PROSSIMAMENTE

PROSSIMAMENTE


ANFFAS OPEN DAY 2019

SPETTACOLO UNICO
MER 20 MARZO - 21.00
BIGLIETTO UNICO - 6 EURO
BE KIND
UN VIAGGIO GENTILE
NEL MONDO DELLA DIVERSITÀ
Un film di Nino Monteleone, Sabrina Paravicini. Documentario, durata 83 min. - Italia 2018.


Be Kind è un film autoprodotto, quasi familiare, nato dal desiderio di Sabrina Paravicini di fare un regalo al proprio figlio, nel corso dei mesi di lavorazione si è trasformato in un vero e proprio film e racconta il viaggio da piccolo regista di una persona diversa all'interno della diversità, intesa non come differenza, ma come ricchezza nella varietà. L'idea del film nasce da una domanda di sua madre: «Ti andrebbe di raccontarti?». Lui ha accettato. La mamma, l'attrice e regista Sabrina Paravicini, lo accompagna in un percorso fisico ma soprattutto emotivo, dove ogni tappa rappresenta un incontro con persone che raccontano le esperienze attraverso la condivisione delle loro storie.



(fonte - https://www.mymovies.it)


VEN 22 MARZO - ORE 21.00
SAB 23 MARZO - ORE 18.30 / 21.00
DOM 24 MARZO - ORE 16.00 / 18.30 / 21.00
MER 27 MARZO - ORE 21.00
RICORDI?
Regia di Valerio Mieli.
Un film con Luca Marinelli, Linda Caridi, Giovanni Anzaldo, Camilla Diana.
Drammatico - Italia, Francia, 2018, durata 106 minuti.


Lui, docente universitario di Storia romana, è problematico e tormentato proprio come piace a Lei, che gli si manifesta eternamente solare e comprensiva. Lei, insegnante di liceo vive immersa nel presente, ritenendo che "una cosa è già bella durante, non solo dopo, quando te la ricordi". Lui invece i ricordi li immagazzina, li impila uno sopra l'altro, senza riuscire più a distinguere i confini fra presente e passato, e senza essere capace di immaginarsi il futuro. La loro storia d'amore non può che procedere in modo discontinuo, attraverso tante piccole fratture della superficie visiva, in continuo andirivieni fra flash back e flash forward. Il sorriso ostinato di Lei comincia a scomparire e lo smarrimento esistenziale di Lui procede a fagocitare tutto ciò che era naturale e spontaneo nella loro coppia.


Di coppia torna a parlare Valerio Mieli, a quasi dieci anni da Dieci inverni, il suo lungometraggio di esordio. E anche stavolta accarezza i suoi protagonisti con la sua regia empatica e avvolgente, coadiuvato dalla magnifica direzione della fotografia di Daria D'Antonio e dal montaggio fluido di Desideria Rayner, che intessono una trama delicata fatta di nostalgie e di emozioni.

E poiché Lui crede che il presente non esista, la trama cancella ogni permanenza dell'immagine procedendo per salti temporali e sovrapposizioni, sottraendosi alle regole della continuità narrativa.

Questa volta però il lavoro sulla grammatica filmica non è altrettanto interessante, né altrettanto originale, di quello fatto su Dieci inverni, che raccontava una storia d'amore cogliendola in dieci stagioni e lasciandoci immaginare ciò che fosse successo durante le primavere, estati e autunni a noi invisibili. In Ricordi c'è un altro rapporto amoroso disannileato in cui la tempistica fra i due personaggi è sempre fuori sincrono, e c'è la scelta di riproporre i ricordi come memoria soggettiva dei singoli. Ma se dal punto di vista estetico quel vagare fra corpi e sensazioni è puro piacere, dal punto di vista drammaturgico è troppo debitore di altro cinema precedente, in particolare Un amore di Gianluca Maria Tavarelli, al punto di scritturare nei panni di Lei un'attrice, Linda Caridi, che somiglia a Lorenza Indovina, e a rendere Lui (Luca Marinelli) fisicamente simile a Fabrizio Gifuni in quel film del 1999.

Il risultato è una storia romantica che conferma le grandi capacità registiche di Mieli ma cede ad una forma di onanismo non solo nella struttura della trama, ma anche in certi dialoghi avvoltolati su se stessi: quelli che nell'ambito di una relazione amorosa sono tollerabili, ma diventano stucchevoli se trasposti sul grande schermo. Lo sturm und drang del tutto privo di ironia del protagonista maschile ha qualcosa di ottocentesco, il che significa antico ma anche superato: ci domandiamo se, fra le tante preoccupazioni reali che tormentano un trentenne di oggi, resti lo spazio per convinzioni masochiste come "Una storia comincia a finire non appena è iniziata".

(fonte - https://www.mymovies.it)


GIO 14 MAR - ORE 21.00
VEN 15 MAR - ORE 21.00
SAB 16 MAR - ORE 18.30 / 21.00
DOM 17 MAR - ORE 16.00 / 18.30 / 21.00
LA PROMESSA DELL'ALBA
Regia di Eric Barbier.
Un film con Charlotte Gainsbourg, Pierre Niney, Didier Bourdon, Jean-Pierre Darroussin, Catherine McCormack.
Biografico, Drammatico, Sentimentale - Francia, 2017, durata 131 minuti.


Nina Kacew è una donna irascibile e tenace che sogna il figlio ambasciatore e grande romanziere. Caparbiamente convinta che il suo ragazzo sia promesso a un destino fuori dal comune, ogni sua azione è votata alla causa. Cresciuto in Polonia e sotto l'egida di questa madre febbrile che lo educa alle gioie e agli scacchi della vita, Romain sperimenta il mondo fuori e quello domestico affollato di dame che indossano i cappelli che Nina cuce per loro. Ma è la Francia che Nina ha promesso a suo figlio, la terra dove diventerà uomo e farà i suoi studi. Trasferitasi a Nizza, Nina finirà per gestire un grazioso hotel in riva al mare e guardare il suo ragazzo partire per Parigi e poi per la guerra, che incombe come i nazisti ai confini. Tra andate e ritorni, tra separazioni e promesse, tra lettere interminabili e carezze infinite, Romain combatterà la sua battaglia e diventerà tutto quello che Nina aveva sognato per lui.


Quella di Romain Gary e di sua madre è la storia di un amour fou, incondizionato, fusionale che lo scrittore raccontò in uno dei suoi romanzi più belli e più celebri.

Uscito nel 1960 "La promessa dell'alba" è il ritratto di una donna pugnace, il racconto di un figlio letteralmente posseduto dalla madre e di una traiettoria epica che Éric Barbier restituisce con foga ed energia. La principale qualità del suo film è di aver colto il carattere 'senza sosta' di una donna bigger than life, lo slancio romanzesco che la guidava e che applicava al quotidiano, immaginando in grande il futuro del suo bambino.

La madre di Romain Gary aveva il senso della messa in scena e ne aveva fatto il motore della sua rocambolesca esistenza, spesa tra la Polonia e la Francia. A incarnarla sullo schermo è Charlotte Gainsbourg, mai così estroversa, che dispiega una forza fino ad oggi inesplorata e trova un ancoraggio al suolo e a un ruolo che invade letteralmente il film e la vita di un figlio che non lascia respirare un secondo. Silhouette solida e veemente a cui presta la replica il Romain Gary di Pierre Niney, che fatica a trovare una maniera coerente di interpretare il suo personaggio, divorato dall'amore di una madre che lo forza a diventare quello che aveva deciso che sarebbe stato. Ma quando lo trova, lontano da lei e nell'ospedale da campo dove affronta la febbre tifoide, il risultato è impressionante, una performance fragile e intensa, epica e intima che non trascura lo humour.

Accademico e illuminato da una luce aurea e passatista, La promessa dell'alba diluisce la passione divorante di una madre per un figlio in una serie di episodi, qualche volta bizzarri che sembrano esistere soltanto per provare il coraggio del protagonista e placare le attese materne. Pescando nella materia autobiografica, un amore debordante che aveva immaginato per il figlio le carriere le più folli, Babier traduce per lo schermo la storia di un uomo che ha deciso di fare della sua vita un'opera d'arte, rendendo giustizia a chi lo ha tanto amato.


Romain Gary diventerà davvero ambasciatore e scrittore, un autore dallo stile limpido, che scriverà un'ode a sua madre, ripercorrendo la loro relazione e poi i suoi amori, gli amici, la Resistenza, la guerra, la lotta per la giustizia e un mondo migliore. Un libro sulla solitudine dell'uomo davanti al proprio destino, sulla bellezza debordante della vita che l'autore 'siglerà' con una Smith & Wesson. Ma prima ci sarebbero stati gli aerei, le ambasciate, i premi letterari e le donne più belle. La promessa dell'alba è quella di un destino degno del grande schermo. Quarantotto anni dopo la versione di Jules Dassin (Promessa all'alba) sotto i bombardamenti e le scenografie opulente, Éric Barbier firma la sua, un onesto divertissement che non cerca sorprese estetiche e offre l'occasione allo spettatore di ritornare a leggere i romanzi di un ragazzo spinto troppo presto a farsi uomo virile ed eroico da una mamma accecata dall'amore per la sua creatura.

E La promessa dell'alba non dimentica mai di essere una storia raccontata da un mitomane, lui stesso sottomesso ai sogni stravaganti della madre. La forza emozionale del film deve tutto alle pagine di Gary, al lavoro degli attori e a un epilogo in cui il reale rivendica il suo posto e subentra accorato all'immaginazione.

(fonte - https://www.mymovies.it)


MERCOLEDÌ  13 MARZO
ORE 21.00 - 14 EURO
FREE SOLO
Regia di Jimmy Chin, Elizabeth Chai Vasarhelyi.
Un film con Tommy Caldwell [II], Jimmy Chin, Alex Honnold, Sanni McCandless.
Documentario - USA, 2018, durata 100 minuti.

🥇 WINNER - MIGLIOR DOC. PREMIO - OSCAR 2019
🥇 WINNER - MIGLIOR DOC. - BAFTA 2019


Alex Honnold è un ragazzo introverso che fatica a socializzare. Una cosa, però, la sa fare bene, anzi, come nessun altro: scalare. Così, montagna dopo montagna, a mani rigorosamente nude, senza protezioni, si conquista la fama mondiale del free climber più intrepido, tanto da riuscire a scalare la vetta di El Capitan, sua ultima leggendaria impresa che ha richiesto ben tre anni di preparazione, atletica quanto mentale.


La prima scena è da capogiro. C'è un trentenne che scala un'impervia parete rocciosa in t-shirt, senza corde. Vertigini si alternano alla voglia di scoprire chi sia costui e perché si impegni in un'impresa tanto stra-ordinaria.

Si passa subito al racconto della persona, alla vita trascorsa in un camioncino tra pentole e docce tutt'altro che confortevoli, allenamenti fisici e appunti quotidiani su un diario. A metà tra flusso di coscienza e intervista, Alex Hannold si racconta al suo amico Jimmy Chin, regista e climber professionista, che lo segue in tutti i sensi. Ci illustra le copertina dei giornali dedicate all'atleta, ma anche la filosofia del ragazzo che, malgrado la fama mondiale, è rimasto se stesso: un appassionato di arrampicata a mano libera, tra sudore, polvere di roccia, volatili e sole.

Ha un QI più alto della media e il centro di controllo della paura (amigdala) inibito dagli anni di allenamento senza tener conto delle paure, eppure resta un ragazzo modesto, semplice, alla mano.

Immancabile il flashback sulla sua infanzia, con tanto di repertorio fotografico: Alex era un bambino "timido e malinconico", che preferiva arrampicarsi piuttosto che parlare con chicchessia. La fortuna è stata, per lui, poter trasformare il proprio hobby in una carriera dove l'unico, non indifferente, limite è che un solo passo fuori posto può essere fatale.

C'è il tocco e la sensibilità della co-regista Chai Vasarhelyi nella descrizione, poi, dell'incontro che colora la vita di Honnold, quello con Sanni McCandless, grazie alla quale scopre il significato del verbo abbracciare e, in sostanza, amare. Ma un free climber può permettersi di abbandonarsi ad una relazione? Il film lascia che questo interrogativo si insinui, sottolineando la filosofia da guerriero del protagonista: da una parte l'abnegazione totale e la necessità di concentrarsi sull'obiettivo al 101%, dall'altra la ricerca della perfezione nell'impossibilità dell'errore. Nel mezzo la maestosità della natura, il trionfo di rumori e colori, l'arcobaleno che spunta involontario e regale tra le cascate.

Il lavoro di Chin non è invidiabile solo a livello di montaggio (due anni di riprese, per un totale di circa 700 ore di girato) ma anche e soprattutto da un punto di vista umano: è un documentario "in arrampicata", girato scalando tutti quanti, protagonista e troupe, in uno strano mix di adrenalina e paura condivisa di rischiare di riprendere l'irriprendibile.

È un film potente e coraggioso, Free Solo, di indubbio impatto emotivo, ma anche esteticamente ricercato. Colpisce l'attenzione ai dettagli, dal tocco di una roccia simile a una carezza fino al rito di allacciarsi le scarpe, convince il focus sullo spirito prima che sull'impresa. Paradossalmente Honnold avrebbe potuto non arrampicarsi mai, il film non ne avrebbe risentito. Perché mira a raccontare la precarietà della condizione umana che solo il coraggio e l'accanita preparazione di un uomo possono sfidare. E vincere, addirittura: quando raggiunge la cima di El Capitan, un obiettivo dichiarato impossibile da tutti prima di lui, Honnold sancisce il trionfo della finitezza umana sull'infinito. Questa la vera forza di un documentario giustamente candidato agli Oscar dopo aver vinto ai Bafta, suggellato dalla perfetta canzone di Tim McGraw: "Gravity is a fragile thing".

(fonte - https://www.mymovies.it)


MER 3 APRILE - 21.00
VEN 5 APRILE - 18.30
LA MIA SECONDA VOLTA
Regia di Alberto Gelpi.
Un film con Simone Riccioni, Mariachiara Di Mitri, Aurora Ruffino, Daniela Poggi, Federico Russo.
Drammatico - Italia, 2019.


Diciott'anni, vitale e creativa, un talento ancora da indirizzare: questa è Giorgia (Mariachiara Di Mitri). Brucia dalla voglia di finire la quinta liceo artistico ed evadere dalla provincia dove è cresciuta... la stessa in cui, per studiare all'Accademia di Belle Arti, s'è ritirata Ludovica (Aurora Ruffino). Lei di anni ne ha ventitré e sa già cosa vuole: diventare scenografa. Conoscendosi tramite il fratello di Mariachiara (Simone Riccioni), scopriranno l'imprevedibilità del destino, tra amicizie profonde, amori inaspettati e sogni d'evasione accesi da una variopinta carovana sulle rive d'un lago. Troveranno il coraggio d'affrontare le conseguenze delle loro scelte... perché nessuno è un'isola e il gesto di ognuno, nel bene o nel male, si riflette su tutti gli altri. Un viaggio verso l'età adulta che tocca le speranze, i timori, le difficoltà e le gioie di ogni percorso di crescita.




(fonte - https://www.mymovies.it)


VEN 15 MAR - 19.15
PROIEZIONE CONFERMATA
I AM THE REVOLUTION
Regia di Benedetta Argentieri
Documentario - 2018, durata 74 minuti.


In mezzo alla guerra e al fondamentalismo, sono cresciute donne leader che comandano eserciti, organizzano la fuoriuscita delle altre donne dalla schiavitù, guidano forze politiche laiche e progressiste, andando villaggio per villaggio a sfidare i talebani. Queste donne praticano la democrazia più avanzata che possiamo immaginare nei contesti meno favorevoli possibili. Queste donne testimoniano la rivoluzione necessaria ovunque.

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Se la proiezione non dovesse realizzarsi verrai rimborsato




GIO 14 MARZO - ORE 18.30
BIGLIETTO UNICO 6,00 EURO
TRANSFERT
Regia di Massimiliano Russo.
Un film con Alberto Mica, Massimiliano Russo, Paola Roccuzzo, Clio Scira Saccà, Enrico Sortino.
Thriller - Italia, 2017, durata 101 minuti.


Stefano Sofia è un giovane psicoterapeuta che si deve confrontare con pazienti non facili nei confronti dei quali dimostra interesse e sensibilità. Fino a quando non gli si presenta il caso di due sorelle che vanno in analisi convinte, ognuna per la sua parte, che sia l'altra ad averne bisogno. Non sarà facile per lui confrontarsi con le loro tensioni emotive.
Massimiliano Russo alla sua opera prima fa centro grazie a una sceneggiatura capace di attrarre l'attenzione sin dalle prime battute. Si potrebbe dire che la strada gliel'ha spianata In Treatment rendendo mediaticamente coinvolgenti delle sedute tra terapeuta e paziente seduti uno di fronte all'altro.


Russo però non approfitta della situazione per offrirci una sorta di 'seguito' cinematografico ma interviene con grande originalità sull'elemento di base per consentirci di compiere un viaggio all'interno di una psiche.

La definizione di transfert che si trova su Wikipedia potrebbe mettere sull'avviso. È la seguente: "Il transfert (o traslazione) è un meccanismo mentale per il quale l'individuo tende a spostare schemi di sentimenti, emozioni e pensieri da una relazione significante passata a una persona coinvolta in una relazione interpersonale attuale. Il processo è largamente inconscio ovvero il soggetto non comprende completamente da dove si originino tali sentimenti, emozioni e pensieri. Il transfert è fortemente connesso alle relazioni oggettuali della nostra infanzia e le ricalca." L'invito allo spettatore è però quello di non cercare di sapere di più per farsi coinvolgere da uno sviluppo dell'azione che testimonia della professionalità e della padronanza degli strumenti della scrittura da parte di Russo.

Il quale si colloca poi sia dietro che davanti la camera cucendosi su misura un ruolo determinante ma lasciando quello del protagonista ad Alberto Mica che sa come gestire le diverse fasi emotive che attraversa il suo Stefano. Il quale passa dall'autocontrollo imposto dalla professione a tensioni la cui spiegazione è complessa. Lo spettatore viene spinto ad empatizzare con lui mentre progressivamente fa la conoscenza dei suoi non facili pazienti. Non è esperienza frequente quella di trovare un'opera prima italiana così controllata su tutti i piani (ivi compreso quello della recitazione di tutti gli attori) che sia in grado di proporsi al di là dei confini nazionali senza aver nulla da invidiare a nessuno.

(fonte - https://www.mymovies.it)