IN CARTELLONE

JACKIE
Un film di Pablo Larrain.
Con Natalie Portman, Peter Sarsgaard, Greta Gerwig, Billy Crudup, John Hurt.
Biografico, durata 91 min. - USA, Cile 2016.

Sono passati cinque giorni dalla morte di John Kennedy e la stampa bussa alla porta di Jackie per chiedere il (reso)conto. Una relazione particolareggiata dei fatti di Dallas. Sigaretta dopo sigaretta, Jackie ristabilirà la verità e stabilirà la sua storia attraverso le domande di Theodore H. White, giornalista politico di "Life". Una favola che il suo interlocutore redige e Jackie rilegge, rettifica, manipola, perfeziona per dire al mondo di Camelot, dell'arme, la dama e il cavaliere che fecero l'impresa e la Storia fino al declino della loro buona stella.
Tra la verità e la favola c'è Jackie. Quella di Pablo Larraín, isolata in una giornata d'autunno, dopo l'assassinio del consorte e prima del ritiro dalla vita pubblica.

Un intervallo spazio temporale che l'autore cileno ricostruisce in un film storico-vestimentario, cercando l'identità personale dietro quella fittizia, lungo i corridoi e le stanze della Casa Bianca, sotto la seta e i tailleurs di crêpe, di fronte ai manichini inarticolati vestiti da Chanel. E nella silhouette di un manichino, che la protagonista osserva nelle vetrine di una boutique, batte il cuore di un ritratto inflessibile che si contrappone a quello rotondo di Neruda. Diversi nel segno le due opere procedono tuttavia vigorosamente tra Storia e finzione, dominati da una sorta di insolenza che soggiace al cinema dell'autore. Da una parte la celebrazione della creazione artistica, della sua aspirazione al sublime e dei suoi compromessi con la realtà (Neruda), dall'altra il gesto espressivo che sviluppa uno stile personale e costruisce un'immagine pubblica, una condotta verbale e non verbale fatta di gesti, acconciature, abiti, gioielli e attitudini (Jackie). Alla maniera di Neruda, il carattere finzionale di Jackie è stabilito dalle prime sequenze, l'incontro tra Jackie e il giornalista di "Life" è ripartito in piani dislocati in décor differenti (la confessione col prete al cimitero, il tour alla Casa Bianca con CBS News, etc), che indicano l'impossibilità della ricostruzione fondata sulla sola memoria. L'incertezza è il fondamento stesso di Jackie. È quanto serve di base a una straordinaria creazione di finzione che Larraín consacra alla relazione intercorrente tra corpo e abito.


UN RE ALLO SBANDO
Un film di Peter Brosens, Jessica Woodworth.
Con Peter Van den Begin, Bruno Georis, Lucie Debay, Titus De Voogdt, Pieter van der Houwen. Commedia, durata 94 min. - Belgio, Paesi Bassi, Bulgaria 2016.

Il Re Nicola III è una persona sola, che ha la netta sensazione di vivere una vita non sua. Insieme ad un regista inglese, Duncan Lloyd, incaricato dal Palazzo di ravvivare l'ingrigita immagine della monarchia, parte per una visita di Stato a Istanbul. Proprio mentre si trova in Turchia arriva la notizia che la Vallonia, la metà meridionale del Belgio, si è dichiarata indipendente. Il Re non si perde d'animo e decide di tornare di tornare rapidamente in patria per salvare il suo regno. Proprio mentre si sta organizzando il rientro, si scatena una tempesta solare che mette fuori uso le comunicazioni e il traffico aereo. I telefoni non funzionano più, gli aerei restano a terra. A peggiorare le cose, la sicurezza turca respinge seccamente la proposta del Re di tornare via terra. Ma il Re non demorde e inizia un viaggio avventuroso attraverso l'est Europa.
Se domandaste in famiglia il nome dell'attuale re del Belgio è facile immaginare che non ci sarebbe un coro di risposte esatte. Lo stato dell'Europa centrale è purtroppo stato al centro dell'attenzione mondiale per gli attentati dell'Isis e, in un passato abbastanza recente anche se in misura meno accentuata, anche per un'altra ragione. Per 541 giorni, dopo le elezioni del 2010 Bruxelles non ha avuto un governo. È quindi interessante che, dopo Dio esiste e vive a Bruxelles, da quel Paese ci giunga un film che lavora sul filo del surreale.

I due registi (che nascono come documentaristi) hanno dimostrato di ben conoscere la gestione di materiale allegorico con La quinta stagione e ora si misurano con un on the road turco-balcanico al cui centro mettono un re che non intendono esporre alla berlina, preferendo andarne a leggere, anche nelle situazioni più comiche o grottesche, la solitudine di essere umano e di esponente politico.


150 MILLIGRAMMI
Un film di Emmanuelle Bercot.
Drammatico, durata 128 min. - Francia 2016.
Con Sidse Babett Knudsen, Benoît Magimel, Charlotte Laemmel, Isabelle de Hertogh, Lara Neumann.

Una pneumologa dell'ospedale universitario di Brest scopre un legame fra l'assunzione del farmaco Mediator e il decesso di alcuni suoi pazienti. Dopo aver sottoposto la possibilità di una correlazione di causa-effetto al gruppo di ricerca farmacologico della struttura, decide insieme a loro di chiedere all'Agenzia Francese del Farmaco di ritirarlo dal mercato, dove è venduto da una trentina d'anni. Ha inizio una guerra sproporzionata fra il piccolo team bretone, il Ministero della Salute e soprattutto il colosso farmaceutico che lo commercializza. Film ispirato ai fatti vissuti dalla dottoressa Irene Frachon tra il 2009 e 2010.
Emmanuelle Bercot voleva fare il medico. Lo ha rivelato in un'intervista confessando la sua passione, derivata dal padre chirurgo, di ospedali, sale operatorie e malattie. È finita per fare altro, ma pur da regista non si è fatta mancare la soddisfazione di osservare le gesta di una dottoressa assai determinata e combattiva. Affascinata più dal carattere bizzarro che non dalla professionalità della Frachon, ha messo in piedi un progetto ambizioso a cui ha lavorato per diversi anni e che tocca più il genere investigativo / giudiziario dentro al cinema di denuncia che non il medical drama.


VEN 3 - ORE 18.30
SAB 4 - ORE 18.30
DOM 5 - ORE 16.00/21.00
LE STAGIONI DI LOUISE
Un film di Jean-François Laguionie.
Animazione, durata 75 min. - Francia 2016.
Con Piera Degli Esposti Titolo originale Louise en hiver.

L'ultimo treno dell'estate parte dalla località balneare di Biligen, riportando in città gli ultimi vacanzieri e dimenticando l'anziana Louise. Poco male, pensa la donna, i parenti si accorgeranno presto della sua assenza e verranno a prenderla. Ma così non è. Completamente sola nella cittadina deserta, Louise si trova a doversi arrangiare per recuperare il cibo e tutto ciò che le serve. Come una novella Robinson, si scoprirà più forte e intraprendente del previsto e troverà il suo Venerdì nel cane Pepper, anziano e solo come lei, con il quale stringe un'amicizia vitale. Con le onde del mare, ritmiche e inarrestabili, arrivano anche i ricordi. Il tempo cambia passo nella solitudine e le stagioni si confondono, anche quella della vita.
Giudicato all'unanimità tra gli esponenti più importanti e interessanti dell'animazione francese, Jean-Francois Laguionie si è fatto conoscere, a fine anni Settanta, con il cortometraggio "La traversée de l'Atlantique à la rame", che già parlava dell'oceano e scherzava con il tempo. Le stagioni di Louise arriva ora come una vera e propria sintesi della poetica e della pratica artistica di Laguionie, che affonda nella sua biografia - le vacanze trascorse sulle coste della Normandia - e nel suo amore per i pittori francesi del secondo Ottocento, che di quelle coste avevano fatto l'oggetto delle loro vedute, o meglio visioni.
L'intensità del film nasce, oltre che dal tono pacato e leggermente ironico del racconto, soprattutto dal modo in cui si fondono il realismo delle immagini e la tecnica del guazzo che le illustra, apportando tali colori e una tale matericità che il naturalismo è presto superato e si sfonda nella sfera del poetico. Lo stesso avviene a livello sonoro, dove i suoni dell'ambiente (il mare, gli uccelli) si combinano con una musica evocativa e scritta ad hoc per la personalità di Louise e il suo vagabondaggio nei ricordi di una vita. Esiste il rischio di lasciarsi distrarre, per qualche minuto, di tanto in tanto, dal tono flemmatico che accompagna la sua passeggiata quotidiana sulla spiaggia di Biligen, ma è un rischio contemplato, forse perfino avvalorato: sarà lei stessa, con un piccolo sussulto della voce, o Pepper con una sua gentile interruzione, a riprenderci al volo, come fossimo aquiloni che si sono allontanati col vento.
La forza con cui la protagonista accetta il suo destino, senza abbandonarsi mai alla disperazione e, anzi, ad un certo punto, abbracciando la solitudine e incarnandola, è profondamente commovente e rende questo film adatto per un pubblico non più infantile, in grado di entrare in simpatia con lei. Nel suo essere una vecchietta speciale, infatti, Louise è anche però emblema della vecchiaia di tutti, della memoria che prende le sue strade, della delusione che va dissimulata per quella visita tanto attesa che non c'è stata, del ritorno all'infanzia e ad un mondo segreto, che fa battere il cuore, se solo ci si ricorda di ascoltarlo.

IL DISPREZZO
Un film di Jean-Luc Godard.
Drammatico, durata 103 min. - Francia 1963.
Con Brigitte Bardot, Michel Piccoli, Jack Palance, Fritz Lang, Giorgia Moll.

Per la prima volta in sala il director’s cut di un classico della nouvelle vague, all’epoca stravolto dalla produzione (per l'edizione italiana Carlo Ponti lo fece scorciare di una ventina di minuti). Il romanzo di Moravia diviene il pretesto per uno dei film più lineari e narrativi di Godard, dove il paesaggio mediterraneo e marino offre un sontuoso contrasto alla volgarità del milieu cinematografico e all'amarezza della fine di una coppia. Tra Cinecittà e una Capri dai colori irresistibilmente pop, Michel Piccoli lavora sul set di un improbabile adattamento dell’Odissea (l'aristocratico regista è Fritz Lang che interpreta se stesso), mentre la moglie Brigitte Bardot è corteggiata dal produttore.

Il disprezzo è il nono romanzo di Alberto Moravia; è stato pubblicato nel 1954 e la sua prima traduzione francese è del 1955. […] Si svolge nel mondo del cinema italiano degli anni Cinquanta, è raccontato da uno scrittore di teatro-sceneggiatore, Riccardo Molteni, alle prese con un produttore, Battista, e un regista, emigrato tedesco, Rheingold.
Il disprezzo offriva a Godard la possibilità di parlare direttamente del mondo del cinema, di sviluppare le proprie idee riguardo alla creazione cinematografica, allo statuto dell'autore di un film, ai suoi rapporti con i produttori, tutti elementi che aveva trattato quando era critico [CONTINUA].

Il disprezzo è basato su cose essenziali: il mare, la terra, il cielo. I miei personaggi non sono più in accordo con la natura come lo erano gli Antichi, ma ho trattato il paesaggio come un personaggio, dandogli altrettanto spazio che agli attori. Il mio scopo principale è stato questo ritorno al classicismo, alla serenità. Il disprezzo è stato filmato in inquadrature molto lunghe (in tutto sono appena 150) e i totali, in cui gli attori sono come 'persi' nel décor, hanno una parte importante nel montaggio. Ho utilizzato solo i colori fondamentali, il rosso, il blu, il bianco, il verde... E sempre in toni molto puri. Non bisogna credere che si riuscirà in un'imitazione della pittura semplicemente pasticciando coi colori, sarebbe insensato. Bisogna filmare le cose con semplicità. [...] Fritz Lang è il coro antico. È molto importante per me che nel film il regista Fritz Lang si chiami Fritz Lang, ma d'altronde non facevo del cinéma-vérité. Lang rappresenta tutto il cinema. Dovevo ritrovare tutto il cinema classico, da Chaplin a Griffith, fino ai cliché nel caso. Il disprezzo è un film sul cinema.
(Jean-Luc Godard, intervista in “Les Lettres Françaises”, 25 dicembre 1963)

Mi sarebbe piaciuto fare Il disprezzo con Kim Novak, mantenendole il suo aspetto completamente passivo, come in Vertigo. Questo aspetto passivo, placido, che corrisponde al personaggio del romanzo. Un personaggio molle. Il suo mistero è la sua indolenza. Sarebbe stato più insopportabile. Una scena di ménage coniugale per un'ora e mezza. [...] Venendo dopo Les Carabiniers era necessario che Il disprezzo andasse in un'altra direzione, e in questo la Bardot mi ha aiutato. È meno atroce, più musicale. [...] È un film visto dall'alto. E il personaggio di Lang segna abbastanza bene questa distanza, questa altezza. Il disprezzo è un po' il contrario di Eliana e gli uomini. Eliana è Venere tra gli uomini. Il disprezzo sono gli uomini scissi dal mondo.
(Entretien avec Jean-Luc Godard, 12 settembre 1963, in Jean Collet, Jean-Luc Godard, Seghers, Paris 1963)

Ogni personaggio parla del resto la propria lingua, il che contribuisce a dare, come in The Quiet American, la sensazione sentimentale di gente perduta in un paesaggio straniero. Altrove, scriveva Rimbaud; quindici giorni, aggiunge, molti toni più in basso, Minnelli; soltanto due qui: un pomeriggio a Roma, una mattina a Capri. Roma è il mondo moderno, l'Occidente. Capri il mondo antico, la natura prima della civiltà e dei suoi nevrotici. Insomma, Il disprezzo avrebbe potuto essere intitolato “Alla ricerca di Omero”, ma quanto tempo perduto per scovare la prosa di Proust sotto quella di Moravia; e del resto non è questo il soggetto.
Il soggetto del Disprezzo sono delle persone che si guardano e si giudicano, per poi essere a loro volta guardate e giudicate dal cinema, rappresentato da Fritz Lang che interpreta se stesso; insomma, la coscienza del film, la sua onestà. (Ho girato io le inquadrature dell'Odissea che lui ha girato nel Disprezzo, ma, dato che io interpreto la parte del suo aiuto regista, Lang dirà che si tratta di inquadrature girate dalla seconda unità.)
A ben riflettere, oltre che la storia psicologica di una donna che disprezza il marito, Il disprezzo mi appare come la storia di naufraghi del mondo occidentale, di scampati al naufragio della modernità, che sbarcano un giorno, come gli eroi di Verne e di Stevenson, su un'isola deserta e misteriosa, il cui mistero è inesorabilmente l'assenza di mistero, cioè la verità. Mentre l'odissea di Ulissse era un fenomeno fisico, io ho girato un'odissea murale: lo sguardo della macchina da presa su dei personaggi alla ricerca di Omero al posto di quello degli dei su Ulisse e i suoi compagni. Film semplice e senza misteri, film aristotelico, libero dalle apparenze, Il disprezzo prova in 149 inquadrature che nel cinema, come nella vita, non c'è niente di segreto, niente da delucidare, non c'è che da vivere – e da filmare.
(Jean-Luc Godard, Le Mépris, “Cahiers du cinéma”, n. 146, agosto 1963; tr. it. in Jean-Luc Godard, Il cinema e il cinema, a cura di Adriano Apra, Milano, Garzanti, 1971)

GIO 2 - ORE 21.00
VEN 3 - ORE 21.00
SAB 4 - ORE 21.00
DOM 5 - ORE 18.30
DOPO L'AMORE
Un film di Joachim Lafosse.
Drammatico, durata 100 min. - Francia, Belgio 2016.
Con Bérénice Bejo, Cédric Kahn, Marthe Keller, Jade Soentjens, Margaux Soentjens.

Per Marie e Boris è l'ora dei conti. In tutti i sensi. Dopo quindici anni di matrimonio e due bambine, decidono di mettere fine alla loro relazione, consumata da incomprensioni e recriminazioni. Marie non sopporta i comportamenti infantili del marito, Boris non perdona alla moglie di averlo lasciato. In attesa del divorzio e costretti alla coabitazione, Boris è disoccupato e non può permettersi un altro alloggio, lei detta le regole, lui le contraddice. L'irritazione è palpabile, la sfiducia pure. Arroccati sulle rispettive posizioni sembrano aver dimenticato il loro amore, il cui frutto è al centro della loro attenzione. Genitori di due gemelle che stemperano con intervalli ludici le tensioni, Marie e Boris condividono una proprietà su cui non riescono proprio a mettersi d'accordo. A chi appartiene la casa? A Marie che l'ha comprata o a Boris che l'ha rinnovata raddoppiandone il valore? La disputa è incessante, il dissidio incolmabile. Ma è fuori da quella 'loro' casa che Marie e Boris troveranno la risposta. Una possibile.

Troppo spesso in una coppia il denaro diventa il mezzo migliore per esercitare potere sull'altro, per fargli pagare letteralmente il fallimento della relazione. Dopo l'amore abita lo scacco e presenta la fattura del disamore di una coppia che non sa più come accordare i propri sentimenti, regolare i propri conti, le responsabilità genitoriali, le tenerezze intermittenti, i rancori costanti. Joachim Lafosse, che ha fatto delle relazioni umane il suo terreno di elezione (Proprietà privata, Les Chevaliers blancs), dirige un dramma borghese in più atti intimo e vibrante. Ogni piano risplende di un'intensità eccezionale, approssimandosi ai suoi personaggi dissonanti.

Interpretato da Bérénice Béjo e Cédric Kahn, che superano i confini della rappresentazione, Dopo l'amore mette in scena con rara proprietà, eludendo cliché e psicologismi, i dubbi, le paure e la vitalità, malgrado tutto, di una coppia arrivata a fine corsa. Abile nell'individuare ed emergere i movimenti sottili che corrompono i sentimenti, l'autore belga chiude i suoi protagonisti in un interno e fa di quel domicilio coniugale qualcosa su cui litigare ma non la ragione del litigio, che è sempre altrove. La casa è il terreno su cui si cristallizza il loro rancore, su cui prendono posizione, ciascuno la sua, su cui pesano i rispettivi orgogli. Ma quel domicilio è soprattutto il valore aggiunto in termini d'amore che ciascuno apporta in una relazione. Boris reclama per sé la metà di quella casa certo, ma vuole soprattutto che Marie riconosca che lui è stato lì, che l'ha abitata, l'ha ristrutturata e ne ha aumentato il valore. Lui vuole che lei riconosca che è stato presente, utile, che ha contribuito con la sua 'competenza', tecnica e umana, alla costruzione della loro famiglia.


Gio 19 gen - ore 21.00
Ven 20 gen - ore 21.00
Sab 21 - ore 18.30/21.00
Dom 22 - ore 16.00 /18.30 / 21.00
IL MEDICO DI CAMPAGNA
Un film di Thomas Lilti.
Commedia drammatica, durata 102 min. - Francia 2016.
Con François Cluzet, Marianne Denicourt, Christophe Odent, Patrick Descamps, Guy Faucher.

Di giorno e di notte, col buono e il cattivo tempo, Jean-Pierre Werner percorre le strade sterrate di campagna per raggiungere i suoi pazienti. Medico devoto alla professione e ai piccoli o grandi malati della sua comunità rurale, gli viene diagnosticato un cancro al cervello e consigliato di trovare alla svelta un assistente. Reticente ad affidare i suoi pazienti a terzi, Jean-Pierre accetta controvoglia l'aiuto di Nathalie Delezia, un'ex infermiera che ha terminato da poco gli studi. La collaborazione si rivela presto difficile ma Nathalie ha carattere e incassa bene le bizzarrie che Jean-Pierre impone al suo tirocinio. Paziente dopo paziente, chilometro dopo chilometro, la rivalità cederà il posto alla fiducia e a un sentimento indeterminato tra solidarietà e desiderio.
Dopo il grande successo di Hippocrate, racconto di formazione in corsia, Thomas Lilti torna di nuovo a parlare di medicina puntando lo sguardo sulla provincia francese, trascurata dai servizi pubblici e disorientata dagli effetti della globalizzazione. Ex internista, l'autore francese prosegue la sua riflessione sul corpo medico passando dalla città alla campagna, dai medici ospedalieri ai cavalieri solitari delle zone rurali. E solitario è pure il suo protagonista, medico di campagna infaticabile che lavora sette giorni su sette fino allo sfinimento e fino a quando un cancro non lo obbliga a fermarsi. Una pausa che converte il medico in malato e permette al regista di insistere sul legame che esiste tra medico e paziente, confrontando due distinti approcci alla medicina: uno tradizionale ed empirico, l'altro metodico e scientifico.
Lilti sottolinea daccapo l'importanza della parola, quella officinale che i protagonisti rivolgono a una giovane donna incinta, a un bambino in ambasce, a un vecchio uomo moribondo. Ambasciatore, sullo schermo e negli ambulatori, di una medicina narrativa che fortifica la pratica clinica e migliora l'efficacia della cura, l'autore colma le lacune (emozionali) della scienza accomodando al cuore della storia due medici votati al paziente che si spostano, ascoltano, auscultano, confortano, alleviano, sostengono, accompagnano dimostrando una conoscenza intima dei loro assistiti, forgiata da una relazione di fiducia e prossimità. Confidenti di momenti difficili, sovente ultima risorsa, sono la luce nella notte degli afflitti.
Secondo film autobiografico per Thomas Lilti, Il medico di campagna ribadisce il discorso di Hippocrate dentro un quadro più artificioso che, pur rinnovando l'onestà del suo proposito, perde lucidità nel passaggio conflittuale tra un vecchio medico gravato e nascosto dietro un eroismo ordinario e una nuova generazione esuberante, dissimulata dietro l'aura del mistero. Nondimeno, Lilti, esigente, divorante ed essenziale come il suo protagonista, disegna un ritratto credibile di un generalista à la ronde negli angoli isolati della nazione, indefesso lungo le strade infangate o dentro il brusio confuso di una sala d'attesa sempre affollatissima.
Il medico di François Cluzet, mélange di sollecitudine e autorità che governa parola e stetoscopio, è il filo rosso del tessuto sociale. E il film, umanista e solare, partecipa della relazione 'terapeutica' che Jean-Pierre intrattiene con la sua comunità, vivace e umile galleria di ritratti genuini. Thomas Lilti si conferma in sostanza cronista sensibile del proprio mestiere, dell'apprendistato e della sua trasmissione.