PROSSIMAMENTE

PROSSIMAMENTE


GIO 13 DIC - ORE 21.00
VEN 14 DIC - ORE 21.00
SAB 15 DIC - ORE 18.30 / 21.00
DOM 16 DIC - ORE  16.00 / 18.30 / 21.00
LUN 17 DIC - ORE 21.00
MAR 18 DIC - ORE 21.00
BIGLIETTO UNICO 6,00 EURO
LONTANO DA QUI
Regia di Sara Colangelo.
Un film con Maggie Gyllenhaal, Parker Sevak, Gael García Bernal, Anna Baryshnikov, Rosa Salazar.
Drammatico - USA, 2018, durata 96 minuti.


Lisa Spinelli è una maestra d'asilo con la passione per la poesia, tanto che i suoi figli ormai quasi adulti la trovano trasformata dalle lezioni che sta seguendo e il marito sente di essere un po' trascurato. Lisa non è di per sé molto dotata, ma sa riconoscere il talento altrui e rimane folgorata da quello di un bambino dell'asilo, Jimmy, che ogni tanto cammina avanti e indietro come in trance recitando poesie impressionanti. Lisa decide di proteggerlo da una società indifferente al suo talento e fa il possibile per educarlo, spingendosi però molto oltre i limiti della sua professione a intraprendendo quasi una crociata personale.


Remake di un omonimo film israeliano di Nadav Lapid del 2014, The Kindergarten Teacher è la storia di una donna che di fronte alla crisi di mezz'età ritrova una passione per la vita e l'abbraccia in modo totalizzante.

È pertanto una storia di speranza e disperazione, che nasce dalla disillusione dell'età adulta, dalla rassegnazione ai sogni infranti di una madre che avrebbe voluto di più dai suoi figli e forse anche dal suo matrimonio. Non si tratta però di una donna che si getta in un'altra relazione (sebbene ci vada vicina), bensì di un progetto personale di assoluta purezza, che la pone sola contro tutti, inclusi i colleghi, le istituzioni e persino i genitori del bambino che vorrebbe aiutare e di cui è tragicamente la sola a vedere il talento. Persino il suo maestro di poesia si rivelerà una totale delusione e per certi versi anche il piccolo Jimmy la tradirà in più di un momento, ma questo non scalfisce minimamente la sua convinzione di essere nel giusto e in fondo il film finisce quasi per darle ragione, con una conclusione a suo modo tragica.

Al centro di questo remake, più o meno fedele, firmato da Sara Colangelo c'è Maggie Gyllenhaal, in una delle sue prove più sottili e intense. Tutto il resto è di contorno, anche se non mancano volti famigliari o promettenti, dall'insegnante di poesia interpretato da Gael García Bernal, alla babysitter che ha il volto di Rosa Salazar, prossima protagonista di Alita: Angelo della battaglia, fino a Michael Chernus visto in diverse serie Tv di qualità come Manhattan e Patriot. La regista italoamericana, premiata allo scorso Sundance Film Festival proprio per la regia, prima di The Kindergarten Teacher aveva firmato un solo lungometraggio, Little Accidents, inedito in Italia. Anche per lei si prospetta una carriera felice, soprattutto considerando l'attuale interesse di Hollywood per le donne alla regia.

Il film riesce a parlare di poesia e della sua assenza nella vita moderna senza mai farsi pedante e anzi costruisce un efficace crescendo quasi da thriller, lavorando sull'ossessione inappropriata della maestra per il piccolo Jimmy. Se inizialmente si assiste a una vita placida, con in particolare un suggestivo movimento di camera ad altezza terreno che segue i passi di Lisa tra i bambini addormentati, via via si accumulano elementi di esasperazione. Il figlio della donna per esempio vuole entrare nell'esercito, contro l'insegnamento chiaramente liberal della famiglia, e la figlia ha abbandonato la fotografia accontentandosi degli scatti del suo cellulare da postare sui social network. La madre del resto è frustrata anche nelle proprie aspirazioni, visto il suo insuccesso come poetessa, e il marito sembra ragionevole e affettuoso, ma non particolarmente coinvolto da quello che accade in casa.

In tutto questo non stupisce che Lisa investa ognuna delle proprie energie su Jimmy, senza fermarsi di fronte ad alcun ostacolo, perché ogni piccolo successo del giovane poeta le conferma la giustezza della propria lotta. Proprio in quanto maestra d'asilo, dovrebbe sapere benissimo cosa si può e non si può chiedere a un bambino, ma la prima vittima della battaglia di Lisa è la sua etica professionale. Tra i pregi del film c'è poi il rifiuto di qualsiasi spiegazione per il talento del piccolo Jimmy, che è baciato dal genio in modo misterioso, imprevedibile e imperscrutabile. Quasi fosse toccato da una scintilla divina e per questo promettesse un senso più profondo alla vita, ovvero la più irresistibile delle sirene.

(fonte - https://www.mymovies.it)


DAL 20 DICEMBRE
OLD MAN & THE GUN
Regia di David Lowery.
Un film con Robert Redford, Casey Affleck, Danny Glover, Tika Sumpter, Isiah Whitlock jr..
Commedia, Drammatico - USA, 2018, durata 93 minuti.


Forrest Tucker è un rapinatore di banche che si potrebbe definire seriale. A 77 anni e dopo 16 evasioni, anche da carceri come San Quintino, non ha smesso, insieme a due soci, di organizzare dei colpi decisamente originali. Utilizzando il suo fascino e con tutta calma, senza mai utilizzare un'armi, continua a visitare banche e ad uscirne con borse piene di dollari. C'è però un poliziotto che ha deciso di occuparsi di lui.



Potrebbe essere un film testamentario quello scritto e diretto da David Lowery. Anche perché ogni singola frase e ogni inquadratura sono scritte e pensate per lui, per l'icona Robert Redford giunto alla non più tenerissima età di 82 anni.

Potrebbe esserlo ma ovviamente c'è da sperare che non lo sia anche se si ha l'impressione e quasi la certezza che Lowery conosca in modo approfondito la filmografia del suo protagonista e che ne compia, di tanto in tanto, un'affettuosa rivisitazione. Lo spettatore attento non potrà non pensare a L'uomo che sussurrava ai cavalli o a Il cavaliere elettrico. solo per citare due titoli. Se poi ci fosse chi si dovesse stupire a causa del fatto che Redford abbia scelto il ruolo di un rapinatore farebbe bene a ricordare che The Sundance Kid di Butch Cassidy era uno degli ultimi grandi fuorilegge del West.

Così come probabilmente Tucker è stato l'ultimo rapinatore gentiluomo della storia del crimine made in USA. Il sorriso che non si perde nella miriade di rughe che decorano il volto di Robert è ancora quello pulito di un uomo che ha continuato ad amare quello che stava facendo: lui il suo lavoro di attore e Tucker quello di 'vivere'.

Di bande di anziani rapinatori ne avevamo già viste sullo schermo anche di recente (vedi ad esempio Insospettabili sospetti remake di Vivere alla grande) ma qui l'impianto narrativo non si lega al bisogno di uscire dalla routine quotidiana della vita da pensionati. È una scelta di vita.

Redford poi non si sottrae alle ombre del personaggio che emergono in modo molto chiaro dall'incontro dell'investigatore (un Casey Affleck capace di disegnare sul proprio volto tutte le sfumature di una detection molto particolare) con la figlia di Tucker. Non manca però (e poteva non esserci?) il versante romantico in cui Robert e Sissy (Spacek) profondono tutta la consapevolezza del gioco della seduzione, che è sempre un mix di verità rivelate e di segreti celati, che ha al contempo la leggerezza e la consapevolezza regalati dagli anni trascorsi e dalle esperienze vissute.

(fonte - https://www.mymovies.it)


MERCOLEDÌ 19 DICEMBRE
ORE 16.00 E 21.00
BIGLIETTO UNICO 10 EURO
(RIDOTTO 7 EURO PER STUDENTI / ARCI)
LO SGUARDO DI ORSON WELLES
Regia di Mark Cousins.
Documentario - Gran Bretagna, 2018, durata 115 minuti.


What's in the box? Cosa c'è nella scatola? si chiede Mark Cousins cineasta e studioso di cinema, già autore della sua nota (e preziosissima) rilettura personale della storia del cinema in The Story of Film (2011). Grazie all'accesso esclusivo al materiale privato di Orson Welles, uno dei cineasti i più importanti della storia del cinema, trova in una scatola, per l'appunto, i disegni del regista di Quarto Potere (1941). Possiamo raccontare la sua storia in maniera differente? si chiede il regista irlandese. Rivediamo tutta la biografia di Welles a partire dalla sua infanzia fino alle sue produzioni più recenti, attraversando le varie arti o attività in cui si era cimentato. Il tutto riletto e inframezzato dalla nuova scoperta di questi disegni, schizzi e bozzetti, che ci dicono di lui più di quanto di primo acchito potremmo pensare.



Cousins è molto bravo a esaminarne il tratto e a collocarli nel tempo e nello spazio, a ricostruirne una storia, un racconto dietro, tenendo insieme tutto e strutturando in tal modo il film come una rilettura stessa del personaggio attraverso le sue opere, questa volta non più solo cinematografiche ma anche "pittoriche" (quand'anche teatrali e radiofoniche).

Orson in Finlandia, poi Dublino, il periodo della radio, del teatro, del cinema. Il maccartismo, gli amori (uno su tutti quello per la divina Rita Hayworth). Cousins è meticoloso e non lascia fuori nulla dal suo racconto: compone così un film debordante, bulimico, quasi ossessivo, passionale. Sgombriamo subito il campo da ogni dubbio: questo è un film per appassionati di cinema, per chi lo ama, per chi se lo divora, per chi ne esplora le sue trame, le sue sottotrame, i suoi innesti, i suoi risvolti. Di chi conversa col cinema, chi costruisce continuamente con il cinema e la sua storia (e con le biografie di chi questa storia l'attraversa, la pervade) una fitta rete dialettica, un continuum in cui la propria vita si mescola con quella degli autori preferiti, fino a diventarne quasi parte integrante.

Cousins sin dalle prime battute si rivolge direttamente al maestro del cinema americano (e sarà così per quasi la totalità delle 110 ore fiume del film). La forma è quella della lettera inviata nell'aldilà a Orson (così lo appella Cousins, quasi come un vecchio amico o un mentore). Il film si compone di molteplici riprese della città. In particolare: New York (Manhattan), Chicago e Dublino. Vedute della metropoli con cui il regista irlandese, abile conoscitore dello stile cinematografico di Welles, lo omaggia riproponendo inquadrature sghembe o che solcano l'immagine con linee prospettiche o, ancora, che esaltano la profondità di campo.

Vediamo comparire sullo schermo per tutta la durata del film le caricature, i ritratti, i profili realizzati da Welles, costantemente ammaliati dalla voce suadente e l'immancabile accento irlandese di Cousins e da un accompagnamento di musica folk irlandese per chitarra acustica.

Cousins non teme di risultare naive o sentimentale, come ha già dimostrato in altri suoi film precedenti (basti pensare a quella dichiarazione d'amore nei confronti di Eisenstein che è What Is This Film Called... Love? del 2012) e non rifugge da un linguaggio a tratti al limite dello stucchevole. Verso la fine del film Orson prende la parola - una trovata degna di un suo film - e naturalmente spariglia le carte, confonde, deride il suo nuovo biografo, cercando quasi di dimostrare che tutta la lettura condotta fino a quel momento dal documentarista sia quasi o del tutto inconsistente.

Raramente sul grande schermo il racconto di tutta una carriera artistica è stato narrato con una tale passione e un tale coinvolgimento, senza rinunciare a un ineccepibile rigore storico. What's in the box, Orson? A Sketchbook of your life.

(fonte - https://www.mymovies.it)


MERCOLEDÌ 5 DICEMBRE
ORE 16.00 - BIGLIETTO UNICO 5 EURO
ORE 21.00 - BIGLIETTO UNICO 6 EURORIDOTTO STUDENTI / ARCI 5 EURO


L'APPARTAMENTO
Regia di Billy Wilder.
Un film con Shirley MacLaine, Jack Lemmon, Fred MacMurray, Ray Walston, Jack Kruschen.
Commedia - USA, 1960, durata 125 minuti.

🥇 MIGLIOR FILM - PREMIO OSCAR 1960
🥇 MIGLIOR REGIA - PREMIO OSCAR 1960
🥇 MIGLIOR SCENEGGIATURA - PREMIO OSCAR 1960
🥇 MIGLIOR SCENOGRAFIA - PREMIO OSCAR 1960
🥇 MIGLIOR MONTAGGIO - PREMIO OSCAR 1960
🥇 MIGLIOR ATTRICE - FESTIVAL DI VENEZIA 1960


C.C. Baxter è contabile presso una grande compagnia di assicurazioni, a New York. Per tentare di fare carriera, affitta il suo appartamento ai dirigenti per i loro incontri extraconiugali, nonostante in questo modo, tra ritardi e imprevisti, non riesca quasi a vivere a casa propria. Le cose per lui si complicano terribilmente quando si innamora di Fran Kubelik, ascensorista della compagnia, amante del capo del personale, a sua volta interessato all'utilizzo dell'appartamento di Baxter.


Con L'appartamento Billy Wilder raggiunge il suo vertice creativo e, per sua stessa ammissione, non ritroverà più le stesse altezze.

L'allievo di Lubitsch, in questo film, arriva a far combaciare un meccanismo comico a dir poco sofisticato e impeccabile (a tutt'oggi un esempio insuperato) con l'umorismo berlinese delle sue origini, sfumato di coraggiosa e insindacabile amarezza. Cinismo e patetismo vanno di pari passo con un romanticismo sincero, in questa commedia in cui la massima aspirazione di un uomo è rappresentata dalla chiave della toilette dei dirigenti, si tenta il suicidio per amore e le feste non sono meno tristi di un funerale (del sogno d'amore).

Wilder incrina dall'interno i cardini del prodotto classico hollywoodiano in sede di scrittura e tematiche, e allo stesso tempo realizza un film che parla per immagini indimenticabili: impossibile non ricordare a vita la solitudine dell'impiegato C. C. Baxter nella stanza delle scrivanie infinite, impossibile non avvertire un colpo al cuore, insieme a lui, quando si riflette nello specchio rotto, o raccontare la luce che irradia Shirley MacLaine nella sua corsa finale, verso il vecchio appartamento ma con una nuova coscienza delle cose.

Ed è anche nella scelta del bianco e nero che si annidano i segreti del successo del film: in quella fotografia di contrasti, così più difficile da gestire rispetto al colore, che ha fermato il film nel tempo, rendendolo immortale. E poi gli interpreti: Jack Lemmon, il bruttino che si prende la rivincita sulle spietate regole di società, e Shirley MacLaine, così fresca e moderna da togliere la parte niente meno che a Marilyn Monroe (in realtà Wilder non considerò mai veramente la Monroe per il ruolo, nonostante l'interessamento di lei, perché giudicava che non sarebbe stata credibile). Il loro amore tra disadattati non convinse subito la critica, almeno non tutta, ma conquistò immediatamente il pubblico e vinse tre Oscar (Miglior Film, Miglior Regista e Miglior Sceneggiatura). Il fatto che Lemmon e MacLaine non siano stati premiati dall'Academy per questo film è ai primi posti nelle peggiori ingiustizie della storia del cinema.
(fonte - https://www.mymovies.it)


MAR 27 NOV - ORE 21.00
BIGLIETTO UNICO 6 EURO

GIO 29 NOV - ORE 21.00
VEN 30 NOV - ORE 21.00
SAB 1 DICEMBRE
ORE 18.30 / 21.00
DOM 2 DICEMBRE
ORE 16.00 / 18.30 / 21.00
TROPPA GRAZIA
Regia di Gianni Zanasi.
Un film con Alba Rohrwacher, Elio Germano, Giuseppe Battiston, Hadas Yaron, Carlotta Natoli.
Commedia - Italia, Spagna, Grecia, 2018, durata 110 minuti.

🥇 MIGLIOR FILM EUROPEO
QUINZAINE DES RÉALISATEURS - CANNES 2018


Lucia è una geometra specializzata in rilevamenti catastali, nota per la pignoleria con cui insiste nel “fare le cose per bene”. La sua vita, però, è tutto fuorché precisa: a 18 anni ha avuto una figlia, Rosa, da un amore passeggero; ha appena chiuso una relazione pluriennale con Arturo; il suo lavoro precario non basta ad arrivare a fine mese. Approfittando della sua vulnerabilità economica, Paolo, il sindaco del paese, le affida il compito di effettuare un rilevamento su un terreno dove un imprenditore vuole costruire un impero immobiliare. Ma su quel terreno incombe un problema che Lucia individua immediatamente, anche se non ne vede con chiarezza i contorni. Paolo invece le chiede di “chiudere un occhio”.


A Lucia appare la Madonna: una figura femminile straniera e assai decisa che le ordina di far costruire una chiesa proprio su quel terreno comunale.

Troppa grazia è un film stra-ordinario, nel senso che è completamente fuori norma: dunque perfetto per raccontare la storia di un incontro paranormale fra un essere ultraterreno e un essere che con la terra campa. Lucia non si sente affatto benedetta dall’apparizione ma anzi, fa di tutto per sottrarsi a quella “sfiga”. Lei che insegna alla figlia che “i problemi non si sollevano, si affrontano”, si ritrova fra le mani la Madre di tutti i guai: una figura femminile che non accetta altro che la verità.

Risiede proprio nella femminilità contrapposta delle due protagoniste (tre, se contiamo anche Rosa) la chiave di lettura più potente di Troppa grazia. Ma dire che il film di Gianni Zanasi, scritto a otto mani (due sole delle quali appartengono a una donna, Federica Pontremoli) sia femminista è riduttivo, perché Zanasi segue un istinto e non un manifesto: l’istinto è quello di Lucia, ma anche quello di Alba Rohrwacher, mai stata più brava (e più bella) che in questo ruolo mette a disposizione corpo, mente e cuore senza mai tirarsi indietro. Rohrwacher si abbandona al turbinio della storia e alla guida del regista con la stessa impavida titubanza della geometra abituata alla razionalità e messa alla prova dal soprannaturale. È la sua essenza luminosa a dare a Lucia quella credibilità continuamente sfidata dagli sviluppi di una trama che incalza e provoca e spiazza noi come la sua protagonista.
A dare una cornice a questo tracimare di eventi ed emozioni è la mano sicura di Zanasi, che fa circondare Lucia da una cittadina e una campagna ricche di colori saturi e brillanti: un universo in cui i miracoli possono accadere, anche oggi che credere sembra diventato impossibile. Credere in cosa, poi, lo rivelerà la storia, che per noi potrebbe (e dovrebbe) interrompersi prima dell’esplosione finale (in senso metaforico, per non fare spoiler), con Lucia in mezzo a quel campo che è la sua dannazione e la sua forza vitale.

Si ride molto, grazie a dialoghi scritti con mano sincera e felice, ma Troppa grazia non è soltanto una commedia, e non adotta né il registro grottesco né quello satirico – le due cifre più facili e immediate con cui la commedia italiana contemporanea gestisce il soprannaturale. Il film di Zanasi è una lettera d’amore a chi non si accontenta in un’epoca in cui accontentarsi sembra un destino inevitabile, e un’ode pagana (ma non sorda alla spiritualità) ad artisti come Alba Rohrwacher o come il padre di Lucia, un musicista jazz che crede nella propria creatività e in quella della figlia: perché non smettono di pensare che ciò che succede intorno a loro li riguarda, e continuano a rispondere alla chiamata del bello.

(fonte - https://www.mymovies.it)


VEN 16 NOV - 21.00
SAB 17 NOV - 18.30 / 2100
DOM 18 NOV - 16.00 / 18.30 / 21.00
IN GUERRA
Regia di Stéphane Brizé.
Un film con Vincent Lindon, Mélanie Rover, Jacques Borderie, David Rey, Olivier Lemaire.
Drammatico - Francia, 2018, durata 105 minuti.


La fabbrica Perrin, un'azienda specializzata in apparecchiature automobilistiche dove lavorano 1100 dipendenti che fa parte di un gruppo tedesco, firma un accordo nel quale viene chiesto ai dirigenti e ai lavoratori uno sforzo salariale per salvare l'azienda. Il sacrificio prevede, in cambio, la garanzia dell'occupazione per almeno i successivi 5 anni. Due anni dopo l'azienda annuncia di voler chiudere i battenti. Ma i lavoratori si organizzano, guidati dal portavoce Laurent Amédéo, per difendere il proprio lavoro.


Stéphane Brizé torna, a tre anni di distanza da La legge del mercato, al sodalizio con Vincent Lindon per affrontare nuovamente una tematica che gli sta particolarmente a cuore: quella delle condizioni di lavoro ai giorni nostri.

Ha dalla sua parte la garanzia della perfetta interazione, già sperimentata nel film citato, tra un attore di pregio come Lindon e interpreti non professionisti. La sceneggiatura è estremamente precisa, nulla è stato affidato al caso eppure l'esito finale è di una naturalezza straordinaria.

In questa occasione però la struttura è decisamente diversa: del privato del protagonista sappiamo poco, esattamente quanto basta. Perché al centro c'è Laurent come uomo di punta della protesta ma ci sono soprattutto le dinamiche che intercorrono tra i dipendenti della fabbrica che si vuole chiudere e la proprietà nonché quelle che si sviluppano all'interno del comitato di lotta.

Come afferma il sociologo Luciano Gallino le ideologie non sono finite, come qualcuno vorrebbe pretendere, ce n'è ancora una e dominante: la legge del mercato appunto. La lotta di classe, lungi dall'essere scomparsa, continua e a vincerla è il neoliberismo senza regole grazie a parole d'ordine come 'flessibilità' e 'delocalizzazione'. Dall'altra parte ci sono i Laurent Amédéo di questo 'mondo libero' come lo chiama Ken Loach. Che accettano, come quelli della Perrin, di lavorare per un certo numero di ore senza stipendio per garantirsi un futuro che verrà invece negato sulla base del fatto che un'azienda apre e chiude le proprie sedi quando vuole e anche se il dividendo azionario è del 25%.

Brizé conosce quel mondo in cui gli operai (che si vorrebbero scomparsi) invece esistono ancora ed hanno familiari a cui garantire che il loro lavoro (cioè i cosiddetti mezzi di sostentamento) ci sarà anche un domani. Sta loro accanto e ci impone di seguirli, trattativa dopo trattativa, riunione dopo riunione senza mai trasformare il suo lavoro in docufiction (anche se le riprese dei momenti più caldi potrebbero tranquillamente passare come realizzate dal vero). Li vediamo pretendere una sola cosa: il rispetto dei patti.

Rispetto appunto: un vocabolo che sembra non avere più alcun valore perché le persone diventano 'cose' nei confronti delle quali non si ha più alcun dovere, tantomeno un dovere morale. È una guerra impari quella che Brizé ci mostra, in cui chi ha, dalla sua, la forza del denaro finalizzata al profitto privo di regole si ammanta di una democrazia di facciata mentre sta instaurando una feroce tirannia transnazionale le cui vittime si nascondono nelle case di chi perde il lavoro.

(fonte - https://www.mymovies.it)


GIO 6 DIC - ORE 21.00
VEN 7 DIC - ORE 21.00
SAB 8 DIC - ORE 18.30 / 21.00
DOM 9 DIC - ORE 16.00 / 18.30 / 21.00
MER 12 DIC - ORE 21.00
BIGLIETTO UNICO 6 EURO
NON CI RESTA CHE VINCERE
Regia di Javier Fesser.
Un film con Javier Gutiérrez, Athenea Mata, Juan Margallo, José de Luna, Sergio Olmo.
Genere Commedia - Spagna, 2018, durata 124 minuti.


Marco Montes è allenatore in seconda della squadra di basket professionistica CB Estudiantes. Arrogante e incapace di rispettare le buone maniere viene licenziato per aver litigato con l'allenatore ufficiale durante una partita. In seguito si mette alla guida ubriaco e ha un incidente. Condotto davanti al giudice, viene condannato a nove mesi di servizi sociali che consistono nell'allenare la squadra di giocatori disabili "Los Amigos". L'impatto iniziale non è dei migliori e Marco cerca di scontare la sua condanna con il minimo sforzo convinto di trovarsi di fronte a dei buoni a nulla dai quali non potrà ottenere risultati apprezzabili. Progressivamente i rapporti cambieranno.




Una premessa è necessaria per questo film che ha fatto staccare tre milioni di biglietti in Spagna. La premessa consiste di fatto in una domanda: perché cambiare un titolo perfettamente aderente alla vicenda come è quello originale (Campeones) in una banale imitazione (per di più incongruente) del titolo del duo Benigni/Troisi?

Detto ciò l'ultima opera di Javier Fesser centra l'obiettivo di divertire facendo pensare. Gli attori della squadra di basket non 'interpretano' i ruoli di disabili ma 'sono' disabili. Questo ha consentito o addirittura suggerito una flessibilità della sceneggiatura che ha visto inserire in montaggio scene che hanno preso vita direttamente nel corso delle riprese.

Perché questo è un film che non sfrutta i disabili per far ridere pur consentendoci di divertirci (e non poco) dinanzi alle loro reazioni. C'è un profondo rispetto nei loro confronti perché li si racconta come sono e, attraverso la figura di Marco, si portano sullo schermo i pregiudizi che i cosiddetti normodotati nutrono (talvolta negandolo a se stessi) nei loro confronti. Lo schema della sceneggiatura ha un sapore di deja vu ma viene declinato con grande originalità consentendosi anche svolte inaspettate perché si percepisce quanto, anche le situazioni più ''cinematografiche' siano innervate da una sensibilità molto attenta anche ai dettagli.

(fonte - https://www.mymovies.it)