PROSSIMAMENTE

PROSSIMAMENTE


VEN 21 GIU - 21.00
SAB 22 GIU - 21.00
DOM 23 GIU - 21.00
MER 26 GIU - ORE 21.00 - 6 EURO
SIR - CENERENTOLA A MUMBAI
Regia di Rohena Gera.
Un film con Tillotama Shome, Vivek Gomber, Geetanjali Kulkarni, Rahul Vohra, Divya Seth Shah.
Drammatico - India, Francia, 2018, durata 99 minuti.


Ratna lavora come domestica per Ashwin, erede di una ricca famiglia di Mumbai. Lui possiede tutto, ma è disilluso sul futuro; lei invece non possiede nulla ma è piena di speranze e lotta per i suoi sogni. I loro due mondi, così distanti, si avvicineranno, facendo emergere sentimenti inaspettati. Sapranno essere più forti dele barriere che li dividono?


Diretto e sceneggiato da Rohena Gera, Sir - Cenerentola a Mumbai racconta la storia di Ratna, una  donna che lavora come domestica per Ashwin, un uomo con alle spalle una ricca famiglia. Sebbene Ashwin sembri avere tutto, Ratna riesce a percepire come in realtà abbia rinunciato ai suoi sogni e a qualcos'altro a cui teneva molto. D'altro canto, Ratna che non ha nulla è piena di speranze e lavora in maniera risoluta per realizzare un giorno il suo sogno.

Provenendo da background differenti, Ratna e Ashwin hanno anche un diverso legame con la famiglia e i valori tradizionali: da vedova, Ratma va a lavorare in città, a Mumbai, per trovare libertà (anche economica) nell'anonimato che questa garantisce; Ashwin, avvezzo a vivere a New York, con il suo ritorno in India si ritrova invece a doversi confrontare con le aspettative dei suoi cari, vivendo in una sorta di gabbia dorata. Man mano che i loro mondi si scontrano e i due si avvicinano, le barriere fisiche e sociali che li separano non sembrano più così insormontabili.

Con la direzione della fotografia di Dominique Colin, le scenografie di Parul Sondh, i costumi di Kimneineng Kipgen e le musiche di Pierre Aviat, Sir - Cenerentola a Mumbai viene così raccontato dalla regista: "Per tutta la vita ho sperimentato in prima persona i problemi legati alla differenza di classe in India. Da bambina, avevo in casa una tata, una bambinaia che si è presa cura di me e a cui ero molto legata ma c'era chiaramente una netta segregazione nei suoi confronti. Allora non capivo il perché. Poi, una volta cresciuta, sono andata a studiare negli Stati Uniti. Mi ritrovavo a Stanford a parlare di ideologia, filosofia e uguaglianza, ma quando rientravo in India niente cambiava, ognuno doveva stare al proprio posto.


Del resto, non si possono cambiare millenni di tradizioni dall'oggi al domani. Continuavo però a chiedermi cosa potessi fare io nel mio piccolo. E così, dopo tanti lavori su commissione, ho cominciato a concentrarmi su una sceneggiatura in cui potevo esprimere al meglio i miei punti di vista sull'argomento. Ho voluto raccontare di due persone che amano chi hanno scelto loro, dandosi da soli il permesso di farlo. Non ho avuto la pretesa di avere risposte a tutto e non ho dipinto Ratna come una vittima della società: ho dato vita a una storia d'amore che mi permettesse di riflettere sul concetto di uguaglianza".

(fonte - https://www.filmtv.it)


VEN 14 GIU - ORE 21.00
SAB 15 GIU - ORE 21.00
DOM 16 GIU - ORE 21.00
MER 19 GIUGNO - ORE 21.00
BIGLIETTO UNICO 6 EURO
SELFIE
Regia di Agostino Ferrente.
Un film Da vedere 2019 con Alessandro Antonelli, Pietro Orlando.
Documentario - Francia, Italia, 2019, durata 78 minuti.


Alessandro e Pietro sono due sedicenni che vivono nel Rione Traiano di Napoli dove, nell'estate del 2014 Davide Bifolco, anche lui sedicenne, morì ucciso da un carabiniere che lo inseguiva avendolo scambiato per un latitante. I due sono amici inseparabili. Alessandro ha trovato un lavoro da cameriere in un bar mentre Pietro, che ha studiato per diventarlo, cerca un posto da parrucchiere. I due hanno accettato la proposta del regista di riprendersi con un iPhone raccontando così la loro quotidianità di ragazzi come tanti altri nel mondo.


Agostino Ferrente stava parlando con il padre di Davide Bifolco in un bar quando si è accorto che il giovane cameriere che li serviva aveva fretta. Voleva finire il lavoro per partecipare alla processione della Madonna Dell'Arco essendo molto religioso.

Ferrente gli ha chiesto se era disposto a riprendere l'evento e se stesso con il suo iPhone. Quando ha visto il girato e la sincera commozione di Alessandro per l'evento a cui stava partecipando ha pensato che quello potesse essere il modo di raccontare la vita di un ragazzo della stessa età dello scomparso. Il mattino dopo gli si è presentato Pietro dicendogli che aveva saputo e che se si fosse ripresa la vita dell'amico senza raccontare anche la sua si sarebbe realizzato un falso.

È nato così un documentario che ha una fondamentale valenza didattica senza però caricarsi delle zavorre che spesso la didattica porta con sé. Perché parlare di didattica e pensare che si tratta di un film che il MIUR dovrebbe distribuire (magari sottotitolato) nelle scuole non solo di Napoli e dintorni? Perché viviamo in un'epoca in cui Gomorra - La serie ha diffuso nel mondo un'immagine di Napoli e, in particolare, della sua componente giovanile, che questo film al contempo conferma e corregge. La conferma perché non mancano le auto-testimonianze di chi sa come distinguere tra arma e arma così come quella di una bella ragazza già mentalmente pronta ad un futuro di visite in carcere a colui che potrebbe diventare suo marito (purché ci sia l'amore).

Ci sono però, a contrasto, le vite dei due protagonisti che non si presentano come eroi ma come due ragazzi che vanno in motorino senza casco ma sanno distinguere tra il bene e il male e, anche se ne sono circondati, hanno trovato il modo di resistere alle tentazioni che provengono da una realtà lasciata totalmente a se stessa dalle istituzioni. La scelta di permettere che siano loro stessi a raccontarsi e narrare il loro day by day utilizzando un mezzo che ben conoscono come l'iPhone è doppiamente vincente.

Lo è perché gli ha consentito di essere al contempo soggetto e oggetto del proprio sguardo sul mondo offrendoci, pur con qualche sacrificio di tagli realizzati in montaggio, un ritratto liberato dagli stereotipi. Lo è anche perché non si poteva far comprendere meglio il senso di una vita assurdamente stroncata come quella di Davide Bifolco. Alessandro e Pietro sono come era lui: due ragazzi come tanti. Anche se vivono a Napoli. Anche se la loro casa è nel Rione Traiano.

(fonte - https://www.mymovies.it)


GIO 6 GIUGNO - ORE 21.00
VEN 7 GIUGNO - ORE 21.00
SAB 8 GIUGNO - ORE 21.00
DOM 9 GIUGNO - ORE 21.00
MER 12 GIUGNO - ORE 21.00
BIGLIETTO UNICO 6 EURO
JULIET, NAKED
TUTTA UN'ALTRA MUSICA
Regia di Jesse Peretz.
Un film con Rose Byrne, Ethan Hawke, Chris O'Dowd, Megan Dodds, Jimmy O. Yang
Commedia - Gran Bretagna, 2018, durata 105 minuti.



Duncan e Annie vivono una relazione abitudinaria da 15 anni: lui è ossessionato da un musicista ritiratosi misteriosamente dalle scene, Tucker Crowe, mentre lei vorrebbe un figlio ma non osa insistere. Quando emerge un album inedito di Crowe e il musicista entra di fatto nelle loro vite, le crepe tra i due diventano insanabili.


Tutto in Juliet, Naked grida forte e chiaro il nome di Nick Hornby e di una tipizzazione dei rapporti umani che si ripete con variazioni minime da "Alta fedeltà" in poi.

Un Peter Pan brizzolato, anzi due: fan e artista, differenti declinazioni della figura di perdente cara all'autore di "Febbre a 90". Il differente punto di vista, americano e non britannico, di Jesse Peretz rischia di rendere più stereotipata la visione dell'inglesità, fatto che, non a caso, la critica britannica ha mostrato di non gradire. Ma quel che si perde in britishness si guadagna nella componente a stelle e strisce, visto il casting perfetto di Ethan Hawke come Tucker Crowe (è l'attore a interpretare tutti i brani musicali).

Un "giovane nonno", o un vecchio ragazzo, scombinato, perdente e sconclusionato almeno quanto Duncan lo aveva assurdamente mitizzato. Uno scollamento tra elaborazione dei propri miti, con generazione di un proprio intangibile avatar, e realtà concreta: una collisione che raggiunge l'apice quando Tucker Crowe entra nelle vite di Annie e Duncan e nello schema da romcom di Jesse Peretz. Duncan è detestabile nella sua incapacità di ascoltare la propria compagna, ma è anche drammaticamente realistico e contemporaneo.

Paradossalmente l'equilibrio creatosi fin lì, attraverso una pregevole caratterizzazione dei personaggi, si sfalda progressivamente man mano che il rapporto tra Annie e Tucker prende corpo. Splendida coppia Byrne-Hawke, ma la sceneggiatura finisce per assisterli sempre meno, introducendo nuovi personaggi e situazioni da romcom (la mostra con esecuzione di Waterloo Snset dei Kinks), che rallentano il meccanismo anziché oliarlo. Come se si preferisse girare attorno alla svolta narrativa senza assumersi il rischio, come se la sceneggiatura dimostrasse la medesima incompiutezza dei protagonisti raccontati.


Un'impressione di frammentarietà che è forse aggravata dalla - evidente - scrittura a più mani dello script (tra gli autori figura Tamara Jenkins, autrice dell'ottimo Private Life) che sfocia in un epilogo sbrigativo, irrisolto. Troppi fili restano sospesi, troppo pathos narrativo viene colpevolmente sperperato. Difficile che Juliet, Naked possa aggiungersi a piccoli classici del genere come Questi sono i 40, La verità è che non gli piaci abbastanza o ...E alla fine arriva Polly: se il film di Peretz sarà ricordato sarà grazie all'ennesimo personaggio di Hawke ricco di richiami alla vita dell'attore, maestro indiscusso - insieme al suo mentore Richard Linklater - nel mescolare e intrecciare realtà e finzione. In una infinita irresolutezza che accomuna Tucker Crowe a Juliet, Naked nel suo complesso, che resta un film gradevole ed effimero dove avrebbe potuto ambire a qualcosa in più.

(fonte - https://www.mymovies.it)


GIO 30 MAGGIO - ORE 21.00
SAB 1 GIUGNO - ORE 21.00
DOM 2 GIUGNO - ORE 18.30 / 21.00
MER 5 GIUGNO - ORE 21.00
BIGLIETTO UNICO 6 EURO
L'ANGELO DEL CRIMINE
Regia di Luis Ortega.
Un film con Lorenzo Ferro, Chino Darín, Mercedes Morán, Daniel Fanego, Luis Gnecco.
Biografico, Drammatico - Argentina, Spagna, 2018, durata 119 minuti.



Buenos Aires, 1971. Giovane, spavaldo, coi riccioli biondi e la faccia d'angelo, Carlos entra nelle case della gente ricca e ruba tutto ciò che gli piace. L'incontro a scuola con Ramón, coetaneo dal quale è attratto, segna il suo ingresso in una banda di criminali, con la quale compie altri furti e soprattutto il suo primo omicidio, di fronte al quale rimane assolutamente impassibile. Fino alla morte dell'amato Ramón e oltre, Carlos proseguirà indisturbato le sue attività criminali, uccidendo ancora e talvolta facendo ritorno dai genitori come un figlio qualsiasi. Verrà arrestato dopo un colpo andato a male e l'assassinio di un complice.


El Angel racconta la storia vera di Carlos Robledo Puch, "el Ángel de la Muerte", il più famoso serial killer argentino, arrestato nel 1972 dopo aver ucciso almeno 11 persone. La follia di un ragazzo raccontata come la tragedia grottesca di una nazione.

Nel caso di Robledo Puch le ragioni del fascino che la figura del serial killer da sempre esercita sono di natura puramente estetica: Carlos era bello, biondo, pulito, nulla nel suo aspetto faceva sospettare l'indifferenza dell'omicida e dello stupratore.

È proprio questo contrasto fra l'anima e il corpo a generare il cortocircuito visivo su cui il film di Luis Ortega - largamente ispirato ma non fedelissimo alla storia di Puch - costruisce il suo racconto. Prodotto fra gli altri dai fratelli Almodóvar, El Ángel ha nei colori accesi, nel tono surreale e quasi grottesco, la paradossale leggerezza dei film del regista spagnolo, naturalmente in contrasto con la tragicità dei fatti raccontati. La cura delle immagini e la spettacolarizzazione della vicenda (tra dialoghi ammiccanti, sguardi lascivi, aperture liriche...) sono il riverbero e il riflesso della strafottenza di Carlos, l'effetto del suo fascino di bugiardo, manipolatore e assassino, mentre l'uso di canzoni pop in colonna sonora, con le versioni argentine di 'Non ho l'età' e 'The House of the Rising Sun' (rifatta dal padre del regista, il cantante Palito Ortega), oltre a rimandare all'immancabile Scorsese e alla sua estetica impazzita, sottolineano più alla maniera del Tony Manero di Larraín l'immaturità, non solo di Carlos e dei suoi complici, ma di un intero popolo.

La vicenda di Putch ha dunque un evidente, per quanto camuffato, sottotesto politico, è la tragedia inconsapevole di un popolo che già nel '71, prima ancora della dittatura militare, sotto il presidente di fatto Alejandro Agustín Lanusse barattava la democrazia con l'esigenza di apparente controllo e ordine sociale. In questo senso, El Ángel è il film gemello di Il Clan di Trapero, ricostruzione della storia della famiglia Puccio - banda di sequestratori protetti anch'essi dall'aspetto di rispettabili cittadini - poi raccontate dallo stesso Ortega nella serie tv Historia de un clan. Entrambi rappresentano nel bene e nel male, fra esigenze commerciali e desiderio d'indagine, il tentativo di fare i conti col passato dell'Argentina, accantonando discorsi politici espliciti e scegliendo piuttosto la via del paradosso.


Il rischio è naturalmente la superficialità, l'attenzione alla forma che sfiora soltanto la complessità dei personaggi e del loro momento storico: dal legame fra l'omosessualità di Carlos e i suoi omicidi, alla distrazione della polizia occupata a cercare terroristi, fino alla ricerca di un barlume di umanità nella follia, come quando nel finale Carlos piange per la prima e unica volta...

Nonostante le oltre due ore di durata, nella sua biografia del più famoso omicida argentino di sempre (che è oggi è il prigioniero più longevo nelle carceri del paese), Ortega sceglie di non andare a fondo: affronta il rimosso di una nazione, ma resta alla pura e ingannevole apparenza, affascinato come tutti dalla bellezza di Carlos (perfettamente rifatto dall'esordiente Lorenzo Ferro) e convinto che basti la sua faccia da schiaffi a raccontare l'inizio della storia più nera della moderna Argentina.


(fonte - https://www.mymovies.it)


GIO 23 MAGGIO - ORE 21.00
VEN 24 MAGGIO - ORE 21.00
SAB 25 MAGGIO - ORE 21.00
DOM 26 MAGGIO - ORE 18.30
SOLO COSE BELLE
Regia di Kristian Gianfreda.
Un film con Idamaria Recati, Luigi Navarra, Giorgio Borghetti, Carlo Maria Rossi, Barbara Abbondanza.
Commedia - Italia, 2019, durata 90 minuti.

Benedetta, ragazza sedicenne è la figlia del sindaco di un paese dell'entroterra di Rimini. Un giorno un edificio, che si voleva destinare ad altri utilizzi, viene adibito a casa famiglia. Ne arrivano a far parte un papà, una mamma, un extracomunitario appena sbarcato, una ex-prostituta, un carcerato, due ragazzi con gravi disabilità, un bimbo in affido e un figlio naturale. Gli autoctoni non reagiscono bene.



Solo cose belle nasce dalla lunga esperienza sul campo della Comunità Papa Giovanni XXIII fondata da don Giuseppe Benzi e delle tante case famiglia dell'Associazione, che da anni lavorano per diffondere i valori dell'inclusione sociale e per combattere l'emarginazione.

 Non è un caso che alla realizzazione del film abbiano contribuito, insieme ai professionisti del cinema, anche disabili, ex prostitute ed ex tossicodipendenti.

Da qualche tempo, grazie anche alla meno costosa accessibilità ai mezzi di ripresa, si presentano sugli schermi film prodotti da associazioni di vario genere. Non sempre però i livelli qualitativi sono all'altezza delle intenzioni che muovono coloro che li hanno pensati e voluti. Solo cose belle invece dovrebbe essere utilizzato come esempio non solo di rispondenza ai criteri qualitativi necessari per raggiungere le sale cinematografiche ma anche per il coraggio con cui mette in scena la vicenda.

L'intolleranza da parte degli abitanti viene mostrata senza esagerazioni ma con l'acutezza di chi sa leggere e conosce (per averle sperimentate) le reazioni di coloro che temono qualsiasi novità che possa 'disturbare' il quieto vivere. Viene però anche mostrata la mancata preparazione della comunità (necessitata dall'urgenza di dare un tetto ai membri della casa famiglia) che si trova dinanzi ai nuovi arrivi senza che nessuno ne abbia comunicato l'imminenza.

Lo stesso sacerdote, che non è certo un conservatore retrogrado, ne è inizialmente spiazzato. La storia che ci viene raccontata viene portata avanti senza retoriche. Evitando di fare spoiler si può però dire che ha il grande merito di rappresentare luci ed ombre anche all'interno della casa famiglia evitando quelle irenizzazioni di maniera che producono tanto danno quanto le generalizzazioni negative e pretestuose. In questa opera prima, emerge anche la pulizia di sguardo di Idamaria Recati che lascia ben sperare per il suo futuro di attrice.


(fonte - https://www.mymovies.it)


MER 29 MAGGIO - ORE 21.00
SAB 1 GIUGNO - ORE 18.30
BIGLIETTO UNICO 6 EURO
CHE FARE QUANDO IL MONDO È IN FIAMME?
Regia di Roberto Minervini.
Un film con Judy Hill, Dorothy Hill, Michael Nelson (II), Ronaldo King, Titus Turner.
Documentario - Italia, Francia, USA, 2018, durata 109 minuti.


Estate 2017, una serie di brutali uccisioni di giovani afroamericani per mano della polizia scuote gli Stati Uniti. Una comunità nera del Sud americano affronta gli effetti persistenti del passato cercando di sopravvivere in un paese che non è dalla parte della sua gente. Intanto le Black Panther organizzano una manifestazione di protesta contro la brutalità della polizia.
Una riflessione sul concetto di razza in America dal regista di Louisiana (The Other Side) e Stop the Pounding Heart

Il costume di piume e perle brillanti di Big Chief Kevin Goodman, colto mirabilmente nell'epilogo dalla "fotosensibilità" di Roberto Minervini, è qualcosa difficile da comprendere per gli spettatori europei. Confluenza di minorità oppresse, è un costume di ispirazione indiana indossato da un afroamericano e cucito idealmente dal regista per rendere conto di quelle minoranze, di quei luoghi di forte métissage, dove convivono culture antiche e tradizioni radicate. Dopo l'incandescenza di Louisiana, ficcato nello stato omonimo, Roberto Minervini trasloca a Baton Rouge restando fedele a quella porzione di Sud venduto da Napoleone per quindici milioni di dollari. Se per il resto del Paese la Louisiana è una sorta di gigantesca festa permanente dove non ci si preoccupa che della musica e della cucina, dove la gente non fa altro che cantare e suonare nelle strade, la realtà smentisce lo stereotipo e rivela una complessità che impone rispetto.


Raggiunto il cuore autentico di uno stato disprezzato per il suo 'ritardo', l'autore incontra persone ordinarie che nessuno conosce ma che si conoscono tra loro, perché fanno musica insieme, perché lavorano insieme, perché lottano insieme in una capitale spaccata in due: il nord nero e povero, il sud bianco e agiato. In quel fosso razziale che non si smette di scavare, si inserisce il cinema di Minervini e quell'attitudine a sublimare la realtà tragica senza tradirla.

Dragando le acque torbide del Mississippi e del suo paese di adozione, l'autore coglie, con le reti della sua empatia, le figure ambigue ed eloquenti del rimosso. L'other side, in cui abita da sempre il suo cinema, non è il rovescio del décor ma il passaggio rivelatore di una realtà che appassiona e sconcerta, una messa a nudo delle piaghe e delle rovine di un paese vincitore e sempre parzialmente vinto. Impegnandosi ad essere il meno invasivo possibile, il suo sguardo cerca sempre qualcosa d'altro nel contatto folgorante coi suoi personaggi, quella prossimità 'insensata' che stabilisce con loro e ottiene al prezzo di lunghe 'sedute'. La camera si integra alle loro esistenze fino a sfiorare la finzione con un senso mirabile del quadro e del momento. Ma Minervini non racconta né mistifica, i suoi film descrivono attraverso il quotidiano, passando del tempo con persone vere di cui abbraccia il presente e a cui non attribuisce mai un giudizio a priori. La sua preoccupazione è la restituzione grafica di un contesto di cui è il testimone privilegiato.

What You Gonna Do When the World's On Fire? avvicina Judy, una donna spezzata dalla vita e dai debiti che vorrebbe soltanto conservare il suo bar, ascolta i canti di Kevin, Spy Boy e guardiano della tradizione "indiana", accompagna Ronaldo e Titus, che mamma vuole a casa prima che un colpo di pistola neghi loro la chance di diventare grandi, sfila al fianco di un ostinato collettivo dei diritti civili che eredita la rabbia delle Black Panther, denuncia la violenza della polizia e rilancia la marcia secolare del popolo nero verso l'emancipazione.

Seguendo il ritmo naturale delle città del Sud, Minervini attraversa con lentezza i quartieri di Baton Rouge consumati dalla miseria e dalla noia, partecipa alle manifestazioni di protesta contro gli omicidi extragiudiziali di giovani uomini neri e al suo corollario: una dolorosa introspezione sulle tensioni razziali che abitano la città. Nel languore del Deep South conservatore e razzista, dove essere nero comporta ancora un rischio quotidiano, Minervini si intrattiene con uomini, donne e bambini che hanno perso tutto, salvo l'umanità e la speranza tenace di una tregua.


Provvisti di un irriducibile desiderio di vivere malgrado le avversità, procedono alla narrazione addolorata della loro ri-segregazione, confermando che essere bianchi o neri negli Stati Uniti non è proprio la stessa cosa. Lo sguardo dell'autore infila i quartieri degli esiliati, gira nelle periferie monocromatiche che non vediamo mai e che smentiscono l'immagine rosa di una nazione multicolore. Ai paesaggi umidi della Louisiana, dove gli afroamericani faticano a credere allo spettacolo di desolazione che è diventata la loro vita, dove la polizia spara in pieno petto a un venditore ambulante di CD (Alton Sterling), dove il crimine razzista permane e i discendenti del fante confederato risorgono, Roberto Minervini applica l'elegante rigore del bianco e nero, squadernando una storia di Bianchi e di Neri, di baleni e naufragi nell'ombra. What You Gonna Do When the World's On Fire? è una 'canzone' di protesta, una maniera di porsi il problema dell'ingiustizia razziale e di riportarlo in primo piano nel discorso pubblico. È uno studio etnografico che converte cerebralmente i colori in scale di grigi insistendo sull'assolutezza dei contrasti e di un contrasto vecchio come il cuore degli uomini. Gli uragani passano ma i conflitti interiori rimangono. Katrina, Nate, Harvey non sono serviti che a inasprirli, esacerbando i sentimenti e aggiungendo una variabile a un'equazione che una vita non basterebbe a risolvere.

(fonte - https://www.mymovies.it)


SAB 25 MAGGIO - ORE 18.30
DOM 26 MAGGIO - ORE 21.00
BANGLA
Regia di Phaim Bhuiyan.
Un film con Carlotta Antonelli, Phaim Bhuiyan, Alessia Giuliani, Milena Mancini, Simone Liberati.
Commedia - Italia, 2019, durata 84 minuti.


Phaim è un giovane musulmano di origini bengalesi nato in Italia. Vive in famigli a Torpignattara, quartiere romano multietnico, lavora in un museo e suona in un gruppo. Proprio in occasione di un concerto incontra Asia. Tra i due scatta l'attrazione e Phaim dovrà cercare di capire come conciliare il suo amore con la prima regola dell'Islam: la castità prima del matrimonio.


Phaim Bhuyian, al suo esordio nel lungometraggio dietro e davanti alla macchina da presa nonché come co-sceneggiatore, offre un'opera prima interessante e divertente al contempo.

Invece di premere sull'acceleratore del dramma relativo all'integrazione delle 'seconde generazioni' di immigrati (nati e cresciuti in Italia) si cimenta con la commedia dai tratti autobiografici. Il tema era già stato trattato in Sta per piovere di Haider Rashid. Qui però la focalizzazione si colloca su un piano differente.

Phaim, come molti suoi coetanei maschi, non ha un rapporto semplice con l'altro sesso che da un lato l'attrae e dall'altro lo intimorisce. Se a questo si aggiungono le regole coraniche la situazione ovviamente si complica. Phaim Bhuyian e Carlotta Antonelli si incontrano e si confrontano con la complessità e la leggerezza che i reciproci ruoli richiedono.

Quello dei rapporti tra concezioni di vita culturalmente molto distanti è un tema che andava affrontato dal nostro cinema anche con questa cifra stilistica. È ovviamente ancora presto per una valutazione certa ma tutto lascia sperare che Bhuyian possa tornare a scrivere e a dirigere un'altra opera. La buona qualità già emerge in questa occasione dove dimostra di saper gestire anche i personaggi secondari evitando le caratterizzazioni eccessive.

(fonte - https://www.mymovies.it)