PROSSIMAMENTE

PROSSIMAMENTE


GIO 25 APRILE - ORE 16.00 / 18.30 / 21.00
VEN 26 APRILE - ORE 21.00
SAB 27 APRILE - ORE 18.30 / 21.00
DOM 28 APRILE - ORE 16.00 / 18.30 / 21.00
UN'ALTRA VITA - MUG
Regia di Malgorzata Szumowska.
Un film con Mateusz Kosciukiewicz, Agnieszka Podsiadlik, Malgorzata Gorol.
Drammatico - Polonia, 2018, durata 91 minuti.

🥇 GRAN PREMIO DELLA GIURIA - BERLINO 2018


Jacek ama l'heavy metal e il suo cane. Si diverte ad attraversare le strade di campagna come se fossero piste da corsa e a giocare la parte del tipo alternativo in un tradizionale villaggio della Polonia. Jacek lavora in un cantiere vicino alla frontiera polacco-tedesca dove verrà costruita la più grande statua di Gesù al mondo, che deve competere con quella di Rio de Janeiro. Tuttavia poco dopo aver chiesto la mano alla sua fidanzata Dagmara con cui progettava un futuro insieme, un terribile incidente al lavoro gli sfigura completamente il viso e gli stravolge la vita. Assediato dalla stampa polacca, Jacek diventa il primo caso nel Paese di trapianto alla faccia. La gente lo festeggia come eroe nazionale e martire del lavoro, ma lui non riesce più a riconoscersi allo specchio. Nel frattempo la statua di Gesù diventa sempre più alta.



Dopo In the name of (2013), Malgorzata Szumowska ritorna ad esplorare la vita di provincia della Polonia rurale, imbevuta di cattolicesimo bigotto e superstizioni popolari, in un dramma dallo humour nero e i toni grigi.

La regista polacca conduce sapientemente un aspro dramma sul suo Paese, di cui porta alla luce contraddizioni, ipocrisie e un orgoglio religioso e nazionalistico, di cui è simbolo l'enorme statua di Gesù. La storia di Jacek, outsider del paese che ascolta i Metallica, porta jeans strappati e sogna di trasferirsi in Inghilterra, offre dunque uno sguardo impietoso sulla ristrettezza di orizzonti di un villaggio a cui non si sente di appartenere. Sarà probabilmente lo stesso amore-odio della regista per la sua terra madre, da cui si allontana ma a cui sempre ritorna, che la aiuta a distanziarsi in campi lunghi sulla bellezza della sua Polonia per poi focalizzarsi sullo squallore e sulla piattezza della gente di provincia. In piani sempre più stretti Szumowska osserva il volto sfigurato di Jacek, specchio di un villaggio deformato da meschinità, volgarità e fatalismo.

Mug, che vuol dire appunto "brutto muso" ci porta a riflettere sulla percezione di sé e quella degli altri, sul significato di identità in rapporto all'apparenza. Il viso deforme di Jacek non gli permette più di lavorare, vivere o essere amato come prima, perfino dalla sua stessa madre che vede in lui un'altra persona, un estraneo.

Il duro realismo della storia che non cede ad alcuna edulcorazione, si tinge tuttavia della bizzarra leggerezza della commedia fantastica in una dramma commovente venato di sottile ironia. La caratterizzazione dei personaggi, che assomigliamo piuttosto a caricature, tra cui il prete del villaggio, riescono a suscitare il riso nonostante la tragicità della situazione.


A introdurre il tono di Mug, la scena d'apertura con una corsa di clienti in lingerie per i saldi di intimo in un ipermercato, in una metaforica visione del consumismo, stabilisce una strana e inconfortevole atmosfera che perdura per tutto il film fino all'apparizione dell'opera finita della statua di Gesù che su tutti veglia. Tra l'assurdo e il grottesco, dunque, la sofferenza di Jacek, che rimanda in qualche modo a quella di Gesù, rimane come testimonianza della lotta di un singolo alienato dalla sua comunità.

(fonte - https://www.mymovies.it)




GIO 18 APR - ORE 21.00
VEN 19 APR - ORE 21.00
SAB 20 APR - ORE 18.30 / 21.00
DOM 21 APR - ORE 16.00 / 18.30 / 21.00
LUN 22 APR - ORE 16.00 / 18.30 / 21.00
MER 24 APRILE - ORE 21.00
BIGLIETTO UNICO 6 EURO
CYRANO MON AMOUR
Regia di Alexis Michalik.
Un film con Thomas Solivéres, Olivier Gourmet, Mathilde Seigner, Tom Leeb, Lucie Boujenah.
Commedia - Francia, 2018, durata 109 minuti.


Edmond Rostand, autore senza successo e senza un soldo, sogna di passare dall'ombra alla luce. Sostenuto da Rosemonde, la sua consorte, e da Sarah Bernhardt, l'attrice più celebre della Belle Époque, deve comporre in tre settimane una commedia per Monsieur Constant Coquelin, divo navigato che vorrebbe rilanciare la sua carriera. L'ispirazione ha il volto di Jeanne, costumista e amica di Léo, attore bello ma senza eloquenza. A prestargliela è Edmond, che avvia un fitto carteggio con Jeanne. Lettera dopo lettera trova le rime e il sentimento per nutrire la pièce e incarnare un guascone filosofo. Il 28 dicembre 1897 al Théâtre de la Porte Saint-Martin andrà finalmente in scena "Cyrano de Bergerac", il testo più recitato della storia del teatro francese.


Nel 1897 Edmond Rostand, poeta inquieto e misconosciuto di ventinove anni, si ispirava liberamente al fantasma di uno scrittore dimenticato, Cyrano de Bergerac, per scrivere un dramma eroico e melanconico che farà la gloria del Théâtre de la Porte Saint-Martin.

Nel 2016, Alexis Michalik, drammaturgo celebre di trentaquattro anni, ricalcava il gesto artistico di Edmond Rostand per realizzare una pochade corale e ottimista che fa (ancora) la gioia del Théâtre du Palais-Royal, cinque Molières vinti e oltre 700.000 spettatori. Making of di «Cyrano de Bergerac», Cyrano Mon Amour è al debutto una sceneggiatura destinata al cinema che l'inerzia dei produttori trasforma in progetto teatrale prima di riconvertirla finalmente in film.

Adattata per lo schermo e nello spirito di Shakespeare in Love, la pièce di Alexis Michalik combina vero e falso e reinventa la storia della scrittura e della creazione di questo monumento del repertorio teatrale francese. "Cyrano de Bergerac" è un testo talmente celebre che la sua reputazione lo precede. Un po' come il naso del guascone poeta, suscettibile, furioso, eccessivo ma mai ridicolo. Risibili sono gli altri, gli avversari. Cyrano è un romantico insolente, un folle colossale dall'animo puro, un innamorato cortese dalla faccia grottesca che nasconde sotto i versi e le rime il suo infinito dolore e la sua straziante solitudine.

Eludendo tutti i rischi del teatro filmato e impiegando a meraviglia lo spazio, questa volta illimitato del cinema, Michalik affonda la spada nel cuore della pièce di cui illustra il processo creativo: dalla crisi all'illuminazione, passando per gli imprevisti tecnici, le riletture caotiche, gli ostacoli burocratici, i capricci dell'ego, gli equivoci da boulevard, i salvataggi in estremo, gli atti di coraggio, il trionfo della prima, le quaranta chiamate alla ribalta.

Infuso il romanticismo di "Cyrano" nella vita intima di Rostand, Michalik dirige il suo primo film con entusiasmo, leggerezza e slancio gioioso, prendendosi delle libertà con la realtà (Rostand non ha scritto "Cyrano" in tre settimane, il "Bolero" di Ravel è stato composto diversi anni dopo) e confrontando fino a confonderlo il fervore di Rostand con quello del suo personaggio.

Thomas Solivérès incarna febbrilmente il ruolo del titolo a cui aggiunge una punta di angoscia perché non ha ancora trent'anni ma ha già due figli e troppe ambasce. A fianco di Olivier Gourmet, che interpreta un gaudente Coquelin, il primo attore a infilare il naso di Cyrano, Solivérès conferisce a questo seducente oggetto di cinema un'urgenza, il desiderio di raccontare la sua storia davanti a un pubblico desideroso di intenderla.



Scritto e montato (a teatro e al cinema) come un vaudeville, con porte che si aprono e si chiudono, personaggi che vanno e vengono, ritmo serrato e apparizioni comiche di Georges Feydeau, Georges Courteline e Anton Čechov in attesa dentro un bordello parigino, Cyrano, Mon Amour allinea il personaggio di Cyrano a quello di Edmond ma con una differenza significativa. La prospettiva di Cyrano è lo scacco (sentimentale). Il fallimento è quello che rende rimarcabile il suo personaggio e la pièce di Rostand. La prospettiva di Edmond e del suo creatore, è invece il successo. Alexis Michalik è così affascinato dal successo al punto da essere condannato ad ottenerlo. Insomma alla fine della licenza lui tocca e riesce in tutto quello che tocca (Le Porteur d'histoire, Le Cercle des illusionnistes).

Ma quale pièce applaude lo spettatore sulla ribalta? Quella che racconta che tutto è possibile o quella di un amore impossibile? Di sicuro Cyrano Mon Amour ha la forza rara delle storie belle da piangere. E il pennacchio.

(fonte - https://www.mymovies.it)


MAR 16 APRILE - ORE 21.00
BIGLIETTO UNICO 6,00 EURO
TRANSFERT
Regia di Massimiliano Russo.
Un film con Alberto Mica, Massimiliano Russo, Paola Roccuzzo, Clio Scira Saccà, Enrico Sortino.
Thriller - Italia, 2017, durata 101 minuti.


Stefano Sofia è un giovane psicoterapeuta che si deve confrontare con pazienti non facili nei confronti dei quali dimostra interesse e sensibilità. Fino a quando non gli si presenta il caso di due sorelle che vanno in analisi convinte, ognuna per la sua parte, che sia l'altra ad averne bisogno. Non sarà facile per lui confrontarsi con le loro tensioni emotive.
Massimiliano Russo alla sua opera prima fa centro grazie a una sceneggiatura capace di attrarre l'attenzione sin dalle prime battute. Si potrebbe dire che la strada gliel'ha spianata In Treatment rendendo mediaticamente coinvolgenti delle sedute tra terapeuta e paziente seduti uno di fronte all'altro.


Russo però non approfitta della situazione per offrirci una sorta di 'seguito' cinematografico ma interviene con grande originalità sull'elemento di base per consentirci di compiere un viaggio all'interno di una psiche.

La definizione di transfert che si trova su Wikipedia potrebbe mettere sull'avviso. È la seguente: "Il transfert (o traslazione) è un meccanismo mentale per il quale l'individuo tende a spostare schemi di sentimenti, emozioni e pensieri da una relazione significante passata a una persona coinvolta in una relazione interpersonale attuale. Il processo è largamente inconscio ovvero il soggetto non comprende completamente da dove si originino tali sentimenti, emozioni e pensieri. Il transfert è fortemente connesso alle relazioni oggettuali della nostra infanzia e le ricalca." L'invito allo spettatore è però quello di non cercare di sapere di più per farsi coinvolgere da uno sviluppo dell'azione che testimonia della professionalità e della padronanza degli strumenti della scrittura da parte di Russo.

Il quale si colloca poi sia dietro che davanti la camera cucendosi su misura un ruolo determinante ma lasciando quello del protagonista ad Alberto Mica che sa come gestire le diverse fasi emotive che attraversa il suo Stefano. Il quale passa dall'autocontrollo imposto dalla professione a tensioni la cui spiegazione è complessa. Lo spettatore viene spinto ad empatizzare con lui mentre progressivamente fa la conoscenza dei suoi non facili pazienti. Non è esperienza frequente quella di trovare un'opera prima italiana così controllata su tutti i piani (ivi compreso quello della recitazione di tutti gli attori) che sia in grado di proporsi al di là dei confini nazionali senza aver nulla da invidiare a nessuno.

(fonte - https://www.mymovies.it)


GIO 11 APR - ORE 21.00
VEN 12 APR - ORE 21.00
SAB 13 APR - ORE 18.30 / 21.00
DOM 14 APR - ORE 16.00 / 18.30 / 21.00
ORO VERDE
C'ERA UNA VOLTA IN COLOMBIA
Regia di Cristina Gallego, Ciro Guerra.
Un film con Carmiña Martínez, José Acosta, Jhon Narváez, Natalia Reyes, José Vicente.
Drammatico - Colombia, Danimarca, 2018, durata 125 minuti.


Alla fine degli anni Sessanta, in Colombia, nella regione settentrionale abitata dagli indiani Wayuu, che ancora vivono di pastorizia e coltivazione della terra, l'ambizioso Rapayet sposa la giovane Zaida. In poco tempo, il ragazzo convince delle proprie capacità imprenditoriali i capiclan e avvia un fiorente commercio di marijuana verso gli Stati Uniti alleandosi per interesse con una famiglia rivale. La ricchezza derivante dal narcotraffico modifica radicalmente lo stile di vita della comunità di Rapayer e conduce nel corso degli anni Settanta a uno scontro fratricida con gli alleati, che verrà combattuto cercando di rispettare usi e tradizioni di un mondo in via di sparizione.



Oro verde è un film antropologico che si trasforma inaspettatamente in un gangster movie seguendo la disgregazione di un popolo nel passaggio da un'economia arcaica a una di tipo capitalistico.

«30 capre, 20 mucche, 5 collane e 2 muli»: è la dote pagata da Rapayet per sposare Zaida all'inizio di Oro verde - C'era una volta in Colombia (versione italiana a metà tra Herzog e Leone dell'originale Pajaros de verano). Negli anni '60 del '900, un popolo che ha saputo difendersi «contro i pirati, gli inglesi, gli spagnoli e i governi» preserva ancora intatta la sua natura fuori dal tempo. Come nel precedente El abrazo dela serpiente, Ciro Guerra - a cui si aggiunge alla regia la co-sceneggiatrice e produttrice Cristina Gallego - lavora da antropologo, riprendendo con sguardo documentaristico il rituale di corteggiamento dei Wayuu e indagando le dinamiche interne a una comunità.

Ma laddove non ha potuto la Storia, possono il denaro e l'economia di mercato: i soldi ricavati dal narcotraffico verso il Nord America mutano nel giro di pochi anni la geografia umana e sociale della famiglia di Rapayet. I muli sono sostituiti dalle jeep, i coltellacci dalle pistole, un raggruppamento di capanne da un fortino blindato, e il film stesso si trasforma in un gangster movie sull'ascesa e la caduta di un narcotrafficante.

La violenza e il calcolo economico diventano i principi regolatori di un mondo che evolve alla velocità della luce, ma che, paradossalmente, nel momento in cui si allontana dalle proprie radici si ritrova attorno alle proprie tradizioni. A differenza infatti di quanto avviene nel cinema americano - a cominciare dai film di Scorsese o dalla saga del Padrino, in cui la parabola ascendente della mafia italoamericana porta a una perdita dei legami col passato - nella guerra tra i clan Wayuu a dominare sono regole ancestrali fatte rispettare dai membri anziani.

I rituali di vendetta e di compensazione del sangue compiuti in nome della sete di potere non sono diversi da quelli matrimoniali dell'incipit, ma sono di segno opposto, presagi di morte e di tragedia, e sono raccontati con modalità che non appartengono più alla natura di chi li pratica.

Senza alcun riscontro con l'evoluzione della società colombiana - che nell'arco temporale del film entra nella modernità e vede l'affermarsi dei cartelli della cocaina di Medellin - la guerra fratricida dei Wayuu esce progressivamente dalla Storia ed entra in una dimensione simbolica che documenta alla pari di un saggio d'antropologia l'annientamento di un popolo.

Il passaggio stesso del film da uno sguardo di tipo etnografico a uno spettacolare - con la scena dell'assedio al castello che potrebbe appartenere a un action americano - testimonia di una trasformazione epocale che non riguarda solamente l'economia di una società, ma più in generale e in modo ancora più drammatico la sua cultura e il suo immaginario inevitabilmente colonizzati.

(fonte - https://www.mymovies.it)


MERCOLEDÌ 10 APRILE
ORE 16.00 - 5 EURO
ORE 21.00 - 6 EURO (STUDENTI / ARCI)
ENAMORADA
Regia di Emilio Fernández.
Un film con Pedro Armendáiz, María Félix, Fernando Fernandez, José Morcillo, Eduardo Arozamena.
Drammatico - Messico, 1946, durata 99 minuti.


Durante la rivoluzione messicana, le truppe zapatiste del generale Reyes conquistano la città di Cholula e arrestano tutti i notabili del luogo per impossessarsi dei loro beni. La figlia di uno di questi, Beatriz, giunge per chiedere la liberazione del padre e fa innamorare il generale. Convinto a liberare il padre della ragazza dall'amico sacerdote Rafael, Reyes corteggia disperatamente Beatriz, nonostante questa sia fidanzata con un ingegnere americano e respinga la sua corte con toni sprezzanti. Per amore Reyes arriverà a rinunciare a difendere la città dal contrattacco dei federali e a lasciare che Beatriz sposi l'uomo a cui è promessa, generando però nella donna un sentimento altrettanto forte e la decisione di unirsi a lui e alle sue truppe.


Edizione restaurata di uno dei capolavori dell'epoca d'oro del cinema messicano, Enamorada è una storia d'amore durante la rivoluzione tra commedia e melodramma.

Distribuito dalla Cineteca di Bologna, dopo il restauro del UCLA Film & Television Archive e dalla Film Foundation's World Cinema Project di Scorsese e la presentazione lo scorso anno a Cannes e al Cinema ritrovato (in proiezioni presiedute dallo stesso Scorsese), Enamorada è uno dei capolavori di Emilio Fernández, celebre figura di cineasta messicano che fra gli anni '20 e gli anni '80 del secolo scorso lavorò prima a Hollywood come comparsa e poi esordì in patria come attore e regista diventando il capofila dell'epoca d'oro del cinema messicano (1933-1960), vincendo Cannes nel 1944 con La vergine indiana, girando la versione cinematografica di "La perla" di Steinbeck e tornando saltuariamente negli Stati Uniti per realizzare remake dei suoi stessi lavori (tra cui lo stesso Enamorada, rifatto nel '49 con il titolo Viva il generale José) o lavorare nei film di Sam Peckinpah (era il perfido generale Mapache nel Mucchio selvaggio).

Western, commedia sofistica, melodramma, Enamorada è un film sfuggente, capace di mutare in maniera inaspettata tonalità e umori a partire da una libera revisione di "La bisbetica domata" di Shakespeare. Romantico e spiritoso, comico e contemplativo, procede in maniera liberissima, alternando scene d'azione (quando Beatriz fa saltare in aria Reyes con alcuni petardi) a meditazioni sull'amore e la compassione.

Con uno stile visivo giocato sui contrasti e ispirato a Ėjzenštejn, Fernandez sfrutta le immagini espressioniste del direttore della fotografia Gabriel Figueroa (a sua volta influenzato da Gregg Toland, principale collaboratore del regista sovietico) per mettere in relazione la violenza dei sentimenti dei protagonisti con la ricchezza architettonica del barocco messicano e per dare alla storia d'amore una connotazione spirituale che esclude l'incontro fisico ed esalta le scelte morali.

Attraverso la mediazione dell'uomo di Chiesa Rafael, Reyes e Beatriz - interpretati dalle star del cinema messicano María Félix e Pedro Armendáriz - arrivano a così incarnare le due anime di un popolo, quella violenta ma assetata di giustizia e quella selvaggia ma compassionevole, e la loro unione diventa il segno più autentico della rivoluzione. Un nazionalismo celebrativo che oggi può risultare datato e troppo celebrativo, ma che nulla toglie all'originalità di questo film bellissimo e inclassificabile.

(fonte - https://www.mymovies.it)


VEN 29 MAR - 21.00
SAB 30 MAR - 18.00 / 21.00
DOM 31 MAR - 16.00 / 21.00
PETERLOO
Regia di Mike Leigh.
Un film con Rory Kinnear, Maxine Peake, Pearce Quigley, David Moorst, Rachel Finnegan.
Drammatico - Gran Bretagna, 2018, durata 154 minuti.


Il giovane trombettiere Joseph sopravvive miracolosamente alla sanguinosa battaglia di Waterloo e torna a casa, a Manchester, dalla sua famiglia di umili operai. Ma un'altra battaglia si prepara da quelle parti: quella del popolo inglese del dopoguerra, ridotto alla fame dalla disoccupazione e dalla tassa sull'importazione del grano e trattato con a ferocia e ingiustizia da una magistratura ecclesiastica arrogante e violenta. Giovani radicali e meno giovani riformisti moderati prendono a riunire folle sempre più numerose, pronte a domandare in piazza il diritto di voto che la Costituzione prevede per loro. Il governo di Londra, informato dei fatti, si prepara invece a difendere i propri privilegi, affilando le armi.


Mike Leigh drammatizza gli eventi che precedettero e si consumarono durante il cosiddetto "massacro di Peterloo", quando, il 16 agosto 1819, più di sessantamila persone da tutto il circondario si riunirono pacificamente in St Peter's Field e vennero brutalmente travolte dalla cavalleria dell'esercito, finendo uccise o ferite.

Forte del budget più consistente di cui abbia mai disposto e dell'esperienza nel campo del film d'epoca accumulata con il biopic su Turner, inscena un affresco storico e sociale in cui la dimensione epica non è mai afflato superficiale ma affonda nel fango delle strade, nella precisione degli interni domestici, dei gesti della fabbrica, del legno grezzo dei bicchieri di cui pare di percepire il peso e dell'erba alta delle campagne di cui ci fa sentire l'odore. Un livello di avvicinamento all'oggetto del racconto che talvolta, quando sotto la lente ci sono le figure umane, sfora nel grottesco, richiamando certe espressioni artistiche di propaganda rivoluzionaria.

Ma naturalmente, Peterloo parla anche al presente, in più di un modo. È il ricordo del lungo e sacrificale cammino che ha portato alla democrazia contemporanea, alle libertà e ai diritti civili che tutela, ma è anche impossibile non leggere, tra le immagini di piazza di quell'estate di due secoli esatti fa, eventi assolutamente più recenti: ragazzi, ragazze, signore, giornalisti, tutti disarmati, presi a spintoni e bastonate, impossibilitati a mettersi in salvo per il blocco delle vie di fuga.

"Qualcosa cambierà e qualcosa rimarrà sempre uguale" afferma il vecchio padre di Joseph, tentando di immaginare il futuro, alla vigilia della grande manifestazione. E infatti qualcosa permane: oggi come allora una patata scagliata per protesta contro la carrozza del potere ci mette un attimo a diventare, nel passaparola popolare quanto in quello ufficiale, una pietra, poi due proiettili, financo una cannonata. E Leigh dedica una grande parte del film all'arte della parola e alle sue degenerazioni, non solo per distinguere i danni dei discorsi non verificati dalla missione del buon giornalismo ("Dovremo raccontare i fatti di oggi nei minimi dettagli", dice il cronista londinese ad un collega, sui resti della carneficina, ed è possibile che il regista abbia obbedito alla stessa dichiarazione d'intenti), ma anche e soprattutto confrontando l'oratoria dei radicali con la retorica dei rappresentanti del regime.

Entrambi le parti, all'epoca, necessitavano del ricorso ad un'esposizione orale per immagini quanto più vivida e ardita possibile, ma erano i loro scopi a differire. Il cinema mentale dei potenti dell'ancient régime era compiaciuto e feroce, formale e aggressivo. Quello degli oratori del popolo poteva apparire esagerato, ma serviva a far sognare un modo più giusto.

(fonte - https://www.mymovies.it)