PROSSIMAMENTE




LO PUOI VEDERE
DAL 27 GIUGNO SU
MATTHIAS E MAXIME
Regia di Xavier Dolan.
Un film con Xavier Dolan, Harris Dickinson, Anne Dorval, Marilyn Castonguay, Catherine Brunet. C
Drammatico - Canada, 2019, durata 119 minuti.

Maxime sta per abbandonare Montreal per trasferirsi il più lontano possibile: in Australia, dove conta di mantenersi facendo il cameriere in un bar. Il giovane uomo è circondato dagli amici di infanzia, un gruppo chiassoso e dissacrante che continua a volersi bene nel modo in cui lo fanno i bambini: giocando, ruzzolando, prendendosi a cazzotti. Intorno a lui non ci sono maschi adulti ma tante figure femminili, fra cui la madre alcolizzata e invelenita che lui conta di affidare a una guardiana in sua assenza dato che fino a quel momento, grazie alla latitanza di suo padre e suo fratello, è sempre stato il solo ad occuparsene.

Maxime ha un angioma sul viso che contiene in sé il disegno di una lacrima, primo indizio della sua differenza: un indizio incancellabile che gli impedisce di nascondersi. A nascondersi molto bene invece è il suo amico d'infanzia Matthias, figlio di un padre lontano che ha gli ha preparato un futuro di avvocato. La mamma di Matthias è affettuosa e (fin troppo) presente, così come la fidanzata. A turbare gli equilibri nella compagnia di amici è il filmino studentesco che Erika, la sorella di Marco, unico membro del gruppo apertamente gay, gira scegliendo per soggetti proprio Maxime e Matthias. Per il primo quella partecipazione è una scelta, per Matthias è invece la punizione per una scommessa persa. Ma il film accenderà i riflettori su entrambi, e sulla loro amicizia.


Xavier Dolan torna sui temi che costituiscono la sua poetica: la sessualità come ricerca identitaria e i legami amicali e famigliari. Tutto è raccontato con il consueto stile impaziente di un regista che ha girato il suo primo lungometraggio a 19 anni e non si è più fermato, con la fretta di rappresentare il (suo) mondo in maniera bulimica e impavida.

Dolan ha la capacità di calamitare a sé un affetto travolgente, e di amore travolgente racconta. Matthias e Maxime è un film sull'energia che muove il sole e le altre stelle, e più l'elastico si tende nel tentativo di combattere quel sentimento, più torna a colpirci in faccia, come uno sputo, come un telecomando tirato con rabbia perché non basta a controllare l'altro. Matthias, già pilotato a distanza dal padre, fa del suo meglio per sottrarsi ad un altro telecomando: quello che ha in mano Maxime, che non lo usa e aspetta perché, marchiato dalla nascita, ha imparato ad accettare il suo destino. Matthias invece cerca di adattarsi alla vita "normale" da famigliola felice che appare su un cartellone stradale sponsorizzato dalla Chiesa.

Intorno a loro il caos è grande e Dolan lo alimenta con accelerazioni, tagli veloci, musiche che oscillano fra un pop contagioso e un repertorio classico dal respiro melodrammatico. La tensione è ben gestita fino alla scena clou che si svolge nella cucina di una festa, con il geniale controcampo di un gruppo di amici che corre a mettere in salvo il bucato da un improvviso temporale. È quella la conclusione naturale di un film che non ha bisogno di ulteriori spiegazioni, perché è costruito interamente intorno al contenuto non visto del filmino amatoriale di Erika, e non può che concludersi con la sua reinterpretazione: tutto ha gravitato intorno a quel momento di verità che avrebbe dovuto iniziare una rivoluzione, e invece è rimasto nel non detto.

Invece il film va avanti perché Dolan non può fermarsi, deve continuare la sua sfida al cinema che l'ha preceduto (in particolare quello del suo connazionale Denys Arcand con le sue Invasioni barbariche) e insiste a dire la sua, ancora e ancora, con quella precipitosità linguistica che rende il personaggio di Maxime, interpretato dal regista-sceneggiatore canadese, leggermente balbuziente. C'è bisogno dell'energia di Dolan e della sua capacità di raccontare l'amore come non etichettabile, come cantava Bette Midler (qui interpretata da una voce maschile): che sia un fiume o un rasoio, che sia una dolorosa necessita' o un fiore del quale siamo noi, purtroppo e per fortuna, i semi. 


(fonte - https://www.mymovies.it)

EMA


EVENTO ESCLUSIVO
INTERVISTA  + 
ANTEPRIMA DEL FILM
SOLO IL 13 GIUGNO ENTRO LE 24 
EMA
Regia di Pablo Larraín.
Un film con Gael García Bernal, Santiago Cabrera, Mariana Loyola, Mariana Di Girolamo, Giannina Fruttero.
Drammatico - Cile, 2019, durata 102 minuti.

EMA di Pablo Larrain sarà presentato in anteprima assoluta su Mio Cinema.
L'appuntamento è sabato 13 giugno alle ore 21.00: ad introdurre il film al pubblico sarà il regista del film, Pablo Larraìn. Insieme a lui Alberto Barbera, direttore della Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia.

Alle ore 21.30 partirà la proiezione unica e a pagamento del film, visibile e non replicabile oltre la mezzanotte. Si tratta di una meccanica nuova ed eccezionale valida solo in occasione di questo film.

Ema è fuoco che brucia, Gastón il focolare che lo contiene. Lei è una ballerina, lui il suo coreografo. Insieme hanno adottato Polo, insieme hanno fallito la sua adozione. Incapaci di gestire i suoi traumi, lo hanno 'restituito' ai servizi sociali e adesso navigano a vista tra rimorsi e accuse. Ema vuole il divorzio e si rivolge all'avvocato che ha accolto Polo dopo il loro fallimento. La donna, ignara delle reali intenzioni di Ema, se ne innamora come il marito, un pompiere avvenente sedotto dopo l'incendio doloso della propria auto. Perché Ema ha un piano e niente può fermarla.

"Separate una madre da suo figlio e funzionerà sempre", diceva Riccardo Freda, autore 'per tutti i generi'. Il regista italiano sosteneva che il melodramma fosse la maniera del cinema di 'volgarizzare' la tragedia, provocando nello spettatore una forma di piacere nel dispiacere. A lungo, e sovente a torto, questi women's pictures costrinsero le loro eroine dolenti in una condizione di sottomissione e di rassegnazione masochista, almeno fino alle produzioni di John M. Stahl, King Vidor o Douglas Sirk che invertirono la rotta e l'ideologia, prima della lettura pessimista di Rainer Werner Fassbinder e delle deflagrazioni sentimentali di Todd Haynes.


Pablo Larraín realizza un film radicalmente diverso dai precedenti e imprime al melodramma una concezione dell'amore contemporanea (la fluttuazione delle identità di genere), affrancando i sentimenti della sua eroina da qualsiasi senso di colpa e abbandonandola al vacillamento dei sensi e dello spirito.

Autore concettuale, Larraín concepisce la messa in scena come una sperimentazione sul linguaggio, raccontando la storia di una coppia come un flusso di coscienza che si esprime con la luce, i colori, la musica che sale e rifluisce in onde successive seguendo gli slanci amorosi dei personaggi. Larraín continua a interrogare quello che accade intorno a lui alla ricerca di una verità invisibile nella società cilena contemporanea. E niente come il melodramma illustra in maniera altrettanto esemplare il cuore di una nazione e la costruzione sentimentale e sociale dei sessi. Più interessato a sollevare domande, piuttosto che a diffondere o sostenere idee, le sue immagini astratte traducono la ristrutturazione singolare di un ménage familiare abitando sentieri inediti e sconosciuti.

Ema lascia fuori campo la cronaca sentimentale di una diade messa alla prova da un'adozione e si concentra sulla crisi coniugale e il riallineamento delle dinamiche individuali e familiari. L'assestamento si trasforma con Larraín nella coreografia di un corpo elastico e sincopato che esercita una forza di attrazione e allarga gli orizzonti familiari. Sullo sfondo di Valparaíso, 'accesa' col lanciafiamme, il regista cileno sperimenta con la sua protagonista nuove forme espressive, codici relazioni e modelli familiari, aggirando il destino del mélo, trascendendone i codici tradizionali e concependo una nuova (forma) di vita.

Melodramma pansessuale e incendiario, Ema si iscrive nella 'biologia del genere' e si fa trascrizione di un dolore che passa per una rappresentazione conturbante, dove la danza ha un posto preponderante e canalizza l'irriducibilità della sua eroina. Mariana di Girolamo è il volto diafano che detiene quella cosa segreta che Pablo Larraín vuole esaltare, il gesto anarchico che fa esistere (e ardere) il suo film e i suoi spazi urbani. Attrice della televisione cilena, segue il ritmo martellante del reggaeton e quello di un senso di colpa che il suo personaggio prova a far tacere con l'amore. Amore che cerca indistintamente nei letti degli altri e delle altre, perché Ema ama e non conosce limiti, fa solo quello che desidera, non esita a usare la sua libertà (artistica e sessuale) e adesso ha un piano segreto per recuperare quello che ha perduto. Il figlio, il marito e una vita in comune che malgrado il sentimento che li lega ha avuto ragione di loro. Loro che si amano ma si detestano in campo e controcampo, loro che non esitano a dirsi reciprocamente cose orribili attraverso dialoghi frontali che sembrano monologhi interiori.

Vanitosa come Neruda, Ema non si fa scrupoli a manipolare chi la circonda pur di arrivare al suo scopo, riducendo in cenere il suo mondo per poi riconfigurarlo. L'amore è una cosa meravigliosa, certo ma anche complicata per la protagonista, seducente e segreta, tonica e lucida come un metallo. È una donna alla ricerca di sé mentre la sua vita familiare affonda, è una mamma che rischia tutto per raggiungere quello che vuole e (ri)congiungersi con chi vuole, esasperando i più fedeli sostenitori ma continuando a irradiarli parola dopo parola, passo dopo passo.

Ema, opera 'gravida' e perturbante, offre a chi si lascia tentare un'esperienza stordente aperta al musical e alla stilizzazione del videoclip. Come la sua eroina fa breccia nel cuore dello spettatore, disorientato da un tappeto musicale essenziale per la creazione dell'impatto emozionale. La messa in scena non è mai andata così lontana nel cinema di Larraín che 'disegna' coreografie, trasfigura i suoi attori in primi piani iconici e poi deraglia ma solo per trovare un percorso alternativo, quello che conduce all'immaginazione e apre ipotesi sull'individuo e sulla coppia. Per verificarle serve soltanto un pieno di benzina


(fonte - https://www.mymovies.it)


LO PUOI VEDERE
DAL 6 GIUGNO SU
18 REGALI
Regia di Francesco Amato.
Un film con Vittoria Puccini, Benedetta Porcaroli, Edoardo Leo, Sara Lazzaro, Marco Messeri.
Biografico, Drammatico, - Italia, 2020, durata 115 minuti.

Elisa, incinta, fa un'ecografia di controllo: è una bambina, e sta bene. Ma a non stare bene è invece Elisa, che scopre di avere un tumore. Essendo una donna estremamente concreta - anche perché il marito Alessio lo è molto meno - Elisa si adopera per provvedere al futuro di quella figlia che forse non riuscirà a conoscere, arrivando al punto da preparare per lei 18 regali, uno per ogni compleanno, fino alla maggior età. Ma la figlia Anna accoglierà quei regali non tanto come un dono d'amore, quanto come una pesante eredità, o una sorta di macabro ricatto morale. Il giorno del suo 18esimo compleanno si sottrarrà al rito, andando incontro alla più incredibile delle sorti: trovarsi faccia a faccia con la madre scomparsa.


Ispirato alla vera storia di Elisa Girotto raccontata dal marito Alessio Vincenzotto, che ha anche collaborato alla sceneggiatura, 18 regali si inserisce nel sottogenere di film che raccontano una scomparsa prematura seguita da una testimonianza della persona defunta dilazionata nel tempo, da My Life - Questa mia vita a P.S. I Love You - Non è mai troppo tardi per dirlo.

Francesco Amato, regista e cosceneggiatore (con Massimo Gaudioso e Davide Lantieri) fa del suo meglio per evitare le trappole del pietismo e della lacrima gratuita, e la sua mano (più) leggera cerca strade meno convenzionali e soluzioni narrative meno manipolatrici.

Anche la svolta soprannaturale della vicenda, che vede Anna adulta confrontarsi con la propria madre incinta di lei, è gestita con un certo pudore, ma comporta molte implausibilità e alcune sviste logiche. Soprattutto manca, rispetto a quello che è un altro sottogenere (cui appartengono film come Peggy Sue si è sposata), il senso di vertigine che può provare un essere umano davanti alla versione giovanile dei membri della propria famiglia. Sono ben seminati invece alcuni elementi simbolici, come la propensione di Anna a tuffarsi all'indietro o lo scambio delle scarpe fra madre e figlia, parte di quel percorso di crescita che a Elisa e Anna è mancato.

Amato sceglie di imprimere alla sua storia il tono disincantato e iconoclasta dell'adolescente che ne è protagonista, e Benedetta Porcaroli entra bene in quell'atteggiamento strafottente, mentre Vittoria Puccini presta al ruolo di Elisa la sua immagine di persona precisa e rigorosa, risultando perfettamente credibile nei panni di una pianificatrice che, anche di fronte ad una malattia letale, continua imperterrita a stilare liste.

Ci sono sottolineature eccessive, come la musica spalmata ovunque, e un cambiamento troppo repentino in sceneggiatura fra la caratterizzazione iniziale della coppia Elisa-Alessio e quella che si sviluppa dopo la notizia della malattia. Ma 18 regali fa la scelta coraggiosa di raccontare un rapporto mamma-figlia in tutta la sua amorevole conflittualità, indipendentemente dalle condizioni entro cui si dipana. E pone una domanda davvero dolorosa: come si fa a tagliare il cordone ombelicale emotivo dalla propria madre quando si è a malapena fatto in tempo a tagliare quello fisico?


(fonte - https://www.mymovies.it)


LO PUOI VEDERE
DAL 30 MAGGIO  SU

DOPO IL MATRIMONIO
Regia di Bart Freundlich.
Un film con Michelle Williams, Julianne Moore, Billy Crudup, Eisa Davis, Abby Quinn, Alex Esola, Doris McCarthy.
Drammatico, - USA, 2019, durata 110 minuti.

Isabel ha dedicato la gran parte della sua vita ai bambini di un orfanotrofio di Calcutta e da sette anni è diventata come una madre per il piccolo Jai, un ragazzino vulnerabile che si è profondamente legato a lei. L'offerta di una facoltosa società americana di finanziare l'orfanotrofio in bancarotta la costringe, però, a tornare a New York, dove non mette piede da più di vent'anni. Qui incontra Theresa, la magnate multimilionaria che ha chiesto di incontrarla, ma da subito appare evidente che la donna è meno interessata all'orfanotrofio che a conoscere meglio Isabel, tanto che la invita al matrimonio della figlia Grace. Da quel giorno, Isabel viene progressivamente a conoscenza di una serie di segreti passati e presenti, destinati a sconvolgere la sua vita e quella di tutti gli altri.


Bart Freundlich, regista poco prolifico ma sceneggiatore esperto di relazioni sentimentali e incomprensioni familiari, riscrive il dramma portato sullo schermo dalla regista danese Susanne Bier sostituendo la coppia di protagonisti maschili con quella al femminile composta da Michelle Williams e da Julianne Moore, sua moglie e interprete di quasi tutti i suoi film.

Il tema della maternità, biologica o sostitutiva, scelta o rifiutata, assume dunque un ruolo centrale ma solo in apparenza, perché cambiando di genere ai protagonisti della storia, il regista può in realtà raccontare la scelta di un uomo e il legame che ha instaurato con la figlia.

Dietro le vetrate vertiginose degli hotel e degli uffici high-tech della metropoli contemporanea, e dietro l'impegno dell'occidentale negli slums indiani, si consuma così un melodramma antico, o quanto meno eterno, che intreccia passato e futuro ("Dove si va? Dove andrò?" domanda il personaggio di Julianne Moore nella scena più drammatica), nascita e rinascita (il nido caduto, facile simbolo di morte, trova nuova vita nell'arte) e porta in superficie l'assurdità dell'esistenza, per cui non solo non possiamo controllare le nostre vite ma a volte le stesse sembrano scritte dalla penna barocca di uno sceneggiatore senza freni.

Forte di un perfetto cast artistico, Dopo il matrimonio è soprattutto un film di interpreti e, tra questi interpreti, la Moore e Crudup si collocano comodamente una spanna sopra gli altri. Non si troveranno, invece, particolari sottigliezze di regia e anzi, nel tentativo di restare minimale di fronte a tanta trama, ne va talvolta dell'emozione e alcuni passaggi appaiono inespressi. Ciò che il film inventa, in ogni caso, è sufficiente per aprire diversi fronti di dibattito, pubblico e privato.

(fonte - https://www.mymovies.it)


LO PUOI VEDERE
DAL 23 MAGGIO  SU
FAVOLACCE
Regia di Fabio D'Innocenzo, Damiano D'Innocenzo.
Un film con Elio Germano, Tommaso Di Cola, Giulietta Rebeggiani, Gabriel Montesi, Justin Korovkin. Drammatico, - Italia, 2020, durata 98 minuti.

🥇 MIGLIOR SCENEGGIATURA - FESTIVAL DI BERLINO 2020 🥇

Una calda estate in un quartiere periferico di Roma. Nelle villette a schiera vivono alcune famiglie in cui il senso di disagio costituisce la cifra esistenziale comune anche quando si tenta di mascherarlo. I genitori sono frustrati dall'idea di vivere lì e non altrove, di avere (o non avere) un lavoro insoddisfacente, di non avere in definitiva raggiunto lo status sociale che pensavano di meritare. I figli vivono in questo clima e ne assorbono la negatività cercando di difendersene come possono e magari anche di reagire.


Gli autori la definiscono, in contrasto con il realismo della loro opera prima, come una favola nera in cui hanno riversato, attraverso la voce di un narratore, il vuoto pneumatico di figure parentali (con in più un docente) che dovrebbero insegnare a vivere ai propri figli mentre invece hanno perduto qualsiasi capacità di positività e di sguardo sul futuro.

La loro vita è fatta di passività (le mogli) o di aggressività verbale (la neo madre) mentre i maschi (chiamarli 'uomini' sarebbe attribuire loro una maturità intellettuale e caratteriale che, ognuno a suo modo, non possiedono) si nutrono di rabbie a stento represse e di velleità machiste. Ma, come insegnava Vittorio De Sica nel 1943 I bambini ci guardano. Come il piccolo Pricò, questi ragazzini sono costretti ad assistere al disfarsi e corrompersi di qualsiasi punto di riferimento. Anche se hanno tutti 10 nella pagella scolastica (magari con un 9 in condotta) quella che potrebbero assegnare ai genitori dovrebbe riempirsi solo di "inclassificabile" che è una valutazione ancora peggiore dello 0. Costretti da ciò che li circonda a comportarsi 'da grandi' (come se quello che i loro modelli familiari propongono significasse esserlo) cercano di individuare una via d'uscita. La troveranno con soluzioni diverse.

I D'Innocenzo ci propongono solo tinte scure e a uno sguardo superficiale si potrebbe pensare che di pessimismo oggi ne circola già abbastanza senza bisogno di ulteriore impegno. Di fatto però non è così. Perché questa più che una favola nera è (ci si perdoni il gioco di parole) una favola 'vera'. Basta leggere le cronache quotidiane per rendersene conto.

E se nelle favole nere non ci sono principi azzurri qui invece ce ne sono ben due. Sono i D'Innocenzo che, concentrando in una sorta di overdose narrativa il negativo sempre più presente nella società contemporanea, anche se con una diffusione a macchia di leopardo, ci vogliono ammonire. Ci ricordano che sempre più spesso i draghi dell'insensibilità e dell'amoralità (travestita da perbenismo di facciata) si annidano in quelle grotte che sono diventate certe abitazioni in cui solo apparentemente c'è tutto ciò che occorre. Questo film è la lancia che utilizzano per aiutarci a prenderne coscienza e ad iniziare a stanarli per poi sconfiggerli.


(fonte - https://www.mymovies.it)



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