PROSSIMAMENTE






SPETTACOLO UNICO
DOMENICA 15 DICEMBRE - ORE 21.00
BIGLIETTO UNICO 8 EURO
I DUE PAPI
Regia di Fernando Meirelles.
Un film con Jonathan Pryce, Anthony Hopkins, Juan Minujín, Sidney Cole (II), Thomas D Williams.
Biografico - USA, 2019, durata 125 minuti.


Tra il 2010 e il 2013, il Vaticano si trova al centro di scandali e polemiche. Da una parte il clamore degli abusi sessuali, che divampa soprattutto negli Stati Uniti, dall'altra la vicenda Vatileaks con la fuga di documenti riservati, in mezzo le tensioni nello IOR con l'introduzione di una nuova legge all'insegna della trasparenza voluta da Benedetto XVI ma avversata da forze interne al Vaticano. In questo quadro complicato, Benedetto XVI avverte in maniera sempre più decisa di non essere più in grado di governare. Nel mirino, tra le altre cose, della linea progressista, matura la sua rinuncia al soglio pontificio e la necessità di trovare un nuovo timoniere. Le condizioni di salute e lo stato di stanchezza fanno il resto. Alla fine del mondo intanto Jorge Mario Bergoglio prepara il suo viaggio a Roma per chiedere al Papa di poter lasciare il governo pastorale dell'arcidiocesi e tornare alla quotidianità del ministero. Ma le cose andranno altrimenti. La rinuncia al ruolo di Papa Benedetto XVI conduce all'elezione di Papa Francesco il 13 marzo 2013.




Ogni storia ha il suo eroe e il suo cattivo. Quando Fernando Meirelles (City of God, The Constant Gardener - La cospirazione, Blindness - Cecità) decide di girare un film sull'immaginario incontro tra Joseph Ratzinger e Jorge Mario Bergoglio, il regista brasiliano non ha dubbi sulla distribuzione dei ruoli.

Salvo poi ricredersi in corso d'opera. Questa impressione dimora, evolve e rimane una delle note più interessanti di questa nuova produzione Netflix: il confronto appassionante tra Benedetto XVI, stretto conservatore, e Francesco, carismatico successore dalla fibra decisamente più sociale. Approvato evidentemente dal Vaticano, che ha fornito alcuni documenti d'archivio, I due Papi racconta la saga improbabile ma vera del pontificato abdicato di Benedetto XVI e la presa del potere di Francesco.

Film in transizione tra una carica e l'altra, prima di essere Francesco, l'uno, Papa emerito, l'altro, I due Papi si concentra su un delicato passaggio storico. I loro confronti teologici e personali nei giardini di Castel Gandolfo o sugli scanni marmorei della Cappella Sistina (ricostruita a Cinecittà) sono brillanti e operano progressivamente un cambiamento nei due protagonisti, ideologicamente opposti. La musica e il football sono gli espedienti (ri)creativi che permettono di ridurre la tensione e sormontare le differenze rilanciando la conversazione tra due figure pubbliche e spirituali che hanno una visione del mondo e della Chiesa radicalmente diversa.

O magari no, suggerisce il regista che 'abita' le città di Dio (favela) e dirige parabole morali sulla cecità spirituale. Meirelles 'immagina' una confessione che cede le armi e avvia un dialogo sulle grandi questioni contemporanee, senza forzare mai la mano.

L'unico accento è l'umanesimo di Francesco davanti ai migranti di cui nessuno sa che fare. Una serie di flashback in bianco e nero ritornano invece sulla giovinezza di Bergoglio, una stagione sfuocata della sua storia, e sul suo ruolo durante la dittatura militare degli anni Settanta. Nessuna immagine invece sul passato del suo confratello tedesco in seno alla gioventù hitleriana, tra reclutamento e diserzione. L'omissione, colmata più impropriamente con una dichiarazione di 'responsabilità' di Ratzinger intorno agli abusi sessuali di padre Marcial Maciel Degollado, sfuma nel silenzio, lasciando allo spettatore l'onere di riempire il vuoto e al film la lacuna incomprensibile.

Al di là di tutto quello che passa sotto silenzio, I due Papi è un film che funziona per la finezza dei dialoghi, sovente costellati di humour, e per le performance dei suoi attori. Se il maquillage crea una prodigiosa somiglianza, è l'arte di Anthony Hopkins e Jonathan Pryce ad aggiungere un tocco inusitato ai rispettivi personaggi. Hopkins interpreta con precisione emozionale un ruolo cerebrale, Pryce assume con empatia e semplicità la quota 'simpatia' della coppia. Scambi e repliche appartengono senz'altro al regno della finzione ma ugualmente aderiscono ai personaggi e suonano autentici. I dubbi di due uomini sul peso della loro missione e sulla loro capacità di svolgere un ruolo chiave in un contesto di cambiamento sociale e di rimessa in discussione delle posizioni della Chiesa, acquistano una nuova luce.

Girato in décor naturali e riscostruiti, perché il Vaticano non fa entrare nessuno tra le sue mura, il film gioca con gli spazi e coi brani musicali (dagli Abba a Mercedes Sosa, passando per la musica classica tedesca), dimostrando che la lezione sonora e inventiva di Paolo Sorrentino (The Young Pope) non è passata invano. Ma nello sguardo dell'autore brasiliano sedimenta pure la crisi di potere, collettiva e intima, di Habemus Papam. La forza drammatica di un Papa in preda al dubbio è appannaggio questa volta di Anthony Hopkins, che la statura di attore eccezionale predispone all''incarico' e a quella sua forma passiva e ultima di resistenza. Perché I due Papi non è (solo) un film sul Papa, i Papi, la Chiesa e la religione. È soprattutto un film di uomini e sulla difficoltà di essere uomini


(fonte - https://www.mymovies.it)


GIO 12 DICEMBRE - ORE 21.00
SAB 14 DICEMBRE - ORE 21.00
DOM 15 DICEMBRE - ORE 16.00 / 18.30
IL PECCATO - IL FURORE DI MICHELANGELO
Regia di Andrey Konchalovskiy.
Un film con Alberto Testone, Jakob Diehl, Francesco Gaudiello, Federico Vanni, Glen Blackhall.
Biografico, Drammatico, Storico - Russia, Italia, 2019, durata 134 minuti.


Quali sono i segreti nascosti dietro a una grandiosa opera d'arte? Ci sono passione, talento, aspirazione, lavorìo frenetico, determinazione, maestosità dell'impatto estetico e storia, ma esistono poi i retroscena tangibili che dimostrano che realizzare una scultura non è un mestiere semplice. Soprattutto se il fautore è un artista come Michelangelo. Lo scultore aretino, già noto e apprezzato più dei suoi colleghi come l'odiato - ma ammirato - Raffaello, Leonardo o l'amico tradito Sansovino, per la realizzazione della volta della Cappella Sistina nel 1506, è chiamato alla corte dei Della Rovere già conteso anche da un'altra famiglia al potere, quella dei Medici a Firenze.


Il Peccato - Il furore di Michelangelo narra l'alternanza tra due grandi commissioni scultoree, quella della tomba di papa Giulio II Della Rovere, già committente della "Sistina", e quella, accettata per boria e denaro, della monumentale facciata della chiesa di San Lorenzo.

Roma e Firenze dunque: due realtà a cui Michelangelo non riesce a sottrarsi, giocando alle spalle dei suoi colleghi rivali, perché l'artista sapeva di essere il più bravo di tutti e non voleva cessare di dimostrarlo. Superbia e avarizia sono quei peccati che portano Michelangelo ai confini della pazzia: tra i vizi recitati da Dante nell'Inferno, che lo scultore conosceva a memoria e da cui era ossessionato. Come era ossessionato dai blocchi di marmo delle alpi Apuane.

Una materia "bianca come lo zucchero", preziosissima, su cui il regista Andrei Konchalovsky si focalizza raccontando il sudore e la fatica dell'estrazione del famoso blocco unico, detto "il mostro" dai prodi cavatori di Carrara, presso la cava di Fantiscritti - oggi Cava Michelangelo, appunto -. È lì che quest'uomo dall'apparente docilità fisica si reca per la prima volta intorno al 1496, per poi iniziare le sue gite sul luogo fino a una permanenza in cui con studio, ardore e focosa passione, aiutò a portare il blocco verso il mare, causando fatiche immense e anche una morte.

Ma l'inganno di Michelangelo viene scoperto e quel blocco di marmo, da cui già lo scultore aveva abbozzato figure maestose come prigioni, profeti e pensatori seduti, viene abbandonato per anni sulla spiaggia dell'Avenza. L'offerta accettata, con tanto di contratto firmato ai Medici e denaro intascato, prevedeva l'abbandono di Carrara e delle sue preziose cave e lavoratori per quelle meno organizzate di Pietrasanta, dove Michelangelo, con il suo assistente, traccia la via per la discesa dei blocchi verso il mare.

Una professione, quella del cavatore, ancora oggi ricordata da importanti tributi come la scultura in marmo bianco "La figlia del Sole" di Gio' Pomodoro, collocata presso la piazza di Forte dei Marmi "in vista delle cave marmifere delle Apuane e del Pontile di attracco delle imbarcazioni che, secondo una consuetudine centenaria, hanno caricato e trasportato i blocchi lapidei verso lidi lontani per essere scolpiti ed immortalati da celebri artisti come i Pisano, i Michelangelo...", o ancora il video "Il Capo" di Yuri Ancarani.

Tormento, audacia, talento e pazzia accompagnano il film che traccia una panoramica dura e grezza dell'Italia rinascimentale, dove vigeva una società già corrotta, con delle regole sporche, oltre che delle truci maniere nei rapporti umani e lavorativi che il regista russo non risparmia al pubblico.

Michelangelo è odiato e amato tra le vie delle cittadine toscane tra risse, violente uccisioni, sesso e sporcizia, ma, per la stima della sua grandezza, tra prodigi e fallimenti, riesce a realizzare dei capolavori. Opere importanti che scorrono veloci verso il finale del film, come a indicare che il processo di realizzazione è bastato a spiegarne la grandiosità. Ecco che si chiude con il "David", il "Mosè" e la "Pietà" che quella "canaglia divina" ha lasciato come tracce di un lavoro perfetto, divino appunto, fatto di mani sporche e follia.

(fonte - https://www.mymovies.it)


MER 11 DICEMBRE - ORE 21.00
BIGLIETTO UNICO 6 EURO
SAB 14 DICEMBRE  - ORE 18.45

QUALCOSA DI MERAVIGLIOSO
Regia di Pierre-François Martin-Laval.
Un film con Gérard Depardieu, Isabelle Nanty, Didier Flamand, Pierre-François Martin-Laval, Emmanuel Ménard.
Biografico, Commedia, Drammatico - Francia, 2019, durata 107 minuti.


Nel maggio del 2011, Nura Mohammad lascia il Bangladesh con suo figlio in cerca di stabilità e speranza. Dietro di lui il resto della famiglia, davanti Fahim, 8 anni e un talento per gli scacchi. Padre premuroso e protettivo, Nura omette al figlio le violenze che agitano il loro paese e giustifica la loro partenza con la promessa di fargli incontrare in occidente un grande maestro di scacchi. Ma arrivati in Francia le cose non sono così semplici. A semplificare la partita e l'amministrazione francese ci pensa il vecchio Sylvain Charpentier, campione di scacchi di grande mole e saggezza. Accolto nella sua aula, Fahim imparerà rapidamente le regole del gioco e della vita.


Sette anni fa, la storia di Fahim Mohammad fece grande scalpore. Nel 2012, un ragazzino di dodici anni senza permesso di soggiorno divenne campione di Francia di scacchi under diciotto. Interrogato sulla precarietà amministrativa del giovane campione di origine bengalese, François Fillon, Primo ministro dell'epoca, conciliò il senso proprio e lo spirito della regola, accelerando la sua regolarizzazione e quella della sua famiglia.

Toccato dalla sua storia, Pierre-François Martin Laval cambia registro e firma un feel good movie su un soggetto politico, offrendo una riflessione sulla condizione disperata dei migranti, sul coraggio e l'abnegazione di cui danno prova tra esilio e adattamento al paese di accoglienza. Ma Qualcosa di meraviglioso è anche un film sulle virtù pedagogiche e universali del gioco degli scacchi, sul cameratismo rispettoso e lo spirito, di gruppo e di competizione, di una squadra di ragazzini.

Malgrado la mancanza di messa in prospettiva e l'arrotondamento degli 'spigoli', le implicazioni politiche cedono il passo alla lezione di speranza, il film non spinge mai sul pathos e sul miserabilismo. Il regista preferisce concentrarsi sull'aspetto umanistico di questa odissea con una dose misurata di buoni sentimenti e di leggerezza, Miracolosamente in equilibrio tra dramma e commedia, il risultato è un film delicato sulla difficoltà di sognare un domani migliore per sé e i propri cari. La sua forza sta nella trascrizione di una storia vera di cui osserviamo tutta la durezza: l'esilio, la complessità del sistema burocratico francese, la barriera della lingua, la separazione familiare.

Se il registro è drammatico, la sceneggiatura resta ottimista e dimostra fino a che punto possiamo provocare il destino. Un destino che qualche volta si gioca su una scacchiera. La constatazione è amara ma compensata nel film dalle relazioni umane al centro del racconto. La messa in scena accentua l'aspetto 'favolisitico' della vicenda ma è proprio il côté favola a toccare da vicino lo spettatore, a vincerne la diffidenza, a ricordargli che al di là della sua sicura vita occidentale, ci sono persone che rischiano ogni giorno la propria battendosi e rimanendo fiduciosi nel prossimo.

L'emozione che suscita il film non fa dimenticare la questione a cui si aggrappa: come leggere le leggi che regolano l'esilio e il diritto d'asilo? Dovremmo davvero interpretarle alla lettera ed espellere un bambino e suo padre? Il club degli scacchi di Sylvain Charpentier, Xavier Parmentier nella vita vera, diventa per Fahim un vero e proprio rifugio e il cuore autentico del film contro l'autenticità di facciata dell'esordio. Il 'suo meglio' si rintraccia nelle sequenze in Francia con Gérard Depardieu, maître di scacchi di finezza assoluta, 'giocato' su una corda tesa. Come se l'attore traesse una forza nuova dal confronto col giovane Assad Ahmed, che interpreta Fahim con un mélange di candore e naturalezza. Insegnante di scacchi che ha mancato il suo appuntamento con la gloria, il personaggio gli sta come un guanto perché il percorso di Depardieu esprime da sempre l'impossibilità di essere una star che fa sognare.

A immagine di Sylvain Charpentier, l'attore non smette di battersi con se stesso, coi suoi incubi, le sue tragedie e con tutto quello che gli è insopportabile. Tra i meriti di Pierre-François Martin Laval c'è quello di averlo scelto, di aver arruolato il corpo bulimico di un esploratore che sa che il mondo è finito ma può essere ancora vissuto. Un surplus di corpo che ha un supplemento d'anima. È lui il 'pezzo pesante' di una scacchiera che trema sotto i suoi colpi. Colpi di pugno che volgono in colpi di cuore. E il 'metodo Depardieu' vale da solo una stella.










(fonte - https://www.mymovies.it)


GIO 28 NOV - ORE 21.00
VEN 29 NOV - ORE 21.00
SAB 30 NOV - ORE 21.00
DOM 1 DIC - 16.00 / 18.30
ASPROMONTE
LA TERRA DEGLI ULTIMI
Regia di Mimmo Calopresti.
Un film con Valeria Bruni Tedeschi, Marcello Fonte, Francesco Colella, Marco Leonardi, Sergio Rubini. Drammatico - Italia, 2019, durata 89 minuti.


1951. Africo è un paesino arrampicato sulle montagne dell'Aspromonte i cui abitanti vivono ancora "cumm'e bestie", senza elettricità, acqua corrente, un medico condotto o una scuola. Il sindaco della marina, cioè il paese al mare, fa loro promesse di ammodernamento che regolarmente non mantiene, e gli africoti decidono di aiutarsi da soli costruendo una strada che colleghi il paese montano alla marina. Nel frattempo è giunta ad Africo una maestra di Como che non ha intenzione di andarsene come chi l'ha preceduta perché ha scelto di rendersi utile dove c'è più bisogno.
La maestra comincia a relazionarsi con gli abitanti: i bambini innanzitutto e poi tutta la comunità, fra cui spiccano il leader naturale Peppe, il combattivo Cosimo e il "poeta" Ciccio, anima contemplativa che intuisce il valore dell'istruzione anche se non ne ha mai ricevuta una. Ma il tentativo della comunità di migliorare le proprie condizioni ha vari nemici: dalle istituzioni al prepotente locale, Don Totò, che non vogliono che Africo partecipi alla (già lenta) evoluzione del Paese. Ciascuno rappresenta i freni che hanno tenuto il Sud lontano dal progresso: la politica, la criminalità più o meno organizzata, e le forze dell'ordine al servizio dell'una e al soldo dell'altra.


Aspromonte, la terra degli ultimi è l'omaggio che Mimmo Calopresti e il suo produttore Fulvio Lucisano fanno alle proprie origini calabresi, e si sente in ogni scena che arriva da un profondo attaccamento alle radici e da un genuino amore per la propria terra.

Il cast comprende calabresi doc come Marcello Fonte (Ciccio), Marco Leonardi (Cosimo) e Francesco Colella (Peppe), più due "forestieri" di nome: Valeria Bruni Tedeschi, già protagonista de La seconda volta, nei panni della maestra comasca e il pugliese Sergio Rubini in quelli di Don Totò. Questa sincerità di intenti fa perdonare al film una strizzata d'occhio di troppo all'estetica da Nuovo Cinema Paradiso, evocato anche dalla presenza di Leonardi e dalla scena finale, i cui dettagli non riveleremo.

Aspromonte è una favola arcaica color fango e miseria, un racconto simbolico e nostalgico che esprime una mitologia familiare e un'appartenenza territoriale tanto genuinamente (e visceralmente) sentita quanto lontana dalla quotidianità di Calopresti e Lucisano. In modo semplice (e talvolta didascalico) la sceneggiatura di Calopresti e Monica Zapelli punta il dito contro i mille freni al progresso in Calabria, dalla miseria che toglieva i figli dalle scuole per trattenerli nei campi al senso proprietario dei genitori terrorizzati all'idea che "se costruisci la strada tuo figlio sarà il primo a partire"; dall'ignoranza che rende impossibile viaggiare anche solo con la mente all'omertà che impedisce agli ultimi di denunciare i propri taglieggiatori.
Ispirato al romanzo "Via dall'Aspromonte" dello scrittore africota emigrato in Piemonte Pietro Criaco, il film di Calopresti racconta, benché con una certa convenzionalità di messinscena, lo strazio autentico di chi ha visto i luoghi della propria infanzia spopolarsi e diventare paesi fantasma, e il legame fortissimo che continua a vivere in chi è dovuto andare via, come il padre di Calopresti, emigrato a Torino per sfuggire a un destino segnato e crearne uno migliore per suo figlio.

Il regista ha ambientato interamente la sua storia in luoghi reali come Roghudi o Ferruzzano e ha cercato una fedeltà assoluta nella ricostruzione degli ambienti della sua memoria famigliare, ricreando un mondo del cuore di fatto scomparso, ma mai dimenticato.

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IL MISTERO HENRI PICK
Regia di Rémi Bezançon.
Un film con Fabrice Luchini, Camille Cottin, Alice Isaaz, Bastien Bouillon, Josiane Stoléru.
Commedia, Drammatico - Francia, Belgio, 2019, durata 100 minuti.


Quanto un libro può sconvolgere la vita delle persone? Quanto, l'inchiostro intriso sulla carta, può penetrare anche nell'emotività e nella quotidianità? Può forse succedere di decidere di divorziare, di lasciare il lavoro, di cambiare vita, dopo aver letto un libro? "Le ultime ore di una storia d'amore di Henry Pick", il romanzo, vero protagonista di Chi l'ha scritto? Il mistero di Henry Pick, di Remi Bezançon, presentato in anteprima al Biografilm Festival di Bologna, ha proprio questo potere: dal suo ritrovamento nella biblioteca dei "Libri rifiutati" (dagli editori), pubblicato da Daphne (Alice Isaaz) una giovane e ambiziosa editor per la casa editrice in cui lavora, sconvolge completamente le vite di coloro che lo leggono.


Henry Pick, pizzaiolo di un paesino della Bretagna, ha infatti lasciato il manoscritto ritrovato, facendo emergere, dopo la sua morte, un lato romantico e letterario di cui moglie (Joesiane Stoleru) e figlia (Camille Cottin) non si erano mai accorte e aumentando la frustrazione di Fred (Bastien Bouillon) fidanzato della editor e scrittore ignorato dalla critica.

Ma il famoso critico letterario Jean Michel Rouche (Fabrice Luchini, che ha ricevuto Celebration of Lives 2019, il premio che Biografilm dedica ai grandi narratori che con le loro opere e la loro vita hanno lasciato un segno profondo nella storia contemporanea), lasciato dalla moglie e licenziato, è convinto che dietro il pizzaiolo si celi uno scrittore vivente, e fa di tutto per scoprirlo.

Tratto dal romanzo "Il Mistero di Henry Pick" di David Foenkinos (romanziere francese, i suoi libri sono stati tradotti in più di quindici lingue. "La delicatezza", dal quale l'anno successivo è stato tratto il film omonimo con Audrey Tautou, "Le nostre separazioni L'eroe quotidiano", "Mi è passato il mal di testa", "Charlotte") è stato adattato dallo stesso Bezançon: "Mentre leggevo per la prima volta il romanzo - racconta il regista - emergeva chiaramente la figura di Fabrice Luchini, attore con cui desideravo lavorare da tantissimo tempo. Quindi abbiamo scritto la sceneggiatura pensando esattamente a lui, perché credo che Fabrice sia l'attore più letterario che abbiamo in Francia, ed anche quando calca il palcoscenico teatrale ama spesso leggere testi letterari - continua - e non esiste altro attore capace di improvvisare una scena imitando Marguerite Duras".

Il film è un omaggio alla letteratura, svelandone anche le talvolta meschine dinamiche editoriali, ma focalizzandosi soprattutto sul potere della parola scritta, capace di risvegliare antichi sentimenti, nuove consapevolezze, grandi scoperte emotive. A tal proposito, Luchini precisa: "il personaggio incarna un'idea alta e pura di letteratura, che lo spinge a tentare in tutti i modi di rompere i meccanismi commerciali che spesso si alimentano attorno alle opere, tanto da far credere al pubblico che un pizzaiolo bretone che non ha mai scritto se non la lista della spesa, possa essere un talento letterario". "Quando abbiamo iniziato a lavorare al film, la prima cosa che ci siamo chiesti è stata come rendere credibile questo critico letterario che è talmente innamorato della letteratura da rifiutare un sistema che trasforma l'opera letteraria in un prodotto meramente commerciale".

L'ambizione di Bezançon - spiega ancora l'attore protagonista - era fare un film anche ludico, godibile, ricco di ironia e suspense - e il suo modo di lavorare, di dimenticare se stesso sul set, ha fatto in modo che tutte le energie confluissero in questo risultato, perché noi attori ci dimenticavamo che stavamo lavorando".

Tutti i personaggi ruotano attorno al romanzo, bestseller che scatena pellegrinaggi alla pizzeria del defunto e alla biblioteca dei libri rifiutati, dove, con sarcasmo e ironia, sono presenti manoscritti di ogni genere con titoli improbabili, poiché in ogni persona potrebbe celarsi uno scrittore e perchè la scrittura ha un ruolo salvifico. Prodotto da Mandarin production, con Gaumont, France 2 Cinema e i belgi di Scope Pictures, il film è già stato venduto in 54 paesi. Nelle sale italiane da ottobre distribuito da I Wonder Pictures.




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PROSSIMAMENTE
STORIA DI UN MATRIMONIO
Regia di Noah Baumbach.
Un film con Scarlett Johansson, Adam Driver, Laura Dern, Merritt Wever, Azhy Robertson.
Drammatico - USA, 2019, durata 136 minuti.

In versione originale con sottotitoli italiani


Charlie, regista di teatro, e Nicole, sua moglie e prima attrice, si stanno separando. Lui lavora a New York, lei si è trasferita a Los Angeles per lavorare in televisione, insieme hanno un figlio. Nicole vuole un'altra vita e chiede il divorzio, affidandosi ad un abile avvocato. Charlie deve quindi lottare a sua volta, per continuare a vivere nella sua città senza perdere la custodia condivisa del bambino.
Improvvisamente i due amanti non si riconoscono più, sono travestiti da versioni mostruose e grottesche di loro stessi, come ci suggeriscono i costumi di Halloween, e in questo spettacolo domestico Charlie rischia di avere la peggio e di diventare davvero l'uomo invisibile.


Quattordici anni dopo "Il calamaro e la balena", Noah Baumbach torna a parlare di divorzio, questa volta dal punto di vista degli adulti coinvolti, avvicinandoli nell'intimità dei tanti primi e primissimi piani di cui fa uso

"Non è una performance!", rimprovera Nicole a sua sorella quando, imbarazzata dalla sofferenza, questa non sa come comportarsi con l'ex cognato e vorrebbe fare le prove. E invece, a suo modo, Storia di un matrimonio è questo: il regista mette in scena, cioè, tutto il teatro che il percorso psicologico e processuale si porta appresso, più o meno scopertamente. Il gioco delle parti e degli schieramenti, il Kramer contro Kramer delle scene madri di litigio, le piccole verità trasformate in melodrammatiche rappresentazioni ("Most people in this business make up the truth to get where they need to go", conferma il pluridivorziato Bert, umanissimo avvocato interpretato da Alan Alda, sacrificato lungo la via appena questa si fa più aspra).

Eppure c'è performance e performance: c'è quella in cui si è eterodiretti e si finisce per smarrire la propria voce e la propria personalità, e poi c'è quella spontanea (anche nella finzione) in cui si prende in mano il microfono e si dice la verità, attraverso le parole di una canzone. Quando Adam Driver canta "Being Alive", da un musical di Broadway (non a caso), diventa chiaro che, per Baumbach, esplorare il divorzio è anche un altro modo di guardare al matrimonio, come al positivo di una pellicola, e che la precisione "malincomica" della sua scrittura e la prossimità d'ascolto della sua regia (agli antipodi rispetto all'osservazione casuale e inclemente dell'inviata del tribunale) concorrono per tutelare anzitutto il sentimento e rivendicare il suo posto nella traversata.

Tra attori alleniani, paradossali claustrofobie sotto il grande cielo della California, monologhi che sistemano in una sola frase religione e patriarcato, Baumbach, Johansson e Driver raccontano una storia di tanti con una naturalezza non da tutti, illuminando il legame nella divisione, alternando sorrisi e lacrime, cercando forse troppo l'universale, ma senza perdere in intensità.

(fonte - https://www.mymovies.it)


INGRESSO LIBERO
AGRODOLCE
Regia di Alessandro Prato
Italia, 2019, durata 88 minuti.


Quattro ragazzi, quattro vite diverse, quattro sogni difficilmente realizzabili.
Ambientato in una cittadina della pianura padana, il film vuole raccontare una storia di ventenni, vista da un ventenne.

Marco, Cecilia, Tommaso e Paola, i protagonisti del film, sono dei gran sognatori e immaginano nel loro futuro la realizzazione delle loro aspirazioni e il riconoscimento delle loro capacità. Hanno una vita ricca di speranze e di passioni, che vogliono raccontare a qualcuno... oltre che a loro stessi.

Inseguono i loro sogni con determinazione, con entusiasmo, con grande fiducia, ma sbattono presto contro la dura realtà...