IN CARELLONE




VEN 24 - ORE 21.00
SAB 25 - ORE 21.00
DOM 26 - ORE 16.00 / 18.30
FINCHÉ C'È PROSECCO C'È SPERANZA
Regia di Antonio Padovan.
Un film con Giuseppe Battiston, Teco Celio, Liz Solari, Roberto Citran, Silvia D'Amico.
Genere Noir - Italia, 2017, durata 101 minuti.

Il conte Desiderio Ancillotto è proprietario di un vasto terreno dedicato alle vigne e di una gran bella villa, ma il suo modo di lavorare la terra, senza pesticidi e facendo "riposare" parte del terreno, è considerato da altri una pessima strategia d'affari. Ancillotto si suicida, però è comunque al centro delle indagini quando iniziano a venire uccise persone legate al cementificio che lui riteneva inquinasse la zona. A investigare sul caso c'è l'ispettore Stucky (ma si legge: Stucchi), che con il suo fare placido e pacioso cerca di conquistare la chiusa gente del posto per arrivare alla verità. Nel mentre l'uomo, che ha origini in parte persiane, affronta anche una questione privata, quella del lutto della madre e dell'ingombrante presenza del padre morto, la cui stanza in casa non vuole toccare nonostante l'insistenza dello zio Cyrus che sta ospitando.



L'esordio alla regia di Antonio Padovan è un giallo tra le colline vicine a Venezia, senza eccessi di cupezza e anzi con un tono leggero quasi da Delitti del Bar Lume, però tra gente più arcigna, cui fa da contraltare l'irresistibile simpatia di Giuseppe Battiston.

Sebbene Padovan dica di aver voluto provare a riportare il giallo al cinema, dopo anni in cui è stato più o meno confinato in TV, il risultato non riesce a non essere televisivo, con alcuni personaggi che fanno da macchietta comica, con un protagonista buono e a tratti un po' burbero e con una piccola comunità immersa in un bel paesaggio naturale. La Conegliano di Stucky in provincia di Treviso è insomma un corrispettivo nel Nord-Est dell'immaginaria Vigata di Montalbano e non ha neppure, per esempio, gli elementi di maggior realismo e ambiguità portati quest'anno in TV da Rocco Schiavone.

L'origine del personaggio e del suo mondo è letteraria, dal romanzo omonimo di Fulvio Ervas (Marcos y Marcos), che per altro ne ha già scritti altri dedicati al medesimo protagonista. In questa storia l'unico vero ostacolo a Stucky sembra essere il suo superiore, ma alla fine anche lui rivela un cuore d'oro a riprova che siamo lontanissimi da qualsiasi rappresentazione chiaroscurale delle forze dell'ordine, per non allontanarsi dal giallo più puro.
La direzione del cast, a sua volta, non riesce a sfuggire alla patina televisiva, dove in particolare Teco Celio nei panni dell'avvinazzato del luogo è ridotto a pura macchietta e oltretutto viene inquadrato da una macchina da presa a sua volta barcollante, come fosse su una nave in mezzo al mare, secondo la discutibile idea di restituirne la visione scentrata. Va un po' meglio agli altri, ma per esempio lo zio di Stucky, con la sua saggezza orientale e allo stesso tempo però un po' invasivo, è a sua volta un personaggio che sarebbe perfettamente a suo agio in una fiction.

Anche la risoluzione del caso, oltre che piuttosto improbabile, è semplice e prevedibile. Del resto gli stessi delitti non hanno nulla di elaborato, insomma siamo ben lontani dai machiavellici orditi narrativi di Agatha Christie e in una zona invece in cui il versante enigmistico sembra un cruciverba facilitato. Allo stesso modo sul fronte comico non si osa niente di irriverente e il ritmo rimane piano.

La regia non manca poi di usare i droni, vera e propria piaga della messa in scena contemporanea, e insiste sui bei paesaggi collinari e verdi, ma con uno sguardo un po' troppo da filmato di "Linea Verde" e senza capacità suggestiva nel creare atmosfera. Considerata però la povertà di mezzi a disposizione di Padovan, che non è riuscito ad avere contributi statali né a farsi sponsorizzare da qualche produttore di vini locale, Finché c'è prosecco c'è speranza è comunque un'opera prima piccola e con una sua dignità. Del tutto mancato però l'obiettivo di un respiro cinematografico: si rimane in quella zona da pilota di una serie di TV movie, leggeri e pittoreschi, buoni magari anche per una vendita all'estero, dove le bellezze rurali d'Italia e la vicina Venezia hanno sempre il suo fascino, ma senza sfuggire a una dimensione da piccolo schermo.


DOM 26 NOVEMBRE - 21.00
AMICI MIEI - ATTO II°
di Mario Monicelli.
Con Ugo Tognazzi, Philippe Noiret, Renzo Montagnani, Gastone Moschin, Adolfo Celi.
Commedia, durata 129 min. - Italia 1982.

Torna in sala Domenica 26 Novembre alle ore 21.00 per un evento speciale al Cinema Filo di Cremona uno dei film cult più amati di sempre, Amici Miei Atto II, che proprio quest’anno festeggia i 35 anni dalla prima proiezione del 1982.

Anche se sono passati molti anni le mitiche scene sono ancora sempre presenti nella mente dei tanti fans più o meno giovani che oggi anche grazie attraverso i social network condividono giornalmente i loro miti Mascetti, Perozzi, Melandri, Necchi e Sassaroli.


Così la pagina facebook Conte Raffaello "Lello" Mascetti insieme al Cinema FILO hanno deciso di riportare in sala il film nella città che ha dato i natali al grande Ugo Tognazzi nel giorno conclusivo della Festa del Torrone per una serata all’insegna del divertimento e delle zingarate con un doveroso omaggio a Gastone Moschin scomparso ad inizio Settembre, con concorsi a premi per i partecipanti, il Mascetti realizzato da FirenzeArt Gallery per i vostri selfie, ed un originale attestato ricordo per tutti.

La proiezione sarà preceduta da un degustazione dei vini dell’Azienda vinicola La Tognazza, nata dal grande Ugo e portata avanti ora da suo figlio GianMarco con il loro classici rossi “Antani” e “Come se fosse” organizzata dallo Store Tognazza di Cremona di Marianna Zeni.

Partirà poi la mitica proiezione con scene come quelle dell'alluvione.. Paolo ed Adelina.. la monta e Giovannone.. i cinque madrigalisti moderni.. la zingarata a Pisa ed il signor Becchi.. il grande Augusto Verdirame.. e poi Carmencita ed il rigatino.. fino al grande Sor Savino Capogreco che dio lo stramaledica.

Una proiezione da fargli pigliare un colpo a tutti.. E centinaia di persone, tutti a ridere, divertirsi in una serata bella, libera, stupida, come quando s'era ragazzi. Chissà quando ne capiterà un'altra!


ULTIMO SPETTACOLO
SAB 25 - ORE 18.30
OGNI TUO RESPIRO
Regia di Andy Serkis.
Un film con Andrew Garfield, Claire Foy, Tom Hollander, Stephen Mangan, Dean-Charles Chapman.
Genere Drammatico - Gran Bretagna, 2017, durata 117 minuti.

Robin Cavendish ha tutto dalla vita: è bello, aitante e fascinoso. Tanto da conquistare l'apparentemente inaccessibile Diana. Mentre la coppia di sposi nel dicembre 1958 si trova in Africa Robin contrae una forma di poliomielite che lo immobilizza in un letto e lo lega a un respiratore con una diagnosi che non gli lascia molto tempo da vivere. Diana, contro il parere della medicina ufficiale, lo porta a casa offrendogli delle opzioni terapeutiche mai tentate prima. Jonathan Cavendish non è solo il figlio di Robin nato poco dopo che il padre era stato colpito dalla malattia ma è anche il produttore del film. Questo fa sì che l'intera operazione assuma una dimensione del tutto speciale.


L'inizio sembrerebbe iscrivere Ogni tuo respiro nell'ambito di quei film biografici che si ispirano alla realtà inondandola di sentimentalismo tanto da provocare un innalzamento del tasso glicemico dello spettatore.

Dal momento in cui la malattia prende il sopravvento ci si accorge, minuto dopo minuto, che il fine è assolutamente diverso e che quel prologo aveva una sua ragione. Perché qui non ci si limita a ripercorrere le tappe di quello che avrebbe potuto essere solo uno sterile calvario individuale. Si racconta un calvario che invece si è trasformato in un'opportunità non solo per rendere più accettabile la vita di Robin Cavendish ma anche per garantire a pazienti in condizioni analoghe grazie a quegli strumenti che avrebbero consentito loro un'esistenza da condurre al di fuori dell'istituzione ospedaliera.
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Cavendish, Diana e coloro che li hanno affiancati ed aiutati sono stati dei pionieri in questo campo ed era giusto che il cinema ne raccontasse la storia. Ma proprio quello che potrebbe far storcere il naso ad alcuni critici costituisce invece il punto di forza del film. Lo stile molto british che fonde ricostruzione con humour sottile, che non avvolge la vicenda in un'atmosfera stabilmente cupa ma sa alternare situazioni critiche con sequenze più rilassate, è perfettamente funzionale a una diffusione di Ogni tuo respiro presso il pubblico più vasto. Anche quello, per essere ancora più espliciti, che non disdegna il cinema un po' old fashion.

Proprio grazie a questa scelta di stile di narrazione Serkis e lo sceneggiatore Nicholson possono permettersi di affrontare temi importanti come quello della lungodegenza ospedaliera e, anche e soprattutto, del diritto del malato all'autodeterminazione. In particolare per quanto riguarda il controverso (ma sempre più attuale grazie ai progressi della tecnologia che anche Cavendish ha contribuito a favorire) tema del testamento biologico e del fine vita. Raggiungono l'obiettivo raccontandoci la vita di un uomo che ha inizialmente dovuto affidarsi (alla moglie Diana) e che poi insieme a lei ha compiuto delle scelte fondamentali sulle quali ci è data l'opportunità di riflettere lontani dalle polemiche e di fronte a uno schermo.

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LUN 13 - ORE 21.00
MAR 14 - ORE 21.00
MR. OVE
Regia di Hannes Holm.
Un film con Rolf Lassgård, Bahar Pars, Ida Engvoll, Filip Berg, Chatarina Larsson.
Commedia drammatica - Svezia, 2015, durata 116 minuti.

Il signor Ove ha 59 anni e non sopporta molte cose della vita moderna a partire dai burocrati di stato, fino a quelle offerte per cui se compri una cosa ha un prezzo, ma se ne prendi due pezzi è scontata. Ove è stato presidente di una comunità di villette e come tale ha imposto un ordine ferreo a tutti insieme all'amico Rune, ma i condomini si sono stancati di lui e gli hanno tolto il titolo. Ora anche la Saab, presso a cui ha lavorato per molti anni e a cui è sempre stato fedelissimo, ha deciso di poter fare a meno di lui, che si fa mandare in pensione. Indesiderato da tutti e senza alcun desiderio che non sia la perfetta cura della comunità, decide di togliersi la vita, ma i suoi piani vanno a rotoli per una serie di circostanze, su tutti l'arrivo della nuova vicina Parvaneh, di origini iraniane e con un marito svedese piuttosto imbranato.



Di vecchi burberi è piena la storia del cinema e appena ne vediamo uno in veste di protagonista sappiamo che prima o poi il bisbetico sarà domato. A fare la differenza è in questo caso l'aggiornamento alla convivenza multietnica, che però finisce per smorzare nella correttezza politica la causticità del protagonista.

Il signor Ove insomma non è certo il Clint Eastwood di Gran Torino, anche se per arrivare al cuore di entrambi fa da grimaldello una presenza femminile vicina di casa, di origini relativamente esotiche. Se per Clint era una determinata ragazza di etnia Hmong, qui è invece una donna iraniana, che cucina bene ma ha bisogno di lezioni di guida, oltre che di una mano in casa visto che il marito non sa, tra le altre cose, montare la lavastoviglie. Ad aumentare il coefficiente di irresistibilità della vicina c'è una figlia in arrivo, che si aggiunge alle due bambine a cui manca propio la figura di un nonno...

Nel mentre, a ogni tentativo di suicidio fallito, Ove rivede parti della sua vita, ricordando la sua relazione con la moglie Sonja, che di lui si era innamorata probabilmente perché lo riteneva buffo e che infatti non ha mai perso il sorriso. Tanto che lui le è ancora devotissimo e le porta spesso fiori al cimitero. Ha poi un ruolo chiave la moglie di Rune, che ha bisogno di una mano per difendere il marito dal prepotente stato sociale svedese, di cui Ove è nemico giurato fin da quando ha lottato per far installare una rampa per sedie a rotelle a scuola.

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Quest'ultimo elemento è piuttosto spiazzante, visto che lo stato sociale svedese sarà pur intrusivo ma sicuramente è anche molto avanzato e garantisce varie tutele, ignote in diversi altri Paesi europei. Tanto che i crudeli burocrati lottano per accollarsi le spese mediche del povero Rune all'interno di una casa di cura, insomma non si tratta esattamente di Equitalia che minaccia un pignoramento dei beni a qualche poveraccio. Ma visto che tutto è relativo, è pure ammissibile che per Ove questi burocrati, rappresentati con una arroganza sopra le righe, siano il Male incarnato. Il problema è che non causano una reale tensione drammatica se non quasi alla fine del film, così come non c'è niente che sorprenda nella stucchevole storia d'amore con la moglie. Ove inoltre è burbero ma a suo modo è anche educato, dunque non usa mai parole davvero inopportune. Se la può prendere malamente con la padrona di un piccolo cane che gli orina in cortile, mai si permetterebbe insulti razzisti né omofobi e finirà per ospitare in casa un ragazzo gay che, dopo aver fatto coming out, è in rotta col padre.
Tratto dal romanzo L'uomo che metteva in ordine il mondo di Fredrik Backman, Mr. Ove dunque ha il tipico protagonista dal un cuore d'oro, che oltretutto neppure lo nasconde molto bene ed è insomma burbero solo fino a un certo punto. Ma se il bisbetico è irragionevole solo che in certi dettagli, ecco che solo questi dettagli faranno sorridere e ripetendosi perderanno presto il loro effetto. Troppo presto per un film che invece si trascina per due ore verso un esito inevitabile, movimentato solo da un paio di facili scene strappalacrime. A essere davvero irresistibili sono le scene di tentato suicidio, provocatorie e irriguardose dei nostri tabù, ma finiscono per essere troppo poco e concentrate all'inizio di un film, che con il procedere si smorza inesorabilmente.

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di e con Francesca Merloni
con la partecipazione di Gianmarco Tognazzi
musiche originali composte ed eseguite al pianoforte da Remo Anzovino
scenografia Bruno Ceccobelli
regia Gianmarco Tognazzi

TRAMA
Una donna sola in una casa di campagna rifle-e sul suo modo di amare. La contrapposizione poetica e narrativa tra l’io femminile e l’io maschile, tra individui che si amano o si sono ama, e cercano le parole per sublimare il loro sentimento – dialogo che il pubblico ascolta coi toni di un duplice monologo – ha nella musica la terza voce, anch’essa protagonista fondamentale della pièce, in un crescendo di sensazioni.

«‘Guardiana’ è a tutti gli effetti un’opera contemporanea – dichiara Zichichi – con un libretto di scena scritto da una poetessa, in cui l'interpretazione verbale è melodia vocale, grazie ad un’emozionante recitazione dei due artisti e alla musica che la incardina».
«Il rapporto con la musica è essenziale – sottolinea Francesca Merloni - la mia ricerca personale è stata quella di considerare le parole come “suono” e trovare il loro senso più profondo. L'universo maschile, spesso così “altro” per noi donne – soprattutto se innamorate – si è rivelato un impulso molto fecondo per me». «Guardiana – aggiunge Gianmarco Tognazzi – mi dà la possibilità di interpretare il mio ruolo affidandomi totalmente alla poesia; ed è questa per me una esperienza nuova perché mi fa entrare in un territorio scomodo, mi fa sentire l’emozione che è nelle persone, mi apre al rischio di interpretabilità e quindi mi fa scoprire una nuova parte di me».

«È un lavoromoltomaturo, che tocca tutte le corde del cuore e che prevede, in chi ascolta, un bagaglio di vissuto molto intenso» dichiara il pianista e compositore Remo Anzovino. Molto suggestiva è anche la scenografia dell’opera teatrale. «'Ci vuole coraggio a scrivere amore sulla terra’ è una delle frasi della pièce che maggiormente mi hanno ispirato nella realizzazione di una macchina scenica teatrale - sottolinea Ceccobelli -,costruita su sei porte che girano su un unico perno». Su ognuna di esse ci sono i disegni dell’artista che completano l’intera rappresentazione.

PREVENDITA E INFORMAZIONI
info.cinemafilo@gmail.com
0372.411252


MER 8 NOVEMBRE
ORE 16.00 e 21.00
LA CORAZZATA POTËMKIN
Regia di Sergei M. Eisenstein.
Un film con Alexander Antonov, Vladimir Barsky, Grigori Aleksandrov, Aleksandr Levshin, Andrei Fajt.
Genere Drammatico - Russia, 1925, durata 68 minuti.

Odessa 1905: a bordo dell'incrociatore Potemkin vi è un grave malessere. I marinai mal sopportano i soprusi del comandante. La situazione degenera quando il marinaio Vakulincuk dà l'esempio ai suoi compagni rifiutandosi di mangiare la carne avariata. Scatta la repressione. Viene ordinata la fucilazione di una parte dell'equipaggio, ma i soldati si rifiutano di sparare. La rivolta si propaga quando Vakulincuk viene ucciso da un ufficiale. Tutta Odessa scende in piazza, l'esercito spara su tutti, donne, vecchi e bambini. Si viene a sapere che una flotta sta puntando su Odessa. Il Potemkin esce in mare per la battaglia. Ma, ancora una volta, dalla flotta non parte nemmeno una cannonata contro i "compagni".


Questo titolo è stato considerato per lungo tempo il più importante dell'intera storia del cinema, nel quadro del suo tempo, assume un valore enorme e su molti piani. Il film venne sponsorizzato nientemeno che dallo Stato sovietico per celebrare ancora una volta la rivoluzione.

Una "chiave" importante era il plot, una filosofia rivoluzionaria attribuiva a qualsiasi intreccio, alla fiction in sostanza, una funzione inutile e deteriore. Quindi bisognava attenersi alla ricostruzione esatta dei fatti. La seconda chiave è quella prettamente cinematografica: citiamo, per esempio, il famoso montaggio alla Eisenstein, che consisteva nel mostrare situazioni opposte che si articolavano fino alla loro soluzione (la folla che fugge, i cosacchi che attaccano, sequenze brevissime, fino alla folla decimata, eccetera).

Film leggendario, quindi, e oggetto di preciso culto da parte della critica "schierata". Ma non solo. Billy Wilder dichiarava che il Potemkin era uno dei titoli più importanti della sua giovinezza: "Uscito dal cinema ero un rivoluzionario...". Nel tempo il film ha perduto molti colpi, nelle classifiche è scivolato di parecchie posizioni. Rimane un grande esercizio e manifesto, ma è caduto... il comunismo.
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Soprattutto rimane l'equivoco generale che vuole attribuire al cinema la funzione di fare le rivoluzioni o di sedarle. Il cinema non ha il corpo per un simile esercizio. Il suo suggerimento, per quanto efficace, geniale e illuminato, è costretto a bruciare velocemente, e la sua grandezza sta in questo stesso limite, in questa sdrammatizzazione. Inoltre il cinema è storia-plot-fiction in assoluto, con la giusta misura fra l'invenzione e il reale. E la misura è esatta, per il cinema, come per la scrittura o per la musica.
Ogni "grande" invenzione, o ricerca o impennata, può valere strumentalmente nel suo tempo, a grande scapito di vedibilità postuma. La forza iperrepressionista del Potemkin è diventata, proporzionalmente, il suo limite. La memoria del cinema, paradossale, ricorda le pellicole contemporanee di Laurel e Hardy, per nulla serie, ma costruite con la misura del cinema. "Adesso" fanno ancora ridere, mentre "adesso" nessuno è più rivoluzionario. Nemmeno Billy Wilder.

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GIO 2 - ORE 21.00
VEN 3 - ORE 21.00
SAB 4 - ORE 18.30/21.00
DOM 5 - ORE 16.00/18.30/21.00

DOVE NON HO MAI ABITATO
Regia di Paolo Franchi.
Un film con Emmanuelle Devos, Fabrizio Gifuni, Giulio Brogi, Hippolyte Girardot, Isabella Briganti.
Genere Drammatico - Italia, 2017, durata 97 minuti.

Massimo è il delfino e il "figlio putativo" di Manfredi, celebre architetto della Torino bene. Francesca è la vera figlia del luminare, anche lei architetto di talento: ma con grande disappunto del padre la donna ha deciso di abbandonare la professione e trasferirsi in Francia con un marito che, secondo Manfredi, non vale un centesimo di quello che vale lei. Quando Francesca torna a Torino per fare visita al padre, Manfredi le affida l'incarico di portare a termine la ristrutturazione di una magnifica villa alle porte della città, affiancando Massimo nell'impresa. Il celebre architetto non sa (o forse sì) che fra Massimo e Francesca nascerà una forte attrazione, dovuta anche alle similitudini fra i due caratteri: entrambi introversi e timorosi di abbandonarsi alla vita e alle sue sorprese.


Paolo Franchi mette a frutto le sue qualità naturali, in particolare la familiarità con il ceto altoborghese e la capacità di gestire cinematograficamente gli spazi. Sono infatti gli spazi, o meglio, il modo in cui i personaggi si relazionano ad essi, i protagonisti della storia.

Massimo e Francesca si ritrovano incastonati in ambienti ricchi di privilegio e poveri d'aria, limitandosi a costruire per gli altri le case dei sogni, e tenendo invece intrappolati dentro di sé i loro desideri. Come suggerisce il titolo del film Franchi descrive spazi in cui nessuno, tranne il vulcanico e iconoclasta Manfredi, abita pienamente, e non è un caso che l'architetto 84enne appartenga ad una generazione lontana, mentre i cinquantenni Massimo e Francesca sono figli di un'epoca in cui il coraggio e l'iniziativa personale erano già compressi e frustrati. Franchi racconta la sua storia con estrema precisione di sguardo, avvalendosi della splendida fotografia di Fabio Cianchetti che sottolinea luci e ombre, e del montaggio rigoroso e pudico di Alessio Doglione che ci trattiene sulla soglia dei sentimenti. La recitazione di Fabrizio Gifuni ed Emmanuelle Devos nei panni di Massimo e Francesca è un gioco di sguardi che svela un'interiorità incandescente e di corpi che la trattengono a stento, mentre Giulio Brogi regala a Manfredi quella simpatia e fragilità che temperano il suo egocentrismo e la sua vanità d'artista.
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Dove non ho mai abitato racconta due solitudini e fotografa un'empasse borghese, nel solco di Antonioni e di Visconti, delimitata da pareti che apparentemente accolgono e in realtà comprimono fino a soffocare. Il soggetto vede fra gli autori la scrittrice Mariolina Venezia, la sceneggiatura è di Paolo Franchi con Rinaldo Rocco e Daniela Ceselli, e i dialoghi di Franchi e Rocco punteggiano con esattezza una storia fatta soprattutto di silenzi e di "non detti". Le musiche di Pino Donaggio sembrano composte per un thriller, ed è giusto così, giacché non c'è peggior crimine della soppressione di un anelito profondo e vitale. La cinepresa di Franchi mette spietatamente a fuoco ciò che conta e sfoca volutamente tutto il resto, ammorbidendo e sfumando una trama che è spietata nel raccontare un mondo di creature invisibili intente ad attraversare un silenzio interrotto solo dallo scricchiolio discreto di parquet di squisita fattura, a ricordarci che è l'immobile (reale e metaforico) il vero e unico padrone. E ad insinuare che lo spazio vuoto all'interno di Massimo e Francesca non sia fatto per essere riempito.

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