PROSSIMAMENTE

PROSSIMAMENTE


EVENTO SPECIALE
MER 30 GENNAIO - ORE 21.00
BIGLIETTO UNICO 6 EURO
ROMA
Regia di Alfonso Cuarón.
Un film con Yalitza Aparicio, Marina de Tavira, Marco Graf, Daniela Demesa, Diego Cortina Autrey.
Drammatico - Messico, USA, 2018, durata 135 minuti.

🥇 LEONE D'ORO - FESTIVAL DI VENEZIA 2018
🥇 MIGLIOR REGIA - GOLDEN GLOBES 2019
🥇 MIGLIOR FILM STRANIERO - GOLDEN GLOBES 2019


Messico, 1970. Roma è un quartiere medioborghese di Mexico City che affronta una stagione di grande instabilità economico-politica. Cleo è la domestica tuttofare di una famiglia benestante che accudisce marito, moglie, nonna, quattro figli e un cane. Cleo è india, mentre la famiglia che l'ha ingaggiata è di discendenza spagnola e frequenta gringos altolocati. I compiti della giovane domestica non finiscono mai, e passano senza soluzione di continuità dal dare il bacio della buonanotte ai bambini al ripulire la cacca del cane dal cortiletto di ingresso della casa: quello in cui il macchinone comprato dal capofamiglia entra a stento, pestando i suddetti escrementi. Perché nel Messico dei primi anni Settanta tutto coesiste: la nuova ricchezza come la merda degli animali da cortile, il benessere ostentato dei padroni e la schiavitù "di nascita" dei nullatenenti. Tutto convive in un sistema contradditorio ma simbiotico in cui le tensioni sociali non tarderanno a farsi sentire, catapultando il recupero delle terre espropriate in cima all'agenda dei politici in cerca di consensi.


Era dai tempi di Y Tu Mama Tambien che Alfonso Cuaron non girava un film nel suo nativo Messico, e sono trascorsi cinque anni da quando Gravity l'ha definitivamente consacrato al gotha hollywoodiano.

In un bianco e nero pastoso che mescola ricordi nostalgici e denuncia sociale, con Roma Cuaron torna alle proprie radici e racconta il Messico della sua infanzia, nonché il debito di riconoscenza che tutti i figli della borghesia messicana devono alle tate e alle "sguattere" che li hanno cresciuti con amore e devozione. Roma è il suo film più intensamente personale e più provocatoriamente politico, e racconta un intero Paese attraverso il suo frattale minimo, e il più indifeso.

Cleo è un prodigio di efficienza e un contenitore di dolcezza senza fondo, cui attingono senza vergogna e senza scrupoli coloro che hanno avuto la fortuna di nascere in una classe sociale più elevata, e i cui avi hanno contribuito a depredare le risorse del Paese, che appartenevano - quelle sì per diritto di nascita - alla popolazione indigena. In lei si consuma una quieta implosione, quella di essere umano così stanco di spendersi per gli altri che "fare finta di essere morta" le sembra un gioco sorprendentemente piacevole. In aggiunta alla sua condizione di india povera, Cleo è donna: e questo la rende il paria della terra, inferiore persino a quegli uomini nullatenenti che le ronzano intorno, e che imbottigliano energia vitale per la rivoluzione a venire, ma dimenticano la più elementare decenza nei confronti delle proprie compagne. Il ritratto che Cuaron fa di un maschile distruttivo e irresponsabile, contrapposto ad un femminile accuditivo e aperto al cambiamento, collega Roma a Gravity nella convinzione che il futuro sia donna.

In questo mondo in trasformazione (ma non necessariamente direzionato verso un reale progresso) terremoti e incendi cercano di spazzare via il vecchio, mentre i latifondisti imbalsamano le proprie prede e i propri compagni di caccia affinché tutto rimanga uguale, e il loro privilegio resti immutato. Cleo calpesta il fango delle baraccopoli come le maioliche delle case dei ricchi, e continua a dare a piene mani lasciandosi depauperare ogni giorno, e augurandosi silenziosamente la morte per sé e per la sua stirpe (soprattutto se femminile). Ma il miracolo di Roma è trasformare la sua storia nel ritratto di una dignità umana così profonda e inalienabile da metamorfizzare ogni cosa in straziante bellezza.

Cuaron applica la propria consumata maestria tecnica e compositiva ad una storia girata in sequenza in 108 giorni, e interpretata da non attori di rara autenticità. La sequenza su cui scorrono i titoli di testa è già un capolavoro ed enuclea tutta la narrazione a seguire: nello specchio della lisciva con cui Cleo pulisce i pavimenti appare il riflesso dell'aeroplano che porterà via chi può dalla quotidianità degradata del quartiere.

L'autore firma sceneggiatura, montaggio, direzione della fotografia e naturalmente regia, concedendosi piani sequenza e carrellate da grande artista, senza per questo interferire nella linearità essenziale della storia. A tessere il suo grande arazzo ci sono una ricostruzione d'ambiente vertiginosa (di Eugenio Caballero, premio Oscar per Il labirinto del fauno) e un sound design che ci fa avvertire tutti i rumori di fondo, spesso apparentemente provenienti dai lati esterni della sala cinematografica.

(fonte - https://www.mymovies.it)


GIO 17 GEN - ORE 21.00
VEN 18 GEN - ORE 21.00
SAB 19 GEN - ORE 18.30 / 21.00
DOM 20 GEN - ORE 16.00 / 18.30 / 21.00
MAR 23 GEN - ORE 21.00
6 EURO PER TUTTI
LA TERRA DELL'ABBASTANZA
Regia di Olivier Assayas.
Un film con Guillaume Canet, Juliette Binoche, Vincent Macaigne, Nora Hamzawi, Christa Théret.
Commedia - Francia, 2018, durata 100 minuti.


Alain è un editore inquieto che ama Selena ma la tradisce con la sua assistente, che odia l'ultimo libro di Léonard ma lo pubblica, che ama le vecchie edizioni ma ragiona sull'Espresso Book Machine. Léonard è uno scrittore 'confidenziale' che ama sua moglie ma la tradisce con Selena. Depresso e lunare, scrive da anni lo stesso libro ed è narcisisticamente incompatibile con la sua epoca. Tra loro fa la sponda Selena, attrice di teatro convertita alla serie televisiva. Al seno di una società upgrade e dentro un mondo divenuto virtuale, conversano, mangiano, bevono e fanno (sempre) l'amore.



Vestito da commedia il nuovo film di Olivier Assayas restituisce come un boomerang la sua reputazione di autore intellettuale. A tal punto da invitarci a tavola.

Non fiction è letteralmente un simposio di idee, dialoghi e riflessioni ad alto voltaggio. L'attenzione punta ancora una volta sulla modernità (Sils Maria) e un'etnografia di comportamenti di dipendenza che ci legano ai "motori di ricerca" dove sfilano le ultime news del mondo. Su questo punto l'autore esprime una malinconia graffiante ma affatto ostile, dispiegando un doppio movimento quasi contraddittorio.

C'è al principio un adeguamento del suo cinema a tutte quelle forme contemporanee della comunicazione, successivamente, una volta apparecchiata la scenografia, Assayas ricolloca alla giusta distanza i feticci della nostra modernità, aprendo il décor a dialoghi vivi come in uno scambio di tennis, lanciando stoccate qualche volta appassionate, sovente caustiche, contro questa nuova realtà di flussi e di schermi a cui nessuno riesce più a sfuggire.

Ma se in Sils Maria i personaggi si scrivevano per SMS, si parlavano su Skype e appena facevano la conoscenza di qualcuno si lanciavano su un computer per 'googlizzarlo', in Non fiction questa intermediazione permanente di schermi e di reti elettroniche si converte in situazioni conviviali e luoghi rituali (brasserie, bistrot, café, salotti, cucine, camere da letto) che aiutano a vivere e a elaborare i colpi della modernità.

Alla maniera di Marc Augé ("Un etnologo al bistrot"), i protagonisti siedono ai tavolini dei bistrot parigini oscillando tra nostalgia e futuro anteriore. Aggrappati a conversazioni improvvisate e a bicchieri sempre pieni, discutono sulla meccanica del testo. Perché Alain è un editore e Léonard uno scrittore alle prese, ciascuno a suo modo, resistente o bendisposto, con le nuove tecnologie e la loro influenza sulla lettura e la scrittura. Concentrandosi sulle mutazioni forti che continuano a spostare i nostri orizzonti letterari, Non fiction fa della virtualità uno strumento romanzesco come il telefono all'inizio del XX secolo, quando il narratore di Marcel Proust temeva che la "signorina del telefono" interrompesse la sua chiamata o quando Jean Cocteau in La voce umana creava una tensione drammatica straordinaria col suo "Ne coupez pas!" in cui c'era tutta la dipendenza della relazione amorosa dal nuovo mezzo di comunicazione che faceva irruzione.

Non fiction racconta allo stesso modo un cambiamento d'epoca e di cultura, incrociandolo i cammini di creazione e di vita dei suoi personaggi, e riformula relazioni e sentimenti ai tempi dei social media. In mutazione perpetua la "forma-libro" è al centro di domande profonde e di umori fugaci, al cuore di una commedia rigorosa e di una sofferenza intima che monta al fianco di Alain, a cui Guillaume Canet presta quella sua attitudine a mettersi in pericolo, girando film autobiografici (Piccole bugie tra amici, Rock'n Roll) o cedendo al sogno americano (Blood Ties - La legge del sangue).


A servirgli la replica è il fanciullo eterno e scapigliato di Vincent Macaigne, che ai tempi della 'tirannia dell'intimità' cerca la sua verità in quello che esibisce. Tra loro Juliette Binoche, espressione assoluta di un'arte poliedrica ed esigente a confronto con il sorgere delle nuove star (Sils Maria) e di nuovi ruoli da giocare nell'era digitale (la lettura degli audiobooks). Senza posa Assayas passa da quello che lo tocca direttamente, ripescando qualche volta nei suoi stessi ricordi (Qualcosa nell'aria), a qualcosa che è (più) lontano da lui. E lo fa con una serenità che sconfina nella saggezza ma che lascia planare sul suo film un'inquietudine che afferra stretto lo spettatore. La solitudine fuori dai suoi bistrot è in agguato. Il mondo rassicurante dei libri, che si sciupano e assumono una fisionomia individuale secondo la voracità delle nostre letture, si trasforma, creando nuovi punti di riferimento e perdendo i vecchi. Il film cattura questi cambiamenti senza mai dire "era meglio prima". Si tratta, sfogliando le pagine sciupate o quelle ancora intonse, di vedere passare la malinconia e di rammentarci il fluire del tempo. Un soggetto magnifico e arduo, messo in scena da un autore in stato di grazia.

(fonte - https://www.mymovies.it)


MER 20 FEB - 21.00
SOLO AL RAGGIUNGIMENTO
DEL QUORUM (30 BIGLIETTI)
L'EVENTO SARA' CONFERMATO

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THE MILK SYSTEM
Regia di Andreas Pichler.
Documentario - Germania, Italia, 2017, durata 90 minuti.


Il latte è sinonimo di salute e benessere. È considerato un alimento naturale e ricco di elementi nutrienti, il che lo rende un prodotto ideale per il mercato. Ma il latte è veramente così salutare? Per trovare risposte a questa domanda il film esamina da vicino il sistema produttivo del latte, incontrando contadini, politici, lobbisti, ONG e scienziati.


Andreas Pichler prende le mosse dai ricordi dell’infanzia, dalle mucche al pascolo, da allevamenti di paese per iniziare un viaggio che ci mostra quanto la ‘via lattea’ sia irta di ostacoli e di sorprese.

L’allevatore di un tempo è stato quasi ovunque soppiantato da stalle tecnologicamente attrezzate in cui stazionano mucche in batteria che non vedono mai un prato. Pilcher fa parlare gli allevatori che ci rivelano una condizione operativa sempre più complessa e povera di soddisfazioni.

Il ritmo produttivo assomiglia sempre più a una catena di montaggio alimentare in cui ciò che è di ostacolo (ad esempio i vitelli) viene o svenduto o soppresso. I cosiddetti progressi della scienza aumentano lo sfruttamento delle mucche da latte riducendone al contempo l’arco di vita. Ma ciò che soprattutto ritorna come problema dei problemi è la strategia che le multinazionali hanno sviluppato nei confronti di un mercato del tutto vergine formato da un miliardo di possibili consumatori: la Cina.

La convinzione di poter avere una salute migliore e di poter diventare più alti (sic) sono tra le motivazioni che stanno facendo aumentare in maniera più che consistente il consumo di latte e latticini in quel Paese. Ciò dovrebbe significare introiti maggiori per i produttori europei.


Purtroppo invece le multinazionali riescono ad imporre prezzi bassi all’origine grazie a un meccanismo perverso che Pilcher fa emergere senza neanche avere necessità di costruire una tesi. Basta ascoltare le parti in causa per comprendere come la situazione sia sempre più complessa e come il cosiddetto libero mercato l’abbia resa tale e apparentemente senza vie d’uscita che non siano l’allevamento biologico con prodotti a km 0. Che pochi però riescono a impiantare e sostenere.

(fonte - https://www.mymovies.it)


GIO 3 GEN - ORE 21.00
VEN 4 GEN - ORE 21.00
SAB 5 GEN - ORE 18.30 / 21.00
DOM 6 GEN - ORE 16.00 / 18.30 / 21.00
MAR 8 GEN - ORE 21.00
6 EURO PER TUTTI
NELLE TUE MANI
Regia di Ludovic Bernard.
Un film con Lambert Wilson, Kristin Scott Thomas, Jules Benchetrit, Karidja Touré, Elsa Lepoivre.
Commedia - Francia, 2018, durata 105 minuti.


Mathieu Malinski è un ragazzo delle banlieue che vive di espedienti e custodisce un segreto che Pierre Geithner, direttore del Conservatorio di Parigi, vuole rivelare al mondo. Dopo averlo sentito suonare Bach al pianoforte nella hall della Gare de Lyon, Pierre non ha dubbi sul suo talento ma Mathieu fa resistenza e si mette nei guai coi compagni di sempre. Arrestato per furto, chiede aiuto a Pierre che fa commutare la detenzione in una misura alternativa da scontare in Conservatorio. Attirato nel tempio della musica e invaghitosi di Anna, violoncellista virtuosa, Mathieu accarezza progressivamente l'idea di diventare pianista e di partecipare a un prestigioso concorso. La vita però sempre accanirsi e remare contro.



Al suo terzo film Ludovic Bernard conferma la sua passione per i protagonisti che lasciano le zone di comfort per confrontarsi con un universo altro, di cui non conoscono i codici.

Dopo l'ascesa sociale (e letterale) di un giovane senegalese, che scala l'Everest senza alcuna esperienza della montagna (L'Ascension), e dopo l'ambizione di una giovane borghese parigina, che vorrebbe riscattare un negozio di chincaglieria per farne un supermercato (Mission Pays Basque), Ludovic Bernard firma un'altra commedia romantica che riposa sulle spalle di un giovane protagonista che una volontà di ferro condurrà lontano.

Come l'eroe di L'Ascension, Mathieu Malinski viene dalle banlieue con tutti i suoi cliché, a titolo esemplificativo i due amici che spendono le giornate in strada. Come Samy, Mathieu decide per amore di una fanciulla di tentare la sorte ma diversamente dal suo coetaneo, neofita della montagna, il protagonista di In Your Hands è un pianista dotato che ha soltanto bisogno di una chance. Quella che gli offre il direttore di Lambert Wilson ed educa l'insegnante di Kristin Scott Thomas. A questo punto non è difficile immaginare il percorso che lo condurrà a una felice rivalsa sulle note di Rachmaninov, già spremuto da Shine.

La struttura, tutt'altro che complessa, è piegata sovente a salti cronologici su regressivi momenti d'infanzia che mostrano le origini del dono e chiariscono l'indocilità del carattere. Continuamente sbilanciato sul ripiegamento, In Your Hands segue l'arco classico di ascesa, caduta e resurrezione di un virtuoso del pianoforte. Ma niente "luccicanza" nel sogno romantico di Mathieu.

Ludovic Bernard, a lungo assistente di Luc Besson, firma una storia edificante ma modesta sull'integrazione, il riscatto e il superamento di sé. Una favola che affianca la prodezza alla love story, relazione sentimentale che aiuta il protagonista a riequilibrarsi e a misurarsi con la sua passione musicale. Il regista fatica a chiudere il film in piedi scivolando in situazioni facili, infilando nell'ultimo atto una serie melodrammatica di sventure, realizzando il processo di trasformazione del protagonista e attingendo a piene mani alla dimensione eroica, proprio in opposizione a prove, ostacoli, incidenti, infermità (l'infiammazione al tendine che interrompe gli esercizi a un passo dall'esibizione e accresce la tensione in sala).

Destinato agli adolescenti, confortati dall'amore che mette le ali, In Your Hands privilegia il côté patetico-sentimentale e segnala un'assenza paterna che resta l'unico tentativo di disturbare un racconto che ha per protagonista Jules Benchetrit, figlio di Samuel Benchetrit e Marie Trintignant, e per tonalità il conformismo. Intensamente compresso, l'attore dona la replica a Lambert Wilson, chic, impeccabile e irrimediabilmente compiaciuto davanti alla sua creazione e alla cover di un giornale americano. Ma la sua justesse lo impone e trova sempre la maniera di farsi perdonare.

(fonte - https://www.mymovies.it)


MERCOLEDI' 9 GENNAIO
ORE 16.00 - BIGLIETTO UNICO 5 EURO
ORE 21.00 - BIGLIETTO UNICO 6 EURO
- RIDOTTO STUDENTI / ARCI 5 EURO - 
GLI UCCELLI
Regia di Alfred Hitchcock.
Un film con Jessica Tandy, Rod Taylor, Suzanne Pleshette, Tippi Hedren, Veronica Cartwright.
 Drammatico - USA, 1963, durata 120 minuti.


In un negozio di animali di San Francisco, s'incontrano e si conoscono l'avvocato Mitch Brenner e la ricca e famosa Melanie Daniels, figlia dell'editore di un grande giornale. Mitch finge di scambiarla per una commessa e le domanda una coppia di "inseparabili" (Love Birds) per il compleanno della sorellina Kathy. Melanie, indispettita ma anche affascinata, decide di recapitargliela di persona, per fargli una sorpresa. Non trovandolo in città si spinge fino a Bodega Bay, dove l'uomo passa i fine settimana con la madre e la sorella. Qui, però, Melanie viene inspiegabilmente attaccata da un gabbiano alla testa. Ed è solo il primo di una serie di attacchi inquietanti degli uccelli, sempre più numerosi e feroci, contro gli abitanti della cittadina.


Cinquantesimo titolo di Hitchcok, e tecnicamente il più complesso di tutti, Gli Uccelli fa seguito al successo di Psyco e segna il debutto sullo schermo di Tippi Hedren.

Dopo aver attinto alla letteratura di Daphne Du Maurier già due volte (la più nota fu per Rebecca), Hitch, in collaborazione con lo sceneggiatore Evan Hunter, trasforma profondamente il setting di partenza del racconto (di cui possedeva i diritti ma dal quale non credeva inizialmente di poter trarre un lungometraggio), e ne riscrive ex novo i personaggi, conservando però la sensazione di impotenza, d'angoscia e di trappola che lo avevano attratto alla prima lettura.

Per le scene degli uccelli, si fece ricorso ad un pioniere dell'animazione disneyana, lo stesso che aveva sdoppiato Hayley Mills per Il cowboy con il velo da sposa, e anche a manufatti meccanici, ma per la maggior parte vennero utilizzate vere riprese di veri uccelli, ritoccate, sovraimpresse e moltiplicate.

Sebbene oggi il risultato tecnico non sia comparabile con ciò che si ottiene tramite computer grafica, l'impatto delle immagini originali non perde di efficacia alcuna e l'effetto in qualche modo stilizzato e astratto delle stesse amplifica ulteriormente il sentimento angosciante dell'inspiegabile e la natura deviata e imprevedibile del fenomeno. Il motivo del comportamento degli uccelli, infatti, non solo non viene mai spiegato, ma nel copione s'insiste sulla sua insensatezza, sul suo andare contro natura rispetto alle abitudini dei volatili, così come più volte sostenuto dall'ornitologa nel ristorante accanto al porticciolo.

Nulla è lasciato al caso, nel film: ogni dettaglio è frutto di un lavoro maniacale di documentazione e invenzione, compresa la somiglianza tra Jessica Tandy e Tippi Hedren, accentuata da costumi e acconciature, che fa della madre e dell'amante di Mitchell una sorta di figura bifronte.

L'interpretazione ultima è invece lasciata allo spettatore, ma, nella dinamica tra prigionia e liberazione, e nella rappresentazione del comportamento ondivago e imprevedibile degli uccelli, come fossero forze esistenti ma rimosse, erroneamente credute addomesticate, non è difficile ipotizzare un parallelo con la forza irresistibile e perturbante del desiderio sessuale. Non a caso è la bionda eroina a scatenare la minaccia, nel momento in cui s'intrufola nell'abitazione dell'uomo per lasciare i due pappagallini (e che il personaggio della Hedren e i due volatili in gabbia siano "inseparabili" lo testimonia anche il comune verde del loro piumaggio e del tailleur di lei). Ma Gli Uccelli è questo e molto altro. Metafora dei bombardamenti bellici, di una crisi morale diffusa, di una giustizia divina irrazionale o di una natura che conserva un cuore selvaggio e una violenza assassina, il più metafisico dei film di Hitchcock (manca completamente di colonna musicale), sorta di messa in scena della paura stessa, è anche il più spettacolare. Un cinema widescreen che non accenna a farsi ridimensionare dal tempo.

(fonte - https://www.mymovies.it)













GIO 10 GEN - ORE 21.00
VEN 11 GEN - ORE 21.00
SAB 12 GEN - ORE 18.30 / 21.00
DOM 13 GEN - ORE 16.00 / 18.30 / 21.00
MER 16 GEN - ORE 21.00
BIGLIETTO UNICO 6 EURO
UNA NOTTE DI 12 ANNI
Regia di Álvaro Brechner.
Un film con Antonio de la Torre, Chino Darín, Alfonso Tort, Soledad Villamil, Sílvia Pérez Cruz.
Drammatico - Francia, Argentina, Spagna, 2018, durata 123 minuti.


Settembre 1973. L'Uruguay è sotto il controllo di una dittatura militare. Il movimento di guerriglia dei Tupamaros è stato schiacciato e smantellato da un anno. I suoi membri sono stati imprigionati e torturati. In una notte di autunno, nove prigionieri Tupamaro vengono portati via dalle loro celle nell'ambito di un'operazione militare segreta che durerà 12 anni. Da quel momento in poi, verranno spostati, a rotazione, in diverse caserme sparse nel Paese e assoggettati a un macabro esperimento; una nuova forma di tortura mirata ad abbattere le loro capacità di resistenza psicologica.


È interessante che a distanza di pochi giorni arrivino nelle sale cinematografiche italiane due opere che ci ricordano ciò che accadde in due Paesi dell'America Latina nella seconda metà del secolo scorso. Si tratta del documentario Santiago, Italia di Nanni Moretti sul Cile e di questo film.

Entrambi, seppure con modalità narrative diverse, ci ricordano ciò che accade quando una brutale dittatura in nome di un preteso 'diritto' cancella qualsiasi forma di trattamento umano nei confronti dei detenuti. Seguiamo i 4323 giorni di detenzione di tre dei nove guerriglieri catturati ed assistiamo ad una scientifica quanto abietta strategia finalizzata non tanto ad ottenere informazioni (le quali con il trascorrere degli anni divengono sempre meno utili) quanto piuttosto per devastarne la psiche uccidendoli di fatto pur mantenendoli in vita.

Di carcere in carcere siamo testimoni delle privazioni e umiliazioni a cui vengono sottoposti nonché alla falsa assistenza esibita nel momento in cui la Croce Rossa chiede di conoscerne le condizioni di detenzione. In questo inferno costituito da celle fatiscenti possono però essere dettate lettere d'amore per procura o si può arrivare al ridicolo di una defecazione difficile da realizzare per mancanza di un'autorizzazione superiore. Ciò che prevale però è la denuncia di un sistema di oppressione che ha cinematograficamente i tempi e i ritmi dei film che negli anni '70 avevano il coraggio di raccontare quanto accadeva e riuscivano ad attrarre un pubblico anche numericamente considerevole.


Si pensi, a titolo di esempio, al cinema di Costa Gavras a partire da Z - L'orgia del potere. Quanto è accaduto di recente con Sulla mia pelle lascia ben sperare nel fatto che, per quanto lontane nel tempo e nello spazio, queste vicende uruguaiane attirino almeno un po' di attenzione. Scriveva Cesare Beccaria nel 1764: "Una crudeltà consacrata dall'uso nella maggior parte delle nazioni è la tortura del reo mentre si forma il processo, o per costringerlo a confessare un delitto, o per le contradizioni nelle quali incorre, o per la scoperta dei complici, o per non so quale metafisica ed incomprensibile purgazione d'infamia, o finalmente per altri delitti di cui potrebbe esser reo, ma dei quali non è accusato." Film come questo possono forse aiutare a riflettere anche chi, ancora oggi, vorrebbe che i metodi di tortura tornassero a non essere più considerati come reati.

(fonte - https://www.mymovies.it)