FILM GALERY

/*----------------------metricool-------------------- ----------------------------------------------------*/
Visualizzazione post con etichetta 2021. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta 2021. Mostra tutti i post


MER 6 APR - ORE 21.00

E' POSSIBILE ORGANIZZARE 
ANCHE PROIEZZIONI RISERVATE ALLE SCUOLE
INFO info.cinemafilo@gmail.com
CODA - I SEGNI DEL CUORE
Regia di Sian Heder.
Un film con Emilia Jones, Marlee Matlin, Troy Kotsur, Daniel Durant, Eugenio Derbez.
Drammatico, - USA, Francia, 2021, durata 111 minuti.

MIGLIOR FILM - PREMIO OSCAR 2022
MIGLIOR ATTORE NON PROTAG. - PREMIO OSCAR 2022
MIGLIOR SCENEGG.RA NON ORIGIN. - PREMIO OSCAR 2022

MIGLIOR ATTORE NON PROTAG. - BAFTA 2022
MIGLIOR SCENEGG.RA NON ORIGIN. - BAFTA 2022
MIGLIORI FILM INDIPENDENTI - NATIONAL BOARD 2021

PREMIO SPECIALE PER IL MIGLIOR CAST -SUNDANCE 2021
MIGLIOR FILM PREMIATO DAL PUBBLICO - SUNDANCE 2021
MIGLIOR FILM -SUNDANCE 2021
MIGLIOR REGIA -SUNDANCE 2021

Ruby, una ragazza diciassettenne, è l'unica persona udente di una famiglia di persone sorde. Ogni mattina, prima di andare in classe, dove viene ignorata e presa in giro dalle altre studentesse, aiuta i genitori e il fratello a gestire l'attività di pesca ed è lei il referente principale per contrattare la vendita del pesce. Al tempo stesso ha una grande passione per il canto ed entra nel coro della scuola diretto dal maestro Bernardo Villalobos che con lei è molto severo, la rimprovera spesso per i suoi ritardi ma riconosce che ha un grande talento e cerca così di prepararla per l'audizione a una prestigiosa scuola. Ruby si trova ora a un bivio: seguire i propri sogni o continuare ad aiutare la sua famiglia?




Ha già trionfato al Sundance Film Festival dove ha vinto il Gran Premio della Giuria, Premio del Pubblico, Premio Speciale per il cast e Premio per la Miglior regia nella sezione Drama al Sundance 2021. Inoltre è un remake all'altezza dell'originale che parte in sordina, s'incarta nel frammento delle audizioni degli studenti che si esibiscono con 'Happy Birthday to You' ma poi cresce alla distanza trovando l'equilibrio tra il realismo nel modo in cui viene mostrata la quotidianità della sua famiglia con sveglia alle tre del mattino (realmente interpretata da attori sordi dove spicca Marlee Matlin che aveva vinto l'Oscar come Miglior attrice per Figli di un Dio minore) e i momenti musicali.

Heder è sempre attenta alle inquietudini delle sue giovani protagoniste come si era già visto nel suo primo lungometraggio Tallulah, il film Netflix in cui Ellen Page sottrae il figlio a una madre irresponsabile e lo spaccia per suo. CODA però è un deciso passo in avanti. Dalla scena in cui Ruby canta di spalle con il compagno Miles a quella in cui canta di nuovo la canzone del saggio al padre che le afferra lievemente il collo per sentire le vibrazioni, il film prende per mano e trascina con sé con un crescendo simile a La musica del cuore, uno dei titoli più sottovalutati di Wes Craven. Non cerca scorciatoie strappalacrime, è diretto nel mostrare la famiglia come luogo di legami forti ma anche principale ostacolo per inseguire i propri desideri e diventa autenticamente emozionante e coinvolgente




(fonte - https://www.mymovies.it)







MER 12 GEN - ORE 18.00 E 21.00
DOM 16 GEN - ORE 21.00
VAMPYR
Regia di Carl Theodor Dreyer.
Un film con Sybille Schmitz, Julian West, Henriette Gérard, Rena Mandel.
Drammatico - Francia, 1932, durata 75 minuti.

Scansione 4K degli elementi di conservazione creati in occasione del restauro realizzato nel 1998 da Deutsche Kinemathek e Cineteca di Bologna in collaborazione con ZDF/ ARTE e Det Danske Filminstitut.

La partitura, composta da Wolfgang Zeller, è stata ricostruita da Timothy Brock a partire dai manoscritti originali. La colonna sonora è stata lavorata per ottenere una separazione tra dialoghi e musica e consentire l’accompagnamento orchestrale.

Uno dei grandi film della storia del cinema, una delle avventure più enigmatiche e coinvolgenti che gli occhi degli spettatori abbiano mai incontrato, e uno dei restauri più preziosi realizzati dalla Cineteca di Bologna. Realizzato da Dreyer nel 1931, all’indomani del capolavoro La passione di Giovanna d’Arco e dell’avvento del sonoro, liberamente ispirato ad alcuni racconti di Sheridan Le Fanu, Vampyr è un film horror, un film fantastico, un film di nebbie, di luminescenze, di poche parole, di terrificanti rumori. “E quando fu sul ponte, gli vennero incontro i fantasmi”: da qui parte la strana avventura del giovane David, che solo in un paese straniero (forse un sogno, forse il suo inconscio), immerso in un eterno crepuscolo, dovrà affrontare segnali malefici, ombre ambigue, misteriose morti, indecifrabili personaggi per trionfare sull’occulto, invisibile vampiro e poter tornare alla luce e all’amore.


Girato agli albori dell’epoca sonora tra il 1930 e il 1931, il capolavoro horror firmato da Carl Th. 
Dreyer costruisce la sua tensione narrativa sulle note della colonna sonora composta da Wolfgang
Zeller che avvolge i pochi momenti parlati del film. Una musica che mai abbiamo ascoltato come
finalmente possiamo ora, grazie alla nuova incisione della partitura eseguita dall’Orchestra del
Teatro Comunale di Bologna diretta da Timothy Brock, ora aggiunta al restauro delle immagini
realizzato da Deutsche Kinemathek e Cineteca di Bologna.

Dopo l’anteprima di luglio al festival Il Cinema Ritrovato, occasione in cui la partitura è stata
eseguita dal vivo in Piazza Maggiore a Bologna, Vampyr raggiungerà tutto il
territorio italiano, grazie al progetto della Cineteca di Bologna Il Cinema Ritrovato. Al cinema, per
la distribuzione dei classici restaurati.


“Immaginiamo di essere seduti in una stanza. Improvvisamente, ci viene detto che dietro la porta
c’è un cadavere”. Parte da questo assunto Carl Th. Dreyer: “Di colpo la stanza in cui ci troviamo
ci appare completamente diversa, tutto in essa ha assunto un altro aspetto; la luce, l’atmosfera sono
cambiate, per quanto siano fisicamente identiche a prima. Questo perché noi siamo cambiati, e gli
oggetti sono cosi come noi li percepiamo. Questo e l’effetto che voglio ottenere nel mio film. Con
Vampyr, volevo creare sullo schermo un sogno in stato di veglia, e mostrare che l’orrore non risiede
nelle cose intorno a noi ma nel nostro subconscio. Se un evento qualsiasi provoca in noi uno stato di
sovreccitazione, non c’è più alcun limite alle creazioni della nostra immaginazione, né alle

Vampyr fu realizzato da Carl Theodor Dreyer nel 1930/31 in tre versioni originali, parlate in
tedesco, francese e inglese. I negativi immagine e suono sono andati perduti. Grazie alle copie
incomplete della versione tedesca e francese è stato possibile stabilire una nuova edizione della
versione tedesca. Dreyer girò Vampyr come un film muto, per poi procedere ad una
postsincronizzazione al fine di produrre tre versioni diverse: francese, tedesca e inglese. Il lavoro di
postsincronizzazione fu realizzato utilizzando lo stesso negativo immagine, con l’eccezione di
poche inquadrature nelle quali gli attori recitavano nelle diverse lingue. A complicare la
postproduzione del film, intervenne la censura tedesca, che richiese il taglio di circa 55 metri e
che indubbiamente obbligò Dreyer a rimontare immagini e suono. Del film sono giunte a noi molte
copie della versione tedesca e di quella francese, ognuna a suo modo incompleta e danneggiata;
inoltre, molte copie sono state sottotitolate (e gli inserti sostituiti) per produrre ulteriori versioni.
Il restauro del film si è basato su tutte le copie d’epoca esistenti, al fine di restituire la migliore
qualità e completezza possibile. Le scene censurate nella versione tedesca sono state fortunatamente
ritrovate nelle copie della versione francese. 


La mitologia vampiresca quasi non esiste nella cultura popolare, al tempo in cui Vampyr viene
girato. “Un film diverso da ogni altro”, Vampyr viene realizzato in un momento preciso, tra la fine
del 1930 e l’inizio del 1931, e mostrato al pubblico nove mesi più tardi. È uno dei film d’arte
indipendenti dell’epoca, come Le Sang d’un poète di Cocteau e L’Âge d’or di Buñuel, e vede la
luce grazie al patrocinio artistico concesso dal barone di Gunzburg [ovvero Julian West, nome
d’arte con il quale interpreterà il ruolo del protagonista David Gray] alla compagnia che Dreyer ha
fondato, dopo la difficile esperienza di La passione di Giovanna D’Arco. Dev’essere un film poco
costoso, dunque non viene costruito nessun set, tutto e girato on location vicino a Parigi, a Senlis e
Montargis: una vera locanda, una fabbrica del ghiaccio abbandonata, un castello in rovina, tutto
abbastanza vero da poter diventare base dell’assoluta irrealtà, determinando uno stile che anch’esso,
in quanto tale, è in parte frutto del caso.

Vampyr fu da subito un film strano anche secondo gli standard europei, e ancor più strano
rispetto a ciò che stava prendendo forma a Hollywood in quegli stessi anni, e che avrebbe
assunto il nome di genere “horror”. Se Vampyr ebbe mai una qualche potenzialità commerciale,
questa era ormai andata perduta al momento della sua première: nei mesi in cui la sua distribuzione
veniva ritardata, uscirono sia il Dracula di Tod Browning sia il Frankenstein di James Whale,
diventando all’istante leggende commerciali.


Vampyr perse cosi quel che avrebbe potuto essere uno status di film pioniere – o punta di diamante
di un genere cui comunque non apparteneva – e scivolò in un anonimato che, perversamente,
sembro essere da allora in poi il suo proprio modo di esistenza.
(Peter von Bagh) 


(fonte - https://www.mymovies.it)



GIO 30 DIC - ORE 21.00
VEN 31 DIC - ORE 21.00
SAB 1 GEN - ORE 18.30 / 21.00
DOM 2 GEN - ORE 16.00 / 18.30 / 21.00
MER 5 GEN - ORE 21.00
GIO 6 GEN - ORE 21.00
DOM 9 GEN - ORE 21.00
ILLUSIONI PERDUTE
Regia di Xavier Giannoli.
Un film con Benjamin Voisin, Cécile De France, Vincent Lacoste, Xavier Dolan, Salomé Dewaels.
Drammatico - Francia, 2021, durata 144 minuti.

Lucien Chardon, de Rubempré da parte di madre, si sogna scrittore nella campagna di Angoulême. A incoraggiare i suoi versi e la sua ambizione è Madame de Bargeton, sposata a un uomo molto ricco e troppo vecchio per lei. Lui scrive poesie per elle, lei è sedotta dalla poesia. Lo scandalo provocato dalla loro relazione, lo spinge a lasciare la provincia per Parigi e la fama letteraria. Ma la capitale non fa sconti a Lucien, che passa dalle braccia di Madame de Bargeton a quelle di Coralie, attrice plebea a cui si consacra. A cambiargli la vita sarà l'incontro con Étienne Lousteau, redattore corrotto e corruttore di una piccola gazzetta di successo, che lo inizia al mestiere: fare il bello e il cattivo tempo sul mondo del teatro e dell'editoria. Fresco nel suo stupore, Lucien impara presto 'la commedia umana' e supera il maestro in perfidia. A colpi di penna abbatte l'aristocrazia che lo ha rifiutato e gli nega il titolo nobiliare che vorrebbe dannatamente riprendersi. A sue spese imparerà che tutto si compra e tutto si vende, la letteratura come la stampa, la politica come i sentimenti, la reputazione come l'anima.


Opera capitale dentro un'opera monumentale, "Illusioni perdute" è il vertice e il cuore battente de "La Commedia umana", manifesto balzachiano per eccellenza. Giannoli si è gettato sul romanzo di Honoré de Balzac come ci si getta sul ring, con la volontà di combattere, di sperimentare e di comprendere cosa ne è dell'ambizione nella Francia divisa tra la provincia e Parigi, sedotta dal successo e dal denaro. Cosa ne è della stampa oggi con la moltiplicazione dei titoli e dei supporti, l'invenzione di format e di rubriche, la diversificazione dei lettori potenziali. Perché non c'è rivoluzione senza crisi e perché certe rivoluzioni 'ritornano' ai fondamentali della stampa: il giornalismo partecipativo, il dialogismo, la conversazione, lo spazio social, il romanzo sociale.

GUARDA LA FILOVISIONE


Due secoli dopo, l'opera mostro di Balzac parla della nostra epoca. La Francia del 1820, che cercava di dimenticare la Rivoluzione e le guerre imperiali riempiendo i teatri, dialoga con quella contemporanea. Le parole di Balzac raccontano di oligarchie finanziarie, di compromessi tra politica e stampa, di banchieri al governo...

Classico nella forma, moderno sul fondo, Illusions perdues è abitato da un cast solido. Benjamin Voisin, Cécile de France, Vincent Lacoste, Xavier Dolan, Salomé Dewaels, Jeanne Balibar, Gérard Depardieu, André Marcon, Louis-Do de Lencquesaing, Jean-Francois Stévenin donano al film lo slancio di un racconto accessibile a tutti. Fuori intanto Parigi brucia quello che non incensa, secondo l'umore del momento e con la complicità della stampa.

Sappiamo tutto il male che Balzac pensava dei giornali. Maltrattato da gens de sac e di piuma, raccolta in piccoli cenacoli ciarlieri e rivali che pubblicavano fogli effimeri e sovente ricattatori, lo scrittore aveva riservato a questa nascente corporazione un risentimento profondo. Non sorprende che l'acredine di Balzac faccia ancora centro, riattivando la sfiducia sempre attuale nella stampa.

Ma Balzac è altrimenti la più fiammante incarnazione dello scrittore-giornalista, della tensione della parola tra scrittura periodica, dentro al flusso dell'attualità, e volontà di creare un'opera finzionale che resista al tempo e passi alla Storia. Una contraddizione che l'autore francese mutò in ricchezza.

Balzac non si accontentò mai di essere un volgare "mercante di frasi", accompagnando le mutazioni dell'insorgente era mediatica, partecipando alla rivoluzione del romanzo d'appendice e dirigendo due giornali. Si spiega così l'empatia per Lousteau, piccola star dei media, specializzata nelle bons mots e nelle formule che uccidono, o per Dauriat, editore senza cultura che non legge, non scrive ma sa far di conto. Balzac non era certo un polemista, dietro al sarcasmo o al gusto della battuta, le sue pagine creano mondi ossessionati dal fantastico sociale e dall'alchimia delle relazioni umane. Da quella palude di fango, sangue e brame emerge personaggi come Étienne Lousteau, diavoli immorali e irresistibili.

Giannoli, da par suo, non è populista. Il giornalismo critico ("Il giornale considera vero tutto quello che è probabile"), al suo debutto nel XIX secolo, non si fai mai argomento demagogico ma rivelatore di una meccanica essenziale nell'ascesa e poi nella caduta di Lucien. Il Lucien febbrile di Benjamin Voisin è un ragazzo del nostro secolo che cerca il suo posto nel mondo, vuole avere successo e si domanda come soddisfare la sua ambizione senza compromettersi.

Giannoli sembra scartare le allusioni troppo datate a favore di un crinale che leghi passato e presente, denaro e potere, lealtà e tradimento. Il volto bello e levigato del suo eroe, che naviga a vista tra aristocrazia e circoli artistici, si sgualcisce progressivamente, il candore si sporca lungo i marciapiedi fangosi della capitale. In una scena all'Opera, Giannoli (di)mostra come si può essere brillanti in provincia ma insignificanti a Parigi, dove la strada per pubblicare un libro volge in via crucis. Per riuscire e far progredire il sogno, bisogna essere acrobati, destreggiarsi tra gli interessi delle parti. La regola del gioco è crudele, l'illusione mortale.

Lucien è costantemente preso in trappola, senza cinismo e nemmeno romanticismo da parte di Giannoli, che filma sempre alla giusta distanza, lasciando che quattro generazioni di attori francesi si confrontino sullo schermo e intorno a un apprendistato letterario. Formidabilmente efficaci, accompagnano e provocano Benjamin Voisin. 'Debuttante' come il suo personaggio, conosce ancora poco le cose del mondo. Ventidue anni, faccia d'angelo, tutto jeu e fiamme, è una primavera che si scontra contro i mille inverni di Depardieu (Dauriat), è il cinema francese di domani che inciampa sul carisma indolente e scaltro di Lacoste (Étienne Lousteau), soltanto un poco più grande ma già 'grande'.

Primizia inquieta, Voisin attraversa il film in stato di allerta mentre attorno esplode una sarabanda chiassosa, una coreografia di iniziazione convulsa e abbagliante che i compagni di gioco spingono all'acme. Battezzati a suon di Champagne, personaggio e attore comprendono presto che il loro mestiere non è una prova di velocità ma una gara di resistenza. E raramente si vince. Coralie, l'attrice pop che sognava Racine, riceverà uova marce, Lucien, che ha scommesso i suoi ultimi franchi sul successo dell'amata, perderà tutto.

Gettato nella fossa dei 'giornalisti', Lucien Chardon è al centro di un processo tragico di disillusione e di un romanzo di formazione in cui non apprende niente, votato com'è alle emozioni. Giannoli adatta il 'primo romanzo totale' e disegna un affresco sociale dominato dalla parabola dell'enfant perdu: un angelo caduto dalla seduzione inalterabile, una preda facile nel ventre di Parigi. Lucien non sarà mai Rastignac e nemmeno il suo creatore, grand homme della provincia a Parigi che fece del borghese Honoré Balssa (originario di Tours) Honoré de Balzac. Così va la commedia umana, nel suo splendore e nella sua miseria. 




(fonte - https://www.mymovies.it)



GIO 23 DIC - ORE 21.00
CHIUSO - VEN 24 DIC - CHIUSO
SAB 25 DIC - ORE 18.30 / 21.00
DOM 26 DIC  - ORE 16.00 / 18.30 / 21.00
LUN 27 DIC - ORE 21.00
MAR 28 DIC - ORE 21.00
MER 29 DIC - ORE 21.00

PRENOTA IL TUO 
BIGLIETTO
IL CAPO PERFETTO
Regia di Fernando León de Aranoa.
Un film con Javier Bardem, Manolo Solo, Almudena Amor, Óscar de la Fuente, Sonia Almarcha.
Genere Commedia, 2021, durata 115 minuti.

In attesa della visita di una commissione che valuterà il vincitore di un importante concorso pubblico, il signor Blanco, padrone di una ditta di bilance, cerca di tenere insieme i pezzi della sua vita privata e lavorativa: interviene personalmente per risolvere i problemi del capo della produzione; mantiene buoni rapporti con la moglie nonostante la tradisca con la nuova stagista; con il capo del personale e la guardia giurata dello stabilimento gestisce la protesta di un ex dipendente licenziato appostatosi ai cancelli; con tagli, cambi di mansioni e decisioni insindacabili fa affari con piglio gentile ma deciso. Blanco è il capo perfetto: un padre buono che vedi i propri dipendenti come dei figli ed è disposto a tutto pur di salvare l'azienda...


Fa un certo effetto, dopo anni di film figli della crisi economica e dedicati a lavoratori licenziati o a fabbriche dismesse (La legge del mercato, In guerra, A fabrica de nada, On va tout péter), vedere un film come Il capo perfetto, in cui l'azienda al centro del racconto non solo è viva e vegeta, ma è tra le candidate a un premio che permetterebbe ulteriore prestigio e soprattutto ulteriori finanziamenti pubblici («altrimenti quei soldi vanno al cinema», dice Blanco...).

Il punto centrale del discorso di de Aranoa, che è anche sceneggiatore, non è tanto il lavoro quanto la responsabilità: la gestione della vita altrui da parte di un uomo che si identifica totalmente con la propria azienda. La crisi è un'eventualità ma è lontana (all'inizio si vede un licenziamento durante le celebrazioni dello stabilmento, ma per Blanco è un semplice esubero, una cosa legale...); la produzione serrata e la qualità dei prodotti immessi sul mercato sono un obbligo; la serenità aziendale è una necessità.

Giusto perché le cose siano chiare, la Blanco Básculas, la società di gestione familiare del protagonista, produce bilance (básculas in spagnolo) e il giusto equilibrio è proprio ciò che ogni imprenditore deve trovare: equilibrio fra padrone e dipendenti, fra tempo e lavoro, vita privata e azienda, benessere e grattacapi, interessi personali e collettivi, bene personale e bene di tutti. Questo è il compito del capo perfetto, insomma. O forse no.

Forse, come si comprende nel corso di una trama che prevedibilmente spinge il protagonista a fare scelte estreme (ma siccome non siamo in un film di Ken Loach si resta sul piano della commedia acida), l'equità necessaria è di altro tipo: è fra legalità e illegalità, bontà e cattiveria, magnanimità e spietatezza, naturalezza e calcolo, faccia gentile e animo selvaggio, innocenza e colpa (anche penale).

(fonte - https://www.mymovies.it)


MER 22 DICEMBRE - ORE 21.00

PRENOTA UN BIGLIETTO
ARANCIA MECCANICA
Regia di Stanley Kubrick.
Un film con Malcolm McDowell, Patrick Magee, Adrienne Corri, Michael Bates, Warren Clark.
Drammatico, - Gran Bretagna, 1971, durata 137 minuti.

MIGLIOR REGIA FILM STRANIERO - NASTRI D'ARGENTO 1973

Alex è un giovane senza arte né parte, figlio di proletari e dedito a furti, stupri e omicidi. Fa capo a una banda di spostati, denominati drughi. Dopo aver usato violenza alla moglie di uno scrittore finisce in carcere. Viene sottoposto ad angherie ma si fa amico un prete. Pur di essere scarcerato accetta il "trattamento lodovico", che consiste nell'assistere a filmati di violenza. Quando esce scopre che i genitori hanno subaffittato la sua stanza. Senza poter reagire, dovrà subire violenza da alcuni mendicanti vendicativi, dai drughi diventati poliziotti e dallo scrittore che ha perso la moglie e che ora si trova su una sedia a rotelle. Tenta il suicidio e all'ospedale riceve una visita di cortesia da parte del primo ministro.


Geniale traversata di generi (fantascienza, storico, drammatico, comico, grottesco, orrore), un film che mostra la violenza per esserne un contro-manifesto.

Accolto da polemiche e ovazioni al suo apparire, è stato sequestrato per molti anni in Francia, mentre in Gran Bretagna non può essere ancora proposto né al cinema né in videocassetta. L'ambiguità del personaggio era necessaria per mostrare le diverse violenze della medicina, della polizia, della politica e della gente comune. Quando Alex viene guarito, non può gestire le proprie scelte. Diventa docile non per volontà ma per allergia (sente nausea quando cerca di usare violenza, anche se cerca di difendersi).


La più grande prova al cinema di Malcolm McDowell che ha ideato alcune scene storiche, tra cui quella dello stupro a tempo di "I'm singing in the rain". Le musiche di Beethoven e Rossini rielaborate da Walter Carlos e le immagini grandangolo di John Alcott accrescono l'immersione nell'incubo. Doppiaggio italiano all'altezza dell'originale.

(fonte - https://www.mymovies.it)



GIO 16 DIC - ORE 21.00
VEN 17 DIC - ORE 21.00
SAB 18 DIC - ORE 18.30 / 21.00
DOM 19 DIC - ORE 16.00 / 18.30 / 21.00

PRENOTA
IL TUO BIGLIETTO
ONE SECOND
Regia di Zhang Yimou.
Un film con Zhang Yi, Wei Fan, Liu Haocun, Yu Ai Lei, Zhang Shaobo, Li Xiao-Chuan.
Drammatico, Storico - Cina, 2021, durata 105 minuti. 

Negli anni della Rivoluzione Culturale, Zhang evade dal campo di lavoro forzato e vaga per il deserto per raggiungere un villaggio dove in un cinema, assieme al film Eroic Sons and Daughters, viene abbinato il cinegiornale di propaganda numero 22 in cui compare, anche solo per un secondo, l'immagine della figlia che non lo vuole più vedere dopo che è stato arrestato. Poco prima della proiezione la pellicola viene rubata da una ragazzina, l'orfana vagabonda Liu, che ha bisogno della celluloide per costruire la lampada al fratello più piccolo. Zhang, dopo aver assistito al furto, la insegue. Perde la pizza, la recupera e la perde ancora. Al villaggio intanto un pubblico molto numeroso è in attesa di assistere allo spettacolo serale organizzato dal proprietario e proiezionista del cinema, chiamato "Mr. Film", che è visto come una divinità e si considera una figura essenziale all'interno del Partito. 


Nel corso di questi due anni ci sono stati degli aggiustamenti in fase di montaggio e il taglio di un minuto rispetto alla versione precedente ma la critica a quel periodo è già evidente nella battuta sulla figlia di Zhang mostrata nel cinegiornale in cui si sottolinea che "non deve competere con gli adulti". Tratto da un romanzo della scrittrice Yan Geling, One Second rappresenta per il regista cinese un grande ritorno.


Non potendolo paragonare alla prima versione, ci si trova davanti a una totale dichiarazione d'amore al cinema. La pellicola, la sua materia soprattutto, è vista come qualcosa di sacro come si può vedere nella scena in cui le parti rovinate sono messe su dei teli e poi asciugate con dei ventagli, ma anche i ritagli che servono per costruire la lampada che può rappresentare la 'lanterna magica' del film. Poi ci sono quelli che possono essere gli omaggi. Il deserto che apre e chiude il film (con un doppio finale che è l'unico limite di un cinema finalmente di nuovo imponente) richiama il cinema esotico d'avventura statunitense degli anni Trenta ma anche quello dei fratelli Cohen (da Arizona Junior a Non è un paese per vecchi) che sono comunque un punto di riferimento per il cineasta cinese avendo realizzato nel 2009 un remake, onestamente fiacco, di Blood Simple.


Yimou torna ai villaggi di La storia di Qiu Ju e Non uno di meno e recupera la magia della luce del cinema da Lanterne rosse, come si può vedere dalle immagini delle ombre sul telo e dell'illuminazione dalla cabina di proiezione oltre che dall'immagine dello schermo che proietta davanti e dietro Eroic Sons and Daughters, un film di guerra del 1964 diretto da Wu Zhaodi. One Second è l'omaggio e l'illusione neorealista del cinema che passa anche per Bellissima di Visconti fino al finto dialogo padre-figlia tra Zhang e Liu sul camion degno di una commedia hollywoodiana degli anni '40 che potrebbe essere uscita da Howard Hawks. La prova di Zhang Yi, che è già stato diretto da Zhang Yimou nel precedente Cliff Walkers ed è stato protagonista, tra gli altri, di Al di là delle montagne, è notevole assieme a quella di Liu Haocun. In più c'è tutta la magnifica ossessione e l'illusione del cinema dove anche il frammento di un solo secondo, se proiettato ripetutamente, può durare anche un'eternità.

(fonte - https://www.mymovies.it)



MER 8 DIC - ORE 16.00/18.30/21.00
GIO 9 DIC - ORE 21.00
VEN 10 DIC - ORE 21.00
SAB 11 DIC - ORE 18.30 / 21.00
DOM 12 DIC - ORE 16.00/18.30/21.00

MER 15 DIC - ORE 21.00
BIGLIETTO UNICO 6,50

NOWHERE SPECIAL
UNA STORIA D'AMORE
Regia di Uberto Pasolini.
Un film con James Norton, Daniel Lamont, Eileen O'Higgins, Valerie O'Connor, Stella McCusker.
Drammatico - Gran Bretagna, 2020, durata 96 minuti. 

John è un trentaquattrenne gentile e silenzioso, che di mestiere fa il lavavetri, in giro per Belfast. La sua esistenza terrena è condannata ad esaurirsi a brevissimo termine, per colpa di un male incurabile. Nel poco tempo che gli rimane, John deve fare la cosa più importante della sua vita: trovare una famiglia per il suo bambino di quattro anni, Michael, visto che la madre li ha lasciati entrambi poco dopo la sua nascita. Mentre visitano le coppie disponibili e selezionate per l'adozione, John e Michael passano insieme la loro giornata, trasformando ogni gesto quotidiano in una memoria preziosa. 


Uberto Pasolini torna dunque sul luogo del trapasso, come in Still Life: non è più l'immediatamente dopo, ma l'immediatamente prima, e la sua penna è ancora la stessa, sottile e precisa, perfettamente inchiostrata, tanto autoriale quanto accessibile, nell'approccio ad un genere, quello del dramma sentimentale, che pochissimi perseguono con tanta frontalità e tale discrezione.

GUARDA LA FILOVISIONE

Ancora una volta, il film è in mano ad un interprete eccellente, James Norton, e alla nitidezza delle inquadrature, alla loro temporalità estranea alla frenesia della vita urbana, sgombra da tutto ciò che è disavanzo o orpello cinematografico. Tanto che l'immagine di apertura, con il protagonista che ripulisce con cura una grande vetrata, mondandola da tutto ciò che la offusca, si può leggere come una dichiarazione d'intenti, la ricerca (riuscita) di una verità della relazione padre-figlio che è al centro del racconto, di uno sguardo sul mondo non filtrato, in cui riflettersi per quello che si è, e leggere con trasparenza nelle vite degli altri.


Colpito dalla cronaca vera di questa vicenda, Pasolini l'ha tradotta in immagini tanto semplici quanto eloquenti, che non conoscono la durezza del cinema dei Dardenne ma piuttosto una commovente sospensione e una malinconia, sottolineata dalla colonna sonora, che il regista non rifugge ma abbraccia, senza sentimentalismo.


Sono le immagini mute di un adolescente con lo zaino in spalla che si allontana nello specchietto retrovisore, della candelina di compleanno in più che Micheal mette nella mano di John, della casa degli specchi del lunapark che restituisce le loro figure deformate, con Michael alto alto e John più piccolo, per sempre troppo giovane. Piccole grandi idee di scrittura visiva che trascendono il realismo senza negarlo e mettono in poesia la crudeltà dell'esistenza.

(fonte - https://www.mymovies.it)



GIO 2 DIC - ORE 21.00
VEN 3 DIC - ORE 21.00
SAB 4 DIC - ORE 18.30 / 21.00
DOM 5 DIC - ORE 16.00 / 18.30 / 21.00
LA SIGNORA DELLE ROSE
Regia di Pierre Pinaud.
Un film con Catherine Frot, Melan Omerta, Fatsah Bouyahmed, Olivia Côte, Marie Petiot.
Commedia - Francia, 2020, durata 105 minuti.

Creatrice di stupende rose da competizione, Eve ha ereditato l'attività dall'amato padre ed è diventata un punto di riferimento nell'industria floreale francese. Ma la sua è una società piccola, che può contare sull'unico aiuto della fedele segretaria Vera; con le poche serre che gestiscono, le due non sono in grado di reggere il confronto con l'approccio industriale del concorrente Lamarzelle. Sull'orlo della bancarotta, Eve recluta tre nuovi stagisti attraverso un programma di reinserimento sociale per mettere in atto un piano rocambolesco che la aiuti a creare la rosa perfetta.


Non stupisce quindi che anche il film stesso del regista Pierre Pinaud sia orgogliosamente vintage: affettato ma in fondo sincero, è un classico matrimonio di toni da commedia e sentimentalismo ricercato, che cattura l'essenza del cinema francese più tradizionale.


Senza un filo di malizia né di pretesa, Pinaud cuce le fila di una storia alla Davide contro Golia nel mondo del business contemporaneo, per poi aggiungerci lo sbocciare di un'improbabile amicizia tra la dama un po' cocciuta della bravissima Catherine Frot (che di questo genere di commedie è divenuta un simbolo nell'arco della sua lunga carriera) e la gioventù turbolenta ben abitata da Melan Omerta, criminale scapestrato al quale i genitori hanno infranto il cuore e al contempo donato un naso che promette bene.


Si impara molto sulle rose - impollinate, ibridate, annusate, ma pure rubate - guardando un'opera che sembra teletrasportata ai giorni nostri da un'era più innocente. Ancor di più si riflette sulla semplicità con cui si può far cinema e sulla leggerezza del sentimento umano, tratteggiato con cura sui volti di un cast ristretto ma delizioso. Alla distanza, Pinaud fa crollare ogni resistenza nello spettatore, consegnandogli infine un piccolo glossario delle emozioni. Nulla che non si sapesse già, ma un bel momento per fare ordine nell'anima e scaldare il cuore.

(fonte - https://www.mymovies.it)



GIO 25 NOV - ORE 21.00
VEN 26 NOV - ORE 21.00
SAB 27 NOV - ORE 18.30 / 21.00
DOM 28 NOV - ORE 16.00 / 18.30 / 21.00
SOTTO LE STELLE DI PARIGI
Regia di Claus Drexel. Un film con Catherine Frot, Mahamadou Yaffa, Jean-Henri Compère, Richna Louvet, Raphaël Thierry.
Drammatico, - Francia, 2020, durata 90 minuti.

Per molti anni Christine ha vissuto sotto un ponte, isolata da tutta la famiglia e gli amici. Una notte, proprio come in una fiaba, un bambino di otto anni appare di fronte al suo rifugio. Suli non parla francese, si è perso, separato da sua madre ... Insieme, vanno a cercarla. Per le strade di Parigi, Christine e Suli si conosceranno. E Christine trova un'umanità che pensava fosse scomparsa. 



SPETTACOLO UNICO
MER 1 DICEMBRE - ORE 21.00
BIGLIETTO UNICO 7 EURO
DRIVE MY CAR
Regia di Ryûsuke Hamaguchi.
Un film con Hidetoshi Nishijima, Toko Miura, Reika Kirishima, Masaki Okada, Perry Dizon.
Drammatico, - Giappone, 2021, durata 179 minuti.

MIGLIOR SCENEGGIATURA - FESTIVAL DI CANNES 2021

Yûsuke Kafuku, un attore e regista che ha da poco perso la moglie per un'emorragia cerebrale, accetta di trasferirsi a Hiroshima per gestire un laboratorio teatrale. Qui, insieme a una compagnia di attori e attrici che parlano ciascuno la propria lingua (giapponese, cinese, filippino, anche il linguaggio dei segni), lavora all'allestimento dello Zio Vanja di Cechov. Abituato a memorizzare il testo durante lunghi viaggi in auto, Kafuku è costretto a condividere l'abitacolo con una giovane autista: inizialmente riluttante, poco alla volta entra in relazione con la ragazza e, tra confessioni e rielaborazione dei traumi (nel suo passato c'è anche la morte della figlia), troverà un modo nuovo di considerare sé stesso, il proprio lavoro e il mondo che lo circonda.


Tratto da un racconto di Murakami Haruki presente nella raccolta "Uomini senza donne", un lungo, complesso e struggente percorso nelle solitudini e nelle fragilità di un gruppo di uomini e di donne la cui vita ruota attorno al teatro.

Drive My Car è un film di parole: parole scritte in un testo, recitate su un palcoscenico, mimate con le mani, create nell'estasi del piacere o dette nell'abitacolo di un'automobile. Parole, ancora, usate per inventare storie, per confessare traumi, per ammettere colpe e trovare sé stessi.

Hamaguchi Ryusuke, reduce dall'Orso d'argento all'ultima Berlinale con Wheel of Fortune and Fantasy, affina l'abituale stile elegante e composto, fatto di lunghi piani fissi e di intensi primi piani, e, abbandonando i toni spesso ironici dei lavori precedenti, entra nel dolore e nelle illusioni di un gruppo di personaggi le cui vite trovano un senso e una liberazione nel confronto reciproco.
Il teatro da un lato, con la zona delle prove e il palcoscenico, e l'abitacolo della macchina di Kafuku (una Saab Turbo rossa) dall'altro, sono i due luoghi ideali del film. Al loro interno ciascun personaggio trova un rifugio, sia nel confronto con il testo da recitare, e in particolare con le parole universali dello "Zio Vanja" di Cechov, sia nella solitudine protettiva dei propri pensieri.

Nel corso di tre intense ed emozionati ore, il film mette in scena la progressiva "distruzione" di questi due ambienti e l'evoluzione del suo protagonista: dalla ricerca individuale e soggettiva, Kafuku impara ad accogliere e ad ascoltare gli altri, aprendo lo spazio inviolabile dell'automobile a un'altra persona e osservando la realtà che lo circonda con altri occhi.

Un terzo luogo, in realtà, segna il film: la casa in cui Kafuku e la moglie vivono prima dell'improvvisa morte di lei, nella parte iniziale del film (che dura circa 40' minuti e al termine della quale arrivano significativamente i titoli di testa). Segnati dal trauma della morte della loro bambina, l'uomo e la donna, lui regista e lei sceneggiatrice, trovano ancora un'intesa negli amplessi sessuali in cui lei inventa strane storie dal significato oscuro (tratte anch'esse da racconti di Murakami): la parola, dunque, unisce due vite segnate dal dolore, ma al tempo stesso imprigiona il sopravvissuto Kafuku ai propri ricordi e al proprio senso di colpa.

Immerso nella solitudine di ogni sguardo, di ogni pensiero e parola - anche non capita, anche mimata con il linguaggio dei segni, come sottolinea la bellissima idea dello spettacolo fra persone che non si capiscono l'un l'altra - Drive My Car è la storia di una rieducazione alla vita; la storia di un uomo gelosamente legato ai propri spazi che impara ad accogliere, ascoltare, donare. Il film va guardato con pazienza, come se lo spettatore, legato alle proprie parole e ai propri pensieri come i personaggi, dovesse anch'egli reimparare a guardare e ad ascoltare. Solo così ci si accorge di trovarsi di fronte a un capolavoro. 

(fonte - https://www.mymovies.it)



GIO 18 NOV - ORE 21.00
VEN 19 NOV - ORE 21.00
SAB 20 NOV - ORE 18.30 / 21.00
DOM 21 NOV - ORE 16.00 / 18.30
MER 24 NOV - ORE 21.00
THE FRENCH DISPATCH
Regia di Wes Anderson.
Un film con Benicio Del Toro, Adrien Brody, Tilda Swinton, Léa Seydoux, Frances McDormand.
Commedia, Drammatico, Sentimentale - USA, 2021, durata 108 minuti.

Arthur Howitzer Jr., figlio del fondatore e proprietario del quotidiano "The Evening Sun" di Liberty (Kansas), ha convinto anni prima il padre a finanziare un supplemento domenicale e ha installato la redazione a Ennui-sur-Blasé. Espatriata in Francia, "Picnic" diventa "The French Dispatch" e copre 'con stile' la cronaca del paese. Perché intorno alla sua scrivania, Horowitzer Jr. ha raccolto i migliori giornalisti del suo tempo. Archeologi del quotidiano, 'inseguono' su campo il soggetto che gli è stato assegnato: una contestazione studentesca che volge in idillio, l'indagine di un commissario sulla pista dei rapitori di suo figlio, un artista psicotico e galeotto innamorato della sua secondina, il necrologio di Arthur Howitzer Jr, che ha posato la penna. E l'ultimo numero sarà un'antologia di articoli, i migliori, dedicata a lui. Si stampi.


Benvenuti nel nuovo conte di Wes Anderson, che trasloca in Francia (il film è girato a Angoulême) con un bastimento carico di attori e un flusso ininterrotto di dialoghi.

Parole che diventano la musica ammaliante di un film che è gourmandise per gli occhi. Ogni inquadratura meriterebbe che ci fermassimo per cogliere tutti i dettagli che riempiono lo spazio e l'universo personale di un autore per cui il cinema è soprattutto arte pittorica.

The French Dispatch è una collezione di storie 'adattate' dalla gazzetta diffusa nella città immaginaria di Ennui-sur-Blasé. Un album di 'figurine' e figuranti nobili ma fissi. Come in un vero giornale, i registri (cronaca nera, necrologi, società, cultura, cucina...) si succedono compulsivamente, inciampando sul colore, il bianco e nero, il romanzo grafico. L'iperattività del racconto, la sua messa in scena, la composizione dei quadri, la costruzione dei décor, qualche volta si fa estenuante, riducendo la storia a un pretesto, perché The French Dispatch spinge il patchwork più lontano, con le sue piccole storie incastonate, concepite come tanti capitoli visivi, meticolosamente realizzati a colori o a disegni animati.

GUARDA LA FILOVISIONE

Film inesauribile, che richiede senza dubbio più visioni per riconoscere anche solo i volti delle star (americane e francesi) che appaiono il tempo di un primo piano, The French Dispatch è l'omaggio di Wes Anderson a un mestiere che assomiglia a quello che fu il giornalismo e a un paese che assomiglia alla Francia. Piantata come una 'casa di bambola' al cuore di Ennui-sur-Blasé, la sede del giornale ospita una legione di attori (Tilda Swinton, Bill Murray, Owen Wilson, Benicio del Toro, Léa Seydoux, Mathieu Amalric, Lyna Khoudri, Edward Norton, Elisabeth Moss, Frances McDormand, Timothée Chalamet e ancora) venuti dalle due sponde dell'Atlantico anche solo per una replica, una battuta, per essere un frammento o un bagliore dentro un film costruito alla gloria della carta stampata e del cinema analogico.

Impossibile davvero elencarli tutti, come intravederli sullo schermo e in quella parata funebre e malinconica che apre (e chiude) sulla morte del suo flemmatico direttore. Dopo l'elegia mitteleuropea di Grand Budapest Hotel, Wes Anderson edifica le sue scenografie e consacra il suo film al "The New Yorker", periodico americano fondato nel 1925 e articolato in reportage, critica, saggi, narrativa, satira, commenti sociali e politici, vignette e poesia, e alle sue grandi firme, James Baldwin, Joseph Mitchell, Lillian Ross.


L'edificio di Anderson è saturo di accessori, costumi e meraviglie non commestibili esposte come nella vetrina di una pasticceria d'antan. Impossibili da afferrare o da 'assumere' perché l'autore sembra aver rotto la relazione con la materia del mondo. Resta la minuzia estetica di un orafo maniacale che pratica la leggerezza di superficie e oppone alla barbarie che gronda sul mondo, il fragile e prezioso baluardo della poesia. E in fondo, The French Dispatch è un altro monumento alla grazia, una boule de neige souvenir di Angoulême che cita più che trasformare il cinema di Wes Anderson. 


(fonte - https://www.mymovies.it)


GIO 4 NOV - ORE 21.00
VEN 5 NOV - ORE 21.00
SAB 6 NOV - ORE 21.00
DOM 7 NOV - ORE 16.00 / 21.00
MER 10 NOV - ORE 21.00
LA SCELTA DI ANNE - L'ÉVÉNEMENT
Regia di Audrey Diwan.
Un film con Pio Marmaï, Sandrine Bonnaire, Kacey Mottet Klein, Anamaria Vartolomei.
Drammatico - Francia, 2021, durata 100 minuti.

LEONE D'ORO - FESTIVAL DI VENEZIA 2021

Francia, 1963. Anne ama la letteratura e ha deciso di farne un mestiere, fuggendo un destino proletario. Sui banchi è brillante, sulla pista da ballo altrettanto. Tra una birra e un twist, dribbla gli uomini che la desiderano come in un romanzo rosa. Ma Anne preferisce la letteratura alta e affonda gli occhi blu tra le pagine di Sartre e di Camus. In un ambiente e in un Paese che condanna il suo desiderio e guarda con diffidenza alla sua differenza, Anne scopre un giorno di essere incinta e privata della libertà di decidere del proprio corpo e del proprio futuro. Intanto conta le settimane e cerca disperatamente di trovare una soluzione.


L'événement non è un film da cui si esce indenni. Adattamento del romanzo omonimo di Annie Ernaux, è la storia cruda di una ragazza al debutto della vita per cui è inimmaginabile avere un bambino e rinunciare ai suoi sogni.

Prima della legalizzazione dell'aborto e l'arrivo della pillola contraccettiva, l'interruzione della gravidanza per una donna era un campo di battaglia, il teatro di un vero dramma. L'evento del titolo accade quindici anni prima la Loi Veil, che segna un pre e un dopo. Nella Francia degli anni Sessanta, medici e pazienti rischiavano la prigione in caso di aborto. Prima che una legge consentisse a una donna il diritto all'interruzione volontaria, le donne non avevano scelta e non potevano scegliere di non avere un figlio. Rischiavano la propria salute abortendo clandestinamente e giocandosi a dadi il destino.

Emancipato con cognizione dalle questioni di coscienza, L'événement è soprattutto un'esperienza fisica, un viaggio corporale così freddo e preciso, così netto e frontale da sentire il gemito delle spettatrici in sala quando una sonda abortiva penetra il sesso della protagonista. Audrey Diwan gira in 4:3 e camera in spalla negandoci la via di fuga. Non abbiamo scelta, sentiremo da vicino tutte le emozioni di Anne. Come per la protagonista il mondo fuori non esiste. Non c'è fuori campo per noi e non c'è nessuno per lei, nessuno pronto ad aiutarla, a sostenerla, a consigliarla, a dirle anche solo che andrà tutto bene.


Non esistono personaggi empatici nel film di Audrey Diwan, secco come uno schiaffo ma riparatore come una carezza perché a prevalere alla fine è il corpo finalmente 'liberato' di una donna. Delle donne. Come in ogni libro di Annie Ernaux, il peccato è originale e la vergogna finisce per travolgere. Tutto il mondo si beffa delle sue protagoniste, che smettono di mangiare o di studiare come Anne, che perde la concentrazione e rischia l'avvenire letterario.

Il film avanza e stringe sul volto angosciato dell'eroina, flirtando col genere. Le sequenze dell'aborto non sono gore ma sono sensoriali e immersive fino al limite del sopportabile. Perché L'événement è il rovescio dei favolosi anni Sessanta, un percorso accidentato che opera nella trasparenza raggiungendo l'impensabile (l'espulsione del feto) con un tonfo sordo nella notte.


Costruito come un thriller e scandito dalle settimane della gravidanza, il film alza la posta e il rischio che la protagonista corre per sbarazzarsi di qualcosa di alieno che cresce dentro di lei, qualcosa che la possiede. L'événement ritorna meticolosamente su una situazione che sembra fortunatamente lontana oggi e che è vissuta con palpabile tensione e angoscia dalla giovane protagonista, Anamaria Vartolomei. Nei suoi larghi occhi chiari riaffiora tuttavia un soggetto ancora attuale in numerosi paesi del mondo, negli USA come nell'Europa dell'Est e ancora.

Audrey Diwan espone minuziosamente le stazioni di un incubo, procedendo con una sorta di determinazione politica. L'événement è la storia (vera) di Annie Ernaux, studentessa incinta a Rouen nell'inverno del 1963, offerta e condivisa come un documento che trascende l'individualità a forza di dettagli intimi. È una passione laica che può accadere e dirsi solo con il metodo e lo stile di Annie Ernaux. Audrey Diwan adatta le sue pagine attraverso una sintassi grigia ma necessaria che si scioglie in 'una scena di sacrificio'.


Amaro e limpido, implacabile e coriaceo, L'événement non mancherà di provocare irritazione o repulsione, ma aver 'vissuto' l'accidente sul proprio corpo dà il diritto inalienabile di scriverne, di raccontarlo, rompendo i tabù della clandestinità. L'aborto è diventato legale ma ci sono ancora poche storie e la letteratura sull'argomento è sovente soffocata da ellissi. Annie Ernaux e Audrey Diwan entrano nei dettagli perché sono i dettagli che uccidono.

(fonte - https://www.mymovies.it)


MER 17 NOV - ORE 18.00 E 21.00
VEN 19 NOV - ORE 18.00
DOM 21 NOV - ORE 21.00
MULHOLLAND DRIVE
Regia di David Lynch.
Un film con Justin Theroux, Naomi Watts, Laura Harring, Ann Miller, Robert Forster, Diane Baker. Drammatico - Francia, USA, 2001, durata 145 minuti.

MIGLIOR REGIA - FESTIVAL DI CANNES 2001

Una misteriosa ragazza bruna che si fa chiamare Rita, scampata a un terribile incidente stradale sulla Mulholland Drive e affetta da amnesia, si rifugia in un appartamento di Los Angeles abitato da Betty, un'aspirante attrice giunta a Hollywood in cerca di fama; insieme, le due donne indagheranno per far luce sul passato di Rita. Nel frattempo, un regista cinematografico deve subire le vessazioni di un gruppo di mafiosi.


INQUIETANTE, ASTRATTO ED ENIGMATICO NOIR FIRMATO DA DAVID LYNCH CON UNA STRAORDINARIA POTENZA VISIVA

Pensato in origine come il pilot di una serie televisiva mai realizzata e trasformato in seguito in un vero e proprio film, Mulholland Drive (il titolo deriva dal nome di una strada di Los Angeles) è una delle opere più complesse ed enigmatiche nell'itinerario dell'apprezzato regista americano David Lynch. Presentato in anteprima mondiale al Festival di Cannes 2001, ottenendo le lodi dei critici e il premio per la miglior regia, il film è un coinvolgente thriller psicologico a metà strada fra realtà e immaginazione, fra sogno e incubo, che riprende i temi e le situazioni di alcune delle precedenti pellicole di Lynch (Strade perdute, Velluto blu) e del celebre telefilm Twin Peaks, accentuandone l'elemento visionario e surrealista. Il risultato è una pellicola assolutamente unica nel suo genere, consacrata come un vero e proprio cult e considerata una delle vette più alte nella carriera di Lynch.


Dopo una bizzarra introduzione iniziale con una coloratissima scena di danza, lo spettatore viene subito avvolto nell'atmosfera cupa e angosciosa della storia, aperta da un drammatico incidente sulla Mulholland Drive dal quale l'unica a uscire viva è Rita (Laura Elena Harring), una ragazza senza identità e senza memoria (il suo nome è ripreso da un poster di Rita Hayworth). Qual è il mistero che si nasconde nel passato della donna? Quale pericolo incombe su di lei? A tentare di rispondere a queste domande sarà la giovane e ingenua Betty Elms (Naomi Watts), che finirà ben presto per farsi sedurre dal fascino di Rita. A questo intrigante plot giallo si intrecciano poi altre storie parallele, come quella (memorabile) di un uomo che vede materializzarsi il proprio incubo; talvolta, però, queste vicende laterali - come l'episodio semi-grottesco di Adam Kesher (Justin Theroux), un regista alle prese con la mafia - rischiano di risultare scoordinate rispetto alla trama principale, con l'inevitabile conseguenza di rallentare il ritmo narrativo e di influire sulla lunghezza forse eccessiva della pellicola.


Costruito nella prima parte come un thriller alla Twin Peaks, con il passare dei minuti il film di Lynch si fa sempre più ermetico e sconcertante, fino a trasformarsi in un autentico labirinto fatto di flashback, suggestioni oniriche, erotismo e terrori scaturiti dall'inconscio. Il regista mette al centro della scena le due protagoniste - una bionda e una bruna - per poi addentrarsi negli anfratti della psiche e della coscienza e creare un ambiguo senso di suspense, al quale contribuiscono anche le musiche di Angelo Badalamenti e il contrasto fra le inquietanti ambientazioni notturne e le tinte sgargianti delle ville di Los Angeles. Negli ultimi quaranta minuti, il film subisce un improvviso capovolgimento con l'apertura di una piccola scatola blu che rovescia le identità dei personaggi ed i loro rispettivi rapporti; e l'intera trama assumerà di colpo un nuovo significato, tramite il quale sarà possibile dare una diversa disposizione ai vari tasselli del puzzle. Mulholland Drive può apparire di sicuro come un'opera oscura e spiazzante, ma in fondo rappresenta il cinema di Lynch allo stato puro: prendere o lasciare.


(fonte - https://www.mymovies.it)

SOCIAL