PROSSIMAMENTE

PROSSIMAMENTE


GIO 29 AGO - ORE 21.00
VEN 30 AGO - ORE 21.00
SAB 31 AGO - ORE 21.00
DOM 1 SET - ORE 21.00
IL MOSTRO DI ST. PAULI
Regia di Fatih Akin.
Un film con Jonas Dassler, Margarete Tiesel, Mark Bohm, Marc Hosemann, Adam Bousdoukos.
Genere Thriller, Horror - Germania, Francia, 2019, durata 115 minuti.


Amburgo. Quartiere di St. Pauli, negli anni Settanta. Un'area frequentata da alcolizzati, prostitute, giocatori d'azzardo e altre anime solitarie. Fitz Honka è uno di loro e non è certo aiutato dal suo aspetto decisamente poco attraente. Ha un lavoro fisso e vive in un attico nel più totale disordine. È lì che porta donne anziane incontrate in un sordido locale chiamato il Golden Glove. Dopo aver cercato, inutilmente, di avere un rapporto sessuale con loro (è impotente) le uccide e le fa a pezzi. Conserva le membra in uno sgabuzzino ed incolpa del cattivo odore che regna nelle stanze la famiglia greca che abita sotto di lui.


Fatih Akin, in questa occasione, si rifà ad eventi di cronaca nera che si sono effettivamente verificati ad Amburgo e che sono stati narrati dal romanziere Heinz Strunk in un suo libro del 2016.

L'obiettivo sembrerebbe essere quello di denunciare il degrado umano che permane e si amplifica in una società come quella tedesca che ha visto il proprio territorio devastato e che in quegli anni sta confrontandosi con una straordinaria ripresa economica e con il terrorismo. Tutto questo però resta sullo sfondo. Del terrorismo non si fa cenno e con poche battute si ricordano le deportazioni. Tutto viene quindi a concentrarsi su una descrizione lombrosianamente analitica delle perversioni di Honka e del suo degrado materiale e morale.

Il Golden Glove, con i suoi vari relitti umani, fa da bacino in cui andare a cercare le vittime delle cui sofferenze e morti Akin non risparmia nulla allo spettatore. Il ritratto è accurato fino al minimo dettaglio e le fotografie d'epoca che scorrono a fianco dei titoli di coda testimoniano l'attenzione filologica che si è voluta garantire alla ricostruzione.

Ciò che però sembra mancare è la materia prima di un film: soggetto e sceneggiatura. Akin si rivela totalmente a corto di materiali narrativi e quindi si trova costretto a continui ritorni nel Golden Glove dove però la storia non procede e gli avventori sono sempre gli stessi e con le stesse vicende (se si escludono una appartenente all'Esercito della Salvezza e un incauto ragazzino). Non gli resta quindi che farci assistere ogni volta con abbondanza di particolari agli atti violenti che Honka esercita sulle sue vittime con uno sguardo che si trasforma progressivamente in un compiacimento del tutto fine a se stesso.

(fonte - https://www.mymovies.it)


VEN 23 AGO - 21.00
SAB 24 AGO - 21.00
DOM 25 AGO - 21.00
CHARLIE SAYS
Regia di Mary Harron.
Un film con Hannah Murray, Sosie Bacon, Marianne Rendón, Merritt Wever, Suki Waterhouse.
Drammatico - USA, 2018, durata 104 minuti.


Leslie Van Houten, detta Lulu, Patricia Krenwinkel detta Katie e Susan Atkins detta Sadie sono tre "Manson's Girls", ossia ragazze appartenute alla setta di Charles Manson, coinvolte nei suoi efferati crimini e condannate a lunghe pene dalla giustizia americana. Karlene Faith è una sorta di assistente sociale che opera nel carcere femminile dove le tre sono rinchiuse e si offre di lavorare con loro, cercando di fare quello oggi si definisce deprogrammazione. Le tre infatti, anche alcuni anni dopo la condanna, sono ancora incantate dalle parole di Manson, che ripetono a ogni occasione come un insegnamento di vita.


Charlie Says si pone così come una visione dell'altra faccia della medaglia, raccontando l'umanità soggiogata dalla setta, ma pure l'importanza che aveva la sorellanza femminile all'interno di quel microcosmo, una versione quindi femminista che naturalmente però non nasconde i crimini delle ragazze.

Diretto da Mary Harron, che con la sua carriera spesso relegata in TV testimonia la giustezza delle rivendicazioni del #timesup riguardo le poche possibilità concesse alle registe in quel di Hollywood, il film è sceneggiato dalla sua rodata collaboratrice Guinevere Jane Turner, con cui Harron aveva già lavorato in American Psycho e The Notorious Bettie Page.

Turner qui, oltre ad aver fatto lunghe ricerche ed essersi avvalsa di ben 20 fonti dirette, ha trovato una spinta verso l'autenticità anche nel proprio vissuto personale, di ragazza cresciuta in un culto. La sceneggiatrice aveva infatti raccontato la propria infanzia in un lungo articolo su "The New Yorker" intitolato appunto "My Childhood in a Cult", dove narrava gli undici anni passati con la famiglia al seguito della comunità di Mel Lyman, i cui seguaci erano convinti che un giorno sarebbero arrivati a vivere su Venere.

Le due autrici hanno scelto di ridurre la mistica intorno a Charles Manson scritturando per la parte Matt Smith, noto soprattutto per le serie Doctor Who e The Crown e di certo non il più carismatico né malefico degli attori. Infatti il suo Manson non ha alcuna grandeur ed è più che altro un invasato, non poco razzista, che fallisce nei propri sogni di gloria musicali e da lì in poi trascina il proprio gruppo in un crescendo di follia. Manson è descritto anche come misogino, ciò nonostante molte ragazze sono al suo seguito perché, al di là dei suoi momenti più brutali, le lascia libere di fare quello che vogliono e soprattutto di farlo insieme, fingendo di rispettarle. Nelle giovani che sono al suo fianco la possibilità di avere un ruolo del genere appare irresistibile, tanto che lo sopportano anche quando le umilia o diventa manesco, del resto Manson amava umiliare anche i maschi, come si racconta nella storia di Tex Watson, qui interpretato dal belloccio Chace Crawford (Gossip Girl).

Ai flashback di Lulu, la più prominente tra le tre ragazze e l'ultima a entrare nel gruppo, sono alternate le sessioni di terapia di gruppo con Karlene, che lentamente smonta il mito e le assurdità di Manson, avvalendosi a un certo punto anche di un collega nero che spieghi quanto fossero razziste le idee del guru. Se il film ha un limite è di non raccontare come invece Sadie e soprattutto Katie, che ha un ruolo quasi di leader, siano state affascinate da Manson, del resto attraverso Lulu si vede come una ragazza entra nella "Manson Family" vedendo Charlie già per quello che è, senza illusioni di una precedente conoscenza magari più intima. Inoltre Lulu, a differenza delle altre, non è innamorata di lui e descrivere il suo percorso è cruciale nel mostrare come fosse in larga parte lo spirito di comunità femminile a esercitare su di lei un grande fascino, più del guru e delle sue pessime canzoni.

Forse più interessante che appassionante, perché sceglie intenzionalmente una prospettiva poco eclatante, Charlie Says è un ottimo esempio di "female gaze" cinematografico, ossia di quanto una prospettiva diversa possa svelare nuovi dettagli o retroscena di una storia, anche della più arcinota. Inoltre la deprogrammazione delle ragazze è un controcanto alla loro fascinazione per Manson e anche se non sarà il più eccitante dei soggetti, l'umanità infusa ai personaggi dalle interpreti (Hannah Murray, Sosie Bacon, Marianne Rendón e Merritt Weaver nei panni di Karlene) riesce ad andare oltre la mostruosità dei crimini e trovare empatia anche in queste "mostruose" ragazze.

(fonte - https://www.mymovies.it)


VEN 16 AGO - 21.00
SAB 17 AGO - 21.00
DOM 18 AGO - 21.00
ROCKETMAN
Regia di Dexter Fletcher.
Un film con Taron Egerton, Jamie Bell, Richard Madden, Bryce Dallas Howard, Gemma Jones.
Biografico - USA, 2019, durata 121 minuti.


La vita di Reginald Dwight, rockstar multimilionaria nota al mondo con il nome d'arte di Elton Hercules John, scorre a ritroso, partendo da una seduta di alcolisti anonimi. Qui John trova il modo di affrontare i demoni del proprio passato e ripercorrere i passi che l'hanno condotto in questo stato.

Dopo il successo straordinario e inatteso di Bohemian Rhapsody, intorno a Rocketman si è creata un'aspettativa peculiare, un termine di paragone quasi obbligato, incentivato dal fatto che il regista della biografia in musica e immagini di Elton John è Dexter Fletcher, ossia colui che ha ereditato Bohemian Rhapsody senza più un regista (in seguito al licenziamento di Bryan Singer), per portarlo a conclusione.



A produrre è lo stesso Elton John, che si affida a Fletcher e allo sceneggiatore di fiducia Lee Hall, già autore dello script di Billy Elliot.

Non è dato sapere quanto il confronto invisibile tra Bohemian e Rocketman abbia influenzato le scelte di Fletcher, che di fatto sceglie un altro percorso per affrontare la vita di Dwight. Anziché la mimesi esasperata - degli attori e dei concerti - del film di Singer, Rocketman usa le travagliate vicende di Elton John come parabola a metà tra il reale e il fantastico, come una sorta di allucinazione psicotropa che possa aprire uno spiraglio per comprendere come si manifesti un talento inafferrabile e che condanna questo possa rappresentare.

Ad affliggere il film di Fletcher, come molti biopic prima di lui, è il problema, o la necessità quasi compulsiva, di dover rendere tutto visibile, fino all'ultimo dei dettagli, privando l'immaginazione di ogni spazio. L'infatuazione per il rock'n'roll non può quindi che manifestarsi attraverso un ciuffo di capelli impomatati, la capacità di Elton di far librare corpi e pensieri è esemplificata da una scena in cui questo avviene letteralmente, e così via.

Tutto è esibito e mai suggerito, come se fosse implicita la richiesta di questo didascalismo da parte del pubblico o, peggio, l'incapacità di quest'ultimo di poter "unire i puntini" senza un aiuto visivo. Su questo punto Fletcher dimostra una certa continuità rispetto a Bohemian Rhapsody e a un'idea di film-evento che sa sempre più di messa in scena spettacolare e curata di quel che ci si attende di vedere realizzato su grande schermo, anziché la rivelazione di qualcosa di inatteso o di impredicibile.

Cinema che nasce per confermare ed esaltare, per soddisfare il desiderio inesausto di fan service. E che evita gli spigoli più difficili da gestire. Ma, a differenza che nel caso di Freddie Mercury, con Elton John coming out e omosessualità non sono certo sottaciuti, ma a prevalere è sempre la semplificazione delle scelte, dei traumi, o degli enfatici momenti rivelatori.

Il mistero di una "diversità" che, nel caso di Elton John, è plurima non viene esplorato: Reginald Dwight non è solo gay in un mondo che celebra l'eterosessualità, è anche un bastian contrario impossibile da incasellare nei generi musicali in voga, quando comincia a emergere nel mondo della musica. Elton sceglie il rock'n'roll al posto della preparazione classica, il soft rock tinto di soul e gospel anziché le chitarre che dominano la sua epoca.

Di questa insofferenza alla normalizzazione, sessuale e artistica, restano qualche scena pudica con l'amato-odiato John Reid e le crisi per eccesso di droga e alcool, ossia il cliché più antico del biopic musicale a cui Rocketman non fa nulla per sfuggire.

Affrontati i demoni che era lecito ritrovare nel romanzo voluto da Elton John stesso, arriva inesorabile la celebrazione del proprio riscatto: sulle note di I'm Still Standing, inno alla resilienza nonostante tutto e tutti, scorrono gli agiografici titoli di coda, che ci ricordano il felice prosieguo della vita di Elton John e le sue attività filantropiche. E così tutto è bene quel che finisce bene, come si voleva rappresentare ma non come si voleva audacemente immaginare.

(fonte - https://www.mymovies.it)



MER 28 AGO - ORE 21.00
LITTLE FOREST
Regia di Soon-rye Yim.
Un film con Tae-ri Kim, So-Ri Moon, Jun-yeol Ryu, Ki-joo Jin.
Drammatico - Corea del sud, 2018, durata 86 minuti.

Udine Far East Film Festival 2018


Tratto da un manga giapponese, ma adattato allo stile narrativo sudcoreano, Little Forest racconta (anzi: dipinge) con sorprendente delicatezza la storia di una fuga e di una rinascita. La fuga e la rinascita della giovane Hye-won, in crisi professionale e sentimentale, che abbandona la frenesia della metropoli per imparare la lentezza della vita rurale. I codici e i segreti dell’essenzialità. Little Forest è uno sperduto villaggio dove le radici (emotive) dell’infanzia corrispondo alle radici (fisiche) della terra. Little Forest è una piccola cucina dove i nudi frutti dell’orto diventano golose ricette conviviali. Abbiamo bisogno di tanto altro, per essere felici?

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(fonte - https://www.mymovies.it)



ANTEPRIMA NAZIONALE
MER 25 SET - ORE 21.00
BURNING L’AMORE BRUCIA
Regia di Chang-dong Lee.
Un film con Steven Yeun, Yoo Ah-In, Joong-ok Lee, Jong-seo Jun, Soo-Kyung Kim, Seung-ho Choi, Seong-kun Mun, Bok-gi Min, Soo-Jeong Lee, Hye-ra Ban, Mi-Kyung Cha.
Drammatico - Corea del sud, 2018, durata 148 minuti.

Festival di Cannes 2018


Jong-su è un aspirante scrittore che vive di espedienti. Quando incontra per caso Hae-mi non la riconosce, ma la ragazza si ricorda di lui e lo persuade a prendersi cura del suo gatto. Jong-su si innamora, ma Hae-mi parte per l'Africa: al suo ritorno è accompagnata dal misterioso e facoltoso Ben.

Come Little Forest, anche Burning deriva da uno spostamento fra Giappone e Corea del Sud: il Giappone di Murakami, autore del racconto alla base del film (Granai incendiati), e la Corea del Sud di Lee Chang-dong, regista del memorabile Poetry (Tucker Film – 2011), che ha saputo trasformare quelle brevi pagine in un massiccio “romanzo cinematografico”. Un potentissimo dramma dell’anima che osserva la sintassi del mistery-thriller, scavando dentro le inquietudini e le ombre di uno strano triangolo (amoroso?). Ieri e oggi, ricchezza e povertà, dovere e piacere: tutto è doppio, tutto può doppiamente ingannare gli occhi e il cuore… Per Barack Obama, icona stessa dell’Occidente contemporaneo, il miglior titolo del 2018.



(fonte - https://www.mymovies.it)



MER 18 SET - ORE 21.00
THE GANGSTER, THE COP, THE DEVIL
Regia di LEE Won-tae
Drammatico - Corea del sud, 2019, durata 109 minuti.

Festival di Cannes 2019


Le vie dell’action-thriller sono infinite, o quasi, e il cinema sudcoreano le sa percorrere a occhi chiusi. Dal punto di vista delle strutture narrative e, naturalmente, dal punto di vista stilistico. Pensiamo a The Chaser. Pensiamo a The Man from Nowhere. Pensiamo ai tanti cult che gli appassionati conoscono a memoria. The Gangster, The Cop, The Devil, però, non si accontenta e moltiplica tutto per tre: l’elemento crime, l’elemento poliziesco, l’elemento noir. Più che l’ennesima variazione sul tema, un appassionante – e divertente! – virtuosismo pop. La storia di un’alleanza spericolata tra uno sbirro e un bandito, impegnati a costruire una tregua per neutralizzare un serial killer. Chi sono i buoni e chi sono i cattivi?

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(fonte - https://www.mymovies.it)



MER 4 SET - ORE 21.00
A TAXI DRIVER
Regia di Hun Jang.
Un film con Song Kang-ho, Thomas Kretschmann, Yoo Hae-jin, Jun-yeol Ryu, Park Hyuk-kwon.
Drammatico - Corea del sud, 2017, durata 137 minuti.

Torino Film Festival 2018



La mente corre a De Niro e Scorsese, certo, ma questa non è la New York degli anni ‘70: è la Seoul degli anni ‘80. Jang Hoon ci fa salire su un taxi e ci (ri)porta nel buio di Gwangju, dove sta per esplodere la grande rivolta popolare contro la dittatura di Chun Doo-hwan. Dieci giorni di lotta, dieci giorni di feroce repressione. Il 18 maggio 1980 rappresenta ancora una ferita aperta, nel cuore della Corea del Sud, e i dodici milioni di spettatori che hanno applaudito A Taxi Driver lo dimostrano. Blockbuster o inno civile? Un inno civile che parla il linguaggio del blockbuster, affidandosi – tra lacrime, risate, azione – al gigantesco Song Kang-ho.

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(fonte - https://www.mymovies.it)