PROSSIMAMENTE



IN CARTELLONE


GIO 3 MAG - 21.00
VEN 4 MAG - 21.00
SAB 5 MAG - 18.30 / 21.00
DOM 6 MAG - 16.00 / 18.30 / 21.00
WAJIB - INVITO AL MATRIMONIO
Regia di Annemarie Jacir.
Un film con Mohammad Bakri, Saleh Bakri, Maria Zreik, Tarik Kopty, Monera Shehadeh.
Drammatico - Palestina, 2017, durata 96 minuti.


Abu Shadi, 65 anni, divorziato, professore a Nazareth, prepara il matrimonio di sua figlia. Shadi, suo figlio, architetto a Roma da anni, rientra qualche giorno per aiutarlo a distribuire a mano, uno per uno, gli inviti del matrimonio come vuole la tradizione palestinese del "wajib". Tra una visita e l'altra, le vecchie tensioni tra padre e figlio ritornano a galla in una sfida costante tra due diverse visioni della vita.



Attraverso tortuose salite e discese di Nazareth, brucianti rancori e ricordi di famiglia tracciano la geografia di una città divisa, la storia di un popolo riflessa negli sguardi dei due uomini.

Abu Shadi (Mohammad Bakri) e Shadi (Saleh Bakri), padre e figlio anche nella vita e per la prima volta insieme al cinema ci guidano, a bordo della loro vecchia Volvo, in un road movie urbano tra lo spazio di una città ferita e il tempo di una famiglia distrutta. Nazareth è la terza protagonista di cui la regista e poetessa Annemarie Jacir mette in evidenza le eterne contraddizioni. La più grande città della Palestina storica, oggi Stato d'Israele, Nazareth è pietrificata dall'occupazione israeliana in cui tensioni permanenti infiammano la popolazione, musulmana al 60% e cristiana al 40%. È dunque quella minorità di "palestinesi invisibili", come vengono chiamati i palestinesi cristiani che accettano di vivere con diritti limitati pur di restare nel loro Paese, che la regista vuole raccontare. Una città-ghetto agli occhi di molti, "una città di sopravvissuti" agli occhi di Annemarie Jacir.

Il "wajib" dunque, "dovere sociale" riservato agli uomini della famiglia della sposa, diventa una scusa per la regista che guarda alla sua Palestina attraverso la relazione padre-figlio in cui si riflette l'intera comunità. I due uomini di due diverse generazioni rispecchiano due modi opposti di essere palestinese: se il padre rappresenta la sottomissione allo Stato d'Israele che passa per il compromesso e la paura, il figlio che ha preferito l'esilio, dà voce allo sradicamento e all'idealizzazione di uno Stato che non esiste più o non ancora. Il figlio rimprovera al padre la sua rassegnazione e la sua remissività al sistema locale di potere, compromessi e ipocrisie, a cui il padre oppone la fedeltà alla sua terra e un necessario pragmatismo.

Shadi, invece, con chignon e camicia rosa a fiori, che ha lasciato il Paese dopo le tensioni politiche causate dal suo cine-club e preferisce fare l'architetto a Roma, è visto dal padre come vile che parla della Palestina da lontano con la sua ragazza, figlia di un membro influente dell'Olp. Abu Shadi, così, per orgoglio paterno preferisce dire ad amici e parenti che suo figlio è medico e un giorno tornerà a casa e si sposerà con una ragazza del posto. Le accese dispute tra i due uomini, dunque, risuonano della complessità di una città, difficile da abitare così come da abbandonare.
Tra le interminabili visite e gli interminabili caffè, impossibili da rifiutare, Shadi da architetto passa in rassegna lo squallore e l'abbandono della città, tra insensate strade, inutili teli colorati, onnipresente plastica e montagne di spazzatura, probabilmente invisibili allo sguardo abituato del padre. Ma il continuo movimento e cambio di ambientazione non lascia che il duello verbale diventi una vera disputa. Nonostante la tensione crescente di una conversazione sempre sul punto di esplodere in furiosa lite, basta una canzone che risveglia ricordi d'infanzia per mettere a tacere gli insulti, i rimproveri e i rancori. In fondo entrambi sanno che nessuno dei due ha completamente ragione, entrambi, ciascuno a suo modo, cercano il miglior modo di sopravvivere a problemi più grandi di loro. Così i temi politici, sociali e umanitari accennati con delicatezza rimangono sullo sfondo di una lunga conversazione tra padre e figlio, finalmente riuniti. I momenti più drammatici, inoltre, rivelano preziosi istanti di humour proprio di chi ha una grande umanità e tanta voglia di vivere. Nonostante l'immondizia, la plastica e la polvere, Nazareth riesce ancora a brillare agli occhi di Shadi e Abu Shadi, che si riscoprono dopotutto padre e figlio.


MER 25 APR - 16.00 / 18.30 / 21.00
VEN 27 APR - 21.00
SAB 28 APR - 18.30 / 21.00
DOM 29 FEB - 16.00 / 18.30 / 21.00
MAR 1 MAG 
- 16.00 / 18.30 / 21.00
LA MÉLODIE
Regia di Rachid Hami.
Un film con Kad Merad, Samir Guesmi, Alfred Renely, Jean-Luc Vincent, Tatiana Rojo.
Drammatico - Francia, 2017, durata 102 minuti.


Simon è un violinista che al momento non ha ingaggi e accetta di tenere un corso sullo strumento a una classe di allievi di scuola media inferiore che vivono in condizioni socio ambientali non facili. L'inizio non è semplice perché i ragazzi sono provocatori e sembrano interessati solo a creare disturbo. Progressivamente però il loro interesse si concretizza e del gruppo entra anche a far parte Arnold uno studente di origine centroafricana che non ha mai conosciuto suo padre e che è particolarmente dotato per lo strumento. L'obiettivo della classe è arrivare al concerto di fine d'anno della Filarmonica di Parigi. Gli ostacoli non mancheranno.



Rachid Hami è entrato in contatto con Démos che è "un dispositivo di educazione musicale ed orchestrale a vocazione sociale, un progetto di democratizzazione culturale che si indirizza a bambini provenienti da quartieri particolari delle città o da zone rurali insufficientemente dotate di istituzioni culturali". Vanno quindi messe tra parentesi tutte le possibili obiezioni su 'luoghi' già visitati dal cinema.

Perché si può pensare a Les choristes - I ragazzi del coro e ritenere di essere di fronte a una rivisitazione aggiornata di quel soggetto. Non è così. Hami ci mette di fronte a un'esperienza che assomiglia a quella che Gustavo Dudamel ha portato avanti grazie all'iniziativa El Sistema in Venezuela (e che oggi Maduro sta iniziando ad affossare con il pretesto che il direttore d'orchestra 'fa politica').

Non siamo nel tormentato Paese dell'America Latina ma a Parigi. I giovanissimi allievi non sono campesinos ma della Ville Lumière conoscono la vista dei tetti che si può scorgere dalle terrazze all'ultimo piano dei casermoni di banlieu in cui crescono. Le dinamiche relazionali si nutrono di volgarità e di una superficialità apparentemente priva di luci in fondo al tunnel. Tutto questo non può che deprimere anche il docente e l'artista più motivato. Ma solo chi è deserto non vuole che qualcosa fiorisca in te, come canta Max Pezzali che, se fosse francese, potrebbe essere collocato dai ragazzini tra gli autori di musica 'classica' (ci mettono Cèline Dion).

Ma Simon non è così, non rinuncia subito (anche se la tentazione sarebbe forte). Forse perché si trova non davanti ma dietro a una finestra il piccolo Arnold intento a spiare le lezioni desiderando tanto quello strumento e quell'archetto che altri utilizzano come improvvisata spada. Dal talento che avverte in lui si sprigiona quella luce che i neon dell'aula non sempre garantiscono e che lo spinge a guardare oltre al degrado culturale in cui vivono coloro che ha davanti invitandolo ad entrare in case in cui apprendere a sua volta ciò che non conosce. Si può rimanere freddi dinanzi a un film come questo pensando alla 'solita storia' oppure farsi prendere anche dalla commozione vedendo, come accade nella realtà grazie a Démos, dei bambini svantaggiati appoggiare il loro futuro alla mentoniera di un violino.


VM 14 ANNI
GIO 19 APR - 21.00
VEN 20 APR - 18.30 / 21.00
SAB 21 APR - 18.30 / 21.00
DOM 22 APR - 16.00 / 18.30 / 21.00
DOPPIO AMORE
Regia di François Ozon.
Un film con Marine Vacth, Jérémie Renier, Jacqueline Bisset, Myriam Boyer, Dominique Reymond.
Thriller - Francia, 2017, durata 110 minuti.


Chloé ha un dolore che non passa. Giovane donna fragile, somatizza un segreto che custodisce nel ventre e affronta in terapia. Paul, lo psichiatra, la ascolta senza dire niente fino al giorno in cui decide di mettere fine alle sedute. La seduzione che Chloé esercita su di lui è incompatibile con la deontologia professionale. Ma Chloé ricambia il sentimento di Paul e trasloca la sua vita (e il suo gatto) nel suo appartamento. Tutto sembra volgere al meglio, quando scopre che il compagno le nasconde la sua parte oscura: Louis, gemello monozigote che svolge la stessa professione in un altro quartiere di Parigi. Intrigata, prende un appuntamento. L'attrazione è fatale. Chloé li ama entrambi, uno con dolcezza, l'altro con bestialità. Alienata e divisa, scende progressivamente all'inferno.



Dal suo debutto, François Ozon esplora l'altro. Quel doppio, benefico o malefico (o le due cose insieme) che cova in noi, esercitando una presa amorosa, sessuale, criminale.

L'altro che è femmina, l'altro che è doppio, l'altro che è ratto, l'altro che ha le ali, l'altro che non può essere morto, l'altro che infila la casa d'altri, l'altro che è assassino. Adattamento di un romanzo breve di Joyce Carol Oates ("Lives of the Twins"), L'amant double è l'esito, e probabilmente la conclusione, di questa dualità permanente. Con rigore geometrico, l'autore francese precipita nella testa di una donna scollata dal mondo reale. La causa, (di)spiegata nell'epilogo, affonda nella gemellarità. La gemellarità parassita mostrata in quello che ha di più mostruoso.

La maniera è quella di Brian De Palma, con un gusto postmoderno e incontenibile per la citazione. Ma le referenze cinefile non si esauriscono con Le due sorelle. C'è in Ozon una disciplina geniale che assimila in fretta il lavoro dei maestri per cucire la pelle e dipingere una tela di colori brillanti e visioni fantastiche. Nella sua variazione sul tema dei gemelli c'è David Cronenberg, ci sono le scale a chiocciola e le altezze vertiginose di Alfred Hitchcock, i segreti dietro alla porta di Fritz Lang, gli animali perturbanti di Jacques Tourneur e la vicina indiscreta di Roman Polanski (Rosemary's Baby).

Nondimeno L'amant double resta indiscutibilmente ozoniano, nelle sue ossessioni, nelle sue fissazioni, nelle sue oscillazioni tra centro e margine, dispositivo e ritratto, artificio e natura. Tutto nel film è riflesso, riflessione, specchio, eco, gemello. Tutto è doppio. Ci sono Paul e Louis certo, poi due madri, due figlie, due gatti (e un terzo impagliato). Ozon penetra l'intimità della sua protagonista, inventa, osa. Osa un piano sorprendente, audace, quasi surrealista, che passa per la vagina, accesso a un corpo consumato dall'interno.

È dal ginecologo che si apre L'amant double cercando una diagnosi razionale a un dolore tenace al ventre. Crampo che trova ragione nella psichiatria. Cinema organico e genitale, L'amant double è un'indagine mentale in cui perdiamo presto la direzione. Perché François Ozon è uno dei rari autori a distillare, film dopo film, l'idea sconcertante che le immagini mentono. O possono sbagliarsi. Girando con precisione clinica, invita il pubblico a emanciparsi dalla passività che il cinema sovente esige, per decifrare, per interrogare. L'amant double è un étude de femme dentro un thriller psicologico che frequenta il doppio malefico. Come sempre con Ozon si impongono due film, quello esibito e quello intrecciato con pazienza, che dissimula sotto il bagliore della superficie e i falsi décor del Palais de Tokyo.

Insieme a Frantz e a Una nuova amica, per citare le opere più recenti, L'amant double segue un percorso femminile e 'genera' la vera Chloé attraverso due uomini, così differenti e così uguali. Proprio come Anna attraverso Adrien (Frantz), Claire attraverso David e Virginia (Una nuova amica). Meno rassicurante di quello intrapreso da Anna e Claire, il viaggio di Chloé è crudo, crudele, brutale. Una fuga nevrotica in cui la realtà naufraga e i passaggi onirici o le istallazioni del museo che Chloé sorveglia trasfigurano in minaccia. Minaccia che incombe, che circonda, lambisce fino a inghiottirla, fino a dissolverla davanti a due fratelli che si desiderano più di quanto la desiderino. L'universo freddo e incerto di L'amant double è scaldato dall'intensità del desiderio della coppia formata da Marine Vacht e Jérémie Renier. Lei che in Giovane e bella era superficie fredda, opaca, anaffettiva, rivela la sua intimità fino alla vertigine. Lui, bionda e fatale proiezione, raddoppia provocando uno choc psichico. Incarnando la dicotomia di un autore diabolico.


MER 2 MAG - 20.00
BIGLIETTO UNICO 5,00 EURO
EX LIBRIS: NEW YORK PUBLIC LIBRARY
Regia di Frederick Wiseman.
Documentario - USA, 2017, durata 197 minuti.


Il sistema bibliotecario di New York, cuore pulsante della vita culturale cittadina, è un apparato complesso, costituito da novantadue sedi. Sostenuto grazie a una gestione mista di fondi pubblici e privati, è nato per garantire a tutti i cittadini accesso gratuito alle proprie raccolte. È questo l'ultimo mondo scandagliato, nei suoi diversi aspetti e ordini di significato, da Ex Libris, l'ultimo film del documentarista statunitense Frederick Wiseman (classe 1930), con all'attivo oltre quaranta titoli a partire dalla fine degli anni Sessanta, con il metodo e il ritmo che (purtroppo solo) il pubblico dei festival europei ha imparato a riconoscere negli ultimi quindici anni. Per la prima volta è in competizione nel concorso ufficiale alla Mostra di Venezia, che ha già ospitato alcuni suoi lavori: In Jackson Heights e At Berkeley (Fuori concorso nel 2015 e 2013) Crazy Horse (Giornate degli autori, 2011) La Danse - Le ballet de l'Opera de Paris (Orizzonti, 2009) e Domestic Violence (Nuovi Territori, 2001).



Wiseman guida lo spettatore in un racconto fiume (197 minuti) nei diversi ambienti, rivela le diverse location non come una guida le mostrerebbe a un gruppo di turisti ma le accosta come gli organi di uno stesso corpo, una macchina la cui linfa vitale equivale all'informazione e al valore distribuiti alla cittadinanza coi suoi servizi.

La macchina da presa coglie perfino il tono di voce degli addetti, le loro mansioni e le esigenze degli utenti, siano essi privati cittadini, ricercatori al lavoro su archivi oppure homeless in cerca di riparo. In parallelo, siede al tavolo delle riunioni operative del direttivo, un gruppo alla costante ricerca di risorse, impegnato a decidere come diversificarle e a come coinvolgere gli investitori e i rappresentanti della politica. Oltre alla digitalizzazione dei repertori e il continuo aggiornamento dei cataloghi c'è l'urgenza di ridurre il più possibile il divario digitale, dato che un newyorkese su tre non ha accesso alla rete. L'attività delle biblioteche pubbliche infatti non si limita al prestito e consultazione di opere sui supporti più diversi, ma consiste anche nel reperire in rete informazioni utili, per esempio mediche e legali, e in un'ampia gamma di corsi, possibilità di impiego, occasioni di relazione e di istruzione, con percorsi ad hoc per i disabili.

Ex libris non è solo un inno al diritto all'istruzione ma all'inclusione, alla partecipazione, alla circolazione e condivisione di persone, dati, idee: valori alla base del vivere civile e democratico e della politica in sé, intesa anche come vita di una polis che rappresenta l'eccellenza di un Paese: tra presentazioni di libri, eventi, corsi di lettura in Braille e produzione di audiolibri, un centro specifico di ricerca sulla black culture, classi di discussione di letteratura per anziani e interazione con il sistema scolastico (spesso carente, come nel caso della "riscrittura" di un testo che definisce "lavoratori" gli schiavi arrivati via nave dall'Africa), la ricchezza di questa istituzione si dispiega in un viaggio appassionante dentro un monumento alla civiltà, in una chiamata misurata e argomentatissima a riappropriarsi della cultura, soprattutto attraverso la coscienza di classe e al principio di solidarietà così negletto dal governo Trump.

Con Ex libris (il marchio che indica la proprietà di un volume, ma anche, in senso più ampio, tutto ciò che arriva dall'istruzione) il metodo di Wiseman, che indica a modello anche Primo Levi («fate attenzione a come descrivete come una cosa è fatta e prende forma, a non trascurarne il processo») e l'istituzione di cui si occupa sembrano ispirarsi a gli stessi principi. Ovvero quelli simboleggiati dai due leoni di marmo fuori dalla sede storica di Manhattan, non a caso simbolo dell'istituzione: patience and fortitude, pazienza e coraggio.


VEN 13 APR - 18.30 / 21.00
SAB 14 APR - 18.30 / 21.00
DOM 15 APR - 16.00 / 18.30 / 21.00
THE SILENT MAN
Regia di Peter Landesman.
Un film con Diane Lane, Kate Walsh, Liam Neeson, Maika Monroe, Marton Csokas, Ike Barinholtz.
Biografico - USA, 2017, durata 103 minuti.


Washington, 1972. Mark Felt è il vicedirettore dell'FBI, presso cui presta servizio da trent'anni, quando il suo capo, il temibile J. Edgard Hoover, muore lasciando vacante la poltrona di direttore. A modo suo, Hoover era un architrave del sistema e la sua assenza scardina un sistema di potere, un'architettura istituzionale ben codificata. Tantopiù che Felt, delfino ed erede designato di Hoover, viene invece bypassato in favore di Pat Gray, legato a doppio filo con la Casa Bianca. Mancano circa duecento giorni alle elezioni presidenziali, il Repubblicano Richard Nixon si aspetta una riconferma e la sua campagna elettorale non risparmia i colpi bassi: fra questi, una pesante intrusione nella sede del Partito Democratico. È l'inizio dello scandalo Watergate e le indagini dell'FBI vengono chiaramente ostacolate dalla presidenza.



Felt, che ha sempre rivendicato l'autonomia della sua agenzia rispetto alle ingerenze della politica, non ci sta, e comincia una battaglia sotterranea, che non esclude le soffiate strategiche alla stampa.

The Silent Man racconta la vicenda dell'informatore del Washington Post definito come Gola Profonda, strumentale nel trascinare Nixon verso le dimissioni. Da uomo abituato a mantenere segreti, Felt non rivelò la sua identità fino al 2005 in un'intervista al Vanity Fair americano, e nonostante molti all'interno dell'FBI (e della Casa Bianca) conoscessero la sua storia, non fu mai rimosso dall'incarico perché era "l'uomo che sapeva troppo", e le sue eventuali rivelazioni avrebbero fatto crollare il gigantesco castello di informazioni tenute nascoste "per il bene pubblico".

La sua parabola, raccontata nell'autobiografia che Felt consegnò alle stampe nel 2006, è la base di The Silent Man, scritto e diretto da Peter Landesman, giornalista investigativo passato al cinema come sceneggiatore e poi regista: il che spiega il fatto che The Silent Man manchi in azione e abbondi in dialoghi. Ma anche la regia, che potrebbe sembrare televisiva (nell'accezione contemporanea di televisione di qualità), rivela aspetti interessanti ed è fortemente debitrice di un mentore: quel Ridley Scott che produce il film, e il cui punto di vista "filosofico" pervade l'intera narrazione visiva.

Liam Neeson presta la sua solennità a un personaggio che si vive come un vettore, una freccia scoccata verso una direzione da mantenere con inflessibile determinazione. Il suo Felt lascia il lavoro sporco ad altri meno idealisti e integerrimi di lui - primo fra tutti il "macellaio" Bill Sullivan - ma non disdegna le pressioni indebite e le trasgressioni in tema di diritti umani. Il contraltare di Felt, più che Sullivan, è Pat Gray, che in un'altra circostanza sarebbe stato interpretato (con il beneplacito di Ridley Scott) da Kevin Spacey, e invece qui ha il volto del clone di Spacey Marton Csokas. Il resto del cast è formato da volti noti in ruoli minori: Diane Lane nei panni della moglie di Felt, Tony Goldwyn, Josh Lucas, Tom Sizemore, Bruce Greenwood, e persino Eddie Marsan in un microscopico cammeo.
Il commento musicale di Daniel Pemberton sottolinea magistralmente i passaggi più sulfurei della vicenda, e la cinepresa di Landesman indugia (a volte troppo a lungo) sul volto imperscrutabile di Felt come sugli ambienti chiusi che Gola Profonda attraversa in silenzio, mentre la fotografia di Adam Kimmel si mantiene buia e opaca come la storia di segreti e bugie che racconta. Una vicenda che nel presente assume rilevanza perché pone la domanda su quanto sia lecito, in nome della difesa dello Stato, tenere il pubblico all'oscuro senza "chiedere il permesso di nessuno", esigere mani libere e non rispondere delle proprie azioni all'opinione pubblica e ai mass media. E ci ricorda anche che FBI e CIA restano "le costanti", al di là di chi si avvicenda nella Stanza Ovale.


NOVECENTO - ATTO I
MER 18 APR - 16.00 / 21.00


NOVECENTO - ATTO II
GIO 26 APR - 16.00 / 21.00
NOVECENTO
Regia di Bernardo Bertolucci.
Un film con Gérard Depardieu, Robert De Niro, Burt Lancaster, Sterling Hayden, José Quaglio.
Drammatico - Italia, 1976, durata 155 minuti.


Dal 1900 al secondo dopoguerra, le due vite contrapposte e intrecciate del contadino Olmo (Gérard Depardieu) e del ricco latifondista Alfredo (Robert De Niro) al centro di un poderoso e veemente affresco dove Bertolucci ha tentato di fondere il mélo hollywoodiano con l'epica comunista, non senza echi filmici inattesi (il patriarca Berlinghieri di Burt Lancaster è quasi una variante acre e sanguigna del principe di Salina). Due atti: il primo va dal 1900 all'avvento del fascismo, il secondo si conclude con la Liberazione. Oltre al sontuoso ed eterogeneo cast, protagonista è il paesaggio della campagna parmense, esaltato dalla fotografia di Storaro.

Restaurato da 20th Century Fox, Paramount Pictures, Istituto Luce - Cinecittà e Cineteca di Bologna, con la collaborazione di Alberto Grimaldi e il sostegno di Massimo Sordella, presso il laboratorio L'Immagine Ritrovata.



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GIO 5 APR - 21.00
VEN 6 APR - 18.30 / 21.00
SAB 7 APR - 18.30 / 21.00
DOM 8 APR - 16.00 / 18.30 / 21.00
Il MISTERO DI DONALD C.
Regia di James Marsh.
Un film con Colin Firth, Rachel Weisz, Jonathan Bailey, David Thewlis, Tim Downie, Adrian Schiller.
Genere Biografico - Gran Bretagna, 2018, durata 101 minuti.

Nell'autunno del 1968, Donald Crowhurst, padre di famiglia e uomo d'affari inglese, prende il largo. Appassionato di vela e deciso a provare il proprio valore, partecipa senza esperienza al Golden Globe Challenge, la prima corsa di vela solitaria intorno al mondo senza scalo. Sostenuto dalla moglie e dai tre figli, si lancia in questa incredibile avventura attraverso i mari e i suoi rovesci convinto di meritare il premio e le pagine del "The Sunday Time". Ma il mare non fa sconti e Donald scopre a suo spese il prezzo dell'ambizione e del dilettantismo.




Quella di Donald Crowhurst è la storia vera, canterebbe De Andrè, entrata negli annali delle gare marittime. E a ragione.

 Difficile credere infatti che un uomo di acqua dolce abbia potuto convincersi di affrontare il mare aperto con un 'guscio di noce' e un itinerario che avrebbe turbato anche lo skipper più avveduto. È pertanto incredibile l'impresa tentata da Donald Crowhurst, che scommette una vita tranquilla su un'incosciente traversata solitaria, per compiere forse un'azione eroica, quasi certamente per estinguere i debiti accumulati per finanziarla. Non è la prima volta che l'epopea straordinaria di un uomo ordinario viene adattata sullo schermo, nel 1982 la sua storia aveva ispirato I quarantesimi ruggenti di Christian de Chalonge con Jacques Perrin e Julie Christie, nel 2006 il documentario di Louise Osmond e Jerry Rothwell (Deep Water - La folle regata), che raccoglie le testimonianze dei familiari e dei collaboratori di Donald Crowhurst.

Colin Firth è il protagonista di questa nuova versione che ha attinto abbondantemente dai diari di bordo e dalle registrazioni ritrovate a bordo del catamarano. Il soggetto è indubbiamente appassionante perché Donald Crowhurst, il cui il corpo non è mai stato ritrovato, finisce per barare davanti allo scacco del mare, indicando via radio false posizioni (che lo piazzano in testa alla gara) e inventando un percorso ideale per vincere a tutti i costi e non perdere la faccia di fronte ai giornalisti, ma soprattutto davanti a sua moglie e ai suoi figli.

Personaggio dall'orgoglio smisurato che affonda giorno dopo giorno tra i marosi, Donald Crowhurst offre a James Marsh (La teoria del tutto) un racconto di cui l'interesse maggiore risiede nell'indicibile. Ma il regista britannico decide per l'illustrazione saggia e letterale di questa odissea folle, facendo del suo protagonista un eroe romantico e passando a lato delle ricchezze nascoste nella sua esperienza fisica e psicologica. Film onesto, Il mistero di Donald C. privilegia il côté melodrammatico e boicotta il potenziale vertiginoso di una storia che avrebbe spalancato davvero le porte degli abissi.