IN CARELLONE




GIO 19 - ORE 21.00
VEN 20 - ORE 18.30
BARBIANA 65'
Regia di Alessandro D'Alessandro.
Un film Genere Documentario - Italia, 2017, durata 94 minuti.

Il recupero integrale del materiale filmato girato dal regista Angelo D'Alessandro nel dicembre del 1965 a Barbiana, protagonisti don Lorenzo Milani e i suoi allievi, diventa l'occasione per far riemergere con forza l'attualità del messaggio del Priore a cinquant'anni dalla morte e ricordare a tutti la sua grande lezione. E un pensiero - concreto - di straordinaria organicità, che fanno di Milani un'esperienza intellettuale, radicale, utopica e politica, di livello almeno europeo. Ben oltre i confini di un piccolo paese, di una nazione, e del suo tempo.



In sala la rivoluzione di don Milani

"L'obbedienza non è più una virtù". E' una delle frasi simbolo del pensiero di don Lorenzo Milani, il prete scomodo che con l'esperienza rivoluzionaria della scuola di Barbiana, piccolo villaggio del Mugello in Toscana che divenne laboratorio permanente di coscienza, affermò con chiarezza il diritto allo studio e al senso critico per i figli di operai e contadini, quei ragazzi che nella scuola classista degli anni '60 finivano quasi sempre per interrompere gli studi. Mentre da lui nessuno doveva restare indietro. Dell'autore di “Lettera a una professoressa” sono rimaste poche immagini, anzi nessuna. O almeno così si pensava fino a poco tempo fa. In realtà  nel dicembre del 1965 un regista, Angelo D’Alessandro, salì per quella strada fangosa. Voleva intervistarlo perché era scoppiato lo scandalo dell’obiezione di coscienza dopo la sua lettera ai cappellani militari in cui parlava di non violenza. Ma l’incontro con don Lorenzo e i suoi ragazzi cambiò il punto di vista e gli obiettivi di quel cineasta di formazione cattolica. Raccolse una testimonianza destinata a restare unica, perché Milani aveva sempre detto di no a chi voleva riprenderlo e perché due anni dopo, il 26 giugno del '67, sarebbe morto all'età di 44 anni. Sono le uniche immagini esistenti in cui don Lorenzo narra, parla e spiega.


Oggi quelle immagini, a lungo rimaste invisibili, sono tornate nel documentario Barbiana '65 La lezione di don Milani, realizzato Alessandro G.A. D'Alessandro, figlio di Angelo, nel frattempo scomparso. Il film è prodotto da Laura e Silvia Pettini per la Felix in collaborazione con la Fondazione Don Lorenzo Milani in coproduzione con Istituto Luce Cinecittà, che lo distribuisce dal 16 ottobre e che ha messo a disposizione immagini dell'Archivio storico, mentre altri materiali provengono, oltre che dal Fondo Angelo D'Alessandro, dagli Archivi della Fondazione Don Lorenzo Milani e privati, dalla Fondazione per le Scienze religiose Giovanni XXIII e dal Centro Televisivo Vaticano.

"Mio padre - racconta Alessandro D'Alessandro - aveva una estrema discrezione nel riprendere che gli veniva dalla sua formazione neorealista, ma anche dal suo carattere schivo. Trascorse un giorno intero a Barbiana, dove era andato sperando di intervistare Milani sulla polemica. Era partito con la sua 16 mm, le bobine audio e un operatore". Mangiò con loro e quando don Lorenzo gli chiese cosa volesse, fece a sua volta una domanda, chiese di Marcellino, quel bambino piccolo che non parlava e che stava sempre attaccato al priore. Fu a quel punto che il prete intuì che poteva fidarsi di lui. "Aveva cacciato giornalisti televisivi famosi, ma quella volta accettò di fare lezione davanti alla macchina presa e fu tanto disponibile da arrivare a dire messa per finta davanti alla macchina da presa".

Di quei materiali andò in onda solo un breve servizio di 5' trasmesso da un rotocalco Rai (Boomerang) e poi circolato in varie forme. Ora le riprese, preziose per capire chi era Milani e chi fossero i suoi allievi, formano un preciso ritratto dell'uomo e del suo magistero insieme alle testimonianze di tre figure chiave. L'insegnante Adele Corradi, oggi 92enne, sempre a fianco di Milani nella scuola, Beniamino Deidda, ex procuratore generale di Firenze, che dopo la morte di Lorenzo ha continuato a insegnare a Barbiana, don Luigi Ciotti, sacerdote vicino per spirito e sensibilità a quell'esperienza. "Rappresentano i tre pilastri della sua visione: scuola, Costituzione e Vangelo", sintetizza D’Alessandro.

---

---

Milani all'epoca fu non compreso se non inviso dalla Chiesa ufficiale. Poi dimenticato e cancellato. Oggi Papa Francesco l'ha pienamente rivalutato, citando le sue parole e andando a pregare sulla sua tomba: "Vorrei poter diventare come questo prete coraggioso", ha detto Bergoglio. "Oggi Milani si potrebbe dedicare a tante cose, magari ai migranti, come don Massimo Biancalani, il sacerdote che ha portato alcuni profughi in piscina suscitando reazioni violente. Ma soprattutto continuerebbe a occuparsi di scuola, a insegnare ai giovani a pensare”. E D’Alessandro ricorda che suo padre portò a Barbiana due film. “Aveva con sé La tragedia della miniera di Pabst e Ombre rosse di John Ford. Li proiettarono in 16 mm e, dopo averli visti tre o quattro volte, contestarono il film di Pabst perché era pieno di luoghi comuni e Ombre rosse perché stava dalla parte dei bianchi e non degli indiani. Erano così, mettevano tutto in discussione. Pensate che Milani fece portare via la televisione da Barbiana perché non si poteva fermare per rivedere le immagini”.



E non manca un accenno alle accuse lanciate, e poi ritirate, da Walter Siti, che aveva scorto in Milani una somiglianza con il suo personaggio di prete pedofilo: “Quando parla di amore per i ragazzi, dice esplicitamente, se si sta per cadere nella sporcizia, bisogna andare dove c'è ancora più povertà”.

A Venezia 74 il film è stato proiettato come evento speciale alla presenza anche di Adele Corradi e di tre ex ragazzi della scuola. Michele Gesualdi, presidente della Fondazione Milani, così scrive di quelle immagini salvate dall'oblio: “Quella pellicola era un dono per noi ragazzi, per ricordarci del nostro Priore e della nostra scuola, della nostra storia di giovani uomini e giovani donne”. Mentre Adele Corradi dice: "Ho provato a dissuadere il regista a fare il film, perché don Milani è diventato un fossile, come Garibaldi, Mazzini e Cavour. E' finito sulla Settimana Enigmistica. Eppure dopo aver visto Barbiana '65 ho capito che era un veicolo per spiegare, a chi non c'era, chi fosse davvero. Non un fossile, non un santino, ma un uomo utile anche a noi oggi". 

---


VEN 20 - ORE 21.00
SAB 21 - ORE 18.30 / 21.00
DOM 22 - ORE 16.00 / 18.30 / 21.00
L'ALTRA METÀ DELLA STORIA
Regia di Ritesh Batra.
Un film con Jim Broadbent, Charlotte Rampling, Harriet Walter, Michelle Dockery, Matthew Goode.
Genere Drammatico - Gran Bretagna, 2017, durata 108 minuti.

Tony Webster è un settantenne divorziato che possiede un negozietto in cui si vendono e riparano vecchia macchine fotografiche. È divorziato e ha una figlia che sta per partorire in seguito a un'inseminazione artificiale perché non vuole aver un partner. Un giorno Tony riceve una lettera da uno studio notarile che l'informa che la madre di Veronica, una sua fiamma dei tempi del liceo, gli ha lasciato un diario in eredità. Il lascito è ora nelle mani della donna. Il passato torna ad affacciarsi nella vita dell'uomo.



Ritesh Batra, dopo il successo ottenuto con l'acuto e sentimentale Lunchbox, realizza un film decisamente molto british ma non per questo meno interessante.

Se nel film precedente utilizzava il cibo come trait d'union tra due persone che non si conoscevano ma finivano con il desiderare di incontrarsi, qui mette il suo protagonista a confronto con un passato che di fatto non conosce avendo voluto relegarlo in quella terra oscura che è il rimosso. Il film si basa su un romanzo di Julian Barnes del 2011 e si muove costantemente su un doppio binario tra presente e passato. Nell'oggi c'è la vita immersa nella quotidianità e nella prevedibilità più assolute in cui anche la figlia madre in proprio viene vista da Tony come parte di un quadro senza tinte accese. Finché non arriva una lettera che sposta i termini della questione. Vedere entrare in gioco Charlotte Rampling nel ruolo di Veronica anziana fa scattare un quasi inevitabile rimando a 45 anni di Andrew Haigh perché anche in quel caso una lettera rimetteva in discussione degli equilibri apparentemente ormai acquisiti in via definitiva.
---

---
Il punto di forza di questo film dalla struttura e dalla recitazione che potremmo definire 'classiche' è dato dal continuo confronto tra l'esplorazione a tentoni del mondo compiuta nell'adolescenza e lo sforzo di garantirsi un modus viventi privo di scosse nell'età matura. Dalla gabbia delle scuole superiori gli studenti sono pronti per entrare nella più grande gabbia dell'università e intanto si guardano intorno cercando di trovare un filo di Arianna nel labirinto dei sentimenti e del rapporto con la Cultura e con la Storia (quella dei singoli e quella dei popoli). Ma i sentimenti accesi e le frustrazioni altrettanto difficili da controllare anche (e soprattutto) sul piano della sessualità possono produrre reazioni tanto aspre da lasciare segni indelebili a cui non è facile attribuire quel 'senso di una fine' a cui fa riferimento il titolo originale.


BLOW-UP
Regia di Michelangelo Antonioni.
Un film Da vedere 1966 con David Hemmings, Sarah Miles, Vanessa Redgrave, Jane Birkin, Peter Bowles, John Castle.
Commedia - Gran Bretagna, Italia, 1966, durata 108 minuti.

A Londra, un fotografo di moda crede di aver visto (e fotografato) un omicidio. Cerca di arrivare alla soluzione del mistero, ma non ci riesce. La realtà ha molte facce, persino l'evidenza, persino un'immagine impressionata su lastra possono essere negate. Il film parte come un "mistery" ma si rivela ben presto una fascinosa meditazione sul divario (ammesso che ci sia) fra realtà e fantasia. A differenza di altri film di Antonioni, Blow up è opera forse più tempista che valida. Capitò in un momento in cui il pubblico era interessato ai temi esistenziali, agli ermetismi di linguaggio, alle opere prive di trama. La portentosa fotografia di Carlo di Palma cattura gli scorci più suggestivi della Londra dei Beatles e di Carnaby Street e riprende (velocemente) le nudità della Redgrave.


Restaurato da Cineteca di Bologna, Istituto Luce – Cinecittà e Criterion, in collaborazione con Warner Bros. e Park Circus presso i laboratori Criterion e L’Immagine Ritrovata, con la supervisione del direttore della fotografia Luca Bigazzi

Il primo film in lingua inglese di Michelangelo Antonioni, tratto da un racconto di Cortázar. La swinging London, magnificamente esaltata dalle invenzioni cromatiche di Carlo di Palma, le mode giovanili, la musica e la contestazione, servono ad Antonioni per mettere in scena l’avventura di uno sguardo. Una fotografia scattata per caso rivela, ingrandita, le presunte tracce di un delitto. E l’incapacità dell’uomo contemporaneo, e dell’artista, di far presa sul reale.
Blow-up è un film che si presta a tante interpretazioni, perché la problematica cui si ispira è appunto l'apparenza della realtà. [...] L'esperienza del protagonista non è né sentimentale né amorosa, riguarda piuttosto il suo rapporto con il mondo, con le cose che si trova di fronte. È un fotografo. Un giorno fotografa due persone al parco, un elemento di realtà che sembra reale. E lo è. Ma la realtà ha in sé un carattere di libertà che è difficile spiegare. Questo film, forse, è come lo Zen: nel momento in cui lo si spiega lo si tradisce. (Michelangelo Antonioni)


---


GIO 5 - ORE 21.00
VEN 6 - ORE 21.00
SAB 7 - ORE 18.30/21.00
DOM 8 - ORE 16.00/18.30/21.00
LUN 9 - ORE 21.00
L'INCREDIBILE VITA DI NORMAN
Regia di Joseph Cedar.
Un film con Richard Gere, Lior Ashkenazi, Michael Sheen, Steve Buscemi, Charlotte Gainsbourg.
Genere Drammatico - USA, Israele, 2016, durata 117 minuti.

New York. Norman Oppenheimer si qualifica come uomo d'affari. La sua vita consiste nel cercare di soddisfare le necessità altrui sperando di ricevere in contraccambio rispetto e ammirazione. Un giorno riesce ad avvicinare un uomo politico israeliano e a comprargli un costoso paio di scarpe. Quando diverrà il premier del suo Paese Norman potrà ricevere quella considerazione che ha sempre desiderato. Ma per quanto?
Le radici di questo film affondano nella storia della cultura ebraica e nella letteratura. Joseph Cedar, che è nato a New York ma dall'età di sei anni vive a Gerusalemme, ha studiato la figura dell' "Ebreo cortigiano" cioè di colui che mette il suo talento al servizio di un potente per poi ritrovarsi vittima di invidie e ostilità. È un personaggio che si trova nella Bibbia (vedi Giuseppe e il Faraone) per poi ripresentarsi nel "Mercante di Venezia" di Shakespeare, nel Fagin dell'"Oliver Twist" dickensiano o nel Leopold Bloom dell'"Ulisse" di Joyce.



Come trasferire nell'attualità questa figura quasi archetipa? Trasformandolo in un 'faccendiere', una persona che aiuta gli uomini di potere ad ottenere ciò che vogliono ma a cui non possono arrivare direttamente. Non molti registi e produzioni avrebbero pensato a Richard Gere per questo ruolo.

Cedar lo ha fatto e ha centrato l'obiettivo. Gere si cala nei panni e nella psicologia di Norman con un mimetismo straordinario. Nei panni perché la sua eleganza ha sempre dei tratti di inadeguatezza; il suo cappotto, le sue camicie , la sua giacca non sono mai 'davvero' giusti. Così come non lo è mai il credito che si attribuisce millantando conoscenze e contatti ai livelli più elevati del mondo degli affari. Ma Norman non è un imbroglione con il cosiddetto pelo sullo stomaco. È un uomo profondamente solo che ha bisogno, per sentirsi vivere, di essere accettato e riconosciuto come necessario dagli altri. Questo comporta frustrazioni (quando le sue supposte relazioni si rivelano inesistenti) ma anche momenti di esaltazione e di trionfo quando chi detiene il potere lo ammette nella propria cerchia ristretta. Chi però dipende dall'approvazione altrui, dal bisogno che gli altri hanno dei suoi servigi (reali o presunti che siano) non assurge mai, anche se si illude che non sia così, alla dignità di persona. Perché è solo trovando la giusta misura di autostima che un essere umano può riconoscersi come tale oppure compiendo scelte che dipendano esclusivamente da se stesso. Norman si troverà ad affrontare la questione e dovrà prendere una decisione che coinvolgerà molti di coloro per i quali si è messo in gioco.
---

SAB 30 - ORE 18.30/21.00
DOM 1 - ORE 16.00/18.30/21.00
UNA FAMIGLIA
Un film di Sebastiano Riso.
Con Micaela Ramazzotti, Patrick Bruel, Pippo Delbono, Fortunato Cerlino, Marco Leonardi.
Drammatico, durata 119 min. - Italia, Francia 2017.
V.M. 14 ANNI

Roma, oggi. A un primo sguardo Vincent, cinquantenne francese che delle sue origini ha mantenuto soltanto l'accento, e Maria, di una quindicina di anni più giovane, sembrano una coppia simile a tante altre. Quando prendono il metrò, si siedono vicini, abbracciati. Quando tornano a casa, fanno l'amore con passione, legati a doppio filo da un'attrazione reciproca che di solito caratterizza gli esordi di una storia d'amore e non i rapporti consolidati come il loro. In una quotidianità vissuta prevalentemente al riparo delle mura di casa, anche la presenza di persone esterne sembra non soltanto superflua, ma persino evitata, come se entrambi bastassero all'altro e il resto del mondo non avesse importanza o, addirittura, non esistesse. Eppure, a uno sguardo più attento, è difficile non notare piccoli segni di inquietudine che provengono dalla metà femminile di questa coppia all'apparenza così unita. Maria è troppo vulnerabile (e troppo innamorata) per affermare il proprio malessere. E i suoi tentativi di ribellione, più che indicare una reale volontà di allontanamento dal compagno, assomigliano a richieste d'aiuto quasi disperate rivolte al suo "Vincenzo", e da lui puntualmente ignorate. Quello che Vincent non sembra capire è che Maria non sta mettendo in discussione il loro rapporto, ma il progetto di vita che finora hanno portato avanti insieme e che, di quell'isolamento dal mondo, è stato ed è tuttora il vero e unico motivo: un progetto spaventoso e segreto che Maria non ha più intenzione di far convivere con il suo amore.




Una scritta all'inizio avverte che la trama di Una famiglia, sceneggiata da Riso insieme a Andrea Cedrola e Stefano Grasso, è "ispirata a storie vere", ma la lettura del film ha luogo su due piani divergenti: quello realistico e quello metaforico.




IO DANZERO'
Regia di Stéphanie Di Giusto.
Un film con Soko, Gaspard Ulliel, Melanie Thierry, Lily-Rose Depp, François Damiens.
Genere Biografico - Francia, 2016, durata 108 minuti.

Loïe Fuller, adolescente irrequieta che legge Shakespeare e tira col lazo, cresce col padre nel West americano. Alla morte violenta del genitore ripara in città dalla madre, una donna timorata di dio che vorrebbe farne una bigotta. Stretta negli abiti che la madre le cuce addosso, Loïe sogna di fare l'attrice e di calcare il palcoscenico. Tra un'audizione e una delusione trova il gesto che cambierà la sua vita e la condurrà dall'altra parte dell'oceano. Sprofondata dentro un mare di seta e attrezzata con lunghe bacchette inventa una danza impalpabile e illuminata da effetti cromatici. Ma l'America non è ancora pronta ad accogliere la sua visione, traslocata a Parigi trova un mondo all'altezza del suo talento. A contatto con i teatri e i movimenti artistici perfeziona la sua performance e diventa icona indiscussa al debutto del Ventesimo secolo.



Figura di prua della Parigi avanguardista, pioniera della danza contemporanea, ammirata da Mallarmé e Lautrec e 'scolpita' da Rodin, Loïe Fuller fu musa e impresaria di una stagione gloriosa. Prima performeuse della storia, inventa un gesto, cerca spazi espressivi e sotto metri di tessuto leggero sboccia sulla scena come una farfalla.

Biografia romanzata, La danseuse di Stéphanie Di Giusto è meno interessata al carattere avanguardista della sua eroina e molto concentrata sul corpo della Fuller, che inventa la danza serpentina, caleidoscopica estremizzazione della skirt dance. Le sue straordinarie doti, imprenditoriali prima che motorie, producono uno spettacolo strabiliante che cattura la natura con la tecnica. Trasfigurata in fiore, farfalla, fiamma da veli avvolgenti, bacchette che prolungano i movimenti delle braccia e proiezioni colorate che disegnano illusioni sulla seta, la Fuller è il punto di incontro fondamentale tra il cinema e la danza. Perché come coglie bene la Di Giusto, l'arte dell'artista americana è oltre la danza. 

A dispetto del titolo, la Fuller non era propriamente una 'ballerina', non lo era nel senso delle architetture di movimento e di tecniche o stili precisi, lo era piuttosto nel senso di arte del corpo. Spazio e vibrazioni del corpo sono stati la materia prima della sua danza 'filtrata' dalla luce. Visionaria che si fece stella con una disciplina tenace e la manipolazione dei tessuti con raggi luminosi sapientemente diretti, i suoi spettacoli teatrali diventano pienamente cinematografici come dimostra La danseuse, film ipnotico e ammaliante. Attraverso sequenze suggestive la regista riproduce le figure mutevoli e le immagini oniriche ma fascinosamente presenti allo sguardo generate dalla Fuller, 'fissata' a un meccanismo invisibile al pubblico.


A CIMBRA
Regia di Jonas Carpignano.
Un film con Pio Amato, Koudous Seihon.
Genere Drammatico - Italia, Francia, Germania, 2017, durata 117 minuti.
V.M. 14 ANNI

Pio, 14 anni, vive nella piccolo comunità Rom denominata A Ciambra in Calabria. Beve, fuma ed è uno dei pochi che siano in relazione con tutte le realtà presenti in zona: gli italiani, gli africani e i suoi consanguinei Rom. Pio segue e ammira il fratello maggiore Cosimo e da lui apprende gli elementi basilari del furto. Quando Cosimo e il padre vengono arrestati tocca a Pio il ruolo del capofamiglia precoce che deve provvedere al sostentamento della numerosa famiglia.



Jonas Carpignano torna nei luoghi che avevano contrassegnato i suoi esordi e lo fa con la passione e la tenacia di chi conosce a fondo la materia che intende trattare, se ne lascia attrarre conservando però sempre il controllo di un film che fonde una riflessione socio antropologica al desiderio di raccontare una fase di passaggio fondamentale per il suo protagonista. Il quale è quel Pio Amato che già si era fatto notare in Mediterranea e che qui porta sulle fisicamente fragili ma attorialmente solide spalle l'intero film.

Nel suo sguardo si leggono domande esistenziali che la voce non sa esprimere così come dalla sua ritrosia e dai suoi imbarazzi emergono i segni di un'infanzia e di una preadolescenza che non hanno potuto essere tali a causa di una precoce immissione nel non facile mondo degli adulti. Che tale non lo considerano (a partire dal fratello) ma che nulla gli nascondono di una realtà quotidiana in cui il mestiere di vivere richiede la capacità di guardarsi costantemente le spalle. 

Carpignano si mette al servizio di queste persone che in gran parte recitano se stesse e lo fanno con una spontaneità e veridicità che pochi nel cinema italiano sanno gestire con altrettanta maestria. La macchina da presa entra nelle loro vite senza pretendere di asservirle ai propri fini e sapendo anche mutare modalità e tempi a seconda della comunità messa in luce di volta in volta. Gli africani (che per i Rom sono tutti 'marocchini') hanno una vitalità non folcloristica ma quasi necessitata dal dover sopravvivere in un ambiente non amichevole che contrasta con la lucida determinazione malavitosa degli uomini della ndrangheta locale. 

Osservato con uno sguardo lucido ed esterno, A Ciambra si presenta come un efficace e partecipe ritratto di un mondo che molti preferiscono non conoscere e disprezzare. Non è però possibile nascondere il dubbio che proprio a costoro, in un periodo particolarmente caldo nei confronti dell'immigrazione, offra occasione per un'ulteriore conferma dei propri assunti aprioristici e generalizzanti.