PROSSIMAMENTE

SPETTACOLO UNICO
MER 7 OTTOBRE - ORE 21.00
THE ELEPHANT MAN
Regia di David Lynch
Un film con Anthony Hopkins, John Hurt, Anne Bancroft, Hohn Gielgud, Wendy  Hiller 
Drammatico - Gran Bretagna 1980, durata 125 minuti.

Londra, 1884. John Merrick è un'attrazione da circo, che si esibisce sotto il nome di "The Elephant Man" ai servizi del meschino Mr. Bytes: la terribile forma di neurofibromatosi che gli ha deformato il volto lo rende infatti ripugnante alla vista. Un giorno l'ambizioso dottor Frederick Treves assiste allo spettacolo di Bytes e interviene per trasferire John in ospedale ed esporre a un consesso di medici la particolare forma di malattia che lo colpisce. Quando scopre che Merrick non solo è in grado di leggere, ma è un uomo colto, gentile e raffinato, lo trasforma gradualmente in un protagonista della buona società della Londra vittoriana.



Giudicare a distanza di decenni The Elephant Man significa inevitabilmente provare a contestualizzarlo all'interno della carriera del regista di Twin Peaks e scoprire in esso i prodromi di un percorso tra i più singolari e imitati del cinema contemporaneo.

Lynch racchiude la sua natura più evidentemente eccentrica nella cornice: un prologo e un epilogo onirici, che rimandano alla ricerca di una giustificazione cosmica del mistero naturale che contraddistingue il protagonista. Ma se il resto dello svolgimento narrativo è all'apparenza più classico e convenzionale - come Lynch sarà nuovamente solo in Una storia vera - i temi cari all'universo del regista di Missoula sono già fortemente presenti. Come la fiera difesa della diversità e la visione estremamente negativa sulla natura umana, ritratta nella sua ferina empietà; o la riflessione sul destino imperscrutabile e sull'importanza dell'apparenza, in una società che trova nel pregiudizio un passe-partout interpretativo elementare ma efficace.

The Elephant Man tocca punte di rara crudeltà nel ritrarre gli evidenti limiti etici della società dell'uomo. Il ritratto che si delinea è doloroso e quasi insostenibile per lo spettatore, almeno quanto lo era la visione del volto di Merrick per le menti semplici del popolo londinese: per paura o ignoranza, infatti, l'uomo sembra basare le proprie concezioni su un'idea canonizzata di bellezza (o bruttezza), tale che la visione di un caso estremo diviene inevitabile polo di attrazione o repulsione, di fronte al quale tutto si può essere tranne che indifferenti.

Attrazione circense prima ed esperimento di laboratorio poi, per divenire infine membro della crème della società vittoriana, Merrick è comunque condannato a non poter passare inosservato. Che siano frustate o applausi a scena aperta, curiosità lascive o ipocriti e affettati sorrisi, poco cambia.

Merrick, che si dice "felice a ogni ora del giorno, perché sa di essere amato", è un disturbante recettore del nostro senso di colpa di uomini, che raccoglie e riflette, al pari di quello specchio che non riesce a osservare. Sia che inorridisca guardandolo o che scelga di osservarlo, sfidando l'istinto iniziale pur di sentirsi moralmente migliore e appagare il proprio ego, l'individuo lascia comunque Merrick fuori dall'equazione, sigillandolo inesorabilmente come freak.

E la prima analisi in ospedale, ritratta da Lynch alla stregua delle riprese su un set cinematografico (la settima arte nasce pochi anni dopo la vicenda raccontata) sottolinea come il cinema si avvalga di questa dittatura scopica, senza accennare ad opporsi ad essa.

Il film si aggiudicherà otto nomination all'Oscar, senza clamorosamente vincerne neanche uno. Lynch non diventerà mai un regista caro ai membri dell'Academy ma qualcosa di assai migliore, mutando per sempre la storia del cinema




(fonte - https://www.mymovies.it)


VEN 25 SET - ORE 21.00
SAB 26 SET - ORE 21.00
DOM 27 SET - ORE 21.00
LE SORELLE MACALUSO
Regia di Emma Dante.
Un film con Alissa Maria Orlando, Laura Giordani, Rosalba Bologna, Susanna Piraino, Serena Barone.
Commedia, - Italia, 2020, durata 94 minuti.

C'è una terrazza a Palermo dove riparano le colombe e vivono le sorelle Macaluso. Maria danza, Pinuccia ama, Lia legge, Katia dispone, Antonella osserva. Le osserva azzuffarsi, truccarsi, inventarsi le giornate e rimandare la miseria. Antonella è la più piccina e intorno a lei ruota il mondo delle sorelle maggiori. Un giorno d'estate la portano 'a Charleston', un mare privato dove si bagnano incoscienti che la vita qualche volta bara. È un attimo e Antonella diventa il loro errore fatale, il loro segreto, il loro rimorso.


C'erano una volta cinque sorelle e un'autrice che scrive(va) le sue storie sui corpi. Corpi che corrono nudi sullo schermo, corpi imperfetti sotto i capelli legati e poi slegati, dentro i 'costumi' sciolti e poi allacciati.

Le sorelle Macaluso racconta la storia semplice di una famiglia che consuma la tragedia in un giorno d'estate. Un gioco infantile ha spogliato quel gineceo abbagliante del suo cuore e adesso non resta che odio, rimorso, vergogna e nel fondo ancora tanto amore. Non è bastato quel pupo appeso, cavaliere di racconti leggendari, a proteggere Antonella dalla malasorte. Ma l'opera dei pupi dona una dimensione epica alla lotta quotidiana di cinque sorelle dalla vitalità irriducibile.

Con grandi attrici e pochi mezzi, Emma Dante sorprende Palermo da una fessura o da un foro, incarnando il folgorante sentimento della vita. La m.d.p. cattura i piccoli oggetti dell'infanzia e quelli di un matriarcato che ha messo alla porta il patriarcato, lasciando le chiavi nella serratura. Per entrare serve che Pinuccia ci apra, serve guadagnarsi un posto a tavola, una tavola apparecchiata con le rose e i 'piatti buoni' delle occasioni speciali.

Balocchi, rossetti, centrini, stampe, tele, lampadari vetusti, Emma Dante ha pescato il décor dalla "grande sorella Speranza" di Gozzano. Perché giova sempre la speranza nella disperazione. E di quel sentimento di fiduciosa attesa, le sorelle Macaluso ne hanno da vendere con le colombe volate fuori casa come in una ballata di De André.

Al centro del cinema e del teatro militante di Emma Dante c'è sempre la classe popolare e la miseria sociale, senza miserabilismo, senza pathos. C'è ancora il corpo a corpo ostinato col nucleo familiare, la carne e il sangue, mai astratti e mai triviali nella loro crudezza. Serrate come una banda musicale, le sue sorelle si sollevano e precipitano in un solo movimento fluido che confluisce d'estate nell'inverno deandreiano, interpretato da Franco Battiato. È la sua voce pura e morbida, quasi serafica, a donare alla promenade delle sorelle un tono celeste.


A riportarle sulla terra ci pensa l'aria fisica e struggente di Gianna Nannini. Con la ruggine sulla voce racconta una giornata al mare, a cavalcare le onde, la sorellanza e la "meravigliosa paura" di starsi accanto. La luce accecante della Sicilia e l'eccitazione delle ragazze è al culmine quando il film volge in tragedia. La più giovane tra loro non tornerà più, se non nei loro sogni a ripassare il rossetto e a chiedere un'altra tavoletta di cioccolato. Antonella rimane come un'ombra dentro di loro, come l'impronta che lasciano i mobili sulla parete, concentrando nella polvere il sogno di tutto un passato.

Racconto di una tragedia in tre tempi e altrettanti stagioni della vita, Le sorelle Macaluso contiene la vecchiaia che contiene la giovinezza che contiene l'infanzia di temperamenti plurali e spiriti condivisi. Eterne ragazze su cui il tempo malgrado tutto ha fatto il suo lavoro. Allineate in faccia allo spettatore si battono da sole contro la miseria e ai margini di un Paese che ha perso il suo slancio vitale. Sono tutte Penelope, quella di Oriana Fallaci armata e in guerra, in quel territorio ostile che è la vita. E davanti a noi scorre uno spettacolo debordante di vita sulla morte, il ricordo di un giorno d'infanzia. Il loro primo e forse unico giorno al mare.


(fonte - https://www.mymovies.it)


VEN 18 SET - ORE 21.00
SAB 19 SET - ORE 21.00
DOM 20 SET - ORE 21.00
LA CANDIDATA IDEALE
Regia di Haifaa Al-Mansour.
Un film con Mila Al Zahrani, Dae Al Hilali, Khalid Abdulraheem, Shafi Alharthy
Commedia drammatica, - Arabia Saudita, 2019, durata 101 minuti.

Maryam è una dottoressa consapevole della responsabilità del proprio ruolo che esercita in un piccolo ospedale in Arabia Saudita. Nonostante la sua professionalità deve lottare quotidianamente contro il pregiudizio diffuso nella società nei confronti delle donne. In famiglia, anche se ha un padre musicista di ampie vedute, sono inizialmente le sorelle a frenarne le prospettive per il futuro perché già hanno dovuto subire il precedente dileggio nei confronti della madre, cantante ora defunta. Quando, in seguito a una serie di contingenze, Maryam si ritrova a firmare i documenti per la candidatura alle elezioni per il Consiglio Comunale, la situazione si fa ancor più complicata.


Non è un certamente un caso che la sequenza di apertura del film ci mostri la protagonista che indossa il niqab ma è alla guida di un'auto. Il 'ma' avversativo della frase precedente ha una sua precisa motivazione.

Lunga è la strada che le donne debbono ancora percorrere in Arabia Saudita ma (appunto) dei passi sono stati compiuti e a contribuirvi è stato proprio quel La bicicletta verde che Haifaa Al Mansour presentò alla Mostra del Cinema di Venezia nel 2012. A sette anni di distanza le donne possono andare in bicicletta e guidare un'auto anche in assenza di un uomo al loro fianco (cosa inconcepibile all'epoca) e si sono verificate ulteriori aperture. Ma, si potrebbe dire, inevitabilmente una parte consistente dell'universo maschile oppone una resistenza che va dal rifiuto totale degli anziani a forme più o meno subdole che hanno comunque l'obiettivo di conservare saldamente i poteri che contano in mano ai maschi.

La regista riesce a realizzare, come nella sua prova precedente, un film di denuncia senza assumere i toni del pamphlet. Lo fa sempre partendo da una dimensione familiare, da un rapporto tra sorelle che vivono in maniera differente sia il rapporto con la figura materna, ora scomparsa, che quello con il padre. Qui sta l'elemento innovativo nel percorso di Al Mansour.

Se ne La bicicletta verde gli uomini nel loro complesso non facevano una bella figura qui il genitore assume un ruolo solo apparentemente passivo nei confronti di quanto accade in famiglia. Perché è membro di un ensemble di musicisti impegnati a tenere viva una forma espressiva tradizionale che, in tempi di integralismo rampante, si è cercato di cancellare in nome della 'purezza' della fede.

Sia lui che Maryam, ognuno a suo modo, lottano perché la società muti aprendosi non a una 'modernità' che sia fine a se stessa (i social non mancano in questo film) ma piuttosto consapevole del contributo fondamentale che le donne possono offrire per 'guarire' (la metafora è esplicita) le parti dolenti della società. Tutto ciò sembra ora possibile a patto però di non cedere dinanzi agli ostacoli di quella strada non asfaltata che corrisponde al rispetto dei diritti di uomini e donne. Senza se e senza, ancora una volta, ma.





(fonte - https://www.mymovies.it)










LO PUOI VEDERE
DAL 27 GIUGNO SU
MATTHIAS E MAXIME
Regia di Xavier Dolan.
Un film con Xavier Dolan, Harris Dickinson, Anne Dorval, Marilyn Castonguay, Catherine Brunet. C
Drammatico - Canada, 2019, durata 119 minuti.

Maxime sta per abbandonare Montreal per trasferirsi il più lontano possibile: in Australia, dove conta di mantenersi facendo il cameriere in un bar. Il giovane uomo è circondato dagli amici di infanzia, un gruppo chiassoso e dissacrante che continua a volersi bene nel modo in cui lo fanno i bambini: giocando, ruzzolando, prendendosi a cazzotti. Intorno a lui non ci sono maschi adulti ma tante figure femminili, fra cui la madre alcolizzata e invelenita che lui conta di affidare a una guardiana in sua assenza dato che fino a quel momento, grazie alla latitanza di suo padre e suo fratello, è sempre stato il solo ad occuparsene.

Maxime ha un angioma sul viso che contiene in sé il disegno di una lacrima, primo indizio della sua differenza: un indizio incancellabile che gli impedisce di nascondersi. A nascondersi molto bene invece è il suo amico d'infanzia Matthias, figlio di un padre lontano che ha gli ha preparato un futuro di avvocato. La mamma di Matthias è affettuosa e (fin troppo) presente, così come la fidanzata. A turbare gli equilibri nella compagnia di amici è il filmino studentesco che Erika, la sorella di Marco, unico membro del gruppo apertamente gay, gira scegliendo per soggetti proprio Maxime e Matthias. Per il primo quella partecipazione è una scelta, per Matthias è invece la punizione per una scommessa persa. Ma il film accenderà i riflettori su entrambi, e sulla loro amicizia.


Xavier Dolan torna sui temi che costituiscono la sua poetica: la sessualità come ricerca identitaria e i legami amicali e famigliari. Tutto è raccontato con il consueto stile impaziente di un regista che ha girato il suo primo lungometraggio a 19 anni e non si è più fermato, con la fretta di rappresentare il (suo) mondo in maniera bulimica e impavida.

Dolan ha la capacità di calamitare a sé un affetto travolgente, e di amore travolgente racconta. Matthias e Maxime è un film sull'energia che muove il sole e le altre stelle, e più l'elastico si tende nel tentativo di combattere quel sentimento, più torna a colpirci in faccia, come uno sputo, come un telecomando tirato con rabbia perché non basta a controllare l'altro. Matthias, già pilotato a distanza dal padre, fa del suo meglio per sottrarsi ad un altro telecomando: quello che ha in mano Maxime, che non lo usa e aspetta perché, marchiato dalla nascita, ha imparato ad accettare il suo destino. Matthias invece cerca di adattarsi alla vita "normale" da famigliola felice che appare su un cartellone stradale sponsorizzato dalla Chiesa.

Intorno a loro il caos è grande e Dolan lo alimenta con accelerazioni, tagli veloci, musiche che oscillano fra un pop contagioso e un repertorio classico dal respiro melodrammatico. La tensione è ben gestita fino alla scena clou che si svolge nella cucina di una festa, con il geniale controcampo di un gruppo di amici che corre a mettere in salvo il bucato da un improvviso temporale. È quella la conclusione naturale di un film che non ha bisogno di ulteriori spiegazioni, perché è costruito interamente intorno al contenuto non visto del filmino amatoriale di Erika, e non può che concludersi con la sua reinterpretazione: tutto ha gravitato intorno a quel momento di verità che avrebbe dovuto iniziare una rivoluzione, e invece è rimasto nel non detto.

Invece il film va avanti perché Dolan non può fermarsi, deve continuare la sua sfida al cinema che l'ha preceduto (in particolare quello del suo connazionale Denys Arcand con le sue Invasioni barbariche) e insiste a dire la sua, ancora e ancora, con quella precipitosità linguistica che rende il personaggio di Maxime, interpretato dal regista-sceneggiatore canadese, leggermente balbuziente. C'è bisogno dell'energia di Dolan e della sua capacità di raccontare l'amore come non etichettabile, come cantava Bette Midler (qui interpretata da una voce maschile): che sia un fiume o un rasoio, che sia una dolorosa necessita' o un fiore del quale siamo noi, purtroppo e per fortuna, i semi. 


(fonte - https://www.mymovies.it)

EMA


EVENTO ESCLUSIVO
INTERVISTA  + 
ANTEPRIMA DEL FILM
SOLO IL 13 GIUGNO ENTRO LE 24 
EMA
Regia di Pablo Larraín.
Un film con Gael García Bernal, Santiago Cabrera, Mariana Loyola, Mariana Di Girolamo, Giannina Fruttero.
Drammatico - Cile, 2019, durata 102 minuti.

EMA di Pablo Larrain sarà presentato in anteprima assoluta su Mio Cinema.
L'appuntamento è sabato 13 giugno alle ore 21.00: ad introdurre il film al pubblico sarà il regista del film, Pablo Larraìn. Insieme a lui Alberto Barbera, direttore della Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia.

Alle ore 21.30 partirà la proiezione unica e a pagamento del film, visibile e non replicabile oltre la mezzanotte. Si tratta di una meccanica nuova ed eccezionale valida solo in occasione di questo film.

Ema è fuoco che brucia, Gastón il focolare che lo contiene. Lei è una ballerina, lui il suo coreografo. Insieme hanno adottato Polo, insieme hanno fallito la sua adozione. Incapaci di gestire i suoi traumi, lo hanno 'restituito' ai servizi sociali e adesso navigano a vista tra rimorsi e accuse. Ema vuole il divorzio e si rivolge all'avvocato che ha accolto Polo dopo il loro fallimento. La donna, ignara delle reali intenzioni di Ema, se ne innamora come il marito, un pompiere avvenente sedotto dopo l'incendio doloso della propria auto. Perché Ema ha un piano e niente può fermarla.

"Separate una madre da suo figlio e funzionerà sempre", diceva Riccardo Freda, autore 'per tutti i generi'. Il regista italiano sosteneva che il melodramma fosse la maniera del cinema di 'volgarizzare' la tragedia, provocando nello spettatore una forma di piacere nel dispiacere. A lungo, e sovente a torto, questi women's pictures costrinsero le loro eroine dolenti in una condizione di sottomissione e di rassegnazione masochista, almeno fino alle produzioni di John M. Stahl, King Vidor o Douglas Sirk che invertirono la rotta e l'ideologia, prima della lettura pessimista di Rainer Werner Fassbinder e delle deflagrazioni sentimentali di Todd Haynes.


Pablo Larraín realizza un film radicalmente diverso dai precedenti e imprime al melodramma una concezione dell'amore contemporanea (la fluttuazione delle identità di genere), affrancando i sentimenti della sua eroina da qualsiasi senso di colpa e abbandonandola al vacillamento dei sensi e dello spirito.

Autore concettuale, Larraín concepisce la messa in scena come una sperimentazione sul linguaggio, raccontando la storia di una coppia come un flusso di coscienza che si esprime con la luce, i colori, la musica che sale e rifluisce in onde successive seguendo gli slanci amorosi dei personaggi. Larraín continua a interrogare quello che accade intorno a lui alla ricerca di una verità invisibile nella società cilena contemporanea. E niente come il melodramma illustra in maniera altrettanto esemplare il cuore di una nazione e la costruzione sentimentale e sociale dei sessi. Più interessato a sollevare domande, piuttosto che a diffondere o sostenere idee, le sue immagini astratte traducono la ristrutturazione singolare di un ménage familiare abitando sentieri inediti e sconosciuti.

Ema lascia fuori campo la cronaca sentimentale di una diade messa alla prova da un'adozione e si concentra sulla crisi coniugale e il riallineamento delle dinamiche individuali e familiari. L'assestamento si trasforma con Larraín nella coreografia di un corpo elastico e sincopato che esercita una forza di attrazione e allarga gli orizzonti familiari. Sullo sfondo di Valparaíso, 'accesa' col lanciafiamme, il regista cileno sperimenta con la sua protagonista nuove forme espressive, codici relazioni e modelli familiari, aggirando il destino del mélo, trascendendone i codici tradizionali e concependo una nuova (forma) di vita.

Melodramma pansessuale e incendiario, Ema si iscrive nella 'biologia del genere' e si fa trascrizione di un dolore che passa per una rappresentazione conturbante, dove la danza ha un posto preponderante e canalizza l'irriducibilità della sua eroina. Mariana di Girolamo è il volto diafano che detiene quella cosa segreta che Pablo Larraín vuole esaltare, il gesto anarchico che fa esistere (e ardere) il suo film e i suoi spazi urbani. Attrice della televisione cilena, segue il ritmo martellante del reggaeton e quello di un senso di colpa che il suo personaggio prova a far tacere con l'amore. Amore che cerca indistintamente nei letti degli altri e delle altre, perché Ema ama e non conosce limiti, fa solo quello che desidera, non esita a usare la sua libertà (artistica e sessuale) e adesso ha un piano segreto per recuperare quello che ha perduto. Il figlio, il marito e una vita in comune che malgrado il sentimento che li lega ha avuto ragione di loro. Loro che si amano ma si detestano in campo e controcampo, loro che non esitano a dirsi reciprocamente cose orribili attraverso dialoghi frontali che sembrano monologhi interiori.

Vanitosa come Neruda, Ema non si fa scrupoli a manipolare chi la circonda pur di arrivare al suo scopo, riducendo in cenere il suo mondo per poi riconfigurarlo. L'amore è una cosa meravigliosa, certo ma anche complicata per la protagonista, seducente e segreta, tonica e lucida come un metallo. È una donna alla ricerca di sé mentre la sua vita familiare affonda, è una mamma che rischia tutto per raggiungere quello che vuole e (ri)congiungersi con chi vuole, esasperando i più fedeli sostenitori ma continuando a irradiarli parola dopo parola, passo dopo passo.

Ema, opera 'gravida' e perturbante, offre a chi si lascia tentare un'esperienza stordente aperta al musical e alla stilizzazione del videoclip. Come la sua eroina fa breccia nel cuore dello spettatore, disorientato da un tappeto musicale essenziale per la creazione dell'impatto emozionale. La messa in scena non è mai andata così lontana nel cinema di Larraín che 'disegna' coreografie, trasfigura i suoi attori in primi piani iconici e poi deraglia ma solo per trovare un percorso alternativo, quello che conduce all'immaginazione e apre ipotesi sull'individuo e sulla coppia. Per verificarle serve soltanto un pieno di benzina


(fonte - https://www.mymovies.it)


LO PUOI VEDERE
DAL 6 GIUGNO SU
18 REGALI
Regia di Francesco Amato.
Un film con Vittoria Puccini, Benedetta Porcaroli, Edoardo Leo, Sara Lazzaro, Marco Messeri.
Biografico, Drammatico, - Italia, 2020, durata 115 minuti.

Elisa, incinta, fa un'ecografia di controllo: è una bambina, e sta bene. Ma a non stare bene è invece Elisa, che scopre di avere un tumore. Essendo una donna estremamente concreta - anche perché il marito Alessio lo è molto meno - Elisa si adopera per provvedere al futuro di quella figlia che forse non riuscirà a conoscere, arrivando al punto da preparare per lei 18 regali, uno per ogni compleanno, fino alla maggior età. Ma la figlia Anna accoglierà quei regali non tanto come un dono d'amore, quanto come una pesante eredità, o una sorta di macabro ricatto morale. Il giorno del suo 18esimo compleanno si sottrarrà al rito, andando incontro alla più incredibile delle sorti: trovarsi faccia a faccia con la madre scomparsa.


Ispirato alla vera storia di Elisa Girotto raccontata dal marito Alessio Vincenzotto, che ha anche collaborato alla sceneggiatura, 18 regali si inserisce nel sottogenere di film che raccontano una scomparsa prematura seguita da una testimonianza della persona defunta dilazionata nel tempo, da My Life - Questa mia vita a P.S. I Love You - Non è mai troppo tardi per dirlo.

Francesco Amato, regista e cosceneggiatore (con Massimo Gaudioso e Davide Lantieri) fa del suo meglio per evitare le trappole del pietismo e della lacrima gratuita, e la sua mano (più) leggera cerca strade meno convenzionali e soluzioni narrative meno manipolatrici.

Anche la svolta soprannaturale della vicenda, che vede Anna adulta confrontarsi con la propria madre incinta di lei, è gestita con un certo pudore, ma comporta molte implausibilità e alcune sviste logiche. Soprattutto manca, rispetto a quello che è un altro sottogenere (cui appartengono film come Peggy Sue si è sposata), il senso di vertigine che può provare un essere umano davanti alla versione giovanile dei membri della propria famiglia. Sono ben seminati invece alcuni elementi simbolici, come la propensione di Anna a tuffarsi all'indietro o lo scambio delle scarpe fra madre e figlia, parte di quel percorso di crescita che a Elisa e Anna è mancato.

Amato sceglie di imprimere alla sua storia il tono disincantato e iconoclasta dell'adolescente che ne è protagonista, e Benedetta Porcaroli entra bene in quell'atteggiamento strafottente, mentre Vittoria Puccini presta al ruolo di Elisa la sua immagine di persona precisa e rigorosa, risultando perfettamente credibile nei panni di una pianificatrice che, anche di fronte ad una malattia letale, continua imperterrita a stilare liste.

Ci sono sottolineature eccessive, come la musica spalmata ovunque, e un cambiamento troppo repentino in sceneggiatura fra la caratterizzazione iniziale della coppia Elisa-Alessio e quella che si sviluppa dopo la notizia della malattia. Ma 18 regali fa la scelta coraggiosa di raccontare un rapporto mamma-figlia in tutta la sua amorevole conflittualità, indipendentemente dalle condizioni entro cui si dipana. E pone una domanda davvero dolorosa: come si fa a tagliare il cordone ombelicale emotivo dalla propria madre quando si è a malapena fatto in tempo a tagliare quello fisico?


(fonte - https://www.mymovies.it)