belgio, Francia, Italia, 2018, durata 74 minuti.


Nel palazzo della conoscenza non ci sono molte risposte. Tante sono invece le domande e le ammissioni di ignoranza. Se non fosse così, se non ci fosse un così vasto bisogno di ricercare, scoprire e capire ciò che ancora non conosciamo, non avrebbe senso alcuno l'esistenza del CERN, l'organizzazione europea per la ricerca nucleare, il più grande laboratorio al mondo di fisica delle particelle.



La regista Anna De Manincor, del collettivo artistico bolognese ZimmerFrei, racconta questo luogo, che si estende per diversi chilometri e conta una popolazione di circa diecimila persone, come fosse una città.

Il CERN è come una città con una sua sinfonia, fatta di corridoi deserti e spazi di condivisione, di una dimensione diurna, brulicante, e di una dimensione notturna, più silenziosa (ma sempre sveglia), di un sindaco - l'italiana Fabiola Giannotti, attualmente direttrice generale -, persino di un trio musicale, e di una cattedrale nella cattedrale, l'immenso acceleratore LHC, scrigno dei misteri del cosmo, ai piedi del quale l'essere umano, che pure l'ha costruito, appare sempre troppo piccolo.

Dopo aver ritratto Bruxelles, Copenaghen, Budapest, Marsiglia e "Mutonia", nell'ambito del progetto Temporary Cities, la regista guarda dunque ad un'altra comunità urbana in perenne costruzione e ricostruzione (recentemente, il collasso di un collegamento elettrico su ventimila che ne esistono ha causato danni enormi, imposto il fermo di un anno e una globale ricostruzione). Il CERN, però, non è solo una città sperimentale ma anche, soprattutto, una città ideale, in cui il contributo del singolo non è mai sufficiente né risolutivo, ma è l'apporto dei tanti, senza etichette di religione o nazionalità, a motivare i progressi. Il documentario, attraverso le voci di alcuni protagonisti dell'organizzazione, racconta perciò anche la sfida democratica imposta dal progetto stesso, la forte competizione che si annida al suo interno, le tante storie di occasioni mancate, sognate, sfiorate.



Se l'obiettivo di chi abita quel luogo è osservare la natura, il film si pone giustamente in una posizione simile, il suo occhio è quello di un osservatore dell'osservatorio e degli osservatori.

L'aspetto sociale risulta il più indagato, ma non manca qualche incursione nelle problematiche scientifiche vere e proprie (Trovato lo Higgs, cosa cercare? Dov'è la nuova fisica? Cosa significa che il vuoto è pieno? Come si spiegano i cambi di "personalità" dei neutrini?). Sono quesiti sterminati rubati a qualche conversazione apparentemente informale, perché è così che accade al CERN: è al tavolo del bar che si discutono i grandi misteri. Per questo, "se qualcuno ti invita per un caffè, ci vai", perché potrebbe andarne del futuro dell'universo.

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GIO 8 NOV - 21.00
VEN 9 NOV - 21.00
SAB 10 NOV - 21.00
DOM 11 NOV - 16.00 / 18.30
MAR 13 NOV - ORE 21.00
BIGLIETTO UNICO 6 EURO
SENZA LASCIARE TRACCIA
Regia di Debra Granik.
Un film con Ben Foster, Thomasin McKenzie, Jeff Kober, Dale Dickey, Peter James DeLuca.
Genere Drammatico - USA, 2018, durata 108 minuti.


In fondo al bosco vivono un padre e una figlia. Will e Thomasin formano da soli una comunità con le sue regole e la sua filosofia. Tom, come la chiama il padre, è un'adolescente diafana che condivide col genitore un Eden silvestre, Will, veterano di guerra traumatizzato, si è ritirato volontariamente dal mondo imbarcando sua figlia in una vita eremita. Esperto nell'arte della sopravvivenza, Will ha trasmesso a Tom solide conoscenze e adesso vive clandestinamente con lei sul limitare di Portland, nel parco nazionale dell'Oregon. Ma un giorno vengono scoperti e costretti a rientrare in un ordine sociale ed economico più normativo. I servizi sociali gli propongono un tetto, una scuola, una vita normale a cui Will non riesce proprio a rassegnarsi e che Tom vive come una (bella) scoperta. La presa di coscienza di questa divergenza la condurrà all'indipendenza.



Otto anni dopo Un gelido inverno, Debra Granik trasloca dal Missouri all'Oregon ma resta fedele ai margini. Margini che offrono nuove prospettive.

Al cuore del film c'è ancora una volta una ragazzina e la sua relazione intensa col padre. Ieri era Jennifer Lawrence a incarnare un'adolescente alla ricerca del genitore che aveva abbandonato il focolare domestico, oggi è l'inverso. Il duo è fusionale. Padre e figlia vivono in autarchia in una foresta, esplorando al massimo il concetto di autosufficienza. Lui ha un problema a integrarsi in una società che non ha scelto, lei ne è stata preservata fino al giorno in cui intravede un'altra via possibile. Il loro equilibrio vacilla ma mai il loro amore in risonanza col minimalismo lirico della regia che accorda personaggi e paesaggi.

Diversamente dal suo titolo, che suggerisce l'intenzione deliberata del protagonista di 'non lasciare traccia', l'autrice segue le sue orme e trova il sentiero discreto dei dimenticati volontari, di persone trincerate nei boschi, condannate a una vita vagabonda per resistere a una modernità alienante o per curare una sindrome post traumatica provocata dalle guerre senza gloria dell'America. È una storia vera a servire questa volta il film di Debra Granik che non cessa di dire gli esclusi, gli invisibili, i 'cani erranti' come nel suo documentario Stray Dog, racconto di un biker veterano del Vietnam.

Il suo cinema fa prova di inclusione, riconducendo alla luce della collettività uomini ai margini. E sotto quella luce si disegna la frattura tra padre e figlia, tra Will che non vuole demordere dal suo modus vivendi e Tom che muta naturalmente in animale sociale. Nessun giudizio, nessuna compiacenza, nessuna condiscendenza, nessun cattivo. Le stesse autorità non esistono nel film per cassare i sogni ma per ascoltare e proporre delle soluzioni al binomio familiare. Ma la Granik sceglierà il loro focolare nel modello di sopravvivenza, incompleto ma umano e premuroso, di una comunità alloggiata in case-mobili e in piena natura.


Debra Granik coglie con polso e grazia la persistenza di un'ideale: il ritorno alla terra radicale e utopico. Influenzato da una lunga tradizione nazionale (Henry David Thoreau e Jack London) e dalle tracce lasciate dai suoi contemporanei (Sean Penn, Jeff Nichols), Senza lasciare traccia non è solo un 'documentario' sulle comunità escluse dal sogno americano o un'ode ecologica della vita nei boschi ma è soprattutto il racconto semplice e universale di una fanciulla cresciuta al ritmo delle stagioni e divenuta a primavera padre di suo padre. Debra Granik elude la drammaturgia fondata su opposizioni binarie, allo schema atteso del racconto iniziatico, la rivolta dell'adolescenza di fronte alla rigidità dei padri, la regista propone la rappresentazione di una lenta mutazione, naturale, dolce prima dell'ineluttabile separazione.

Ben Foster, declina il ruolo del nevrotico, in cui è specializzato, per incarnare il fianco profondo delle ferite sepolte e della filiazione. A donargli la replica è Thomasin McKenzie, giovane attrice australiana e apparizione impressionante di magnetismo grezzo. Insieme trovano un'armonia che perdura nella discordia tranquilla insediata tra i loro personaggi, tra lui che non smette di fuggire e lei che dovrà scegliere tra l'amore filiale e il mondo che la chiama. Tutti i loro sforzi, le loro sofferenze, i sacrifici tendono verso un solo traguardo: lo sguardo (in)quieto di un padre sulla propria figlia, quando scopre che non è più la stessa ma nemmeno un'altra. E allora Will fa un passo di lato. Un gesto genitoriale e cinematografico corroborante. Del resto, Senza lasciare traccia è un manuale di gesti di sopravvivenza nella natura e nella vita.



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SAB 10 NOV - ORE 18.30
DOM 11 NOV - ORE 21.00
IL VERDETTO
Regia di Richard Eyre.
Un film con Emma Thompson, Stanley Tucci, Fionn Whitehead, Anthony Calf, Jason Watkins.
Genere Drammatico - Gran Bretagna, 2017, durata 105 minuti.


Giudice dell'Alta Corte britannica, Fiona Maye è specializzata in diritto di famiglia. Diligente e persuasa di fare sempre la cosa giusta, in tribunale come nella vita, deve decidere del destino di Adam Henry, un diciassettenne testimone di Geova che rifiuta la trasfusione. Affetto da leucemia, Adam ha deciso in accordo con i genitori e la sua religione di osservare la volontà di Dio ma Fiona non ci sta. Indecisa tra il rispetto delle sue convinzioni religiose e l'obbligo di accettare il trattamento medico che potrebbe salvargli la vita, decide di incontrarlo in ospedale. Il loro incontro capovolgerà il corso delle cose e condurrà Fiona dove nemmeno lei si aspettava.


Di questo spiazzamento esistenziale fa esperienza Fiona Maye, giudice nata dalla penna di Ian McEwan ("La ballata di Adam Henry") e confrontata con una richiesta urgente in risonanza con la sua vita privata. Una vita trascorsa a esaminare situazioni altamente conflittuali, a valutare punti di vista che si oppongono, a divorare il tempo che avrebbe dovuto condividere col marito, a risolvere e risolversi con misura e distacco. Ma la fragilità del suo matrimonio e lo stato di salute di un adolescente rompono il suo delicato e costante esercizio, costringendola a confrontarsi bruscamente con se stessa per donare un nuovo senso alla parola responsabilità.

Cercando "l'interesse del bambino", principio in apparenza semplice ma di applicazione sovente dolorosa, la protagonista si perde e perde il filo. L'elemento perturbatore ha il corpo tormentato e il volto seducente di Adam (Fionn Whitehead, il giovane soldato di Dunkirk), indeciso tra principi religiosi e vitale pulsione adolescenziale. L'ambivalenza dell'animo umano è soggetto e materia di un film che illustra senza fioriture il ritratto di una donna travolta da quello che è chiamata a giudicare.

Alla maniera di McEwan, che ha adattato il suo romanzo per lo schermo, Richard Eyre segue la sua protagonista nella prestazione pubblica (la corte, l'ufficio) e nella vita intima (la sua relazione col marito). Il pubblico, che occupa uno spazio maggiore nel film e nel quotidiano di un giudice sicura della propria superiorità intellettuale e sociale, deraglia in un territorio sconosciuto e negli occhi chiari del 'figlio' che Fiona avrebbe forse potuto avere se non avesse sacrificato tutto al suo mestiere.

Emma Thompson è l'interprete ideale di un personaggio che nega le sue emozioni ma non riesce a impedire che affiorino, una donna che non ha visto il tempo passare e si sente improvvisamente invecchiare. Pivot di un dramma umano in cui tutti gli elementi convergono per valorizzarla, l'attrice inglese offre una performance tra le più ricche e sottili della sua carriera, traducendo a meraviglia la sofisticazione e la vulnerabilità del suo personaggio.

La perfezione tecnica e il controllo della partitura gestuale non frenano mai l'emozione ma la sublimano in un racconto di austera bellezza e straordinaria gravità. E come in ogni racconto di Ian McEwan è soltanto alla fine, a tragedia avvenuta, che i suoi personaggi realizzano di non aver compreso nulla di quello che hanno vissuto e di aver fatto probabilmente la scelta sbagliata. Una scelta dagli esiti catastrofici che travolgerà Adam, solo davanti a una fame di vita del tutto sconosciuta, e misurerà Fiona con l'irrimediabilità del suo abbaglio.

Tra sentimento e deontologia, emozioni e determinismo biologico, The Children Act - Il Verdetto confronta due solitudini, interrogando il ruolo della giustizia nelle nostre vite, esplorando la delicata linea di confine tra il secolare e il religioso, dando prova di una complessità tematica impressionante. Un film nutrito dall'immaginario giudiziario e una 'produzione anomala di globuli bianchi' che impatta, con le coscienze, i destini individuali.

(fonte - https://www.mymovies.it)