PROSSIMAMENTE

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PROSSIMAMENTE


MER 29 MAGGIO - ORE 21.00
SAB 1 GIUGNO - ORE 21.00
BIGLIETTO UNICO 6 EURO
CHE FARE QUANDO IL MONDO È IN FIAMME?
Regia di Roberto Minervini.
Un film con Judy Hill, Dorothy Hill, Michael Nelson (II), Ronaldo King, Titus Turner.
Documentario - Italia, Francia, USA, 2018, durata 109 minuti.


Estate 2017, una serie di brutali uccisioni di giovani afroamericani per mano della polizia scuote gli Stati Uniti. Una comunità nera del Sud americano affronta gli effetti persistenti del passato cercando di sopravvivere in un paese che non è dalla parte della sua gente. Intanto le Black Panther organizzano una manifestazione di protesta contro la brutalità della polizia.
Una riflessione sul concetto di razza in America dal regista di Louisiana (The Other Side) e Stop the Pounding Heart

Il costume di piume e perle brillanti di Big Chief Kevin Goodman, colto mirabilmente nell'epilogo dalla "fotosensibilità" di Roberto Minervini, è qualcosa difficile da comprendere per gli spettatori europei. Confluenza di minorità oppresse, è un costume di ispirazione indiana indossato da un afroamericano e cucito idealmente dal regista per rendere conto di quelle minoranze, di quei luoghi di forte métissage, dove convivono culture antiche e tradizioni radicate. Dopo l'incandescenza di Louisiana, ficcato nello stato omonimo, Roberto Minervini trasloca a Baton Rouge restando fedele a quella porzione di Sud venduto da Napoleone per quindici milioni di dollari. Se per il resto del Paese la Louisiana è una sorta di gigantesca festa permanente dove non ci si preoccupa che della musica e della cucina, dove la gente non fa altro che cantare e suonare nelle strade, la realtà smentisce lo stereotipo e rivela una complessità che impone rispetto.


Raggiunto il cuore autentico di uno stato disprezzato per il suo 'ritardo', l'autore incontra persone ordinarie che nessuno conosce ma che si conoscono tra loro, perché fanno musica insieme, perché lavorano insieme, perché lottano insieme in una capitale spaccata in due: il nord nero e povero, il sud bianco e agiato. In quel fosso razziale che non si smette di scavare, si inserisce il cinema di Minervini e quell'attitudine a sublimare la realtà tragica senza tradirla.

Dragando le acque torbide del Mississippi e del suo paese di adozione, l'autore coglie, con le reti della sua empatia, le figure ambigue ed eloquenti del rimosso. L'other side, in cui abita da sempre il suo cinema, non è il rovescio del décor ma il passaggio rivelatore di una realtà che appassiona e sconcerta, una messa a nudo delle piaghe e delle rovine di un paese vincitore e sempre parzialmente vinto. Impegnandosi ad essere il meno invasivo possibile, il suo sguardo cerca sempre qualcosa d'altro nel contatto folgorante coi suoi personaggi, quella prossimità 'insensata' che stabilisce con loro e ottiene al prezzo di lunghe 'sedute'. La camera si integra alle loro esistenze fino a sfiorare la finzione con un senso mirabile del quadro e del momento. Ma Minervini non racconta né mistifica, i suoi film descrivono attraverso il quotidiano, passando del tempo con persone vere di cui abbraccia il presente e a cui non attribuisce mai un giudizio a priori. La sua preoccupazione è la restituzione grafica di un contesto di cui è il testimone privilegiato.

What You Gonna Do When the World's On Fire? avvicina Judy, una donna spezzata dalla vita e dai debiti che vorrebbe soltanto conservare il suo bar, ascolta i canti di Kevin, Spy Boy e guardiano della tradizione "indiana", accompagna Ronaldo e Titus, che mamma vuole a casa prima che un colpo di pistola neghi loro la chance di diventare grandi, sfila al fianco di un ostinato collettivo dei diritti civili che eredita la rabbia delle Black Panther, denuncia la violenza della polizia e rilancia la marcia secolare del popolo nero verso l'emancipazione.

Seguendo il ritmo naturale delle città del Sud, Minervini attraversa con lentezza i quartieri di Baton Rouge consumati dalla miseria e dalla noia, partecipa alle manifestazioni di protesta contro gli omicidi extragiudiziali di giovani uomini neri e al suo corollario: una dolorosa introspezione sulle tensioni razziali che abitano la città. Nel languore del Deep South conservatore e razzista, dove essere nero comporta ancora un rischio quotidiano, Minervini si intrattiene con uomini, donne e bambini che hanno perso tutto, salvo l'umanità e la speranza tenace di una tregua.


Provvisti di un irriducibile desiderio di vivere malgrado le avversità, procedono alla narrazione addolorata della loro ri-segregazione, confermando che essere bianchi o neri negli Stati Uniti non è proprio la stessa cosa. Lo sguardo dell'autore infila i quartieri degli esiliati, gira nelle periferie monocromatiche che non vediamo mai e che smentiscono l'immagine rosa di una nazione multicolore. Ai paesaggi umidi della Louisiana, dove gli afroamericani faticano a credere allo spettacolo di desolazione che è diventata la loro vita, dove la polizia spara in pieno petto a un venditore ambulante di CD (Alton Sterling), dove il crimine razzista permane e i discendenti del fante confederato risorgono, Roberto Minervini applica l'elegante rigore del bianco e nero, squadernando una storia di Bianchi e di Neri, di baleni e naufragi nell'ombra. What You Gonna Do When the World's On Fire? è una 'canzone' di protesta, una maniera di porsi il problema dell'ingiustizia razziale e di riportarlo in primo piano nel discorso pubblico. È uno studio etnografico che converte cerebralmente i colori in scale di grigi insistendo sull'assolutezza dei contrasti e di un contrasto vecchio come il cuore degli uomini. Gli uragani passano ma i conflitti interiori rimangono. Katrina, Nate, Harvey non sono serviti che a inasprirli, esacerbando i sentimenti e aggiungendo una variabile a un'equazione che una vita non basterebbe a risolvere.

(fonte - https://www.mymovies.it)


VEN 17 MAGGIO - ORE 21.00
SAB 18 MAGGIO - ORE 21.00
DOM 19 MAGGIO - ORE 16.00 / 18.30
BANGLA
Regia di Phaim Bhuiyan.
Un film con Carlotta Antonelli, Phaim Bhuiyan, Alessia Giuliani, Milena Mancini, Simone Liberati.
Commedia - Italia, 2019, durata 84 minuti.


Phaim è un giovane musulmano di origini bengalesi nato in Italia. Vive in famigli a Torpignattara, quartiere romano multietnico, lavora in un museo e suona in un gruppo. Proprio in occasione di un concerto incontra Asia. Tra i due scatta l'attrazione e Phaim dovrà cercare di capire come conciliare il suo amore con la prima regola dell'Islam: la castità prima del matrimonio.


Phaim Bhuyian, al suo esordio nel lungometraggio dietro e davanti alla macchina da presa nonché come co-sceneggiatore, offre un'opera prima interessante e divertente al contempo.

Invece di premere sull'acceleratore del dramma relativo all'integrazione delle 'seconde generazioni' di immigrati (nati e cresciuti in Italia) si cimenta con la commedia dai tratti autobiografici. Il tema era già stato trattato in Sta per piovere di Haider Rashid. Qui però la focalizzazione si colloca su un piano differente.

Phaim, come molti suoi coetanei maschi, non ha un rapporto semplice con l'altro sesso che da un lato l'attrae e dall'altro lo intimorisce. Se a questo si aggiungono le regole coraniche la situazione ovviamente si complica. Phaim Bhuyian e Carlotta Antonelli si incontrano e si confrontano con la complessità e la leggerezza che i reciproci ruoli richiedono.

Quello dei rapporti tra concezioni di vita culturalmente molto distanti è un tema che andava affrontato dal nostro cinema anche con questa cifra stilistica. È ovviamente ancora presto per una valutazione certa ma tutto lascia sperare che Bhuyian possa tornare a scrivere e a dirigere un'altra opera. La buona qualità già emerge in questa occasione dove dimostra di saper gestire anche i personaggi secondari evitando le caratterizzazioni eccessive.

(fonte - https://www.mymovies.it)


PROSSIMAMENTE
QUANDO ERAVAMO FRATELLI
Regia di Jeremiah Zagar.
Un film con Evan Rosado, Isaiah Kristian, Josiah Gabriel, Raúl Castillo, Sheila Vand.
Drammatico - USA, 2018, durata 94 minuti.


Tratto da un libriccino di Justin Torres che nasce da un'esperienza di vita vera, il film dello statunitense Jeremiah Zagar ha come protagonisti tre fratelli portoricani Manny, Joel e Jonah, che vivono in una zona arretrata degli Stati Uniti chiamta Utica. La storia tratta della loro complicità e del rapporto con i loro genitori: un affetto spesso interrotto da litigi furibondi, dagli abbandoni e dai rientri di un padre impulsivo e manesco, e con tutte le ripercussioni che ciò ha sull'equilibrio di famiglia in casa. I bambini si fanno strada nella loro infanzia, ma Jonah rispetto ai suoi fratelli crescendo incomincia un suo percorso personale che si distacca dall'ideale mascolino incarnato dal padre e insegue la definizione di una sua sensibilità, aprendosi a ciò che sente. Un cammino che si preannuncia più impervio - e più appartato - ma sicuramente più libero.


Zagar vincitore nel 2009 del Biografilm Festival con il documentario, nonché opera prima, Into a Dream, dopo l'ottimo riscontro ottenuto dalla critica al Sundance Film Festival presenta all'edizione 2018 del Biografilm il suo secondo lungometraggio di finzione. Il film è la storia di un ricordo e in qualche modo ci dice che noi ricordiamo anche attraverso i media con cui siamo entrati in contatto, ne siamo influenzati.

Il regista è legato ai ricordi dei video 35mm o 16mm, in technicolor, mentre ora è tutto pulito, nitido, digitale. We the Animals invece è girato in pellicola 16mm, che con la sua grana spessa conferisce all'ottima fotografia un senso materico e di calore alle bellissime tinte delle albe, dei tramonti o della luce del sole che filtra dalle finestre e solca in maniera delicata i visi dei bambini. Questa luce suggestiva e avvolgente, insieme al lirismo dilagante e all'intimità (i sussurri, il ricorso frequente ai primi piani) che pervadono il racconto, così come i movimenti di macchina liberi e sinuosi, avvicinano questo film allo stile etereo di Terrence Malick.

Il lungometraggio è realizzato con una tecnica mista: riprese dal vero che si alternano a sequenze di animazione, nello stile delle riprese a passo uno. Ovvero, disegni su carta fotocopiati e ripetuti per circa 6500 disegni. Con la camera a spalla, Zagar riprende spesso in mezzo alla scena, fra i personaggi. C'è una forte empatia, quasi partecipazione, immedesimazione. La macchina da presa è sempre in mezzo. Non li perde mai di vista. Addirittura, rompe i confini della diegesi cinematografica e viene afferrata da uno dei bambini.



La vitalità e la creatività sono al centro di questo racconto sul rapporto fra crescita e sofferenza. Il piccolo Jonah ne è il principale portavoce: l'arte spesso è adoperata da lui come valvola di sfogo, come luogo in cui nascondersi, unico momento in cui sentirsi veramente liberi.

I bambini sono sorprendentemente attori non professionisti e le scene sono spesso frutto di improvvisazione, senza dialoghi scritti e affidate alla loro irresistibile spontaneità. La natura li sovrasta continuamente, a partire dalla vegetazione dei campi e delle fitte chiome degli alberi che si stagliano dietro alle loro teste, fino alla presenza dell'acqua, elemento molto importante perché associato al distacco da sé stessi e paradossalmente anche quello di riconciliazione con sé, momento di sospensione per eccellenza. Nuotare è un po' come volare. Zagar dimostra una capacità fuori dal comune nel costruire un racconto così autentico e così pieno di vita sull'infanzia riuscendo in maniera molto delicata - ma schietta - a introdurre il tema della scoperta in tenera età della propria sessualità.


(fonte - https://www.mymovies.it)


SAB 18 MAGGIO - ORE 18.30
DOM 19 MAGGIO - ORE 21.00
TUTTI PAZZI A TEL AVIV
Regia di Sameh Zoabi.
Un film con Kais Nashif, Lubna Azabal, Yaniv Biton, Nadim Sawalha, Maisa Abd Elhadi.
Commedia - Lussemburgo, Francia, Belgio, Israele, 2018, durata 97 minuti.

🥇 PREMIO ORIZZONTI MIGLIOR ATTORE - FESTIVAL DI VENEZIA 2018


Salam è un trentenne che vive a Gerusalemme e lavora a Ramallah. È stato assunto da poco da uno zio come stagista sul set di una famosa soap opera palestinese, Tel Aviv on Fire. Ogni giorno, per raggiungere lo studio televisivo, deve passare dal rigido checkpoint israeliano, sorvegliato dalla squadra di militari del comandante Assi. Poiché la moglie di Assi è una grande fan della serie televisiva, e Salam si è spacciato per sceneggiatore, Assi esige di farsi coinvolgere personalmente nella stesura della storia. In un primo tempo, la carriera di Salam ne beneficia, al punto che viene realmente assunto per scrivere il seguito, peccato, però, che l'ufficiale israeliano e i finanziatori arabi non intendano il finale nello stesso modo.


Il fatto che il regista e sceneggiatore Sameh Zoabi abbia optato per la commedia per raccontare la vita al tempo di uno dei più dolorosi e insolubili conflitti della storia contemporanea non deve essere letto come una dichiarazione di leggerezza, ma come segnale di una consapevolezza.

Ridere di noi stessi aiuta a sopprimere la rabbia e pone nella giusta prospettiva per trovare una soluzione alla frustrazione. Tel Aviv on fire affronta l'occupazione, l'abuso di potere, persino (o più che mai) l'irrazionalità di alcuni noti comportamenti dei due fronti, su un piano traslato, quello della messa in scena fittizia (e piuttosto becera) della soap, e lo fa per dire che un dialogo è possibile, un finale è possibile, persino una nuova stagione, forse: a patto di ascoltarsi, per quanto pessime e incondivisibili possano sembrare all'inizio le idee dell'altro.

Dentro gli ingranaggi di un film che scorre fluido, senza grandi pretese, sfruttando gli spunti offerti dello strumento comico dell'iperbole ma senza farsi tentare da attacchi di bassa lega, Zoabi, attraverso il personaggio dell'inesperto Salam, scrive un piccolo romanzo di formazione, nel quale viene premiato il pensiero che nasce dal cuore, per quanto melenso possa apparire ("i fichi come frutto dell'amore"), anziché la frase fatta, la domanda retorica, il botta e risposta senza speranza di cui è scritta la storia dell'opposizione israelo-palestinese.

Il regista si diverte, cioè, a mettere il suo dinoccolato protagonista in una situazione complicata e potenzialmente "esplosiva" (per usare un termine volontariamente ambiguo, che innesca una miccia anche all'interno del film), per vedere come se la caverà alle prese con prospettive così comicamente divergenti, che potrebbero però avere drammatiche conseguenze reali. Anche il mondo apparentemente più lontano dalla politica che si possa immaginare, infatti, come quello dell'intrattenimento televisivo per signore, in un clima sociale perennemente sul punto d'infiammarsi non è immune da responsabilità. Salam, insomma, dovrà farsi venire una buona idea. Sameh Zoabi, nel piccolo del suo film, ce l'ha avuta.

(fonte - https://www.mymovies.it)


MER 22 MAGGIO
ORE 21.00 - 6 EURO
MAIGRET E IL CASO SAINT-FIACRE
Regia di Jean Delannoy.
Un film con Jean Gabin, Michel Auclair, Valentine Tessier.
Avventura - Francia, 1958, durata 98 minuti.

Tratto dal romanzo L'affare Saint-Fiacre di Georges Simenon
DISPONIBILE IN CASSA IL GIORNO DELLO SPETTACOLO



Secondo Maigret - dopo il successo di Il commissario Maigret (Maigret tend un piège) dell'anno precedente - per Delannoy e Gabin. La scelta cade su uno dei romanzi più celebri della serie, fino ad allora mai portati sul grande schermo. Sono le pagine del ritorno del commissario ai luoghi aviti, vicino a Moulins, presso il castello dove il padre faceva il fattore. Chiamato dalla contessa de Saint-Fiacre, sua amica d'infanzia, Maigret si trova di fronte a un caso particolamente complicato: un biglietto anonimo annuncia la morte, per l'indomani, della contessa. Che puntualmente, il giorno successivo, viene trovata morta... Atmosfere tra il lugubre e nostalgico e Gabin ancora perfetto nel ruolo, con la sua faccia perbene anteguerra, di ruvida estrazione contadina, ormai scolpita nella memoria collettiva come IL Maigret cinematografico.




MER 15 MAGGIO
ORE 21.00 - 6 EURO
PANICO
Regia di Julien Duvivier.
Un film con Michel Simon, Viviane Romance, Paul Bernard, Max Dalban.
Poliziesco - Francia, 1946, durata 100 minuti.

Tratto dal romanzo "Il fidanzamento del signor Hire" di Georges SimenonDISPONIBILE IN CASSA IL GIORNO DELLO SPETTACOLO
WINNER FILM DI PARTICOLARE INTERESSE - VENEZIA 1946


Mr. Hire è un individuo orgoglioso, eccentrico e solitario. È segretamente innamorato della bella ed equivoca Alice (Viviene Romance). Quando il corpo di una giovane donna viene rinvenuto nel suo quartiere, immediatamente i sospetti dei vicini e della polizia si concentrano su lui. Dopo uno spettacolare quanto drammatico inseguimento-linciaggio sui tetti di Parigi, una fotografia rivelerà l'identità del vero colpevole. Tratto dal romanzo di Georges Simenon, il primo film di Julien Duvivier dopo il suo ritorno in Francia da Hollywood vede l’acclamato esponente del realismo poetico usare il suo consumato mestiere per fini più oscuri e cupi. Grazie alle sfumate e incisive performance dei due protagonisti, questo noir ad alta tensione mostra (prima del Lang americano di Furia, Sono innocente e Il grande caldo) i pericoli della perversa ferocia della masse, costruendo una puntuale allegoria della doppiezza e della meschinità dei francesi durante gli anni delle guerra. “Lo sguardo freddo ma fraterno e segretamente tenero di Simenon fa spazio qui alla visione di un misantropo, condannando irrimediabilmente e senza indulgenza le bassezze dell’umanità” (Jacques Lourcelles).



MER 1 MAGGIO - ORE 18.30 / 21.00
GIO 2 MAGGIO - ORE 21.00
VEN 3 MAGGIO - ORE 21.00
SAB 4 MAGGIO - 21.00
DOM 5 MAGGIO - 16.00 / 18.30 / 21.00
TORNA A CASA, JIMI!
10 COSE DA NON FARE QUANDO PERDI IL TUO CANE A CIPRO
Regia di Marios Piperides.
Un film con Adam Bousdoukos, Vicky Papadopoulou, Toni Dimitriou, Özgür Karadeniz, Fatih Al. Commedia, Drammatico - Cipro, 2018, durata 92 minuti.


Nessun animale, pianta o prodotto può essere trasferito dall'area greca di Cipro a quella turca e viceversa. Così dice la legge. E quando Jimi, il cane che lo spiantato musicista Yiannis aveva comprato con la sua ex, attraversa accidentalmente la zona cuscinetto dell'ONU (quella che divide le due parti dell'isola), bisognerà fare di tutto per riportarlo indietro. Anche se questo, per il casinista Yiannis, significherà ritardare i suoi piani di emigrare verso nuove opportunità. Riprendersi il cane, però, è un'impresa omerica.



Incontri inaspettati e non sempre piacevoli, ritorni al passato che riaprono vecchie ferite e la consapevolezza storica e individuale che la realtà non è sempre modificabile, daranno il giusto ritmo a questa disavventura umana, prima ancora che canina.

Il primo film a soggetto di Marios Piperides ha trionfato come miglior opera al Tribeca Film Festival. Un premio meritatissimo. Meritatissimo perchè sfrutta la superficie strutturale della commedia per scavare più a fondo, fino ad arrivare alla pura critica sociale sulla spezzata condizione cipriota.

Ma per capirlo, bisogna abbandonare molto presto la mentalità dell'animale in fuga e adottare invece quella del suo padrone. Jimi non sa dove sia il confine, Yiannis sì. Yiannis è consapevole della Storia del suo Paese. Yiannis sa che per più di quattro decenni, l'ex colonia britannica è stata al centro di una disputa tra Grecia e Turchia. Ed era a causa di quei continui scontri etnici che venne creata la "linea verde", che divise la capitale Nicosia.

Ma non è servito a nulla creare questa zona cuscinetto pacifica e protetta ancora oggi dalle forze di pace delle Nazioni Unite. Nel 1974, a seguito di un tentato colpo di stato greco, le truppe turche invasero la parte settentrionale di Cipro e, nel 1983, proclamarono la Repubblica Turca Indipendente di Cipro del Nord. Uno Stato non riconosciuto da alcun paese, eccezion fatta per la Turchia.

Il degrado economico e commerciale è stata la principale palese conseguenza di questo radicale e rigido gesto politico. A pagarne il conto più salato sono stati i ciprioti stessi che, malgrado provvisti del dono della moderazione, hanno assistito allo sfaldamento di famiglie, amicizie, vite. Ciprioti proprio come Yiannis.
Ma tali implicazioni politiche tuttavia, anche se indispensabili per personaggi, narrazione e ambientazione, non sono mai invadenti. A un certo punto, addirittura, quasi ci si dimentica della situazione e delle analisi socio-politiche. Ciò che ci importa è solo veder tornare a casa Jimi.

La storia dura tre giorni ed è scritta dallo stesso Piperides con estremo umorismo. In Torna a casa, Jimi! c'è tutto l'asciutto e poetico sarcasmo che ci serve per ridacchiare delle sventure altrui, ma anche per riempirci gli occhi di una triste realtà che, diversamente, non si desidererebbe vedere per propria scelta. Lo si evince soprattutto dagli spassosi dialoghi tra il protagonista e Hasan (uno strepitoso Fatih Al), l'uomo che vive nella sua casa d'infanzia situata nel confine turco, dopo l'occupazione. Da una parte Yiannis sente ancora come di sua proprietà quelle stanze e quei muri, dall'altra Hasan ne sostiene il possesso, anche se in realtà si sente e vive come un esiliato.

I paesaggi non sono da cartolina turistica, ma ordinari quartieri allo sfascio, popolati da spigolosi abitanti, che diventano semplici e perfetti sfondi per rappresentare la complessità della natura umana, riscoprendo compassione e affetto, impotenza ed egoismo. ? Sono queste le giuste strade che l'autore percorre per tracciare le rotte della trama e per presentare Cipro nella sua forma reale e contemporanea, senza nascondere pregi e bellezze umane. Bisogna dire che lo fa sembrare sorprendentemente casuale da essere quasi magistrale. Sarà anche merito della palestra fatta a suon di cortometraggi e documentari.

Fanno da vivo contorno il piccolo criminale Tuberk (Özgür Karadeniz) e Kika (Vicky Papadopoulou), l'ex fidanzata di Yiannis , ma soprattutto il cane Jimi che con la sua presenza rende migliore ogni cosa.

Malgrado la storia sia espressa dal punto di vista cipriota, il messaggio è globale e attuale. Mai lasciarsi influenzare dai pregiudizi, ma accettare gli altri e cooperare, alla ricerca di una zona neutra all'interno della quale sia possibile dissolvere ogni tensione ideologica. Non a caso, lo stesso nome del migliore amico di Yiannis è quello di una delle figure della cultura hippie che meglio rappresenta i principi pacifisti: Jimi Hendrix. Così, lì dove non riescono le Nazioni Unite in grande, può un tenero cane. E attraverso una scritta al neon su un negozio di biancheria intima femminile, possiamo sentire anche la voce di Piperides che urla: NO BORDERS.

(fonte - https://www.mymovies.it)