CINEMA TEATRO FILO




DA GIOVEDI' 16 DICEMBRE
ONE SECOND
Regia di Zhang Yimou.
Un film con Zhang Yi, Wei Fan, Liu Haocun, Yu Ai Lei, Zhang Shaobo, Li Xiao-Chuan.
Drammatico, Storico - Cina, 2021, durata 105 minuti. 

Negli anni della Rivoluzione Culturale, Zhang evade dal campo di lavoro forzato e vaga per il deserto per raggiungere un villaggio dove in un cinema, assieme al film Eroic Sons and Daughters, viene abbinato il cinegiornale di propaganda numero 22 in cui compare, anche solo per un secondo, l'immagine della figlia che non lo vuole più vedere dopo che è stato arrestato. Poco prima della proiezione la pellicola viene rubata da una ragazzina, l'orfana vagabonda Liu, che ha bisogno della celluloide per costruire la lampada al fratello più piccolo. Zhang, dopo aver assistito al furto, la insegue. Perde la pizza, la recupera e la perde ancora. Al villaggio intanto un pubblico molto numeroso è in attesa di assistere allo spettacolo serale organizzato dal proprietario e proiezionista del cinema, chiamato "Mr. Film", che è visto come una divinità e si considera una figura essenziale all'interno del Partito. 


Nel corso di questi due anni ci sono stati degli aggiustamenti in fase di montaggio e il taglio di un minuto rispetto alla versione precedente ma la critica a quel periodo è già evidente nella battuta sulla figlia di Zhang mostrata nel cinegiornale in cui si sottolinea che "non deve competere con gli adulti". Tratto da un romanzo della scrittrice Yan Geling, One Second rappresenta per il regista cinese un grande ritorno.


Non potendolo paragonare alla prima versione, ci si trova davanti a una totale dichiarazione d'amore al cinema. La pellicola, la sua materia soprattutto, è vista come qualcosa di sacro come si può vedere nella scena in cui le parti rovinate sono messe su dei teli e poi asciugate con dei ventagli, ma anche i ritagli che servono per costruire la lampada che può rappresentare la 'lanterna magica' del film. Poi ci sono quelli che possono essere gli omaggi. Il deserto che apre e chiude il film (con un doppio finale che è l'unico limite di un cinema finalmente di nuovo imponente) richiama il cinema esotico d'avventura statunitense degli anni Trenta ma anche quello dei fratelli Cohen (da Arizona Junior a Non è un paese per vecchi) che sono comunque un punto di riferimento per il cineasta cinese avendo realizzato nel 2009 un remake, onestamente fiacco, di Blood Simple.


Yimou torna ai villaggi di La storia di Qiu Ju e Non uno di meno e recupera la magia della luce del cinema da Lanterne rosse, come si può vedere dalle immagini delle ombre sul telo e dell'illuminazione dalla cabina di proiezione oltre che dall'immagine dello schermo che proietta davanti e dietro Eroic Sons and Daughters, un film di guerra del 1964 diretto da Wu Zhaodi. One Second è l'omaggio e l'illusione neorealista del cinema che passa anche per Bellissima di Visconti fino al finto dialogo padre-figlia tra Zhang e Liu sul camion degno di una commedia hollywoodiana degli anni '40 che potrebbe essere uscita da Howard Hawks. La prova di Zhang Yi, che è già stato diretto da Zhang Yimou nel precedente Cliff Walkers ed è stato protagonista, tra gli altri, di Al di là delle montagne, è notevole assieme a quella di Liu Haocun. In più c'è tutta la magnifica ossessione e l'illusione del cinema dove anche il frammento di un solo secondo, se proiettato ripetutamente, può durare anche un'eternità.

(fonte - https://www.mymovies.it)



MER 8 DIC - ORE 16.00/18.30/21.00
GIO 9 DIC - ORE 21.00
VEN 10 DIC - ORE 21.00
SAB 11 DIC - ORE 18.30 / 21.00
DOM 12 DIC - ORE 16.00/18.30/21.00
LUN 13 DIC - ORE 21.00
MAR 14 DIC - ORE 21.00
MER 15 DIC - ORE 21.00

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NOWHERE SPECIAL
UNA STORIA D'AMORE
Regia di Uberto Pasolini.
Un film con James Norton, Daniel Lamont, Eileen O'Higgins, Valerie O'Connor, Stella McCusker.
Drammatico - Gran Bretagna, 2020, durata 96 minuti. 

John è un trentaquattrenne gentile e silenzioso, che di mestiere fa il lavavetri, in giro per Belfast. La sua esistenza terrena è condannata ad esaurirsi a brevissimo termine, per colpa di un male incurabile. Nel poco tempo che gli rimane, John deve fare la cosa più importante della sua vita: trovare una famiglia per il suo bambino di quattro anni, Michael, visto che la madre li ha lasciati entrambi poco dopo la sua nascita. Mentre visitano le coppie disponibili e selezionate per l'adozione, John e Michael passano insieme la loro giornata, trasformando ogni gesto quotidiano in una memoria preziosa. 


Uberto Pasolini torna dunque sul luogo del trapasso, come in Still Life: non è più l'immediatamente dopo, ma l'immediatamente prima, e la sua penna è ancora la stessa, sottile e precisa, perfettamente inchiostrata, tanto autoriale quanto accessibile, nell'approccio ad un genere, quello del dramma sentimentale, che pochissimi perseguono con tanta frontalità e tale discrezione.

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Ancora una volta, il film è in mano ad un interprete eccellente, James Norton, e alla nitidezza delle inquadrature, alla loro temporalità estranea alla frenesia della vita urbana, sgombra da tutto ciò che è disavanzo o orpello cinematografico. Tanto che l'immagine di apertura, con il protagonista che ripulisce con cura una grande vetrata, mondandola da tutto ciò che la offusca, si può leggere come una dichiarazione d'intenti, la ricerca (riuscita) di una verità della relazione padre-figlio che è al centro del racconto, di uno sguardo sul mondo non filtrato, in cui riflettersi per quello che si è, e leggere con trasparenza nelle vite degli altri.


Colpito dalla cronaca vera di questa vicenda, Pasolini l'ha tradotta in immagini tanto semplici quanto eloquenti, che non conoscono la durezza del cinema dei Dardenne ma piuttosto una commovente sospensione e una malinconia, sottolineata dalla colonna sonora, che il regista non rifugge ma abbraccia, senza sentimentalismo.


Sono le immagini mute di un adolescente con lo zaino in spalla che si allontana nello specchietto retrovisore, della candelina di compleanno in più che Micheal mette nella mano di John, della casa degli specchi del lunapark che restituisce le loro figure deformate, con Michael alto alto e John più piccolo, per sempre troppo giovane. Piccole grandi idee di scrittura visiva che trascendono il realismo senza negarlo e mettono in poesia la crudeltà dell'esistenza.

(fonte - https://www.mymovies.it)



GIO 2 DIC - ORE 21.00
VEN 3 DIC - ORE 21.00
SAB 4 DIC - ORE 18.30 / 21.00
DOM 5 DIC - ORE 16.00 / 18.30 / 21.00

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LA SIGNORA DELLE ROSE
Regia di Pierre Pinaud.
Un film con Catherine Frot, Melan Omerta, Fatsah Bouyahmed, Olivia Côte, Marie Petiot.
Commedia - Francia, 2020, durata 105 minuti.

Creatrice di stupende rose da competizione, Eve ha ereditato l'attività dall'amato padre ed è diventata un punto di riferimento nell'industria floreale francese. Ma la sua è una società piccola, che può contare sull'unico aiuto della fedele segretaria Vera; con le poche serre che gestiscono, le due non sono in grado di reggere il confronto con l'approccio industriale del concorrente Lamarzelle. Sull'orlo della bancarotta, Eve recluta tre nuovi stagisti attraverso un programma di reinserimento sociale per mettere in atto un piano rocambolesco che la aiuti a creare la rosa perfetta.


Non stupisce quindi che anche il film stesso del regista Pierre Pinaud sia orgogliosamente vintage: affettato ma in fondo sincero, è un classico matrimonio di toni da commedia e sentimentalismo ricercato, che cattura l'essenza del cinema francese più tradizionale.


Senza un filo di malizia né di pretesa, Pinaud cuce le fila di una storia alla Davide contro Golia nel mondo del business contemporaneo, per poi aggiungerci lo sbocciare di un'improbabile amicizia tra la dama un po' cocciuta della bravissima Catherine Frot (che di questo genere di commedie è divenuta un simbolo nell'arco della sua lunga carriera) e la gioventù turbolenta ben abitata da Melan Omerta, criminale scapestrato al quale i genitori hanno infranto il cuore e al contempo donato un naso che promette bene.


Si impara molto sulle rose - impollinate, ibridate, annusate, ma pure rubate - guardando un'opera che sembra teletrasportata ai giorni nostri da un'era più innocente. Ancor di più si riflette sulla semplicità con cui si può far cinema e sulla leggerezza del sentimento umano, tratteggiato con cura sui volti di un cast ristretto ma delizioso. Alla distanza, Pinaud fa crollare ogni resistenza nello spettatore, consegnandogli infine un piccolo glossario delle emozioni. Nulla che non si sapesse già, ma un bel momento per fare ordine nell'anima e scaldare il cuore.

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GIO 25 NOV - ORE 21.00
VEN 26 NOV - ORE 21.00
SAB 27 NOV - ORE 18.30 / 21.00
DOM 28 NOV - ORE 16.00 / 18.30 / 21.00
SOTTO LE STELLE DI PARIGI
Regia di Claus Drexel. Un film con Catherine Frot, Mahamadou Yaffa, Jean-Henri Compère, Richna Louvet, Raphaël Thierry.
Drammatico, - Francia, 2020, durata 90 minuti.

Per molti anni Christine ha vissuto sotto un ponte, isolata da tutta la famiglia e gli amici. Una notte, proprio come in una fiaba, un bambino di otto anni appare di fronte al suo rifugio. Suli non parla francese, si è perso, separato da sua madre ... Insieme, vanno a cercarla. Per le strade di Parigi, Christine e Suli si conosceranno. E Christine trova un'umanità che pensava fosse scomparsa. 



SPETTACOLO UNICO
MER 1 DICEMBRE - ORE 21.00
BIGLIETTO UNICO 7 EURO
PRENOTAZIONI
DRIVE MY CAR
Regia di Ryûsuke Hamaguchi.
Un film con Hidetoshi Nishijima, Toko Miura, Reika Kirishima, Masaki Okada, Perry Dizon.
Drammatico, - Giappone, 2021, durata 179 minuti.

MIGLIOR SCENEGGIATURA - FESTIVAL DI CANNES 2021

Yûsuke Kafuku, un attore e regista che ha da poco perso la moglie per un'emorragia cerebrale, accetta di trasferirsi a Hiroshima per gestire un laboratorio teatrale. Qui, insieme a una compagnia di attori e attrici che parlano ciascuno la propria lingua (giapponese, cinese, filippino, anche il linguaggio dei segni), lavora all'allestimento dello Zio Vanja di Cechov. Abituato a memorizzare il testo durante lunghi viaggi in auto, Kafuku è costretto a condividere l'abitacolo con una giovane autista: inizialmente riluttante, poco alla volta entra in relazione con la ragazza e, tra confessioni e rielaborazione dei traumi (nel suo passato c'è anche la morte della figlia), troverà un modo nuovo di considerare sé stesso, il proprio lavoro e il mondo che lo circonda.


Tratto da un racconto di Murakami Haruki presente nella raccolta "Uomini senza donne", un lungo, complesso e struggente percorso nelle solitudini e nelle fragilità di un gruppo di uomini e di donne la cui vita ruota attorno al teatro.

Drive My Car è un film di parole: parole scritte in un testo, recitate su un palcoscenico, mimate con le mani, create nell'estasi del piacere o dette nell'abitacolo di un'automobile. Parole, ancora, usate per inventare storie, per confessare traumi, per ammettere colpe e trovare sé stessi.

Hamaguchi Ryusuke, reduce dall'Orso d'argento all'ultima Berlinale con Wheel of Fortune and Fantasy, affina l'abituale stile elegante e composto, fatto di lunghi piani fissi e di intensi primi piani, e, abbandonando i toni spesso ironici dei lavori precedenti, entra nel dolore e nelle illusioni di un gruppo di personaggi le cui vite trovano un senso e una liberazione nel confronto reciproco.
Il teatro da un lato, con la zona delle prove e il palcoscenico, e l'abitacolo della macchina di Kafuku (una Saab Turbo rossa) dall'altro, sono i due luoghi ideali del film. Al loro interno ciascun personaggio trova un rifugio, sia nel confronto con il testo da recitare, e in particolare con le parole universali dello "Zio Vanja" di Cechov, sia nella solitudine protettiva dei propri pensieri.

Nel corso di tre intense ed emozionati ore, il film mette in scena la progressiva "distruzione" di questi due ambienti e l'evoluzione del suo protagonista: dalla ricerca individuale e soggettiva, Kafuku impara ad accogliere e ad ascoltare gli altri, aprendo lo spazio inviolabile dell'automobile a un'altra persona e osservando la realtà che lo circonda con altri occhi.

Un terzo luogo, in realtà, segna il film: la casa in cui Kafuku e la moglie vivono prima dell'improvvisa morte di lei, nella parte iniziale del film (che dura circa 40' minuti e al termine della quale arrivano significativamente i titoli di testa). Segnati dal trauma della morte della loro bambina, l'uomo e la donna, lui regista e lei sceneggiatrice, trovano ancora un'intesa negli amplessi sessuali in cui lei inventa strane storie dal significato oscuro (tratte anch'esse da racconti di Murakami): la parola, dunque, unisce due vite segnate dal dolore, ma al tempo stesso imprigiona il sopravvissuto Kafuku ai propri ricordi e al proprio senso di colpa.

Immerso nella solitudine di ogni sguardo, di ogni pensiero e parola - anche non capita, anche mimata con il linguaggio dei segni, come sottolinea la bellissima idea dello spettacolo fra persone che non si capiscono l'un l'altra - Drive My Car è la storia di una rieducazione alla vita; la storia di un uomo gelosamente legato ai propri spazi che impara ad accogliere, ascoltare, donare. Il film va guardato con pazienza, come se lo spettatore, legato alle proprie parole e ai propri pensieri come i personaggi, dovesse anch'egli reimparare a guardare e ad ascoltare. Solo così ci si accorge di trovarsi di fronte a un capolavoro. 

(fonte - https://www.mymovies.it)



GIO 18 NOV - ORE 21.00
VEN 19 NOV - ORE 21.00
SAB 20 NOV - ORE 18.30 / 21.00
DOM 21 NOV - ORE 16.00 / 18.30
MER 24 NOV - ORE 21.00
THE FRENCH DISPATCH
Regia di Wes Anderson.
Un film con Benicio Del Toro, Adrien Brody, Tilda Swinton, Léa Seydoux, Frances McDormand.
Commedia, Drammatico, Sentimentale - USA, 2021, durata 108 minuti.

Arthur Howitzer Jr., figlio del fondatore e proprietario del quotidiano "The Evening Sun" di Liberty (Kansas), ha convinto anni prima il padre a finanziare un supplemento domenicale e ha installato la redazione a Ennui-sur-Blasé. Espatriata in Francia, "Picnic" diventa "The French Dispatch" e copre 'con stile' la cronaca del paese. Perché intorno alla sua scrivania, Horowitzer Jr. ha raccolto i migliori giornalisti del suo tempo. Archeologi del quotidiano, 'inseguono' su campo il soggetto che gli è stato assegnato: una contestazione studentesca che volge in idillio, l'indagine di un commissario sulla pista dei rapitori di suo figlio, un artista psicotico e galeotto innamorato della sua secondina, il necrologio di Arthur Howitzer Jr, che ha posato la penna. E l'ultimo numero sarà un'antologia di articoli, i migliori, dedicata a lui. Si stampi.


Benvenuti nel nuovo conte di Wes Anderson, che trasloca in Francia (il film è girato a Angoulême) con un bastimento carico di attori e un flusso ininterrotto di dialoghi.

Parole che diventano la musica ammaliante di un film che è gourmandise per gli occhi. Ogni inquadratura meriterebbe che ci fermassimo per cogliere tutti i dettagli che riempiono lo spazio e l'universo personale di un autore per cui il cinema è soprattutto arte pittorica.

The French Dispatch è una collezione di storie 'adattate' dalla gazzetta diffusa nella città immaginaria di Ennui-sur-Blasé. Un album di 'figurine' e figuranti nobili ma fissi. Come in un vero giornale, i registri (cronaca nera, necrologi, società, cultura, cucina...) si succedono compulsivamente, inciampando sul colore, il bianco e nero, il romanzo grafico. L'iperattività del racconto, la sua messa in scena, la composizione dei quadri, la costruzione dei décor, qualche volta si fa estenuante, riducendo la storia a un pretesto, perché The French Dispatch spinge il patchwork più lontano, con le sue piccole storie incastonate, concepite come tanti capitoli visivi, meticolosamente realizzati a colori o a disegni animati.

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Film inesauribile, che richiede senza dubbio più visioni per riconoscere anche solo i volti delle star (americane e francesi) che appaiono il tempo di un primo piano, The French Dispatch è l'omaggio di Wes Anderson a un mestiere che assomiglia a quello che fu il giornalismo e a un paese che assomiglia alla Francia. Piantata come una 'casa di bambola' al cuore di Ennui-sur-Blasé, la sede del giornale ospita una legione di attori (Tilda Swinton, Bill Murray, Owen Wilson, Benicio del Toro, Léa Seydoux, Mathieu Amalric, Lyna Khoudri, Edward Norton, Elisabeth Moss, Frances McDormand, Timothée Chalamet e ancora) venuti dalle due sponde dell'Atlantico anche solo per una replica, una battuta, per essere un frammento o un bagliore dentro un film costruito alla gloria della carta stampata e del cinema analogico.

Impossibile davvero elencarli tutti, come intravederli sullo schermo e in quella parata funebre e malinconica che apre (e chiude) sulla morte del suo flemmatico direttore. Dopo l'elegia mitteleuropea di Grand Budapest Hotel, Wes Anderson edifica le sue scenografie e consacra il suo film al "The New Yorker", periodico americano fondato nel 1925 e articolato in reportage, critica, saggi, narrativa, satira, commenti sociali e politici, vignette e poesia, e alle sue grandi firme, James Baldwin, Joseph Mitchell, Lillian Ross.


L'edificio di Anderson è saturo di accessori, costumi e meraviglie non commestibili esposte come nella vetrina di una pasticceria d'antan. Impossibili da afferrare o da 'assumere' perché l'autore sembra aver rotto la relazione con la materia del mondo. Resta la minuzia estetica di un orafo maniacale che pratica la leggerezza di superficie e oppone alla barbarie che gronda sul mondo, il fragile e prezioso baluardo della poesia. E in fondo, The French Dispatch è un altro monumento alla grazia, una boule de neige souvenir di Angoulême che cita più che trasformare il cinema di Wes Anderson. 


(fonte - https://www.mymovies.it)


GIO 4 NOV - ORE 21.00
VEN 5 NOV - ORE 21.00
SAB 6 NOV - ORE 21.00
DOM 7 NOV - ORE 16.00 / 21.00
MER 10 NOV - ORE 21.00
LA SCELTA DI ANNE - L'ÉVÉNEMENT
Regia di Audrey Diwan.
Un film con Pio Marmaï, Sandrine Bonnaire, Kacey Mottet Klein, Anamaria Vartolomei.
Drammatico - Francia, 2021, durata 100 minuti.

LEONE D'ORO - FESTIVAL DI VENEZIA 2021

Francia, 1963. Anne ama la letteratura e ha deciso di farne un mestiere, fuggendo un destino proletario. Sui banchi è brillante, sulla pista da ballo altrettanto. Tra una birra e un twist, dribbla gli uomini che la desiderano come in un romanzo rosa. Ma Anne preferisce la letteratura alta e affonda gli occhi blu tra le pagine di Sartre e di Camus. In un ambiente e in un Paese che condanna il suo desiderio e guarda con diffidenza alla sua differenza, Anne scopre un giorno di essere incinta e privata della libertà di decidere del proprio corpo e del proprio futuro. Intanto conta le settimane e cerca disperatamente di trovare una soluzione.


L'événement non è un film da cui si esce indenni. Adattamento del romanzo omonimo di Annie Ernaux, è la storia cruda di una ragazza al debutto della vita per cui è inimmaginabile avere un bambino e rinunciare ai suoi sogni.

Prima della legalizzazione dell'aborto e l'arrivo della pillola contraccettiva, l'interruzione della gravidanza per una donna era un campo di battaglia, il teatro di un vero dramma. L'evento del titolo accade quindici anni prima la Loi Veil, che segna un pre e un dopo. Nella Francia degli anni Sessanta, medici e pazienti rischiavano la prigione in caso di aborto. Prima che una legge consentisse a una donna il diritto all'interruzione volontaria, le donne non avevano scelta e non potevano scegliere di non avere un figlio. Rischiavano la propria salute abortendo clandestinamente e giocandosi a dadi il destino.

Emancipato con cognizione dalle questioni di coscienza, L'événement è soprattutto un'esperienza fisica, un viaggio corporale così freddo e preciso, così netto e frontale da sentire il gemito delle spettatrici in sala quando una sonda abortiva penetra il sesso della protagonista. Audrey Diwan gira in 4:3 e camera in spalla negandoci la via di fuga. Non abbiamo scelta, sentiremo da vicino tutte le emozioni di Anne. Come per la protagonista il mondo fuori non esiste. Non c'è fuori campo per noi e non c'è nessuno per lei, nessuno pronto ad aiutarla, a sostenerla, a consigliarla, a dirle anche solo che andrà tutto bene.


Non esistono personaggi empatici nel film di Audrey Diwan, secco come uno schiaffo ma riparatore come una carezza perché a prevalere alla fine è il corpo finalmente 'liberato' di una donna. Delle donne. Come in ogni libro di Annie Ernaux, il peccato è originale e la vergogna finisce per travolgere. Tutto il mondo si beffa delle sue protagoniste, che smettono di mangiare o di studiare come Anne, che perde la concentrazione e rischia l'avvenire letterario.

Il film avanza e stringe sul volto angosciato dell'eroina, flirtando col genere. Le sequenze dell'aborto non sono gore ma sono sensoriali e immersive fino al limite del sopportabile. Perché L'événement è il rovescio dei favolosi anni Sessanta, un percorso accidentato che opera nella trasparenza raggiungendo l'impensabile (l'espulsione del feto) con un tonfo sordo nella notte.


Costruito come un thriller e scandito dalle settimane della gravidanza, il film alza la posta e il rischio che la protagonista corre per sbarazzarsi di qualcosa di alieno che cresce dentro di lei, qualcosa che la possiede. L'événement ritorna meticolosamente su una situazione che sembra fortunatamente lontana oggi e che è vissuta con palpabile tensione e angoscia dalla giovane protagonista, Anamaria Vartolomei. Nei suoi larghi occhi chiari riaffiora tuttavia un soggetto ancora attuale in numerosi paesi del mondo, negli USA come nell'Europa dell'Est e ancora.

Audrey Diwan espone minuziosamente le stazioni di un incubo, procedendo con una sorta di determinazione politica. L'événement è la storia (vera) di Annie Ernaux, studentessa incinta a Rouen nell'inverno del 1963, offerta e condivisa come un documento che trascende l'individualità a forza di dettagli intimi. È una passione laica che può accadere e dirsi solo con il metodo e lo stile di Annie Ernaux. Audrey Diwan adatta le sue pagine attraverso una sintassi grigia ma necessaria che si scioglie in 'una scena di sacrificio'.


Amaro e limpido, implacabile e coriaceo, L'événement non mancherà di provocare irritazione o repulsione, ma aver 'vissuto' l'accidente sul proprio corpo dà il diritto inalienabile di scriverne, di raccontarlo, rompendo i tabù della clandestinità. L'aborto è diventato legale ma ci sono ancora poche storie e la letteratura sull'argomento è sovente soffocata da ellissi. Annie Ernaux e Audrey Diwan entrano nei dettagli perché sono i dettagli che uccidono.

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MER 17 NOV - ORE 18.00 E 21.00
VEN 19 NOV - ORE 18.00
DOM 21 NOV - ORE 21.00
MULHOLLAND DRIVE
Regia di David Lynch.
Un film con Justin Theroux, Naomi Watts, Laura Harring, Ann Miller, Robert Forster, Diane Baker. Drammatico - Francia, USA, 2001, durata 145 minuti.

MIGLIOR REGIA - FESTIVAL DI CANNES 2001

Una misteriosa ragazza bruna che si fa chiamare Rita, scampata a un terribile incidente stradale sulla Mulholland Drive e affetta da amnesia, si rifugia in un appartamento di Los Angeles abitato da Betty, un'aspirante attrice giunta a Hollywood in cerca di fama; insieme, le due donne indagheranno per far luce sul passato di Rita. Nel frattempo, un regista cinematografico deve subire le vessazioni di un gruppo di mafiosi.


INQUIETANTE, ASTRATTO ED ENIGMATICO NOIR FIRMATO DA DAVID LYNCH CON UNA STRAORDINARIA POTENZA VISIVA

Pensato in origine come il pilot di una serie televisiva mai realizzata e trasformato in seguito in un vero e proprio film, Mulholland Drive (il titolo deriva dal nome di una strada di Los Angeles) è una delle opere più complesse ed enigmatiche nell'itinerario dell'apprezzato regista americano David Lynch. Presentato in anteprima mondiale al Festival di Cannes 2001, ottenendo le lodi dei critici e il premio per la miglior regia, il film è un coinvolgente thriller psicologico a metà strada fra realtà e immaginazione, fra sogno e incubo, che riprende i temi e le situazioni di alcune delle precedenti pellicole di Lynch (Strade perdute, Velluto blu) e del celebre telefilm Twin Peaks, accentuandone l'elemento visionario e surrealista. Il risultato è una pellicola assolutamente unica nel suo genere, consacrata come un vero e proprio cult e considerata una delle vette più alte nella carriera di Lynch.


Dopo una bizzarra introduzione iniziale con una coloratissima scena di danza, lo spettatore viene subito avvolto nell'atmosfera cupa e angosciosa della storia, aperta da un drammatico incidente sulla Mulholland Drive dal quale l'unica a uscire viva è Rita (Laura Elena Harring), una ragazza senza identità e senza memoria (il suo nome è ripreso da un poster di Rita Hayworth). Qual è il mistero che si nasconde nel passato della donna? Quale pericolo incombe su di lei? A tentare di rispondere a queste domande sarà la giovane e ingenua Betty Elms (Naomi Watts), che finirà ben presto per farsi sedurre dal fascino di Rita. A questo intrigante plot giallo si intrecciano poi altre storie parallele, come quella (memorabile) di un uomo che vede materializzarsi il proprio incubo; talvolta, però, queste vicende laterali - come l'episodio semi-grottesco di Adam Kesher (Justin Theroux), un regista alle prese con la mafia - rischiano di risultare scoordinate rispetto alla trama principale, con l'inevitabile conseguenza di rallentare il ritmo narrativo e di influire sulla lunghezza forse eccessiva della pellicola.


Costruito nella prima parte come un thriller alla Twin Peaks, con il passare dei minuti il film di Lynch si fa sempre più ermetico e sconcertante, fino a trasformarsi in un autentico labirinto fatto di flashback, suggestioni oniriche, erotismo e terrori scaturiti dall'inconscio. Il regista mette al centro della scena le due protagoniste - una bionda e una bruna - per poi addentrarsi negli anfratti della psiche e della coscienza e creare un ambiguo senso di suspense, al quale contribuiscono anche le musiche di Angelo Badalamenti e il contrasto fra le inquietanti ambientazioni notturne e le tinte sgargianti delle ville di Los Angeles. Negli ultimi quaranta minuti, il film subisce un improvviso capovolgimento con l'apertura di una piccola scatola blu che rovescia le identità dei personaggi ed i loro rispettivi rapporti; e l'intera trama assumerà di colpo un nuovo significato, tramite il quale sarà possibile dare una diversa disposizione ai vari tasselli del puzzle. Mulholland Drive può apparire di sicuro come un'opera oscura e spiazzante, ma in fondo rappresenta il cinema di Lynch allo stato puro: prendere o lasciare.


(fonte - https://www.mymovies.it)






GIO 28 OTT - ORE 21.00
VEN 29 OTT - ORE 21.00
SAB 30 OTT - ORE 18.30 / 21.00
DOM 31 OTT - ORE 16.00 / 18.30
LUN 1 NOV - ORE 16.00 / 18.30 / 21.00
MER 3 NOV - ORE 21.00
SAB 6 NOV - ORE 18.30
DOM 7 NOV - ORE 18.30

FREAKS OUT
Regia di Gabriele Mainetti.
Un film con Claudio Santamaria, Aurora Giovinazzo, Pietro Castellitto, Giancarlo Martini, Giorgio Tirabassi.
Drammatico - Italia, Belgio, 2021, durata 141 minuti.

C'è una guerra sporca che brucia il mondo e i diversi. In quella guerra sporca c'è un circo e dentro al circo quattro freaks che strappano sorrisi all'orrore. Matilde è la ragazza 'elettrica', Fulvio l'uomo lupo, Mario il nano calamita, Cencio il ragazzo degli insetti. A guidarli è Israel, artista ebreo e 'terra promessa', che ha inventato per loro un destino migliore. Assediati dai nazisti, che hanno occupato Roma e soffocato ogni anelito di libertà, decidono di imbarcarsi per l'America ma inciampano nell'ambizione divorante di Franz, pianista tedesco e direttore artistico del Zirkus Berlin, con troppe dita e poco cuore. Strafatto di etere, Franz vede il futuro e vuole cambiarlo: la Germania non perderà la guerra. A confermarlo sono i suoi deliri, a garantirlo i superpoteri di Matilde, Fulvio, Mario e Cencio. A Franz non resta che scovarli.


Davanti a Freaks Out, e dopo Lo chiamavano Jeeg Robot, non abbiamo più dubbi, Gabriele Mainetti è il mago di Oz del cinema italiano.

Un uragano che ci solleva dalla monotonia della produzione nazionale per precipitarci nella terra dell'avventura, dove sopravvivono creature fantastiche in cerca del loro cuore o del loro coraggio per sconfiggere la paura e una strega, sempre crudele e ciarlatana. Non si allontana troppo dalle rive del Tevere, Mainetti che lascia il cuore del ciclone per sbarcare nel regno della narrazione fantastica nutrita di Storia. Una 'storia' nota che il suo film 'mette in pericolo' attraverso un nazista più nazista degli altri, decisamente antisemita e ostinato a vincere la guerra, perché ha già visto il futuro e la morte del Führer.


Mainetti confonde i fatti reali (l'occupazione di Roma) con gli avvenimenti immaginari (l'arrivo del Circo Mezzapiotta). Cortocircuitando l'esperienza romanzesca e l'illusione di realtà storica, immagina un pianista pazzo che usurpa a Chaplin l'energia burlesca per ridere e irridere l'intolleranza e la tirannia. Da qualche parte tra il gaio dittatore di Mel Brooks e il grande dittatore di Charlie Chaplin, Franz Rogowski torce e rivolta il corpo per entrare meglio nella pelle dell'altro, soprattutto di quello che si detesta.

Giocoliere con mappamondo e bastone (una pistola a canna lunga), l'attore tedesco sa bene che i dittatori sono registi e segretamente coreografi. Sempre comicamente in controtempo, infila in Freaks Out danze improvvisate, balzi e sbalzi di umore perché Franz combatte una battaglia contro il mondo non troppo lontana da quella dei suoi antagonisti, mostri come lui fuori dal circo. Ma se il primo schiverà la realtà senza fine, nascondendo dietro la divisa la propria anomalia, i nostri ci affonderanno temerariamente. Persino Cencio, il più pavido tra loro finirà per volare alto "senza aria e senza rete".

Alla caricatura distruttiva del nazismo trionfante, Mainetti oppone ancora una volta un eroe, quattro eroi popolari, poveri diavoli e nobili attori che maneggiano il grottesco con brio. Riconfermato Claudio Santamaria, riconoscibile dietro al pelo mannaro, assolda Pietro Castellitto, silhouette albina e in contropiede costante, Giancarlo Martini, clown incipriato e 'dotato' di magnetismo, e Aurora Giovinazzo, orfana 'luminosa' che dirige i codici del film storico verso l'intrattenimento mutante.

Ancora una volta Mainetti si orienta verso attori dal fisico passe-partout per attraversare inosservato l'orrore. Un déclic, la sparizione improvvisa del loro 'leader', catturato dai nazisti, apre la coscienza e rimette sulla diritta via gli eroi, che faranno scelte più ambiziose che accendere lampadine o domare insetti, piegare forchette o calamitarle sul petto. Il cammino è sinuoso e l'ostacolo ha la stessa forza sovraumana. E in ragione di quella forza, i fantastici quattro si faranno compassionevoli giustizieri, praticando la giustizia poetica e facendo fondere d'amore lo spettatore.


Sprofondato nel cuore di tenebre della storia, Freaks Out incarna veramente il tema del peso della responsabilità indotta dai superpoteri, essenziale nel mito del supereroe e abdicato da tempo dalla Marvel. Mainetti realizza un film di super-eroi che non si prende mai gioco di loro, permette ai protagonisti di esistere realmente, non hanno bisogno di costumi (a parte quelli di scena), mescolandosi nella società come eroi quotidiani. La figura (super)eroica è soggetto ricorrente del cinema di Gabriele Mainetti, una variante alternativa e ben più intima dei due intoccabili giganti Marvel e DC. Genere dominante da più di dieci anni a Hollywood, una presa di potere che si spiega col contesto ideologico (il dopo 11 settembre), tecnico (l'eccellenza degli effetti speciali) e socioculturale (l'avvento dei geek), raramente viene realizzato oltre i confini americani. È probabile che i nostri supereroi resteranno per sempre all'ombra dei rivali d'oltreoceano, sovralimentati e dopati con spettacolari effetti speciali, è sicuro che non abbiamo i loro superpoteri ma abbiamo senz'altro le idee. L'idea per esempio di mischiare il 'neorealismo' locale con la figura americana del supereroe.

Se Lo chiamavano Jeeg Robot giocava la carta deviante, intimista e minimalista, Freaks Out gioca quella spettacolare dentro 'Roma città aperta' dove immagina una Magnani invincibile che sopravvive al suo 'Francesco'. Mainetti non copia gli americani ma applica la sensibilità (e la cultura) del vecchio continente al genere supereroico. Il risultato è un film storico fantastico e originale, una combinazione di malizia, emozione e umiltà.


L'autore tira la riga del fronte, da una parte gli eroi ordinari (ebrei, partigiani, freaks), stanchi e abbandonati fuori dal mondo e dentro ambienti dismessi dove il cattivo cova e li minaccia, dall'altra i colori e lo slancio degli effetti speciali, l'immaginario pop rilasciato a piccole dosi. Niente di esagerato, tutto si fonde bene, in maniera vivace, fluida, dinamica. Il cast, eterogeneo e governato da Giorgio Tirabassi, funziona a meraviglia. Gli attori giocano la parte e ritrovano una forma di innocenza.

Pieno di un candore assunto senza complessi, Freaks Out re-incanta il mondo attraverso l'eroismo, producendo meraviglia, paura, eccitazione, fede. Fede nel cinema creativo e ricreativo. Un consiglio, restate incollati ai titoli di coda e vedrete cosa è stato del tempo che ci è stato concesso. 

(fonte - https://www.mymovies.it)