PROSSIMAMENTE

IN CARTELLONE


GIO 21 GIU - 21.00
VEN 22 GIU - 21.00
SAB 23 GIU - 21.00
DOM 24 GIU - 21.00
L'AFFIDO - UNA STORIA DI VIOLENZA
Regia di Xavier Legrand (II).
Un film con Denis Ménochet, Léa Drucker, Thomas Gioria, Mathilde Auneveux, Mathieu Saikaly.
Drammatico - Francia, 2017, durata 90 minuti.


Miriam e Antoine Besson si sono separati malamente. Davanti al giudice discutono l'affidamento di Julien, il figlio undicenne deciso a restare con la madre. Ma Antoine, aggressivo e complessato, vuole partecipare alla vita del ragazzo. Ad ogni costo. Il desiderio, accordato dal giudice, diventa fonte di ansia per Julien, costretto a passare i fine settimana col genitore. Genitore che contesta col silenzio e combatte con determinazione. Julien vorrebbe soltanto proteggere la madre dalla violenza fisica e psicologia che l'ex coniuge le infligge. Invano, perché l'ossessione di Antoine è più forte di tutto e volge in furia cieca.


Quattro anni dopo Avant que de tout perdre, storia di una violenza coniugale che rivela compiutamente il talento del regista, Xavier Legrand rimette mano al suo corto, lo sviluppa e gli dona il respiro di un thriller sociale.

Lèa Drucker è di nuovo la moglie di un uomo violento e invasato che ha deciso di renderle la vita un inferno. Ma questa volta Legrand registra ad altezza di bambino, scoprendo progressivamente la miseria del vuoto intorno a lui. Vuoto di sensibilità, di intelligenza, di amore che gli soffoca il domani, la possibilità di respirare e crescere. Julien diventa il testimone sensibile e tenace di un matrimonio terminale che si contende la sua felicità.

Alla maniera del suo corto, pluripremiato al festival di Clermont-Ferrand nel 2013, L'affido affronta senza compiacenza l'abuso domestico e i comportamenti coercitivi esercitati da un padre (e un marito) per controllare emotivamente il nucleo familiare da cui è stato estromesso. Agito nella verde Borgogna, il film, mai apertamente violento, monta minuto dopo minuto attorno al corpo minuto di Julien e a quello patito della sua mamma, determinata a proteggere la sua famiglia e l'intimità negata.

La costruzione narrativa, l'esplorazione della lingua, la struttura del pensiero dei personaggi indicano una maniera umana di guardare il mondo. Rigoroso nella costruzione dei quadri, che intendono sempre un senso drammaturgico e uno emozionale, Legrand articola con precisione le azioni, gli sguardi, i respiri e i suoni che rompono il silenzio notturno del sonno in un finale angosciante. Epilogo che esplode le minacce insinuate al debutto.

Amore e possesso, corpo e stereotipi, vecchie paure e nuovi limiti oltre ai quali c'è soltanto odio, rabbia, dissipazione, annientamento di sé e dell'altro. L'autore francese aderisce allo sguardo azzurro del suo piccolo grande protagonista che matura prematuramente nella sofferenza. I suoi spasmi denunciano il sommerso più esteso della violenza contro i più vulnerabili. Legrand indaga dietro la porta, intorno al tavolo, dentro la vettura quella forma insopportabile di abuso che facciamo fatica a identificare e quando iniziamo a vederla spesso è già troppo tardi. A incarnare la spinta cieca e brutale della pulsione è Denis Ménochet, già interprete del progetto originale al fianco di Lèa Drucker. Corpo ottuso e massivo, Antoine incombe sulla silhouette fragile della consorte e sul fanciullo di Thomas Gioria, che con impavida naturalezza presta volto e lacrime alle ferite dell'infanzia.

Legrand filma il suo Julien con empatia, emergendo la sua avventura umana e la fine della fanciullezza in un'escalation di sopravvivenza che apre per lui una via crucis legale. Il laconismo dell'opera sfocia alla fine in qualcosa di bestiale e tremendamente amaro, in una radiografia dell'umanità che non lascia scampo. A restare in fondo all'incubo è un film intimista che dà battaglia ai cattivi padri. Quelli che invece di misurarsi con la propria solitudine, perseguitano, colpiscono, minacciano e ammazzano.

(fonte - https://www.mymovies.it)


VEN 15 GIU - 21.00
SAB 16 GIU - 21.00
DOM 17 GIU - 21.00
SERGIO & SERGEI
IL PROFESSORE E IL COSMONAUTA
Regia di Ernesto Daranas.
Un film con Tomás Cao, Héctor Noas, Ron Perlman, Yuliet Cruz, Mario Guerra, Ana Gloria Buduén.
Drammatico - Spagna, Cuba, 2017, durata 93 minuti.


Attraverso uno scambio di frequenze radiofoniche, l'astronauta russo Sergei, che sta vivendo la sua personale odissea nello spazio, entra in contatto con Sergio, un radioamatore e professore universitario di filosofia marxista che sta vedendo rompersi il sogno comunista a Cuba. Non potendo rientrare sulla terra per mancanza di fondi dell'agenzia spaziale, Sergei chiede a Sergio di aiutarlo. Il cubano chiede a sua volta aiuto a un amico con cui è in contatto via radio, un enigmatico americano che coinvolge la Nasa.


Il film di Ernesto Daranas, come anticipato nei titoli di testa, è ispirato a fatti e personaggi reali. La trama di Sergio & Sergei, infatti, prende spunto dalla vicenda di un cosmonauta russo.

Il 19 maggio 1991 Sergei Krikalev partì a bordo della Soyuz TM-12 per raggiungere la stazione orbitante Mir in una missione spaziale che sarebbe durata molto più del previsto. Mentre si trovava lontanissimo da casa, sulla terra il corso della storia cambiò per sempre. La sua Unione Sovietica subì un colpo di stato militare e si dissolse, il blocco comunista si disgregò, e in tutto questo non c'erano più soldi per farlo tornare né una gerarchia che sapesse cosa fare del suo caso. Krikalev fu costretto a rimanere nello spazio cinque mesi più del previsto. Atterrò il 25 marzo 1992 in Russia con il record finale di 803 giorni passati al di là dell'atmosfera. Divenne l'unico viaggiatore della sua generazione a essere rimasto così tanto tempo nello spazio, nonché l'ultimo cittadino dell'Unione Sovietica.

La vicenda di Krikalev offre a Daranas una linea narrativa straordinaria per raccontare i cambiamenti drammatici che misero fine all'amicizia indistruttibile tra i popoli di Cuba e l'Unione Sovietica. Il film inizia con la voce narrante della figlia di Sergio che afferma che il padre iniziò a studiare filosofia marxista a Mosca lo stesso anno in cui un cubano viaggiò per la prima volta nello spazio. In effetti, nel 1980 il cubano Arnaldo Tamayo Méndez fu il primo latinoamericano a viaggiare nel cosmo.

La realtà si mescola alla fantasia e a una sorta di realismo magico che, tra le altre cose, ha l'effetto di rendere simpatici persino i funzionari del governo cubano che hanno sotto intercettazione la radio del professore marxista. Però a colpire maggiormente è la poetica dell'autore nel ritrarre l'angoscia esistenziale e l'incertezza sociale di quei tempi. La narrazione si muove lungo un filo nostalgico che trova la massima espressione in una scena in cui Sergei, con gli occhi pieni di lacrime perché sente la mancanza di casa (figura ambivalente della famiglia e dell'Unione Sovietica), afferma che i cosmonauti non piangono, perché le lacrime galleggerebbero nell'aria.

Gli attori fanno il resto. Il cubano Héctor Noas, straordinario nei panni del russo, è perfettamente compatibile con Sergio (Tomás Cao) e con l'altro protagonista del triangolo, l'americano Peter (Ron Perlman). Interpreti e regista danno vita a un film che non è né pessimista né disfattista nell'analizzare fatti storici, ma ha la virtù di trovare un punto d'incontro tra la leggerezza e la profondità. E offre brividi sul finale, con Ciao, ciao, bambina di Domenico Modugno cui testo assume tutt'altro significato associato al sogno infranto del comunismo.

- fonte: www.mymovies.it -


GIO 14 GIU - ORE 21.00
FILM MUTO MUSICATO DAL VIVO
DAL COLLETTIVO CALIGARI

INGRESSO LIBERO
L'AGE D'OR
Un film di Luis Buñuel.
Con Gaston Modot, Lya Lys, Max Ernest
Surreale, b/n durata 65 min.


Secondo film di Buñuel dopo Un chien andalou dell'anno precedente, col quale costituisce il vero e proprio manifesto del surrealismo cinematografico (alla sceneggiatura collaborò Salvador Dalì, fra gli interpreti figura Max Ernst). Nei sessanta minuti di proiezione non assistiamo allo svolgersi di una trama ben definita ma, come al solito nei film del regista spagnolo, al susseguirsi di personaggi e di situazioni canonici, in una critica serrata e corrosiva al clericalismo, all'autoritarismo e alla repressione sessuale.

(fonte - https://www.mymovies.it)


VEN 8 GIU - 21.00
SAB 9 GIU - 21.00
DOM 10 GIU - 21.00
MER 13 GIU - ORE 21.00 - 6 EURO
LA TERRA DELL'ABBASTANZA
Regia di Damiano D'Innocenzo, Fabio D'Innocenzo.
Un film con Andrea Carpenzano, Matteo Olivetti, Milena Mancini, Max Tortora, Luca Zingaretti.
Drammatico - Italia, 2018, durata 96 minuti.
VM 14 ANNI


Mirko e Manolo sono due giovani amici della periferia romana. Guidando a tarda notte, investono un uomo e decidono di scappare. La tragedia si trasforma in un apparente colpo di fortuna: l'uomo che hanno ucciso è il pentito di un clan criminale di zona e facendolo fuori i due ragazzi si sono guadagnati la possibilità di entrare a farne parte. La loro vita è davvero sul punto di cambiare.




I fratelli Damiano e Fabio D'Innocenzo al loro film d'esordio firmano un'opera che dimostra la loro profonda tensione morale.

Quello dei D'Innocenzo non è l'ennesimo film sulle periferie o sui cosiddetti 'coatti' quanto piuttosto un'indagine sulla possibilità di un'amicizia che possa far sì che ci si aiuti reciprocamente a crescere. Manolo e Mirko sono come tanti altri. Come loro vanno a scuola con il desiderio di finirla al più presto per trovarsi un'attività che gli piaccia ma non sanno che stanno già lasciandosi scivolare il mondo addosso. Perché è il contesto contemporaneo che, giorno dopo giorno, sta rivestendoli di una pellicola di impermeabilità a qualsiasi possibile etica.

Intorno a loro non stanno solo i lupi della malavita organizzata pronti a sfruttare la l'apparente indifferenza nei confronti di quanto viene loro richiesto (prostituire minorenni spacciare droga, uccidere) ma anche un padre da una parte e una madre dal'altra che hanno rinunciato di fatto al loro ruolo. Uno per frustrazione e l'altra per debolezza. I figli hanno 'sentito' questa insoddisfazione esistenziale e vi hanno reagito come potevano: smettendo di reagire. Solo apparentemente però come si diceva. Perché se Manolo (un sempre più efficace, di film in film, Andrea Carpenzano) sembra indifferente a tutto mentre in alcuni suoi sguardi si avverte la smentita a quanto fa apparire in superficie, MIrko (l'altrettanto efficace Matteo Olivetti) è più tormentato. I suoi scatti d'ira, la sua generosità esibita fuori misura, lo configurano come impreparato al compito. In fondo Manolo ha un padre che gioca alle macchinette per dimenticare che avrebbe voluto far parte di quel mondo del crimine a cui indirizza il figlio. Mirko invece sente la sofferenza che impone alla madre anche se non riesce a rinunciare alla nuova vita.

I D'Innocenzo sanno ritrarre l'appiattimento delle coscienze in cui il dire 'scusami' sembra poter mettere a posto qualsiasi cosa risarcendo anche chi sia vittima del crimine più grave. In un ambito sociale in cui la persona è ridotta a merce resta poco spazio per i sentimenti. Il loro è un grido d'allarme che, provenendo da due registi trentenni, assume un valore ancora maggiore.

https://www.mymovies.it


MER 27 GIUGNO - ORE 21.00
BIGLIETTO UNICO - 6 EURO
PRIMA CHE IL GALLO CANTI...
IL VANGELO SECONDO ANDREA
Um film di Cosimo Damiano Damato
Con Don Andrea Gallo
Documentario, durata 73 min. - Italia, 2018.


Il testamento spirituale di Don Andrea Gallo in un viaggio attraverso la musica d’autore italiana.  Sono tanti gli artisti che hanno scritto canzoni ispirate a temi sacri in cui riversano dubbi esistenziali, preghiere laiche, presentando un Dio più vicino all’uomo. Don Andrea Gallo racconta, a modo suo, le canzoni dei cantautori che affrontano temi a lui cari come il bisogno d’amore, gli umili, la strada, la solidarietà, la solitudine. Un commovente testamento spirituale del prete amato da De Andrè. 



“Quando l’uomo raggiunge la sua consapevolezza, anche nel caso di un artista o un cantante, si sente solo – racconta don Gallo - Allora è questa la paura: la solitudine. Si accorge però che da qualche parte la luce arriva. Dov’è questa ricerca? … In certi momenti pur aver raggiunto il successo, però tenendo conto dell’incedere degli anni dell’età, ci si sente soli... Però nel profondo dell’uomo c’è questa aspirazione, un cammino, un obiettivo di transitare con molta serenità per sciogliere questo mistero, queste paure, un passaggio dalla solitudine alla festa e poter gridare sono avvolto dall’amore.. c’è qualcuno che  patisce con te, che cammina con te, che soffre con te,  che gioisce con te”.

Il film vede l'amichevole partecipazione di Dario Fo, Vasco Rossi,  Francesco Guccini, Stefano Benni, Roberto Vecchioni, Caparezza, Piero Pelù, Erri De Luca, Claudio Bisio, Raf, Gaetano Curreri, Fiorella Mannoia, Patty Pravo, Federico Zampaglione, Vauro Senesi, Dario Vergassola, Paolo Rossi, Maurizio Landini, Moni Ovadia e Don Luigi Ciotti. La colonna sonora è firmata da Sergio Cammariere, la fotografia è di Gianni Galantucci. Il film nasce dal canovaccio teatrale di uno spettacolo a cui stava lavorando Don Andrea Gallo con lo stesso regista Damato. Lo spettacolo doveva debuttare a settembre del 2013 ma Don Andrea pochi mesi prima, con il suo toscano in bocca ed il borsalino, si sedeva al tavolo del “Roxy Bar” ovvero il paradiso dei Poeti. Con questo film “ Don Gallo – racconta Damato -  va finalmente in scena, insieme ai suo amici, scrittori, cantanti, musici, teatranti, intellettuali e soprattutto la sua Genova ed i ragazzi della Comunità di  San Benedetto al Porto”.


GIOVEDÌ 7 GIUGNO - 21.00
BIGLIETTO UNICO 6,00 EURO
MARIA BY CALLAS
Regia di Tom Volf.
Un film con Maria Callas.
Documentario - Francia, 2017, durata 113 minuti.


Violetta fragile, Gilda risoluta, Norma autoritaria, Alceste vibrante, Medea incandescente, Amina incantevole, Aida toccante, Lucia leggendaria, Ifigenia sontuosa, Imogene travolgente, Lady Macbeth unica, Tosca sbalorditiva, Maria Callas è stata tutte, è stata tutto e ben altro ancora. Fu da principio il mistero di una voce. Infinitamente plastica, alle volte cruda, sempre anarchica. Una voce che oggi è una referenza assoluta. Una voce che si racconta nel documentario di Tom Volf, consacrato a un'artista capace di grandi sentimenti come le sue eroine, tutte colossali, immense, sconvolgenti. Perché Maria Callas resta un modello inavvicinabile di recitazione in musica, che accorda l'interpretazione vocale con quella scenica.



Declinato in tre grandi decenni (1950, 1960, 1970), Maria by Callas è una miniera di documenti (interviste, articoli, reportage, testimonianze, confidenze, registrazioni, foto rare di concerti, soirée di gala, viaggi e lunghi soggiorni a Parigi, New York, Londra, Milano), un archivio filmato che celebra un'artista che ha vissuto d'arte e d'amore.

Quello che dissimula dietro ogni intervista. Conversazioni franche, intercalate soltanto dalla voce di Fanny Ardant che 'rilegge' le lettere e le memorie intime di una donna disposta a rischiare tutto per raggiungere la perfezione nella sua arte. Fino al sacrificio, fino all'incandescenza. Fino a incendiare le convenzioni e l'interpretazione lirica. Culto che non smette di crescere, 'la Callas' ha rivoluzionato l'opera riscoprendo il bel canto, su cui deposita con impegno eroico la figura della 'diva assoluta', capace di interpretare tutti i ruoli e tutte le voci. Figura operistica per eccellenza, ha riconciliato tutti i pubblici coprendo lo iato tra la presenza scenica del soprano e la sua caratterizzazione narrativa. Al rilievo della voce aggiunge col contributo importante di Luchino Visconti, che le offrirà una Traviata da leggenda nel 1955 sotto la bacchetta di Carlo Maria Giulini, la drammaturgia dell'attore e del corpo.

Sacerdotessa, menade, demonio, nella diversità di divinità telluriche, schiave, geishe o principesse, porta in scena sempre se stessa, aprendo squarci abbaglianti di verità assoluta. Bagliori colti dalla sensibilità di Tom Volf che quarant'anni più tardi ne omaggia la 'presenza', restituendola a una verità sentimentale e musicale. Diva assoluta e inaccessibile fino alla sua morte, dalla sua voce ascoltiamo il racconto di un'altra Maria. Più intima, più vicina, più tormentata, in lotta perenne con se stessa, in lotta permanente tra espressione e melodia. Impossibile separare Maria dalla Callas, dichiara dallo schermo, lo spirito che le tempra è lo stesso e affonda nella grecità, che non fu mai mero dato biografico.

La Grecia, patria genetica ed estetica, diventa componente essenziale della sua arte e richiamo irresistibile per Pier Paolo Pasolini, che non l'ha mai vista a teatro ma pensa a lei con illuminazione meditata al momento di realizzare Medea. La sua musica nasce dallo spirito della tragedia, al punto da portare in scena opere classiche e fuori dai repertori consueti con una visione contemporanea dei miti e dei personaggi ("Ifigenia in Tauride", "Medea").

Alla maniera di Visconti o di Pasolini, Volf non è interessato al personaggio mondano, di cui gli echi scorrono opachi sullo sfondo. L'autore vede lucidamente la prima donna, l'artista moderna che si costruiva sotto gli occhi del pubblico, la forma e la misura del fenomeno Callas, ma piega l'immagine da rotocalco, l'infanzia infelice, la madre tiranna, il divorzio da Meneghini, la relazione con Onassis, il dimagrimento, l'overdose di solitudine, la morte tragica, al ritratto sincero che risorge a piena voce la femminilità intensa e la classicità profonda del soprano. Fulgore divino e umanissimo che ha soffiato sul mondo sempre un po' accademico del melodramma un alito rivoluzionario di cui avvertiamo ancora gli effetti. Col temperamento da grande tragica risolse le incongruenze del corpo, eludendo il gesto superfluo, definendo il suo personaggio con i 'colori', disegnandone la silhouette in favore di un'interpretazione decisamente drammatica. La Callas aveva finalmente dato un corpo alla voce, rendendo le sue esecuzioni definitive ma stimando sempre di poter fare meglio. Un bisogno eterno di andare più lontano. 


GIO 31 MAGGIO - 21.00
VEN 1 GIUGNO - 21.00
SAB 2 GIUGNO - 18.30 / 21.00
DOM 3 GIUGNO - 18.30 / 21.00
MER 6 GIUGNO - ORE 21.00 - 6 EURO
LA TERRA DI DIO
Regia di Francis Lee.
Un film con Josh O'Connor, Alec Secareanu, Gemma Jones, Ian Hart, Liam Thomas, Melanie Kilburn.
Drammatico - Gran Bretagna, 2017, durata 105 minuti.


Johnny Saxby lavora dalla mattina alla sera nella fattoria di suo padre, colpito da un ictus. Solo e sfiancato nelle nebbie dello Yorkshire, reagisce alla frustrazione del quotidiano stordendosi di birra e di rapporti sessuali occasionali nel villaggio locale. Impossibilitato dalla malattia, il padre decide di affiancargli Georghe, un lavoratore stagionale rumeno della sua età. Pieno di valori positivi, il ragazzo rimette in piedi la fattoria e insegna a Johnny l'amore e la tenerezza. Una relazione intensa nasce tra i due uomini che cambia per sempre la vita di Johnny.
Opera prima di Francis Lee, premiato al Sundance per la regia, La terra di Dio racconta la ruvida educazione sentimentale di un giovane agricoltore che non ha mai imparato a sorridere.




Si farebbe perciò un torto al film riducendolo ai Segreti di Brokeback Mountain perché l'omosessualità dei due protagonisti, senza essere aneddotica o secondaria, non è al centro del racconto che accompagna la crescita psicologica e sentimentale del suo protagonista.

Nessuna tensione omofobica esplicita o implicita contribuisce a creare una tensione drammatica. L'ambiente in cui Johnny vive non è ostile alla sua vita sessuale (clandestina certo): suo padre, invalido e irascibile, gli muove molti rimproveri ma nessuno riguarda la sua vita privata, sua nonna piange apprendendo la verità ma non lo dissuade dal suo sentimento e la comunità mostra il proprio disappunto soprattutto per le sue cattive maniere e per la sua costante ubriachezza. Il merito di Lee è quello di cercare un'altra via, quella del (melo)dramma rurale e dell'osservazione delle tradizioni. La narrazione sarebbe stata insomma identica con un romance eterosessuale.

La terra di Dio, girato in una vera fattoria, è una splendida cronaca bucolica che fa eco al recente Petit Paysan di Hubert Charuel, realizzato con altrettanto rigore e precisione documentaria. Il paesaggio arido e freddo del West Yorkshire contribuisce alla bella riuscita del film, che alterna i primi piani ai campi lunghi, dove i corpi degli uomini, piegati sulla terra, sono chiamati a soffrire. Come Johnny che non ha scelta. Sua nonna e suo padre contano su di lui per risollevare i muri, riparare le staccionate, accudire il gregge, impedire che gli agnelli muoiano. Non ha tempo da perdere Johnny e nemmeno quello di amare. Almeno fino al giorno in cui alla fattoria arriva Georghe, volgendo una cronaca sessuale in melodramma romantico.

Eludendo l'idillio omosessuale e fuggendo i suoi cliché, La terra di Dio preferisce la riconciliazione e il romanticismo trattenuto, affondato in un terreno roccioso, simbolo di tutte le difficoltà, e un décor dove soltanto il belato delle pecore interrompe la monotonia e il torpore del paesaggio. Francis Lee, originario della stessa regione geografica e sentimentale del suo personaggio, rivela a ogni quadro il (suo) vissuto rurale. Le erranze affettive di Johnny sono le sue, autobiografiche, intime.
br/>Sono le emozioni di un ragazzo di campagna privato dell'amore e della tolleranza perché in quell'angolo di mondo la terra del titolo ha la precedenza su tutto, il tempo è consacrato alla sopravvivenza degli animali mai a se stessi. A questa constatazione terribile, punto di orgoglio di una solitudine arcaica, il regista oppone l'amore, l'insorgere di un amore quasi irreale in quella no man's land di mucche e steppe, venti e maree. Un gesto cinematografico rimasto senza eredi dal Maurice di James Ivory, un ritratto lirico che giura che la felicità esiste. Il volto di Josh O'Connor (Johnny) s'illumina letteralmente a misura del suo arrendersi all'amore. Johnny si fa bello come un'avvenire divenuto possibile.