CINEMA TEATRO FILO




SPETTACOLO UNICO
MER 2 FEBBRAIO  - ORE 21.00

HOLLYWOOD, VERMONT
Regia di David Mamet.
Un film con Alec Baldwin, William H. Macy, Sarah Jessica Parker, Philip Seymour Hoffman, Julia Stiles.
Commedia - Francia, USA, 2000, durata 105 minuti.


La troupe di una produzione arriva nella cittadina di Waterford nel Vermont. La location parrebbe ideale per la storia, ambientata alla fine dell'800. I personaggi sono: un regista sull'orlo di una crisi di nervi (naturalmente), un divo che ha una passione per le adolescenti (con relativi guai in passato), una diva emotiva con una sua problematica contorta, sempre sul punto di far saltare il contratto, lo sceneggiatore, timido e disarmato costretto, da un minuto all'altro, a stravolgere la storia dal titolo Il vecchio mulino) perché il mulino che doveva esserci, con tanto di risparmio di budget, è andato in fiamme nel 1960. Poi ci sono i locali, il sindaco, il procuratore, il medico, i contadini: tutti impazziti per il film. Infine c'è la bella autoctona, a suo modo artista, che si innamora dello scrittore. Il resto è il mondo paradossale del cinema, gli ostacoli che si pongono, insuperabili, risolti all'ultimo col colpo di genio... o di denaro. Tutto sta per crollare perché il divo si è di nuovo messo nei guai con la ragazzina. Ed ecco il "coniglio" che mette tutti d'accordo. Il cinema, - con la sua confusione, con le sue regole dove tutto va bene, tutto va male - alla fine ha sistemato tutto. Per la gioia di tutti. Il filo d'oro del genere, da Viale del tramonto ai Protagonisti, viene ripreso in tutta nobiltà. Mamet è anche lo sceneggiatore, ed è intelligente, leggero. Si sorride, si sta bene. Non c'è violenza, non c'è neppure la scappatoia del sesso. Profumo di Allen e di Cohen. E davvero non è poco.







VEN 28 GEN - ORE 21.00
SAB 29 GEN - ORE 18.30 / 21.00
DOM 30 GEN - ORE 16.00 / 18.30 / 21.00

LA FIERA DELLE ILLUSIONI - NIGHTMARE ALLEY
Regia di Guillermo Del Toro.
Un film con Bradley Cooper, Cate Blanchett, Toni Collette, Willem Dafoe, Richard Jenkins.
Azione, Drammatico, - USA, 2021, 
durata 140 minuti.

MIGLIORI FILM - NATIONAL BOARD 2021
FILM DELL'ANNO - AFI AWARDS 2022

Nightmare Alley, film diretto da Guillermo del Toro, è la storia di un imbonitore (Bradley Cooper) di un Luna Park, che oltre a svolgere la mansione di giostraio, è anche un abilissimo truffatore. Riesce, infatti, con grande facilità a manipolare le persone, grazie a una retorica breve e d'impatto. Per mettere a segno al meglio i suoi imbrogli, l'uomo lavora con una psichiatra (Cate Blanchett), più infida di lui, per estorcere con l'inganno del denaro agli spettatori.
Nello stesso Luna Park si trovano anche Molly (Rooney Mara), il capo imbonitore Clem (Willem Dafoe) e il forzuto Bruno the Strongman (Ron Perlman). Nel cast del film anche Richard Jenkins nei panni di un esponente dell'alta società, il ricco impresario di nome Ezra Grindle, che si ritrova tra il pubblico del parcogiochi.. 







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SPETTACOLO UNICO
MER 9 FEB - ORE 21.00

8 1/2
Regia di Federico Fellini.
Un film con Marcello Mastroianni, Claudia Cardinale, Anouk Aimée, Sandra Milo, Barbara Steele.
Drammatico, - Italia, 1963, durata 138 minuti.


MIGLIORI COSTUMI - PREMIO OSCAR 1964
MIGLIOR FILM STRANIERO - PREMIO OSCAR 1964

MIGLIOR REGIA - NASTRI D'ARGENTO 1964
MIGLIOR ATTRICE NON PROTAG. - NASTRI D'ARGENTO 1964
MIGLIOR SCENEGG.RA - NASTRI D'ARGENTO 1964
MIGLIOR SOGGETTO ORIGINALE - NASTRI D'ARGENTO 1964
MIGLIOR FOTOGRAFIA IN BIANCO E NERO - NASTRI D'ARGENTO 1964
MIGLIOR MUSICA - NASTRI D'ARGENTO 1964
MIGLIOR PRODUZIONE - NASTRI D'ARGENTO 1964

Guido è un regista, quarantenne, un po' stanco. Tutto ciò che lo riguarda è stanco: il rapporto con la moglie, col suo produttore, con gli amici, persino con l'amante. Naturalmente l'ispirazione si è fatta sottile, le idee sono rare e astratte, la pigrizia avanza. Ha fatto costruire un'immensa e costosa impalcatura che forse servirà per un film di fantasia, forse. Infatti lo stesso Guido non sa perché l'abbia fatta costruire. Intorno a lui si muovono tutti i "fenomeni" del cinema: tecnici che urlano, amanti di produttori, velleitari che propongono sceneggiature, anziane attrici che aspirano a un ultimo colpo di coda. Guido rincorre idea dopo idea, tutte scialbe e abbandonate. Un critico di cinema dal linguaggio inverosimilmente ermetico gli smonta una per una tutte le iniziative. Cerca un po' d'aiuto in un alto prelato, che in risposta alle sue angosce gli parla di cardellini. Per fortuna la sua fantasia può correre liberamente nel passato, nell'età dell'adolescenza, nella sua prima terra ai tempi della scuola e delle prime sensazioni. I timori, i misteri, le curiosità, le prime eccitanti trasgressioni.


Infine ecco il grande girotondo da fiera, con tutti i personaggi che si tengono per mano, che gli girano intorno: tutto continua ed è vitale, ed è inutile drammatizzare sul grande palcoscenico della vita.

Otto e mezzo è da molti ritenuto la più alta espressione di Fellini, più ancora della Dolce vita. Qui tutto si compie, tutti i misteri vengono identificati. Il mondo del regista si evolve da (più o meno) reale che era, sale di dimensione per diventare tutto.

Tutto incredibilmente nella sua "prima persona", come una sorta di paradiso e inferno efficacissimi, onnicomprensivi: il cinema di Fellini è complice, misterioso e ruffiano, blasfemo e religioso, è puttaniere e crea disagio, è eroico e vigliacco, è uomo e donna, qualunquista, apolitico, periferico, olimpico e provinciale. Ma la soglia di fantasia, magia e sortilegio è altissima, raggiungibile solo da Fellini. Premio Oscar.

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GIO 20 GEN - ORE 21.00
VEN 21 GEN - ORE 21.00
SAB 22 GEN - ORE 18.30/21.00
DOM 23 GEN - ORE 16.00/18.30/21.00
MER 26 GEN - ORE 21.00

ALINE - LA VOCE DELL'AMORE
Regia di Valérie Lemercier.
Un film con Valérie Lemercier, Sylvain Marcel, Danielle Fichaud, Roc LaFortune, Antoine Vézina.
Drammatico, - Canada, Francia, 2020, durata 128 minuti.

Da qualche parte in Québec alla fine degli anni Sessanta nasce Aline, quattordicesima figlia dei Dieu. Coniugi generosi e prolifici, Sylvette e Anglomard amano la musica che in casa regna sovrana come la voce d'oro di Aline. Ancora immatura ma già prodigiosa, incanta amici e parenti ai matrimoni e a qualsiasi altra cerimonia offra l'occasione di esibirla. Ma un giorno, uno dei tanti fratelli di Aline decide di fare sul serio spedendo una musicassetta al produttore musicale Guy-Claude Kamar. Esaltato e galvanizzato dalla sua voce, ne farà la cantante più grande del mondo.


C'è una sequenza nel film di Valérie Lemercier che riassume alla perfezione il suo concetto e il suo paradosso. Nell'ufficio di Guy-Claude Kamar, l'impresario musicale si rivolge alla futura star del pop chiamandola Céline, "Aline!", lo corregge prontamente la madre della giovane promessa. Il lapsus gioca con lo spettatore, invertendo nomi e identità.

L'ascesa folgorante e gli strass, la voce e la silhouette, tutto lascia pensare a un biopic su Céline Dion ma Aline ci ricorda che quello a cui stiamo assistendo è una rappresentazione, una biografia alternativa e immaginaria della diva québécoise. Poi il film rilancia qualche scena dopo con un altro segno di intesa: sulla cover di un disco la canzone "La voix du Bon Dieu" (traccia faro dell'album d'esordio della cantante canadese) è diventata "La voix du Bon Dion". Un modo esplicito per dire che un biopic è sempre la riscrittura di una storia e di una vita.

Valérie Lemercier utilizza abilmente e con molta fantasia i principali codici del genere: la somiglianza con la star, l'appropriazione del gesto scenico, il racconto cronologico (dall'infanzia alla gloria), la selezione del repertorio, i momenti memorabili della carriera (la vittoria all'Eurovision Song Contest e l'Oscar per "My Heart Will Go On"). Difficile distinguere il vero dal falso ma poco importa perché Aline è un grande film popolare che interroga un mito pop dispiegando una riflessione metafisica sul cinema e sull'eternità. Valérie Lemercier vola alta e sposta più avanti il genere, cortocircuitando la realtà e portando il 'numero da fantasista' a un punto di incandescenza.

Il film, ispirato a Céline Dion, genera un personaggio fittizio, fin dalla voce che è quella limpida e potente di Victoria Sio, per cogliere meglio la traiettoria del suo modello e della sua energia motrice. Aline ha di fatto una spinta che lo muove, è attraversato da una vitalità, da una passione per il suo soggetto, per i suoi personaggi e per i suoi attori, tutti quebecchesi (Danielle Fichaud, Sylvain Marcel, Roc Lafortune, Antoine Vézina e Pascale Desrochers) e formidabili. Al centro c'è il corpo flessibile e polivalente di Valérie Lemercier in risonanza profonda con la sincerità di Céline Dion, tanto nell'esercizio della sua arte quanto nella relazione coi media. Come se l'attrice-autrice avesse stretto un patto segreto con la star, un'intesa subliminale che le permette di esprimere emozioni intime dentro la dismisura dello show business.

E proprio lì, tra intimità e spettacolarizzazione, tra piccolo e grande, tra vita ordinaria e bigger than life, dimora il successo di questo film eccentrico che provoca fascinazione e vertigine. L'idea geniale (e decisamente singolare) è che l'attrice incarna Aline a tutte le età, imita l'originale ma è sempre identificabile. Grazie agli effetti speciali, mescola le frontiere tra artificio e corpo reale. Il volto di Valérie Lemercier, ringiovanito digitalmente, è innestato sul fisico di una bambina e poi di un'adolescente con risultati 'mostruosi' ma nel senso etimologico, ovvero che mostrano e attirano l'attenzione con un risultato superiore alla comune misura.

Prodigio all'opera, Aline provoca lo sguardo dello spettatore, invitandolo a superare lo choc iniziale e a imbarcarsi in un viaggio pop, una traversata epica come il Titanic. Ma Aline arriva in porto navigando euforico sulle acque insidiose del film biografico, della success story, del romance e della favola. La performance di Valérie Lemercier non ha niente a che vedere con gli abituali e svilenti travestimenti (e travisamenti) dei recenti biopic (Bohemian Rhapsody su tutti). L'attrice non ricalca, incalza ed è incalzata dal suo personaggio, flirtando col ridicolo ma restandone sempre al di qua, eludendo qualsiasi cliché a colpi di sincerità disarmante. Le hit familiari irrigano il film, mettono in luce i personaggi e illuminano il palcoscenico di Las Vegas come il talamo privato. Privato reinventato con garbo e tocco risolutamente vintage. In fusione d'amore col suo idolo, Valérie Lemercier firma una dichiarazione di ammirazione definitiva. "You're here in my heart and my heart will go on..."


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SPETTACOLO UNICO
MER 19 GENNAIO - ORE 21.00
MAI RARAMENTE A VOLTE SEMPRE
Regia di Eliza Hittman.
Un film con Sidney Flanigan, Talia Ryder, Ryan Eggold, Théodore Pellerin, Sharon Van Etten.
Drammatico, - USA, 2020, durata 101 minuti.

GRAN PREMIO DELLA GIURIA - FESTIVAL DI BERLINO 2020
MIGLIORI FILM INDIPENDENTI - NATIONAL BOARD 2021
MIGLIOR GIOVANE INTERPRETE - NATIONAL BOARD 2021
PREMIO SPECIALE NEOREALISMO - SUNDANCE 2020
MIGLIOR SCENEGGIATURA - NSFC AWARDS 2021

FILM VIENE PROPOSTO IN LINGUA ORIGINALE
CON SOTTOTIOLI IN ITALIANO

Autumn ha diciassette anni e vive in una cittadina della Pennsylvania con la madre, il suo nuovo compagno e due sorelline. Dopo la scuola lavora come cassiera in un supermercato, dove con la cugina Skylar sopporta le viscide attenzione di un superiore. Autumn è incinta di poche settimane e non potendo contare né sul presunto padre né sulla famiglia decide di andare ad abortire a New York. Accompagnata da Skylar, sale su un autobus e raggiunge la metropoli. Qui passerà tre giorni e due notti, a colloquio con medici e psicologici, in giro per strade e sale giochi con la cugina e un ragazzo conosciuto nel frattempo. Dopo l'operazione, Autumn e Skylar torneranno a casa, pronte a ricominciare la loro vita di sempre.


Ciò che rende Never Rarely Sometimes Always un film bellissimo è l'estrema precisione dello sguardo della regista sulle sue due protagoniste, Autumn e Skylar, interpretate dalle esordienti Sidney Flanigan e Talia Ryder. Il racconto della loro adolescenza nel New Jersey è identico a quello di infiniti altri film indie americani (formula valida ormai unicamente come modello stile, considerato che qui produrre è la Focus Features e a distribuire addirittura la Universal). Autumn è una anonima ragazza della provincia americana, con la passione per la musica, forse un amore finito alle spalle, un umore malinconico di fronte al quale la madre (interpretata dalla cantante Sharon Van Etten) non può nulla. La gravidanza indesiderata arriva come una condanna, lo scotto da pagare per essere donna.

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Eliza Hitman affronta la questione dell'aborto come un argomento inevitabile, fuori da una logica morale o da un'intenzione neo-femminista. Il suo film è la cronaca di una decisione, di un viaggio, di un percorso psicologico e medico, di un rapporto fra due ragazze che si rispettano e si vogliono bene come due cugine, senza essere amiche ma riconoscendosi reciprocamente. Come due donne naturalmente solidali.

Il femminismo della regista è soprattutto una forma d'attenzione, una vicinanza ai personaggi misurabile dalla posizione della macchina da presa, sempre vicinissima ai corpi, dalla durata dei singoli piani, dalla precisione degli stacchi di montaggio o dal ritmo con cui le tappe del viaggio si susseguono senza disperdere mai la tensione: dalla scoperta della gravidanza alle prime visite, dalla decisione di partire al tragitto e poi alle varie situazioni vissute a New York, in cui Autumn scivola progressivamente in uno stato di confusione e paura e il personaggio di Skylar che si ritaglia uno spazio di libertà e dolcezza.

Never Rarely Sometimes Always è un quadro composto da tanti tasselli (alcuni simbolici, come la pesante valigia che Autumn e Skylar si trascinano per le strade, altri più diretti, come le molestie che le due ragazze subiscono sul lavoro o in metropolitana), che passo dopo passo costruiscono il ritratto a tutto tondo di una condizione femminile accettata con consapevolezza. Oltre i corpi, le parole, gli sguardi, la regista nasconde il dolore segreto di una ragazza forse abusata, sicuramente sola, e nel momento più forte del film chiamata a inserire la sua indicibile esperienza nel quadro definito dai quattro avverbi del titolo: «mai, raramente, a volte, sempre», dal questionario a cui ogni ragazza decisa ad abortire deve rispondere per rivelare un'eventuale violenza subita.

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GIO 13 GEN - ORE 21.00
VEN 14 GEN - ORE 21.00
SAB 15 GEN - ORE 18.30 / 21.00
DOM 16 GEN - ORE 16.00 / 18.30
È ANDATO TUTTO BENE
Regia di François Ozon.
Un film con Sophie Marceau, Charlotte Rampling, Hanna Schygulla, André Dussollier, Géraldine Pailhas.
Drammatico, 2021, durata 113 minuti.


La vita di Emmanuèle Bernheim, scrittrice e sceneggiatrice francese, precipita con una telefonata. Il padre ha avuto un ictus e al suo risveglio chiede alla figlia di aiutarlo a morire. A sostenerla in quella missione impossibile ci sono Pascale, la sorella trascurata, e Serge, il compagno discreto. Debole e dipendente dalle sue ragazze, André è un uomo capriccioso ed egoista, incapace di comprendere il dolore che infligge alle figlie, mai amate come era necessario. Tra lucidità e terrore, Emmanuèle e Pascale navigano a vista nel dramma. Come rifiutare al proprio padre la sua ultima volontà? Ma come accettarla? Da bambina Emmanuèle ha sognato tante volte di 'uccidere suo padre', un genitore tossico e poco garbato, ma aiutarlo 'a farla finita' nella vita reale è un'altra cosa.



Alla precisione asciutta della storia autobiografica di Emmanuèle Bernheim, che si impone con la sua gravità, Ozon aggiunge esplosioni di umorismo, tutte a carico di André Dussollier. Il libro è di Emmanuèle Bernheim ma il film è decisamente di François Ozon. Sotto il racconto degli ultimi istanti dell'esistenza di un uomo, di un padre, Tout s'est bien passé è un'opera sulla narrazione e sulla scrittura, senza che nessuno scriva (o quasi) in campo, è un film di fantasmi, scritto proprio dal fantasma che abita ogni inquadratura.

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Morta nel 2017, Emmanuèle Bernheim era complice di Olivier Assayas e compagna di Serge Toubiana, aveva scritto nove sceneggiature di cui tre per Ozon (Sotto la sabbia, Swimming Pool, Cinque per due). Dietro di lei ha lasciato un'opera sensibile, sospesa tra letteratura e cinema, marcando il paesaggio letterario francese.

Ozon rispetta la concisione della sua scrittura, lo spazio del silenzio e dei non detti, per rappresentare un fin di vita singolare. Certo, lo sono tutte le dipartite ma quella di André è definita da due frasi: "papà mi ha chiesto di aiutarlo a morire" ed "è andato tutto bene". Maestro nel trattamento delle norme sociali e delle disfunzioni familiari, Ozon affronta il tema del suicidio assistito con un cast sofisticato che interpreta il quotidiano concreto del paziente e dei suoi cari.

André Dussollier incarna André Bernheim, gran borghese e collezionista d'arte che un ictus rende emiplegico e che sceglie di andare a morire in Svizzera. Le protesi deformano il volto dell'attore che trova la voce, le piccole risate e le considerazioni vertiginose, disegnando un personaggio umano troppo umano che diverte e infastidisce insieme.

Alla sua impazienza infantile e alla sua crudeltà, replicano Sophie Marceau e Géraldine Pailhas (impeccabili e maestose), figlie salde e determinate a cui impone il suo addio. Restituiscono la battuta mai la pariglia, perché Emmanuèle e Pascale hanno doppiato da tempo quel padre autoritario e charmeur a cui è davvero impossibile dire di no.

'Uccidere il padre' e andare avanti. Indietro resta la madre di Charlotte Rampling, scultrice malata di tutti mali del mondo che addensa da sola i misteri della famiglia. Piantato al centro del film e della vita delle sue figlie come un interrogativo, André vuole andarsene e vuole farlo a modo suo, ammutinare la vita con dignità e magari sulle note di Brahms.

Ozon si piazza invece dal côté della vita trovando il ritmo del suo film nella comicità delle situazioni. Mescolando lacrime e sorrisi, Tout s'est bien passé elude la gravità del suo soggetto e vola alto, superando la paura che ispirava al regista. Perché Emmanuèle Bernheim è un personaggio reale e un'amica perduta per l'autore. Ozon gira forse il suo film più classico, sottilmente perturbato dalle oscillazioni dei generi: dal burlesco, una sedia a rotelle che proprio non vuole entrare in ascensore, al polar, la necessità di nascondere l'ultimo viaggio di André alla polizia francese, passando per il dramma, l'igiene assistita di André, che ama talmente la vita da voler morire piuttosto che diminuirla.

Alla luce di Estate '85 si oppone l'ombra di un film che tuttavia mantiene la buona distanza per mostrare lo smarrimento e la responsabilità che pesa sui familiari e l'illegalità a cui sono costretti. Duro e frontale, cinico e mordente, Tout s'est bien passé interroga gli aspetti più intimi della fine della vita, sofferta o scelta. Ancora una volta il lutto infonde l'opera di Ozon, scavando sotto la sabbia il tempo che resta. 'Suicida' e pudico come il suo protagonista, l'autore preferisce (sor)ridere che piangere. "Come fanno i poveri a morire?", domanda André a sua figlia commentando 'il costo' di una 'bella fine'. Tesa e ironica, Emmanuèle risponde: "Aspettano la morte...". Voilà, Ozon in purezza.


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DAL 20 GENNAIO

SPENCER
Regia di Pablo Larraín.
Un film con Kristen Stewart, Timothy Spall, Sally Hawkins, Sean Harris, Amy Manson, Jack Farthing. Biografico - USA, 2021, durata 111 minuti.

C'era una volta in un Paese non troppo lontano una principessa che non voleva essere regina. Diana Spencer era una principessa rosa che voleva vestire di rosso o magari di giallo, mangiare hamburger, guidare fino a Sandringham, sognare un regno migliore. Aveva baciato un rospo che sarebbe diventato un principe ingrato. C'era una volta una Vigilia di Natale e poi un castello freddo da gelare il sangue e la principessa che cacciava i draghi e volava via.



Un brushing, uno sguardo, un destino, pensavamo di conoscere tutto di lei, del suo matrimonio, della sua fine tragica, a soli trentasei anni. Eppure Lady D. è inesauribile, la sua vita è dappertutto. Su Netflix nella nuova stagione di The Crown, a Broadway con Diana, un musical realizzato a porte chiuse e in piena crisi sanitaria, al cinema 'diretta' da Pablo Larraín.

Ma non è la prima volta per lei sul grande schermo, la sua relazione turbolenta con il chirurgo Hasnat Khan era al centro del superfluo mélo di Oliver Hirschbiegel (Diana - La storia segreta di Lady D.). In Spencer come in The Crown c'è invece tutto quello che ci affascina in Diana. Il tic tac di un orologio che evoca un disastro imminente. Il 'matrimonio del secolo' era fatto della materia delle favole, il seguito lo conosciamo: adulteri, bulimia, autolesionismo, tentativo di suicidio.

Un incubo che nutre il mito secondo Larraín, che si concentra sul Natale del 1991, i tre giorni che convinsero Diana a mettere fine a undici anni di matrimonio combinato, mediatizzato, massacrato. Jackie, Neruda e Spencer non si somigliano ma condividono senz'altro l'arte di infiltrare la liturgia del biopic integrale e agiografico. Questa formula consiste soprattutto nell'interpretare una vita alla luce di un preciso momento storico (una settimana dopo l'assassinio di JFK per Jackie, la Vigilia di Natale del 1991 per Diana Spencer), nell'individuare un'istanza narrativa circostanziale (l'intervista per Jackie, la fuga per Neruda dopo un "J'accuse" al Senato nel 1948) e nella focalizzazione estrema sull'eroina o l'eroe. Come Natalie Portman prima di lei, Kristen Stewart è in tutti i piani. Come lei è in modalità mimetica.

Spencer è tutt'altro che un biopic, genere costituzionalmente promesso alla più grande banalità illustrativa. È l'inverso della favola, è il boccone amaro della torta, è una porzione della vita della Principessa di Galles, un brano di vita instabile, inafferrabile, perpetuamente ricomposto, cucito e scucito come le tende che la occultano ai giornalisti, spegnendo per sempre il sole. Ancora una volta l'autore cileno firma un film politico, di nuovo esplora l'esercizio del potere sul corpo ma questa volta il 'colpo di stato', lo 'choc' che fu pure Diana Spencer, non gli riesce. Il problema di Spencer è soprattutto The Crown, la serie di Peter Morgan, così lontana dalla realtà che ha finito per andarci molto vicino. Morgan scrive la Storia a partire dalla materia umana e adesso è impossibile tornare indietro. A dispetto dello splendente dispiegamento formale o forse a causa di quel dispendio formale, Spencer è un film freddo come la morte e come la sua protagonista, silhouette disarticolata che articola un inglese calcato.

La Stewart, più sagoma gotica che principessa spezzata, imita le posture e l'accento dell'originale dimenticando che Diana Spencer era terribilmente umana. Il miracolo di Peter Morgan è stato proprio quello di rendere così umana la sua melanconia démodé, a cui faceva eco quella della famiglia reale e realmente disfunzionale. Se i Kennedy di Jackie sono iscritti in una prospettiva idealizzata (la referenza alla leggenda arturiana), che non corrisponde evidentemente a quella che fu la loro realtà politica e familiare, la famiglia reale affonda in un rigore marziale. Per Jackie Kennedy lo stile è un affaire politico, per Diana Spencer gli abiti sono uniformi per andare in guerra o per posare in una foto di gruppo. In trance come Ema, Kristen Stewart è una figura sovraesposta dal regista, un pallido disegno di donna a cui Larraín ha appiccicato un travestimento di troppo. La frammentazione narrativa questa volta non basta a far progredire il film e a incarnare i turbamenti della 'principessa di cuori', più marionetta che personaggio. Non è mai empatica la Diana di Spencer e porta con sé una morale individualista. La principessa che viveva per gli altri, nel castello di Larraín vive solo per se stessa. 

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GIO 6 GEN - ORE 16.00
SAB 8 GEN - ORE 21.00
DOM 9 GEN - ORE 18.30
DIABOLIK
Regia di Marco Manetti, Antonio Manetti.
Un film con Luca Marinelli, Miriam Leone, Valerio Mastandrea, Claudia Gerini, Vanessa Scalera.
Commedia, - Italia, 2021

Clearville, fine anni '60. Dopo aver messo a segno un altro colpo, Diabolik riesce a sfuggire alla polizia dopo un inseguimento. L'ispettore Ginko, con la sua squadra, sta facendo di tutto per prenderlo ma fino a questo momento i suoi tentativi sono andati a vuoto. Intanto in città è arrivata Eva Kant, una ricca ereditiera cha ha con sé un diamante rosa, un gioiello dal valore inestimabile. Giorgio Caron, vice-ministro della Giustizia, è perdutamente innamorato di lei ma non è ricambiato. Una sera, Diabolik si introduce nella stanza dell'hotel di Eva per rubarle il prezioso diamante, assumendo l'identità del suo cameriere personale. Appena si vedono, scatta il colpo di fulmine. Il "Re del Terrore" però poi viene catturato dall'ispettore Ginko e portato in carcere e Lady Kant farà di tutto per farlo evadere e salvarlo dalla ghigliottina.


Da Mario Bava ai Manetti Bros. La nuova versione cinematografica di Diabolik riparte proprio da lì, dalla fine degli anni '60.

Nel 1968 infatti è stato realizzato quello che fino ad oggi era stato l'unico film tratto dal celebre fumetto delle sorelle Angela e Luciana Giussani. Probabilmente non è solo una coincidenza o un omaggio. Il Diabolik prodotto da Dino De Laurentiis e firmato dal 'maestro del brivido' italiano che aveva fatto uscire fuori di testa i "Cahiers du cinéma" mentre in Italia la critica si era divisa, diventa il necessario punto di ripartenza per un omaggio devoto dove non manca nulla e che a prima vista può apparire anche freddo, mentre ha molti segreti nascosti sotto la superficie.

Liberamente ispirato al fumetto n. 3, "L'arresto di Diabolik" pubblicato il 1° marzo 1963 dove compare per la prima volta il personaggio di Eva Kant, il nuovo Diabolik dei Manetti Bros. sembra avvicinarsi a una forma di racconto più classico. In realtà si tratta di un altro intrigante viaggio nei generi da parte dei Manetti dopo l'horror (Zora la vampira, Paura 3D), il thriller (Piano 17) che incontra la fantascienza (L'arrivo di Wang) e soprattutto il musical (Song'e Napule, Ammore e malavita) in cui c'è stato un lavoro di incessante contaminazione di linguaggi, una danza tra colori e suoni che, paradossalmente, potevano essere più vicini alla versione pop di Mario Bava.


Il Diabolik 2021 invece agisce sottotraccia. C'è l'ispettore Ginko di Valerio Mastandrea che ha un'impassibilità, una malinconia e un disincanto simile a Michel Piccoli della prima versione. Ma è proprio nel rapporto tra Diabolik ed Eva Kant che i due cineasti lasciano emergere le tracce di un silenzioso ma al tempo stesso avvolgente mélo, già dal primo incontro nella stanza dell'hotel fino alla loro comunicazione in codice Morse.

L'attesa della protagonista prima di leggere la prima pagina sui giornali guarda al cinema classico statunitense, così come il dettaglio sull'orologio (dalle 21:02 alle 21:29) dove avviene uno degli episodi decisivi del film. Dietro la ricostruzione precisa delle location, la musica degli abituali collaboratori Pivio e Aldo De Scalzi che si sono ispirati a soluzioni timbriche di Bernard Herrmann combinate con le atmosfere action di Lalo Schifrin, Diabolik appare impenetrabile, mentre invece seduce di nascosto e conquista alla distanza.

Non c'è più il sole e la morte di Ammore e malavita. C'è l'azione nell'ombra in un'altra contaminazione più controllata ma in realtà ancora impazzita. Entra in campo Hitchcock con la scena nel bicchiere, il volto di Miriam Leone filmata come un'altra 'donna che visse due volte' e il mix tra giallo e commedia di Caccia al ladro. Ma anche il poliziettesco nella scena dell'inseguimento iniziale dove la Jaguar diventa un'altra protagonista.

In più, c'è il continuo gioco tra il volto e la maschera, il camuffamento dietro la voce e il viso, che richiama la magnifica ambiguità tra John Travolta e John Woo in Face/Off. Due facce di un assassino. Qui c'è Luca Marinelli da solo. Ma nel suo Diabolik potrebbero esserci cento, mille reincarnazioni. Proprio per questo il film dei Manetti va aspettato perché può crescere ancora di più nel corso dei prossimi anni. Con Gabriele Mainetti oggi sono tra i cineasti italiani che seguono consapevolmente e con estrema coerenza una nuova strada nel cinema italiano e dimostrano che si può inventare senza tradire.

(fonte - https://www.mymovies.it)



GIO 6 GEN - ORE 18.30
VEN 7 GEN - ORE 21.00
SAB 8 GEN - ORE 18.30
DOM 9 GEN - ORE 16.00
HOUSE OF GUCCI
Regia di Ridley Scott.
Un film con Lady GaGa, Adam Driver, Jared Leto, Jeremy Irons, Al Pacino, Camille Cottin.
Drammatico, - USA, 2021, durata 158 minuti.

Anni '70. Patrizia Reggiani conosce a una festa Maurizio Gucci, rampollo della dinastia Gucci, una tra le piu` celebri nel mondo della moda. Nasce una storia d'amore, dapprima osteggiata dal patriarca della famiglia, Rodolfo Gucci, ma poi arriva il matrimonio e la prole. La sfrenata ambizione della donna, che vorrebbe indirizzare le politiche aziendali del marchio Gucci, la porterà a tessere spericolate strategie, come quelle con lo zio del marito, Aldo Gucci, che incrineranno i rapporti familiari, innescando una spirale incontrollata di tradimenti, decadenza, vendette. Fino a un tragico epilogo che è cronaca nera, e vera, del nostro paese.


La nuova parabola sul potere di Ridley Scott è un fiammeggiante melodramma su una famiglia che implode. Una discesa agli inferi sostenuta da eccellenti prove attoriali, in primis quella di Lady Gaga.

House Of Gucci è la telenovela della dinastia Gucci oppure la dinastia Gucci è la telenovela di House Of Gucci? Insomma sì, naturalmente, tutt'e due le cose perché il film di Ridley Scott è una vera e propria soap su una realtà che ne aveva tutti i caratteri. In questo senso il regista britannico, che ha appena compiuto 84 anni, firma un film libero e molto contemporaneo che dialoga con il suo recentissimo The Last Duel per il discorso sul potere in cui, a prescindere evidentemente dal capitalismo finanziario comunque vivisezionato nel precedente Tutti i soldi del mondo, il pesce piccolo è mangiato dal più grande anche, soprattutto?, in ambito familiare (ogni accenno a Il Padrino è voluto).

Ed è proprio su questo aspetto, sulla trinità "nel nome del padre, del figlio e della famiglia Gucci", che il film si concentra. I meccanismi messi in moto da una grande azienda, ma a carattere familiare, vengono minuziosamente smontati da Ridley Scott che si abbandona completamente, essendone però l'artefice, al lavoro degli attori.

La macchina da presa segue Lady Gaga, lacca in testa, diventare Patrizia Reggiani e prendersi così tutto il film, ogni sequenza, ogni primo piano con quei fulminanti lampi negli occhi. È l'attrice perfetta che abbiamo conosciuto in A Star Is Born e che dimostra enormi potenzialità se solo lasciasse perdere la musica.

In questo straordinario lavoro attoriale, Adam Driver, pur nella sua ricercata impassibilità, dà spazio e apertura al personaggio di Maurizio Gucci e alla sua parabola trasformista. Anche l'interpretazione più 'pazza', quella parodistica e autofarsesca di Jared Leto che, invece di parlare, quasi canta come se stesse in un'opera buffa (peraltro la musica nel film è un vero e proprio personaggio), ha il suo motivo d'essere perché, nel ruolo tragico del figlio idiota - "ma è il mio idiota" dice di lui il padre Aldo Gucci interpretato da un gigantesco Al Pacino che duetta con Leto come se stessero al Saturday Night Live -, sta raccontando i discendenti di seconda e terza generazione che non sono mai al livello dell'avo, capitano d'industria.


Ma lo sguardo di Scott sui Gucci è ancora più profondo, perché ci mostra un'intera famiglia immobilizzata, congelata, legata a un passato glorioso ma irrimediabilmente superato. Complice anche l'assenza di un vero e proprio leader: Aldo Gucci è alle prese con il piccolo cabotaggio di controllo del commercio delle imitazioni e prepara lo sbarco nei centri commerciali, mentre il fratello Rodolfo Gucci, interpretato sottilmente da Jeremy Irons, vive la sua distanza finto aristocratica da tutto e da tutti: «Gucci è da museo non da centro commerciale». E infatti «nessuno oggi vorrebbe lavorare da loro» si sente dire Maurizio Gucci a una sfilata. Per questo è uscito, proprio come il genio dalla lampada, come direttore creativo lo sconosciuto texano Tom Ford che, appena esordisce con successo sulle passerelle, la prima cosa che fa è telefonare alla mamma a Austin.

Prende così sempre più forma, nella sceneggiatura di Becky Johnston e Roberto Bentivegna dal libro di Sara Gay "Forden House of Gucci. Una storia vera di moda, avidità, crimine" (Garzanti), il personaggio di Domenico De Sole, l'avvocato di famiglia che sfilerà ai Gucci l'impero attraverso gli investitori iracheni. Tutto, a questo punto, in House Of Gucci si fa fiammeggiante melodramma imploso, i colori della fotografia di Dariusz Wolski, per la verità mai sgargianti, si ingrigiscono. Le vite ingabbiate, per via dei ruoli sociali, lo diventano realmente: Aldo Gucci finisce in carcere per evasione fiscale, Maurizio Gucci entra e esce dalle porte girevoli della sua stessa azienda in due sequenze speculari mirabilmente ritmate dal montaggio di Claire Simpson e Patrizia Reggiani prenderà la decisione finale che qualsiasi soap se la sogna.

Un viaggio, dalla seduzione all'odio, in meno di 30 anni, una discesa agli inferi rispecchiata con ironica tragicità nelle due ore e trentotto di questo film che è tutto una sorpresa

(fonte - https://www.mymovies.it)



MER 12 GEN - ORE 18.00 E 21.00
DOM 16 GEN - ORE 21.00
VAMPYR
Regia di Carl Theodor Dreyer.
Un film con Sybille Schmitz, Julian West, Henriette Gérard, Rena Mandel.
Drammatico - Francia, 1932, durata 75 minuti.

Scansione 4K degli elementi di conservazione creati in occasione del restauro realizzato nel 1998 da Deutsche Kinemathek e Cineteca di Bologna in collaborazione con ZDF/ ARTE e Det Danske Filminstitut.

La partitura, composta da Wolfgang Zeller, è stata ricostruita da Timothy Brock a partire dai manoscritti originali. La colonna sonora è stata lavorata per ottenere una separazione tra dialoghi e musica e consentire l’accompagnamento orchestrale.

Uno dei grandi film della storia del cinema, una delle avventure più enigmatiche e coinvolgenti che gli occhi degli spettatori abbiano mai incontrato, e uno dei restauri più preziosi realizzati dalla Cineteca di Bologna. Realizzato da Dreyer nel 1931, all’indomani del capolavoro La passione di Giovanna d’Arco e dell’avvento del sonoro, liberamente ispirato ad alcuni racconti di Sheridan Le Fanu, Vampyr è un film horror, un film fantastico, un film di nebbie, di luminescenze, di poche parole, di terrificanti rumori. “E quando fu sul ponte, gli vennero incontro i fantasmi”: da qui parte la strana avventura del giovane David, che solo in un paese straniero (forse un sogno, forse il suo inconscio), immerso in un eterno crepuscolo, dovrà affrontare segnali malefici, ombre ambigue, misteriose morti, indecifrabili personaggi per trionfare sull’occulto, invisibile vampiro e poter tornare alla luce e all’amore.


Girato agli albori dell’epoca sonora tra il 1930 e il 1931, il capolavoro horror firmato da Carl Th. 
Dreyer costruisce la sua tensione narrativa sulle note della colonna sonora composta da Wolfgang
Zeller che avvolge i pochi momenti parlati del film. Una musica che mai abbiamo ascoltato come
finalmente possiamo ora, grazie alla nuova incisione della partitura eseguita dall’Orchestra del
Teatro Comunale di Bologna diretta da Timothy Brock, ora aggiunta al restauro delle immagini
realizzato da Deutsche Kinemathek e Cineteca di Bologna.

Dopo l’anteprima di luglio al festival Il Cinema Ritrovato, occasione in cui la partitura è stata
eseguita dal vivo in Piazza Maggiore a Bologna, Vampyr raggiungerà tutto il
territorio italiano, grazie al progetto della Cineteca di Bologna Il Cinema Ritrovato. Al cinema, per
la distribuzione dei classici restaurati.


“Immaginiamo di essere seduti in una stanza. Improvvisamente, ci viene detto che dietro la porta
c’è un cadavere”. Parte da questo assunto Carl Th. Dreyer: “Di colpo la stanza in cui ci troviamo
ci appare completamente diversa, tutto in essa ha assunto un altro aspetto; la luce, l’atmosfera sono
cambiate, per quanto siano fisicamente identiche a prima. Questo perché noi siamo cambiati, e gli
oggetti sono cosi come noi li percepiamo. Questo e l’effetto che voglio ottenere nel mio film. Con
Vampyr, volevo creare sullo schermo un sogno in stato di veglia, e mostrare che l’orrore non risiede
nelle cose intorno a noi ma nel nostro subconscio. Se un evento qualsiasi provoca in noi uno stato di
sovreccitazione, non c’è più alcun limite alle creazioni della nostra immaginazione, né alle

Vampyr fu realizzato da Carl Theodor Dreyer nel 1930/31 in tre versioni originali, parlate in
tedesco, francese e inglese. I negativi immagine e suono sono andati perduti. Grazie alle copie
incomplete della versione tedesca e francese è stato possibile stabilire una nuova edizione della
versione tedesca. Dreyer girò Vampyr come un film muto, per poi procedere ad una
postsincronizzazione al fine di produrre tre versioni diverse: francese, tedesca e inglese. Il lavoro di
postsincronizzazione fu realizzato utilizzando lo stesso negativo immagine, con l’eccezione di
poche inquadrature nelle quali gli attori recitavano nelle diverse lingue. A complicare la
postproduzione del film, intervenne la censura tedesca, che richiese il taglio di circa 55 metri e
che indubbiamente obbligò Dreyer a rimontare immagini e suono. Del film sono giunte a noi molte
copie della versione tedesca e di quella francese, ognuna a suo modo incompleta e danneggiata;
inoltre, molte copie sono state sottotitolate (e gli inserti sostituiti) per produrre ulteriori versioni.
Il restauro del film si è basato su tutte le copie d’epoca esistenti, al fine di restituire la migliore
qualità e completezza possibile. Le scene censurate nella versione tedesca sono state fortunatamente
ritrovate nelle copie della versione francese. 


La mitologia vampiresca quasi non esiste nella cultura popolare, al tempo in cui Vampyr viene
girato. “Un film diverso da ogni altro”, Vampyr viene realizzato in un momento preciso, tra la fine
del 1930 e l’inizio del 1931, e mostrato al pubblico nove mesi più tardi. È uno dei film d’arte
indipendenti dell’epoca, come Le Sang d’un poète di Cocteau e L’Âge d’or di Buñuel, e vede la
luce grazie al patrocinio artistico concesso dal barone di Gunzburg [ovvero Julian West, nome
d’arte con il quale interpreterà il ruolo del protagonista David Gray] alla compagnia che Dreyer ha
fondato, dopo la difficile esperienza di La passione di Giovanna D’Arco. Dev’essere un film poco
costoso, dunque non viene costruito nessun set, tutto e girato on location vicino a Parigi, a Senlis e
Montargis: una vera locanda, una fabbrica del ghiaccio abbandonata, un castello in rovina, tutto
abbastanza vero da poter diventare base dell’assoluta irrealtà, determinando uno stile che anch’esso,
in quanto tale, è in parte frutto del caso.

Vampyr fu da subito un film strano anche secondo gli standard europei, e ancor più strano
rispetto a ciò che stava prendendo forma a Hollywood in quegli stessi anni, e che avrebbe
assunto il nome di genere “horror”. Se Vampyr ebbe mai una qualche potenzialità commerciale,
questa era ormai andata perduta al momento della sua première: nei mesi in cui la sua distribuzione
veniva ritardata, uscirono sia il Dracula di Tod Browning sia il Frankenstein di James Whale,
diventando all’istante leggende commerciali.


Vampyr perse cosi quel che avrebbe potuto essere uno status di film pioniere – o punta di diamante
di un genere cui comunque non apparteneva – e scivolò in un anonimato che, perversamente,
sembro essere da allora in poi il suo proprio modo di esistenza.
(Peter von Bagh) 


(fonte - https://www.mymovies.it)