PROSSIMAMENTE

IN CARTELLONE


GIO 5 LUG - 21.00
VEN 6 LUG - 21.00
SAB 7 LUG - 21.00
DOM 8 LUG - 21.00
LAZZARO FELICE
Regia di Alice Rohrwacher.
Un film con Adriano Tardiolo, Alba Rohrwacher, Tommaso Ragno, Luca Chikovani, Agnese Graziani.
Drammatico - Italia, 2018, durata 130 minuti.

WINNER
MIGLIOR SCENEGG.RA
FESTIVAL DI CANNES 
2018

La Marchesa Alfonsina de Luna possiede una piantagione di tabacco e 54 schiavi che la coltivano senza ricevere altro in cambio che la possibilità di sopravvivere sui suoi terreni in catapecchie fatiscenti, senza nemmeno le lampadine perchè a loro deve bastare la luce della luna. In mezzo a quella piccola comunità contadina si muove Lazzaro, un ragazzo che non sa neppure di chi è figlio ma che è comunque grato di stare al mondo, e svolge i suoi inesauribili compiti con la generosità di chi è nato profondamente buono. Ma qual è il posto, e il ruolo, della bontà fra gli uomini?


Come saprà risorgere questo Lazzaro per continuare a testimoniare che il bene esiste, e attraversa le vicende umane senza perdere la propria valenza rivoluzionaria?

Alla sua terza regia Alice Rohrwacher fa intraprendere al suo protagonista, e alla comunità che lo circonda, un cammino che è anche il proprio, all'interno di un cinema che deve molto a Olmi e Zavattini ma continua a spingersi oltre lungo un terreno che frana e si modifica continuamente sotto i suoi (e i nostri) piedi. Non è facile tenerle dietro mentre attraversa un'arcadia senza tempo che è anche un microcosmo di sfruttamento, dove il lupo è assai più giusto e buono dell'essere umano che lo teme. Il suo linguaggio parte da atavico e diventa postmoderno, racconta un vento che soffia senza tregua per spazzare via la protervia del potere e uno sputo nel piatto dell'ingiustizia sociale senza per questo negare che il Bene e il Male percorrono il tempo senza cambiarlo, riproponendosi all'infinito.

La fionda che Tancredi, il figlio della Marchesa, regala a Lazzaro è come la cinepresa per Rohrwacher, ben consapevole della sua pericolosità: Alice si piazza sempre in medias res, fra le foglie di tabacco, dentro ai letti disfatti dei contadini, dietro lo sguardo puro del suo protagonista. Lazzaro è un'occasione come lo è il cinema di Alice Rohrwacher, che è tutto finto, nel senso di reinventato e ricreato, ma conserva radici profondamente reali, italiane prima che universali, rurali piuttosto che bucoliche.

Il suo percorso creativo richiede un'attenzione che il grande pubblico forse non le tributerà, ma non abbiamo dubbi che lei continuerà a camminare sul filo e a cercare, anche a tentoni. Il suo cinema è libero, destrutturante, girovago: e per questo merita di essere seguito, anche quando (o forse proprio perchè), come nel caso di Lazzaro felice, appare non a fuoco e non risolto.

Se il suo film precedente parlava del meraviglioso, Lazzaro felice racconta "la santità dello stare al mondo senza miracoli, senza poteri o superpoteri", esprimendosi in una lingua della quale la stessa Rohrwacher non conosce fino in fondo gli stilemi, ma che cerca di imparare immaginandosela, spingendo anche noi (seppur recalcitranti) a fare altrettanto.

Lazzaro cammina felice - e in qualche modo indenne - in mezzo a inganni grandi e piccoli portando la sua verità senza giudicare nessuno. E crede senza l'obbligo di convincere, crede ancora nella fondamentale bontà dell'uomo, della quale non chiede mai prova perchè ne è lui stesso conferma.

(fonte - https://www.mymovies.it)


GIO 28 GIU - 21.00
VEN 29 GIU - 21.00
SAB 30 GIU - 21.00
DOM 1 LUG - 21.00
LA STANZA DELLE MERAVIGLIE
Regia di Todd Haynes.
Un film con Julianne Moore, Oakes Fegley, Millicent Simmonds, Jaden Michael, Cory Michael Smith.
Avventura - USA, 2017, durata 120 minuti.


1977, Minnesota. Il dodicenne Ben è preda di un incubo ricorrente in cui viene inseguito da un branco di lupi. Una notte, cercando tra gli oggetti della madre, trova il vecchio catalogo di una mostra newyorkese sulle origini dei musei: i cosiddetti gabinetti delle meraviglie. C'è anche un biglietto, dentro, con l'indicazione di una libreria. E poi c'è un fulmine, che entra dal cavo del telefono e cambia la vita di Ben. 1927, New Jersey. Rose è una ragazzina che vive sola con il padre, isolata per via della sua sordità. La anima una grande passione per un'attrice, una diva del muto, di cui colleziona ogni notizia. Ben e Rose, a distanza di tempo, compieranno lo stesso avventuroso viaggio attraverso New York, guidati dal comune bisogno di conoscere il loro posto nel mondo.


L'opera grafico-letteraria di Brian Selznick nasce, nel caso di Hugo Cabret come in questo, intrisa di cinema, come fulminata in origine dalla meraviglia del suo dispositivo e percorsa interamente dalla scia elettrica di tale scossa. Per questo è giusto e necessario che siano dei registi cinefili a gestire il passaggio delle sue storie dalla carta allo schermo, loro approdo naturale.

Haynes giura fedeltà al romanzo, arruolando lo stesso Selznick come sceneggiatore, e lavora al servizio del racconto, illuminandone le pieghe del senso, costruendo corrispondenze e rimandi, visivi primi di tutto, che vanno oltre il libro e il film e guardano indietro, ai suoi esordi di regista (si pensi a tutto il discorso visivo sul modellismo, che parte dalle costruzioni di carta nella cameretta di Rose, passa per la vetrina del farmacista, raggiunge il climax nel grande panorama in scala della città e nella sequenza di bricolage con la quale viene raccontata la vita di Daniel, ma ricorda anche il primissimo esperimento di Todd Haynes, "Superstar").

Anche lui, cioè, guarda alle origini del suo percorso, a quella pratica, la cinefilia, che fa del suo agente un "curatore" in senso pieno, collezionista e appassionato. D'altronde, definendo un museo come un luogo in cui gli oggetti vengono disposti in mostra in modo da raccontare una bellissima storia, Selznick offre simultaneamente una definizione di "film", accentuando in essa il ruolo del montaggio, che in Wonderstruck è una pietra angolare dell'insieme (l'altra, naturalmente, è la musica).

Si potrebbe discorrere per ore delle suggestioni fornite dal film, della ripresa dei topoi melodrammatici della condizioni di orfano e dell'agnizione, o della sua costruzione del film nelle forme dell'omaggio ma anche della rivisitazione contemporanea, fortemente creativa, del cinema muto: la ricchezza di Wonderstruck è tale da superare lo spazio di un armadio, di una stanza, di sicuro di una recensione. La visione, d'altronde, richiede anche un po' di pazienza (la stessa che la nonna chiede a Ben) perché gli elementi del racconto, per tornare, hanno bisogno del loro tempo e di seguire il loro percorso, ma l'esperienza è così appassionante che si vorrebbe che le luci non si accendessero mai. Si vorrebbe restare al buio, dentro al museo, con Ben e Jamie e Rose.

(fonte - https://www.mymovies.it)


GIO 21 GIU - 21.00
VEN 22 GIU - 21.00
SAB 23 GIU - 21.00
DOM 24 GIU - 21.00
L'AFFIDO - UNA STORIA DI VIOLENZA
Regia di Xavier Legrand (II).
Un film con Denis Ménochet, Léa Drucker, Thomas Gioria, Mathilde Auneveux, Mathieu Saikaly.
Drammatico - Francia, 2017, durata 90 minuti.


Miriam e Antoine Besson si sono separati malamente. Davanti al giudice discutono l'affidamento di Julien, il figlio undicenne deciso a restare con la madre. Ma Antoine, aggressivo e complessato, vuole partecipare alla vita del ragazzo. Ad ogni costo. Il desiderio, accordato dal giudice, diventa fonte di ansia per Julien, costretto a passare i fine settimana col genitore. Genitore che contesta col silenzio e combatte con determinazione. Julien vorrebbe soltanto proteggere la madre dalla violenza fisica e psicologia che l'ex coniuge le infligge. Invano, perché l'ossessione di Antoine è più forte di tutto e volge in furia cieca.


Quattro anni dopo Avant que de tout perdre, storia di una violenza coniugale che rivela compiutamente il talento del regista, Xavier Legrand rimette mano al suo corto, lo sviluppa e gli dona il respiro di un thriller sociale.

Lèa Drucker è di nuovo la moglie di un uomo violento e invasato che ha deciso di renderle la vita un inferno. Ma questa volta Legrand registra ad altezza di bambino, scoprendo progressivamente la miseria del vuoto intorno a lui. Vuoto di sensibilità, di intelligenza, di amore che gli soffoca il domani, la possibilità di respirare e crescere. Julien diventa il testimone sensibile e tenace di un matrimonio terminale che si contende la sua felicità.

Alla maniera del suo corto, pluripremiato al festival di Clermont-Ferrand nel 2013, L'affido affronta senza compiacenza l'abuso domestico e i comportamenti coercitivi esercitati da un padre (e un marito) per controllare emotivamente il nucleo familiare da cui è stato estromesso. Agito nella verde Borgogna, il film, mai apertamente violento, monta minuto dopo minuto attorno al corpo minuto di Julien e a quello patito della sua mamma, determinata a proteggere la sua famiglia e l'intimità negata.

La costruzione narrativa, l'esplorazione della lingua, la struttura del pensiero dei personaggi indicano una maniera umana di guardare il mondo. Rigoroso nella costruzione dei quadri, che intendono sempre un senso drammaturgico e uno emozionale, Legrand articola con precisione le azioni, gli sguardi, i respiri e i suoni che rompono il silenzio notturno del sonno in un finale angosciante. Epilogo che esplode le minacce insinuate al debutto.

Amore e possesso, corpo e stereotipi, vecchie paure e nuovi limiti oltre ai quali c'è soltanto odio, rabbia, dissipazione, annientamento di sé e dell'altro. L'autore francese aderisce allo sguardo azzurro del suo piccolo grande protagonista che matura prematuramente nella sofferenza. I suoi spasmi denunciano il sommerso più esteso della violenza contro i più vulnerabili. Legrand indaga dietro la porta, intorno al tavolo, dentro la vettura quella forma insopportabile di abuso che facciamo fatica a identificare e quando iniziamo a vederla spesso è già troppo tardi. A incarnare la spinta cieca e brutale della pulsione è Denis Ménochet, già interprete del progetto originale al fianco di Lèa Drucker. Corpo ottuso e massivo, Antoine incombe sulla silhouette fragile della consorte e sul fanciullo di Thomas Gioria, che con impavida naturalezza presta volto e lacrime alle ferite dell'infanzia.

Legrand filma il suo Julien con empatia, emergendo la sua avventura umana e la fine della fanciullezza in un'escalation di sopravvivenza che apre per lui una via crucis legale. Il laconismo dell'opera sfocia alla fine in qualcosa di bestiale e tremendamente amaro, in una radiografia dell'umanità che non lascia scampo. A restare in fondo all'incubo è un film intimista che dà battaglia ai cattivi padri. Quelli che invece di misurarsi con la propria solitudine, perseguitano, colpiscono, minacciano e ammazzano.

(fonte - https://www.mymovies.it)


VEN 15 GIU - 21.00
SAB 16 GIU - 21.00
DOM 17 GIU - 21.00
SERGIO & SERGEI
IL PROFESSORE E IL COSMONAUTA
Regia di Ernesto Daranas.
Un film con Tomás Cao, Héctor Noas, Ron Perlman, Yuliet Cruz, Mario Guerra, Ana Gloria Buduén.
Drammatico - Spagna, Cuba, 2017, durata 93 minuti.


Attraverso uno scambio di frequenze radiofoniche, l'astronauta russo Sergei, che sta vivendo la sua personale odissea nello spazio, entra in contatto con Sergio, un radioamatore e professore universitario di filosofia marxista che sta vedendo rompersi il sogno comunista a Cuba. Non potendo rientrare sulla terra per mancanza di fondi dell'agenzia spaziale, Sergei chiede a Sergio di aiutarlo. Il cubano chiede a sua volta aiuto a un amico con cui è in contatto via radio, un enigmatico americano che coinvolge la Nasa.


Il film di Ernesto Daranas, come anticipato nei titoli di testa, è ispirato a fatti e personaggi reali. La trama di Sergio & Sergei, infatti, prende spunto dalla vicenda di un cosmonauta russo.

Il 19 maggio 1991 Sergei Krikalev partì a bordo della Soyuz TM-12 per raggiungere la stazione orbitante Mir in una missione spaziale che sarebbe durata molto più del previsto. Mentre si trovava lontanissimo da casa, sulla terra il corso della storia cambiò per sempre. La sua Unione Sovietica subì un colpo di stato militare e si dissolse, il blocco comunista si disgregò, e in tutto questo non c'erano più soldi per farlo tornare né una gerarchia che sapesse cosa fare del suo caso. Krikalev fu costretto a rimanere nello spazio cinque mesi più del previsto. Atterrò il 25 marzo 1992 in Russia con il record finale di 803 giorni passati al di là dell'atmosfera. Divenne l'unico viaggiatore della sua generazione a essere rimasto così tanto tempo nello spazio, nonché l'ultimo cittadino dell'Unione Sovietica.

La vicenda di Krikalev offre a Daranas una linea narrativa straordinaria per raccontare i cambiamenti drammatici che misero fine all'amicizia indistruttibile tra i popoli di Cuba e l'Unione Sovietica. Il film inizia con la voce narrante della figlia di Sergio che afferma che il padre iniziò a studiare filosofia marxista a Mosca lo stesso anno in cui un cubano viaggiò per la prima volta nello spazio. In effetti, nel 1980 il cubano Arnaldo Tamayo Méndez fu il primo latinoamericano a viaggiare nel cosmo.

La realtà si mescola alla fantasia e a una sorta di realismo magico che, tra le altre cose, ha l'effetto di rendere simpatici persino i funzionari del governo cubano che hanno sotto intercettazione la radio del professore marxista. Però a colpire maggiormente è la poetica dell'autore nel ritrarre l'angoscia esistenziale e l'incertezza sociale di quei tempi. La narrazione si muove lungo un filo nostalgico che trova la massima espressione in una scena in cui Sergei, con gli occhi pieni di lacrime perché sente la mancanza di casa (figura ambivalente della famiglia e dell'Unione Sovietica), afferma che i cosmonauti non piangono, perché le lacrime galleggerebbero nell'aria.

Gli attori fanno il resto. Il cubano Héctor Noas, straordinario nei panni del russo, è perfettamente compatibile con Sergio (Tomás Cao) e con l'altro protagonista del triangolo, l'americano Peter (Ron Perlman). Interpreti e regista danno vita a un film che non è né pessimista né disfattista nell'analizzare fatti storici, ma ha la virtù di trovare un punto d'incontro tra la leggerezza e la profondità. E offre brividi sul finale, con Ciao, ciao, bambina di Domenico Modugno cui testo assume tutt'altro significato associato al sogno infranto del comunismo.

- fonte: www.mymovies.it -


GIO 14 GIU - ORE 21.00
FILM MUTO MUSICATO DAL VIVO
DAL COLLETTIVO CALIGARI

INGRESSO LIBERO
L'AGE D'OR
Un film di Luis Buñuel.
Con Gaston Modot, Lya Lys, Max Ernest
Surreale, b/n durata 65 min.


Secondo film di Buñuel dopo Un chien andalou dell'anno precedente, col quale costituisce il vero e proprio manifesto del surrealismo cinematografico (alla sceneggiatura collaborò Salvador Dalì, fra gli interpreti figura Max Ernst). Nei sessanta minuti di proiezione non assistiamo allo svolgersi di una trama ben definita ma, come al solito nei film del regista spagnolo, al susseguirsi di personaggi e di situazioni canonici, in una critica serrata e corrosiva al clericalismo, all'autoritarismo e alla repressione sessuale.

(fonte - https://www.mymovies.it)


VEN 8 GIU - 21.00
SAB 9 GIU - 21.00
DOM 10 GIU - 21.00
MER 13 GIU - ORE 21.00 - 6 EURO
LA TERRA DELL'ABBASTANZA
Regia di Damiano D'Innocenzo, Fabio D'Innocenzo.
Un film con Andrea Carpenzano, Matteo Olivetti, Milena Mancini, Max Tortora, Luca Zingaretti.
Drammatico - Italia, 2018, durata 96 minuti.
VM 14 ANNI


Mirko e Manolo sono due giovani amici della periferia romana. Guidando a tarda notte, investono un uomo e decidono di scappare. La tragedia si trasforma in un apparente colpo di fortuna: l'uomo che hanno ucciso è il pentito di un clan criminale di zona e facendolo fuori i due ragazzi si sono guadagnati la possibilità di entrare a farne parte. La loro vita è davvero sul punto di cambiare.




I fratelli Damiano e Fabio D'Innocenzo al loro film d'esordio firmano un'opera che dimostra la loro profonda tensione morale.

Quello dei D'Innocenzo non è l'ennesimo film sulle periferie o sui cosiddetti 'coatti' quanto piuttosto un'indagine sulla possibilità di un'amicizia che possa far sì che ci si aiuti reciprocamente a crescere. Manolo e Mirko sono come tanti altri. Come loro vanno a scuola con il desiderio di finirla al più presto per trovarsi un'attività che gli piaccia ma non sanno che stanno già lasciandosi scivolare il mondo addosso. Perché è il contesto contemporaneo che, giorno dopo giorno, sta rivestendoli di una pellicola di impermeabilità a qualsiasi possibile etica.

Intorno a loro non stanno solo i lupi della malavita organizzata pronti a sfruttare la l'apparente indifferenza nei confronti di quanto viene loro richiesto (prostituire minorenni spacciare droga, uccidere) ma anche un padre da una parte e una madre dal'altra che hanno rinunciato di fatto al loro ruolo. Uno per frustrazione e l'altra per debolezza. I figli hanno 'sentito' questa insoddisfazione esistenziale e vi hanno reagito come potevano: smettendo di reagire. Solo apparentemente però come si diceva. Perché se Manolo (un sempre più efficace, di film in film, Andrea Carpenzano) sembra indifferente a tutto mentre in alcuni suoi sguardi si avverte la smentita a quanto fa apparire in superficie, MIrko (l'altrettanto efficace Matteo Olivetti) è più tormentato. I suoi scatti d'ira, la sua generosità esibita fuori misura, lo configurano come impreparato al compito. In fondo Manolo ha un padre che gioca alle macchinette per dimenticare che avrebbe voluto far parte di quel mondo del crimine a cui indirizza il figlio. Mirko invece sente la sofferenza che impone alla madre anche se non riesce a rinunciare alla nuova vita.

I D'Innocenzo sanno ritrarre l'appiattimento delle coscienze in cui il dire 'scusami' sembra poter mettere a posto qualsiasi cosa risarcendo anche chi sia vittima del crimine più grave. In un ambito sociale in cui la persona è ridotta a merce resta poco spazio per i sentimenti. Il loro è un grido d'allarme che, provenendo da due registi trentenni, assume un valore ancora maggiore.

https://www.mymovies.it


MER 27 GIUGNO - ORE 21.00
BIGLIETTO UNICO - 6 EURO
PRIMA CHE IL GALLO CANTI...
IL VANGELO SECONDO ANDREA
Um film di Cosimo Damiano Damato
Con Don Andrea Gallo
Documentario, durata 73 min. - Italia, 2018.


Il testamento spirituale di Don Andrea Gallo in un viaggio attraverso la musica d’autore italiana.  Sono tanti gli artisti che hanno scritto canzoni ispirate a temi sacri in cui riversano dubbi esistenziali, preghiere laiche, presentando un Dio più vicino all’uomo. Don Andrea Gallo racconta, a modo suo, le canzoni dei cantautori che affrontano temi a lui cari come il bisogno d’amore, gli umili, la strada, la solidarietà, la solitudine. Un commovente testamento spirituale del prete amato da De Andrè. 



“Quando l’uomo raggiunge la sua consapevolezza, anche nel caso di un artista o un cantante, si sente solo – racconta don Gallo - Allora è questa la paura: la solitudine. Si accorge però che da qualche parte la luce arriva. Dov’è questa ricerca? … In certi momenti pur aver raggiunto il successo, però tenendo conto dell’incedere degli anni dell’età, ci si sente soli... Però nel profondo dell’uomo c’è questa aspirazione, un cammino, un obiettivo di transitare con molta serenità per sciogliere questo mistero, queste paure, un passaggio dalla solitudine alla festa e poter gridare sono avvolto dall’amore.. c’è qualcuno che  patisce con te, che cammina con te, che soffre con te,  che gioisce con te”.

Il film vede l'amichevole partecipazione di Dario Fo, Vasco Rossi,  Francesco Guccini, Stefano Benni, Roberto Vecchioni, Caparezza, Piero Pelù, Erri De Luca, Claudio Bisio, Raf, Gaetano Curreri, Fiorella Mannoia, Patty Pravo, Federico Zampaglione, Vauro Senesi, Dario Vergassola, Paolo Rossi, Maurizio Landini, Moni Ovadia e Don Luigi Ciotti. La colonna sonora è firmata da Sergio Cammariere, la fotografia è di Gianni Galantucci. Il film nasce dal canovaccio teatrale di uno spettacolo a cui stava lavorando Don Andrea Gallo con lo stesso regista Damato. Lo spettacolo doveva debuttare a settembre del 2013 ma Don Andrea pochi mesi prima, con il suo toscano in bocca ed il borsalino, si sedeva al tavolo del “Roxy Bar” ovvero il paradiso dei Poeti. Con questo film “ Don Gallo – racconta Damato -  va finalmente in scena, insieme ai suo amici, scrittori, cantanti, musici, teatranti, intellettuali e soprattutto la sua Genova ed i ragazzi della Comunità di  San Benedetto al Porto”.