CINEMA TEATRO FILO



A OTTOBRE
EFFETTO NOTTE
Regia di François Truffaut.
Un film con Jacqueline Bisset, François Truffaut, Valentina Cortese, Jean-Pierre Aumont, Alexandra Stewart.
Commedia - Francia, 1973, durata 115 minuti.

A Nizza un regista gira la storia di una sposina che fugge col suocero, e il set vive la mobilitazione incrociata di crisi e sentimenti tra personaggi della finzione e della realtà. Celebratissimo (premio Oscar per il miglior film straniero), e il più sincero e interessante, tra i film sull’amour du cinéma: Truffaut rende omaggio a Welles, a Renoir, a Hitchcock, ma soprattutto dà splendida messinscena “alla domanda che mi tormenta da trent’anni: il cinema è più importante della vita? [...] Non ci sono intoppi nei film, non ci sono rallentamenti, i film vanno avanti come treni nella notte”. Effetto notte è il ‘film su un film’ per eccellenza, un vertiginoso gioco di specchi fra realtà e finzione. “Sei un bugiardo” scrive Godard al regista dei 400 colpi dopo averlo visto. Ma cosa sono per Truffaut i film se non il più meraviglioso degli inganni.






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DOM 26 SET - ORE 18.30 / 21.00
LUN 27 SET - ORE 21.00
MER 29 SET - ORE 21.00 - 6,50 EURO
GIO 30 SET - ORE 21.00
VEN 1 OTT - ORE 21.00
SAB 2 OTT
 - ORE 18.30 / 21.00
DOM 3 OTT - ORE 18.30 / 21.00

TRE PIANI
Regia di Nanni Moretti.
Un film con Margherita Buy, Nanni Moretti, Alessandro Sperduti, Riccardo Scamarcio, Elena Lietti.
Drammatico, - Italia, 2021, durata 119 minuti.

Tre piani, tre famiglie e la trama del quotidiano che logora la vita, disfa i legami, apre le ferite, consuma il dramma. Al piano terra di un immobile romano vivono Lucio e Sara, carriere avviate, spinning estremo e una figlia che parcheggiano dai vicini, Giovanna e Renato. Al secondo c'è Monica, che ha sposato Giorgio, sempre altrove, ha partorito Beatrice senza padre e 'ha' un corvo nero sul tavolo. All'ultimo dimorano da trent'anni Dora e Vittorio, giudici inflessibili che hanno cresciuto Andrea al banco degli imputati. Un incidente nella notte travolge un passante e schianta il muro dello stabile, rovesciando i destini e mischiando i piani.

Il cambiamento di prospettiva è quello che rende Tre piani interessante e misterioso.

Nanni Moretti mette in scena per la prima volta la storia di un altro, affrontando la profusione narrativa delle serie, coi loro intrighi incrociati, i colpi di scena, la partitura corale. Ma è di letteratura che si tratta. Adattamento del romanzo omonimo di Eshkol Nevo, ambientato a Tel Aviv, Tre piani trasloca a Roma padri tossici, mariti infedeli o assenti, donne che amano troppo, bambine incustodite e fantasmi borghesi.
Il film fa un'irruzione fracassante nelle loro vite: una macchina finisce in un appartamento nella prima scena e l'incidente avrà conseguenze immediate, indirette o lontane nel tempo. Gli inquieti condomini di Prati sono assediati dal regista, scossi dalle fondamenta e costretti nell'epilogo a lasciare con le loro stanze, la zona di confort.

Piantato all'ultimo piano dell'immobile, Nanni Moretti incarna il ruolo di un magistrato in conflitto (morale) col figlio, che ha provocato un incidente mortale. Dieci anni, tre tempi e due ellissi servono un racconto dove le disillusioni ideologiche sono diventate individuali, l'umorismo irreperibile.

Tre piani è un film nero che punta la durezza di un mondo in cui gli uomini non si capiscono più. Impensabile anche solo fare corpo "con una minoranza" di persone. L'intransigenza, la sfiducia e l'egoismo dettano i comportamenti dei personaggi guidati sovente dalla paura e dal senso di colpa.


Moretti osserva tre famiglie alle prese col dolore, il lutto, la responsabilità e moltiplica i punti di vista e i personaggi. Sovrappone piuttosto che collegare i destini dei suoi protagonisti, le cui azioni avranno esiti impilati uno sull'altro, come i piani del suo condominio. Nell'impresa, l'autore perde il controllo e la leggerezza. Lo spettatore è spiazzato, disorientato, ha sbagliato senz'altro indirizzo e vaga come il Renato di Paolo Graziosi in un quartiere familiare eppure estraneo. Ma Moretti lo ritrova, riattivando col film una vecchia segreteria analogica.

Dentro un primo piano si mette in scena e al centro del mondo come una volta per far esistere 'meglio' il fuori campo: il condominio come l'Italia tutta intera, in crisi politica e morale. Comincia da lì il riscatto luminoso di un film corale che archivia il personaggio Moretti, quello che parlava di lui per parlare degli altri. Come Woody Allen, Moretti è un intellettuale e un creatore (sovente) frustrato in preda ad angosce esistenziali. Dal 1976 occupa ogni piano e ogni scena dei suoi film, insorgendo contro la sparizione progressiva di riferimenti politici e ideologici, biasimando quelli che lo circondano come il pubblico con un radicalismo amaro e tonificante, un'energia fisica e verbale incessante.

Dal 2015 con Mia madre, prova però a cambiare registro, a lasciare andare la vena autofinzionale che irriga dalle origini tutta la sua opera. Senza rinunciare alla sua postura autarchica e irascibile, il critico impietoso dei suoi contemporanei ritorna con Mia madre nella pelle di una donna che ha il volto luminoso di Margherita Buy e che fa la regista come lui. Moretti mette in atto un'implosione interiore e invisibile, si mette 'accanto' al suo personaggio e ci lascia a sbrogliare quella formula enigmatica.


Per tanto tempo, mettere in scena per Nanni Moretti è stato mettersi in scena. Pioniere negli anni Settanta dell'autofiction cinematografica, dopo aver fatto un passo di lato e disegnato un alter ego femminile, un'autrice in preda alle crisi e al dubbio durante le riprese di un film politico, muore nei panni di un giudice intransigente e rigido quanto Michele Apicella. Lo vediamo il tempo di un baleno (e di una scena) tornare alla sorgente del suo cinema e poi sparire. Il fantasma esce di scena. A restare è Margherita Buy, mai così bella e radiosa dentro un abito a fiori che Nanni non avrebbe di sicuro approvato, perché "si è vestito tutta la vita con gli stessi colori". Ma lei adesso è libera di essere, di voltarsi verso gli altri. Chiude la comunicazione, archivia la segreteria telefonica e parte sorridendo di quell'ultimo tango illegal. Alla musica, ancora una volta, Moretti affida il compito di realizzare la comunione e di rimettere al mondo. Di rimettersi al mondo 'cambiando indirizzo'.

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MER 6 OTT - ORE 18.00 E 21.00
DOM 10 OTT - ORE 21.00

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FINO ALL'ULTIMO RESPIRO
Regia di Jean-Luc Godard.
Un film con Jean-Paul Belmondo, Jean Seberg, Daniel Boulanger, Jean-Pierre Melville, Henri-Jacques Huet.
Drammatico, - Francia, 1960, durata 89 minuti.

MIGLIOR REGIA - FESTIVAL DI BERLINO 1960

Restaurato in 4K da StudioCanal e CNC – Centre national du cinéma et de l’image animée presso il laboratorio L’Immagine Ritrovata a partire dal negativo originale

Il protagonista è un eroe "nero" dei nostri giorni senza ideali, senza il romanticismo di un Humphrey Bogart o di un Jean Gabin (cui il regista continuamente allude in fulminei fotogrammi). Se la vita non ha senso, il giovane Belmondo la vive seguendo i suoi impulsi, che sono criminali: ruba un'auto, uccide un poliziotto, va a Parigi e, agganciata sbrigativamente una bella turista americana, se la porta a letto. Ma lei lo denuncia. Oggi il film è ritenuto il manifesto della "Nouvelle Vague". 


Il protagonista è un eroe "nero" dei nostri giorni senza ideali, senza il romanticismo di un Humphrey Bogart o di un Jean Gabin (cui il regista continuamente allude in fulminei fotogrammi). Il film è stato premiato al Festival di Berlino.

Marzo 1960. À bout de souffle. Avevo quindici anni. Godard ventinove. Faceva dire a Belmondo (rivelazione di quell’anno): “Siamo tutti morti in libera uscita”. Non sapevo ancora che fosse una citazione di Lenin, né che Mozart potesse tradurre al meglio i sentimenti di un anarchico. Ad ogni modo, 87 minuti dopo ero letteralmente ridotto all’ultimo respiro, e per sempre adulto. Godard, allora critico ai “Cahiers du cinéma”, autore di alcuni cortometraggi, si ‘impadronisce’ di una breve sceneggiatura di Truffaut che “non gli piaceva” e gira in quattro settimane, in interni ed esterni autentici, a Parigi e a Marsiglia, questo capolavoro ‘nouvelle vague’. Sartre, Cocteau, Jeanson gridano al miracolo, ma non sono i soli. Il grande pubblico decreta il successo di questa storia illuminata da Jean Seberg. Michel, un anarchico ladro di automobili, uccide il poliziotto che lo insegue in moto. Tornato a Parigi ritrova Patricia, la sua amica americana, e riesce a ridiventarne l’amante.
La convince a partire con lui per l’Italia. Ma la polizia ha scoperto la sua identità e lo sta braccando.
Patricia lo denuncerà e Michel verrà ucciso. Godard dirà: “È un documentario su Belmondo e Seberg”. Detto con ironia, è proprio questo: la discrepanza tra due lingue, psicologica per Patricia, poetica per Michel; le stesse parole per un significato diverso. Quando ha la meglio sulla poesia la realtà si traduce così: in variazioni sulla morte. Insomma, fino all’ultimo respiro. Non rivedere questo film (per la seconda o la centesima volta) sarebbe, come è stato scritto allora, privarsi di emozioni tra le più belle e forti che il cinema abbia proposto in questi ultimi tempi.
Jean-Claude Izzo


À bout de souffle appartiene, per sua natura, al genere di film in cui tutto è permesso. Qualsiasi cosa facessero i personaggi, poteva essere integrata al film. Era il punto stesso di partenza del film [...]
Quello che desideravo fare era partire da una storia convenzionale e rifare, ma in maniera diversa, tutto il cinema che era già stato fatto.
Jean-Luc Godard


Tutto il film era, e credo che sia, un capolavoro. La storia, il modo di girare, il modo di montare, il modo di raccontare è stato veramente rivoluzionario. Ci sono film che non hanno retto al tempo, non è il caso di À bout de souffle: un capolavoro che va visto dalle vecchie e dalle giovani generazioni di cinefili. Fino all’ultimo respiro è un film che ha superato la moda.
Marco Bellocchio

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GIO 16 SET - ORE 21.00
VEN 17 SET - ORE21.00
SAB 18 SET - ORE 21.00
DOM 19 SET - ORE 18.30 / 21.00
MER 22 SET - ORE 21.00 - BIGLIETTO UNICO 6,50
IL MATRIMONIO DI ROSA
Regia di Icíar Bollaín.
Un film con Candela Peña, Sergi López, Nathalie Poza, Ramón Barea, Paula Usero.
Commedia, - Spagna, Francia, 2020, durata 97 minuti. 

Rosa è una sarta che lavora nel cinema e vive a Valencia. Ha una figlia che ha avuto due gemelli e si è trasferita a Manchester ma non è propriamente felice. Suo fratello, che si sta separando dalla moglie, le affida tutte le volte che può i suoi figli mentre la sorella non ha tempo di occuparsi del loro anziano genitore che, tra l'altro, sta così bene con Rosa da voler lasciare la propria abitazione per andare a vivere insieme. Lei non regge più il carico e decide di lasciare la città per andare a riaprire il laboratorio di sartoria che fu di sua madre in una cittadina di provincia. Inoltre vuole sposarsi con la persona che ha deciso di amare di più.


Iciar Bollain ci offre un ulteriore sguardo sulle donne che ha la profondità della leggerezza

Perché sarebbe stato più semplice proporre la tragicità quotidiana di una vita costantemente spesa a servizio degli altri che neanche più si accorgono di quanto stanno ricevendo ritenendolo ormai, se non 'dovuto', comunque normale. La sceneggiatura invece assume le connotazioni di una commedia in cui non manca l'acidità. Perché, a partire dall'incubo con cui inizia il film, ci ritroviamo dalla parte della protagonista in cui molti (e soprattutto molte) avranno modo di riconoscersi. Ma l'incubo si trasforma in breve in una narrazione che, grazie alle caratterizzazioni, dei fratelli e del padre di Rosa, ci ricorda come avesse ragione Oscar Wilde quando affermava: "Non fare agli altri quello che vorresti facessero a te. Potrebbero non avere i tuoi stessi gusti".


Perché dal momento in cui Rosa ha deciso che stare meglio con se stessa è l'unica opzione possibile per poi vivere gli altri (ivi compreso un parafidanzato) non come un peso ma come un'occasione di condivisione, gli 'altri' si mettono in moto per esserle di aiuto. Esattamente con le modalità che a lei non piacciono o di cui non ha bisogno.

Grazie ad attori che sanno come gestire i propri ruoli il film ruota intorno al baricentro della necessità di acquisire la consapevolezza della propria condizione esistenziale senza finzioni e senza scappatoie pericolose (la sorella beve per superare le frustrazioni e il fratello invece mangia). Solo così, amando se stessi con la giusta misura, si potrà poi amare il prossimo.


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MER 20 OTTOBRE - ORE 21.00
OSPITE IL REGISTA
BIGLIETTO UNICO - 6 EURO

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KUFID
Regia di Elia Moutamid.
Documentario, - Italia, 2020, durata 56 minuti.

Elia Moutamid, tornato a Brescia (dove vive fin da bambino) dal Marocco dove si era recato per fare i sopralluoghi del suo prossimo documentario, si trova bloccato nella propria abitazione dalla pandemia. È un’occasione per riflettere su stesso e sul mondo che lo circonda.


UN FILM AUTOBIOGRAFICO CHE RIFLETTE SULLE DINAMICHE UMANE, URBANE E SOCIALI AL TEMPO DELLA PANDEMIA

In apertura va chiarito il senso del titolo. “Kufid” non è la denominazione marocchina del Covid ma una sorta di entità asessuata che ha come spinto il regista a ripensare la propria condizione esistenziale.

Questo documentario ha una molteplicità di sfaccettature grazie alla consapevolezza di Moutamid del profluvio di opere, più o meno riuscite, sul lockdown. Certo, c’è anche quello ma letto come un periodo di sospensione in cui, in un tempo abbastanza breve, si è passati dalla spontaneità delle reazioni collettive e comunitarie (nonostante le distanze) ad accorgersi che alcuni auspici (“ne usciremo migliori”) erano destinati a dissolversi.

Perché poi, all’interno di questi 60 minuti, si costruisce l’attesa per un film a venire, quello per il quale Moutamid era andato a fare i sopralluoghi. Dalle immagini proposte (e anche dalle riflessioni sull’architettura della campagna padana) si avverte come il suo sguardo sul degrado urbanistico e sulla pretesa di risolverlo abbattendo gli edifici che fanno parte della storia delle persone, per sostituirli con palazzoni più o meno anonimi, sia acuto e assolutamente consapevole.

Non manca anche un pensiero complesso sul significato della parola ‘integrazione’. La voce narrante è quella dello stesso regista ed alterna un accento bresciano docg all’arabo. Già in questa scelta si avverte come quella della sua famiglia sia stata una decisione lungimirante: integrare linguisticamente il presente con le radici culturali. Perché in fondo questa è la narrazione di un uomo che si interroga, che non nasconde le contraddizioni che tutti noi viviamo ma le riconosce partendo da una base solida.

Quando poi dichiara di vivere come una costrizione il doversi manifestare come “musulmano moderato”, fa venire alla mente ciò che affermava un maestro dell’autoanalisi in forma di spettacolo: Giorgio Gaber. In “Io se fossi Dio”, a proposito della Brigate Rosse cantava “mi hanno tolto il gusto di essere incazzato personalmente”. Le BR come l’ISIS, con l’uso della violenza, avevano ottenuto il risultato di impedire la libera manifestazione del pensiero che non poteva più essere legittimamente ‘contro’, pena l’omologazione con il terrorismo. È il peccato originale di ogni integralismo e Moutamid fa bene a ricordarcelo.

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VEN 10 SET - ORE 21.00
SAB 11 SET - ORE 21.00
DOM 12 SET - ORE 21.00
LUN 13 SET - ORE 21.00
MER 15 SET - ORE 21.00 - BIGLIETTO UNICO 6,50
WELCOME VENICE
Regia di Andrea Segre.
Un film con Paolo Pierobon, Andrea Pennacchi, Roberto Citran, Ottavia Piccolo, Anna Bellato. 
Drammatico, - Italia, 2021, durata 100 minuti. 

Venezia, isola della Giudecca. Le famiglie di tre fratelli - Alvise (Andrea Pennacchi), Piero (Paolo Pierobon) e Toni (Roberto Citran) - si riuniscono a tavola nella casa dove sono nati. Dove ormai abita solo Piero, ma a cui Toni le è molto legato perché da lì insieme si muovono con un paio di amici per praticare la pesca di moeche, ovvero i granchi di laguna. A seguito di un incidente improvviso, l'abitazione di famiglia assume un valore ancora più cruciale e mette Alvise - che vorrebbe ristrutturarla e metterla a rendita come "dimora di charme" per turisti stranieri - contro Piero, ostinatamente contrario a trasferirsi sulla terraferma.


Il discorso amoroso che, da Io sono Li a Il pianeta in mare, Andrea Segre intrattiene con Venezia e la Laguna, si arricchisce di un nuovo capitolo, mentre si allarga la famiglia dei suoi interpreti.

A Roberto Citran (Io sono Li, La prima neve) e Paolo Pierobon (La prima neve), L'ordine delle cose) si affiancano in Welcome Venice alcune graditissime presenze: Andrea Pennacchi (che in La prima neve aveva solo un piccolo ruolo), Ottavia Piccolo, Sandra Toffolatti, Anna Bellato. Tutti interpreti che farebbe piacere vedere molto più spesso nei titoli di testa del nostro cinema.

Dopo Molecole, girato nella città silenziosa, svuotata dalla pandemia, Segre torna a ragionare, usando la chiave del conflitto fraterno, sulla trasformazione della città svuotata, dello smarrimento dei pochi abitanti rimasti. Nel tentativo di catturare le tracce e i fili della sua cultura più autentica, di difenderne la bellezza fragile, nascosta ai più, e registrare l'affermarsi di una mentalità sempre più predatoria e di un turismo invasivo, disinteressato, epidermico.


L'elegia arcaica delle placide ma anche pericolose distese d'acqua (se si nasce in laguna, meglio imparare presto a nuotare) e dei dialoghi anche cinefili tra burberi, irsuti moecanti è agli antipodi della fretta del villeggiante frettoloso, che dopo aver ottemperato all'obbligo del selfie attestatore, invece di esplorare la Serenissima si chiude in un b&b a mangiare pizza e sushi. Un salto quantico, che si consuma tra le parole di "Nina ti te ricordi", cantata nell'incipit non a caso dal più piccolo degli interpreti - canzone popolare che rievoca pudiche asprezze di una povertà non così antica - agli anglicismi del personaggio di Giorgio (Stefano Scandaletti), imperturbabile finanziatore venuto da fuori, che "vende" l'esperienza turistica parlando di "roots", radici. Quelle che rendono unici i veneziani rispetto ai cittadini di qualsiasi altra città nel mondo.

Prima che il conflitto tra tensioni contrarie esploda, il film apre a stupefacenti momenti di grazia contemplativa e di humour lagunare: modulazioni di luce sull'acqua, solitudini notturne mal trattenute, cruciali chiacchiere da osteria. Epifanie silenziose, come un'inquadratura che coglie la forma di un occhio sotto l'arco di un ponte, grazie al suo riflesso nell'acqua: forse un invito a fermarsi, scovare la bellezza segreta, lontano dalle luci più intense. A volere di meno e vivere di più.

L'illusione di riscatto sociale attraverso gli schei rapidi stride con l'economia a filiera corta di moeche fritte, registri di piccola vendita scritti a mano, trattative di quartiere. Non un'idealizzazione nostalgica, piuttosto il recupero dei principi elementari di una socialità originaria, sobria, lenta, universale. Gli umani possono svestirsi della loro storia, mutare identità come i granchi perdono il carapace, ma la Natura avrà sempre la meglio su chi va di corsa, suggerisce Segre in un finale crepitante che suona come un campanello d'allarme, un'ultima chiamata all'umanità.


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SPETTACOLO UNICO
MER 8 SETTEMBRE - ORE 21.00
BIGLIETTO UNICO 6,00

JODOROWSKY'S DUNE
Regia di Frank Pavich.
Un film con Alejandro Jodorowsky, Michel Seydoux, H.R. Giger,
Documentario, - USA, 2013, durata 90 minuti.

Nel 1975 dopo il successo di nicchia di El Topo e quello più clamoroso (specie in Europa) di La montagna sacra Alejandro Jodorowsky era il cineasta intellettuale più ricercato del mondo, aveva carta bianca e quello che voleva era realizzare il film più importante della storia del cinema, traendo spunto dai romanzi di Frank Herbert. Il suo Dune, doveva essere un film rivoluzionario in grado di cambiare la mentalità delle giovani generazioni fornendo nuovi modelli di riferimento. Per fare questo il regista aveva coinvolto (e ottenuto!) la partecipazione di un team incredibile che comprendeva i designer H.R. Giger, Moebius e Chris Foss oltre all'esperto di effetti speciali Dan O'Bannon, le musiche dei Pink Floyd e attori come David Carradine, Mick Jagger, Salvador Dalì e Orson Welles. A preproduzione finita e storyboard completo però è mancato il completamento del finanziamento da Hollywood e il film non si è mai fatto. Almeno non nella maniera in cui Jodorowsky l'aveva immaginato.


Frank Pavich ricostruisce il caso clamoroso di un capolavoro mai realizzato, in un documentario presenato nella "Quinzaine des réalisateurs", a Cannes 2013.

Come ricorda il regista Nicolas Winding Refn, amico personale di Alejandro Jodorowsky intervistato per il documentario, è impossibile determinare quanto e come sarebbe cambiato il concetto di blockbuster se alla fine degli anni '70, quando questo tipo di modalità produttiva stava emergendo, il punto di riferimento del cinema d'intrattenimento fosse diventato il Dune immaginato dal regista messicano invece del Guerre Stellari di George Lucas.

Per anni questo Dune mai girato è stato l'oggetto definitivo del desiderio cinefilo, assieme al noto librone contenente tutto il film scena per scena, illustrato da Moebius, con gli inserti di costumi e scenografie di Giger. Il manualone è la base dalla quale Jodorowsky rievoca oggi il suo film, raccontando per filo e per segno come sarebbe dovuto essere ma soprattutto rievocando l'incredibile storia di come sia partita e poi naufragata questa produzione, come abbia convinto quelle incredibili personalità a lavorare con lui e come li abbia stimolati per due anni a dare il meglio su un progetto che non si è mai fatto.

Il risultato è un documentario esilarante, in cui Frank Pavich, è molto bravo a scandire l'esuberanza dell'84enne Jodorowsky, alternandola con i bozzetti e le interviste agli altri interpreti dell'avventura, condendo i resoconti di come sarebbero state girate le scene con la visualizzazione (più o meno animata) dei disegni che furono fatti all'epoca. Un lavoro di montaggio acuto e ritmato che mette il cineasta in seconda posizione per far emergere Jodorowsky, grandissimo interprete di se stesso e narratore dalla splendida capacità di trasmettere la passione e l'intensità di una ricerca totalmente folle, che procede per aneddoti tra l'improbabile e l'incredibile. Forse l'unica possibile maniera di analizzare a freddo come nasca l'arte.

Non manca un po' di agiografia e qualche esagerazione sulle possibili influenze che quel manualone di un film che non si è mai fatto, dopo aver girato molto negli studi di Hollywood, avrebbe avuto su tutta la fantascienza a seguire. Tuttavia è raro che un documentario di pura filologia cinefila sia in grado di restituire quel complesso di follia, entusiasmo e senso dell'avventura necessari per dar vita ad un film, raccontare cioè oltre ai fatti anche la sensazione della creazione di un'opera d'arte collettiva in uno degli ultimi periodi in cui esisteva ancora la convinzione che un film potesse cambiare il mondo.
Con questo documentario la storia del Dune mai girato da Jodorowsky ha finalmente una canonizzazione ufficiale con una narrazione degna del senso dell'epica, dell'ambizione e contemporaneamente del grottesco che ha circondato tutta l'impresa del making di un film tra i più importanti di sempre nella categoria di quelli "inesistenti". 

(fonte - https://www.mymovies.it)


VEN 3 SET - ORE 21.00
SAB 4 SET - ORE 21.00
DOM 5 SET - ORE 21.00
LUN 6 SET - ORE 21.00
IL GIOCO DEL DESTINO E DELLA FANTASIA

Regia di Ryûsuke Hamaguchi.
Un film con Kotone Furukawa, Kiyohiko Shibukawa, Fusako Urabe, Ayumu Nakajima, Hyunri.
Drammatico, - Giappone, 2021, durata 121 minuti.

GRAN PREMIO DELLA GIURIA - FESTIVAL DI BERLINO 2021

Tre storie di rivelazioni e coincidenze nel Giappone d'oggi. Nella prima, una ragazza si rende conto che la sua amica ha incontrato e si sta invaghendo del suo ex-fidanzato, e deve decidere come comportarsi. Nella seconda, uno studente vuole vendicarsi di un professore che lo ha bocciato, e persuade una studentessa a incastrarlo con un tentativo di seduzione dagli esiti imprevisti. Nella terza, due donne si riconoscono reciprocamente per strada come due importanti figure del rispettivo passato, ma un pomeriggio insieme farà venire alla luce una realtà un po' diversa.


Ryusuke Hamaguchi è un autore tra i più interessanti della nuova generazione di registi giapponesi: fa un cinema atipico, fluttuante e divertito, e gioca con le strutture temporali come un poeta impazzito all'inseguimento della metrica perfetta.

Wheel of fortune and fantasy lo vede proseguire in una direzione simile al precedente Asako I & II, con dei toni leggeri ma una messa in scena iper-calcolata, ben lontana dall'opera-fiume Happy hour, densa e spontanea esplorazione dell'amicizia femminile, che lo aveva portato al successo nel 2015.

L'Hamaguchi recente è però certamente più accogliente per il grande pubblico, e Wheel of fortune and fantasy è una gioia da guardare con le sue tre storie di coincidenze progressivamente più improbabili e di incontri che dal nulla cambiano la vita. Alcuni gustosi, altri commoventi, qualcuno perfino crudele: non è un cinema di soli buoni sentimenti il suo, benché rimanga di radice profondamente umanista.

Come in Asako, la salvezza e la dannazione dei personaggi di Hamaguchi passa per la prova del tempo, che scorre e riporta a galla il passato in una configurazione nuova. Vecchi amanti o nuovi amici, su quale casella si fermerà questa "ruota della fortuna" esistenziale? L'elemento di totale sorpresa, da sempre sfruttato dal regista come base sia tragica che umoristica, diventa il trait d'union tra i racconti ed esalta il talento da perfetto dialoghista di Hamaguchi, che sa essere buffo e sardonico come Hong Sang-soo e improvvisamente rivelatorio come Rohmer, spesso nell'arco di una sola battuta.

La conversazione a due è il suo parco giochi preferito, e si evolve dai tempi di Happy Hour (in cui era una meta da raggiungere sfrondando le dinamiche di gruppo) fino al presente, in cui diventa indulgente e abbondante ripetizione che giunge a battito serrato. Cantore ormai specializzato del ritratto femminile, Hamaguchi è tanto più prezioso nel panorama giapponese per la franchezza amorosa e sessuale in cui bagna la sua prosa, ed è quindi una fortuna che sembri divertirsi così tanto a giocare con lo spettatore.



(fonte - https://www.mymovies.it)

 



SAB 28 AGO - ORE 21.00
DOM 29 AGO - ORE 21.00
LUN 30 AGO - ORE 21.00
FALLING - STORIA DI UN PADRE
Regia di Viggo Mortensen.
Un film con Lance Henriksen, Viggo Mortensen, Terry Chen, Sverrir Gudnason, Hannah Gross.
Drammatico, - USA, 2020, durata 112 minuti.

Willis Peterson, un vecchio uomo collerico e un po' amnesico, vive solo in una fattoria isolata. Affetto da degenerazione senile, Willis è soccorso dal figlio John, cresciuto con lui nella campagna rurale e 'volato' in California, dove vive col suo compagno, Eric, e la figlia adottiva, Mönica. Ma le buone intenzioni di John, pilota d'aereo a suo agio nel focolare domestico, si scontrano presto col carattere reazionario e ostinato di Willis, che non ha nessuna voglia di rinunciare alle sue abitudini e non perde occasione per umiliare il figlio. A parlare non è solo la malattia ma John resiste. Maturo e indifferente al biasimo del genitore, lo affronta un'ultima volta prima del congedo finale.


Attore segreto refrattario ai blockbuster, almeno fino a Il Signore degli anelli che lo rivela al grande pubblico nel ruolo di Aragorn, Viggo Mortensen debutta alla regia allargando l'orizzonte delle sue inclinazioni.

Pittura, fotografia, poesia, musica, l'attore pratica tutte le discipline col medesimo rigore delle sue performance. La sua firma è una sorta di distanza cool che gli permette di uscire dalla sua zona di confort e prendersi dei rischi come in Falling, 'film d'attore' che avanza per analogie intime senza essere direttamente autobiografico.

FILOVISIONE presenta  FALLING
Video presentazione del film a cura di Antonio Capra

Concepito la sera della morte di sua madre e ispirato ai suoi ricordi d'infanzia, Falling racconta la tragedia di uomo che rifiuta di vivere con la stessa tenacia con cui rifiuta di morire. Abbandonato anni prima dalla consorte, per cui era incapace di mostrare una sincera attenzione, Willis ha interrotto la sua vita e si è reso detestabile al mondo, in cui dimora come fiume impetuoso. Nell'America di Trump, incarna una delle parti di un perpetuo conflitto ideologico, quella conservatrice e intrinsecamente xenofoba. L'altra, quella relazionale e umana, progressista e liberale, ha il volto quieto di suo figlio che cerca una riconciliazione impossibile. La frattura tra loro e tra le due Americhe si allarga fino a lasciare in mezzo una vertigine di incomprensioni.

Coi suoi numerosi flashback, il film fa eco a una vita di sofferenza, mettendo a confronto due mascolinità incompatibili, due spettri che si cercano e si incontrano senza vedersi. Il padre è perduto negli abissi del tempo e irriducibile al mondo, il figlio considera i lati migliori della realtà e tenta disperatamente di approcciare il genitore e di ricomporne il senso. Dentro un universo di segreti e non detti, l'uno non può impedirsi di aggredire costantemente l'altro che resiste stoicamente.

Viggo Mortensen tiene per sé il ruolo del figlio a cui conferisce una statura impressionante, un mélange di dolcezza e potenza (in)quieta, appresa nel cinema di David Cronenberg, dove il passato tormentato e violento del suo personaggio risorge progressivamente fino a inghiottire il cittadino modello e responsabile (A History of Violence). Ed è esattamente la crudeltà cronenberghiana a mancare al suo film, classico e molto scolastico. Mortensen non ha la violenza interiore del regista canadese e non scappa ai cliché.

Film onesto e sincero, Falling consegna a Lance Henriksen tutto il fiele di un patriarca autoritario che erutta, insulta, delira. È sul suo volto minerale e lungo le rughe verticali che lo graffiano che scorre la tossicità di una relazione filiale. Fuori da quel volto, Falling scivola fino a cadere in una parodia di se stesso. È soprattutto la seconda metà del film a non funzionare, indecisa sulla 'pista' da prendere e su cui atterrare.

Attorno alla composizione di due attori straordinari che apportano ai loro rispettivi personaggi un'inconsolabilità senza consolazione, Falling soffre un'articolazione schematica e una ripetitività di intenzioni, collezionando lunghe scene conflittuali. Una guerra di nervi che avanza passiva, svolgendo un dramma familiare decisamente programmatico e prevedibile. Prevedibilità che non risparmia nemmeno il trattamento dell'omosessualità, per cui Mortensen ha il più grande rispetto ma non altrettanta immaginazione, dimorando nel luogo comune e prescindendo dalle sfumature.

Se Falling non dice nulla di nuovo sulla mascolinità e la sua evoluzione, grande soggetto inespresso dietro la storia di filiazione, a restare è ancora una volta il 'gioco alieno' di Viggo Mortensen, enigmatico e misterioso mentre cerca al fondo del suo eroe un resto d'amore per rispondere all'aggressività permanente del padre.


(fonte - https://www.mymovies.it)