IN CARELLONE



GIO 24 SET - ORE 21.00
VEN 25 SET - ORE 21.00
SAB 26 SET - ORE 21.00
DOM 27 SET - ORE 21.00
L'INFANZIA DI UN CAPO
Regia di Brady Corbet.
Con Robert Pattinson, Stacy Martin, Bérénice Bejo, Liam Cunningham, Sophie Curtis.
Genere Drammatico - Francia, 2015, durata 113 minuti.
FILM IN LINGUA ORIGINALE CON
SOTTOTITOLI IN ITALIANO

Il giovane Prescott, americano, vive un periodo della sua vita in una grande casa fuori Parigi, insieme alla madre, una donna inquieta che sfoga l'insoddisfazione nella devozione religiosa, e alle altre donne che si occupano di mandare avanti la casa. Il padre, invece, consigliere del presidente americano Wilson, va e viene da Parigi, dove sta lavorando al trattato di pace che porrà fine alla Prima Guerra Mondiale. Un bambino dal volto gentilmente perfetto, dolce come quello di una femmina, che recita senza errore la sua parte nella funzione ecclesiastica, salvo poi uscire in preda alla collera e mettersi a scagliare pietre sui fedeli, ancora agghindato con l'abito candido dell'angelo. È in questa condizione ossimorica che facciamo la conoscenza di Prescott, nell'ottimo esordio dietro la macchina da presa (35 mm) dell'attore Brady Corbet.

Il film è liberamente tratto dall'omonima novella di Jean-Paul Sartre, cioè "L'infanzia di un capo", contenuta nella raccolta "Il Muro", ma la storia di Lucien Fleurier (questo il nome nella novella) è solo una delle suggestioni dietro L'infanzia di un capo, insieme con ciò che Corbet ha visto e immagazzinato sui set di Von Trier, Araki, Haneke.

Non è la politica anzitutto che interessa al regista, non la satira, nemmeno, in fondo, la psicanalisi: a Corbet preme la materia umana, quella scomoda, che assomma nello stesso pensiero, nello stesso quadro, nello stesso corpo, l'infanzia e il male, che dapprima ha i contorni dell'errore e poi vira senza se e senza ma verso quelli dell'orrore.

Materia umana, dunque, fatta di umori (la collera) e contraddizioni, ma anche materia splendidamente cinematografica, perché incentrata sul fenomeno dell'impressione. Prescott, bambino sensibile, diviso tra il mondo rigido delle regole genitoriali e quello materno (ma non veramente tale, anzi precario o tentatore) delle figure femminili che si occupano di lui, rimane impressionato da ciò che vede, in primo luogo dalle debolezze e dalle ipocrisie degli adulti e mette in discussione il concetto di obbedienza che è chiamato a rispettare.


LA STORIA DELL'AMORE

Regia di Radu Mihaileanu.
Genere Drammatico - Francia, Canada, Romania, USA, 2016, durata 134 minuti.
Un film con Gemma Arterton, Elliott Gould, Sophie Nélisse, Derek Jacobi, Torri Higginson.

C’era una volta un ragazzo, Léon, che amava una ragazza, Alma. Le aveva promesso che l’avrebbe fatta ridere per tutta la vita, ma la guerra li ha separati.
Da un paesino della Polonia negli anni Trenta alla New York dei giorni nostri ripercorriamo la straordinaria storia d’amore tra Léo, l’uomo che è sopravvissuto a tutto e Alma, la donna più amata del mondo.
Oggi un’altra Alma, adolescente newyorchese e contagiata dallo stesso virus meraviglioso dell’amore, vuole essere la donna più amata del mondo.
Sembra che niente leghi Léo alla giovane Alma ma…
L’amore attraverserà il tempo e i continenti per unire i loro destini.








PARLIAMO DELLE MIE DONNE

Regia di Claude Lelouch. 
Genere Commedia - Francia, 2014, durata 124 minuti. 
Un film con Johnny Hallyday, Sandrine Bonnaire, Eddy Mitchell, Irène Jacob, Pauline Lefèvre. 

Jacques, fotografo di guerra di fama internazionale e padre assente, trascorre più tempo a prendersi cura della sua fotocamera che delle sue quattro figlie Primavera, Estate, Autunno e Inverno.
 Trasferitosi da Parigi a Praz-sur-Arly, un paesino ai piedi del Monte Bianco, vuole trascorrere un felice riposo dal lavoro in una splendida baita nelle Alpi con la sua nuova compagna Nathalie.
 Jacques, però, sente di essere arrivato a un momento dove, per essere realmente appagato, ha bisogno di riconciliarsi con la sua famiglia e le sue quattro figlie, avute da donne differenti. Compito arduo, perché lui ha sempre preferito il lavoro agli affetti familiari.
 Così, il suo migliore amico Frédéric, spinto da una profonda e irrazionale amicizia, tenterà di farlo riconciliare con la famiglia attraverso una messinscena. Un'oscura menzogna che sconvolgerà la sua vita e quella delle persone intorno a lui, in quei giorni di apparente e festosa tranquillità.


SIERANEVADA
Regia di Cristi Puiu.
Genere Drammatico - Francia, Romania, Bosnia-Herzegovina, 2016, durata 173 minuti.
Con Mimi Branescu, Judith State, Bogdan Dumitrache, Dana Dogaru, Sorin Medeleni. 

Bucarest tre giorni dopo l'attacco a Charlie Hebdo a Parigi. Sono trascorsi quaranta giorni dalla morte di suo padre e il dottor Lary raggiunge i propri familiari per una cerimonia commemorativa in casa della madre. Tra i presenti emergono, sempre più evidenti, le tensioni che sono di varia natura.
Sono trascorsi 25 anni da quando le televisioni di tutto il mondo mostrarono le immagini di Nicolae Ceausescu dopo l'esecuzione della sentenza di condanna a morte. Finiva con lui una forma particolare di comunismo che si basava sul potere di qualcuno che si poteva definire più che un dittatore un satrapo che aveva appoggiato il suo potere dispotico su un odio nazionalistico (volutamente malcelato) nei confronti della Grande Madre URSS.

Il film di Puiu si interroga su cosa sia ora la Romania e lo fa attraverso quella straordinaria cartina al tornasole che è la famiglia, aiutato in questo da una tradizione locale che vuole che quaranta giorni dopo la cerimonia funebre familiari ed amici del defunto si riuniscano per commemorarlo. Per traslato sono il Conducator Ceausescu e il suo regime ad assumere il ruolo del convitato di pietra in questo microcosmo in cui domina la menzogna (quella del Padre e anche quelle di una parte di coloro che gli sono sopravvissuti).

C'è chi mente a se stesso pretendendo di vedere complotti ovunque (talvolta a ragione ma spesso negando qualsiasi possibilità di una ricerca della verità 'vera'). C'è chi si è ancorata a un passato che vuole continuare a ritenere glorioso e ha chiuso gli occhi dinanzi alla realtà. C'è chi le si oppone ma resta nelle panie di un presente che non è poi così radioso. Ma soprattutto c'è chi ha fatto della menzogna il proprio modo di essere quasi finendo con il credere che corrisponda al vero. C'è poi chi, come la moglie di Lary, crede di poter sfuggire a tutto ciò rifugiandosi nel consumismo ma la realtà finirà con il presentare il conto anche a lei.

In un film tutto racchiuso nelle pareti domestiche, tranne due scene girate in esterno una delle quali in apertura, Puiu si dichiara fin da subito, grazie ai movimenti della macchina da presa, come colui che spia e ci fa spiare uno spaccato di società su cui lascia a noi di esprimere un giudizio. Ci chiede cioè se la negazione sistematica della realtà imposta da un regime ormai relegabile nel passato abbia avuto così tanta forza da protrarre la sua influenza sul presente oppure se l'oggi non sia stato capace di produrre validi anticorpi accontentandosi della morte del Padre della Patria come se ciò fosse sufficiente. Chi poi volesse anche interrogarsi sul senso del titolo del film è bene che sappia che oltre sulla vaga reminiscenza western Puiu puntava soprattutto su un titolo che non potesse essere cambiato all'estero.

MER 21 GIUGNO - ORE 21.00
BIGLIETTO UNICO 8,00 EURO
SUSPIRIA
Un film di Dario Argento.
Horror, durata 97 min. - Italia 1977.
Con Flavio Bucci, Alida Valli, Stefania Casini, Jessica Harper, Miguel Bosè.

Suspiria è un film del 1977, diretto da Dario Argento, ispirato al romanzo “Suspiria De Profundis” di Thomas de Quincey, e interpretato da Jessica Harper e Stefania Casini. Il film è il primo capitolo della trilogia delle tre madri e ha avuto due sequel: Inferno (1980) e La terza madre (2007). Suzy Banner, una ragazza americana, arriva in Germania per iscriversi alla famosa Accademia di danza di Friburgo ma la sera del suo arrivo, sotto una pioggia implacabile, accade qualcosa di strano…

SUSPIRIA, il capolavoro del maestro del brivido italiano Dario Argento, torna sul grande schermo.
Il film è uno dei titoli di pregio della library Videa che, a 40 anni dalla prima uscita cinema, ha deciso di restaurarlo in 4K partendo dal negativo, operazione che ha permesso di preservarne la qualità originale.




“Grazie a questa nuova versione restaurata in 4k, l’emozione sarà fortissima. Non vedo l’ora di vederlo in sala, col pubblico, con tutti i giovani che lo guarderanno per la prima volta… Oggi c’è ancora bisogno di aver paura al cinema, la paura è catartica, io lo so. Risveglia l’anima dello spettatore e colpisce il suo inconscio. – dichiara Dario Argento – La pratica del restauro nel cinema è molto importante per le nuove generazioni”.

Il restauro è stato operato dal laboratorio tedesco TLEFilms Film Restoration & Preservation Services, partendo dalla pellicola originale. I 35 mm, danneggiati in varie parti da lacerazioni, graffi e macchie, sono stati attentamente corretti in maniera digitale. Il film è stato girato con negativi EastmanColor ed è stata l’ultima grande produzione di questo genere ad aver usato il processo “Technicolor Dye Transfer”.

Tra le curiosità dell’operazione anche la creazione del font Suspiria da parte della società LVR Digital di Roma, che ha curato invece il rifacimento dei titoli. Dopo aver acquisito i fotogrammi originali dei titoli di testa del film è stato ricostruito, attraverso una tecnica di maschere grafiche, un alfabeto parziale. Successivamente, i titoli sono stati riscritti sul master restaurato andando a recuperare quelle posizioni originali volute dal regista.


MER 7 GIU - ORE 21.00
VEN 9 GIU - ORE 21.00
SAB 10 GIU - ORE 18,30
DOM 11 GIU - ORE 21.00
QUELLO CHE SO DI LEI
Regia di Martin Provost.
Drammatico - Francia, 2017, durata 117 minuti.
Un film con Catherine Frot, Catherine Deneuve, Olivier Gourmet, Quentin Dolmaire, Mylène Demongeot. 

Claire è un'ostetrica che nel corso della sua vita professionale ha fatto nascere innumerevoli bambini amando la propria professione. Proprio in un momento difficile per il suo lavoro (si sta per chiudere il reparto maternità) ricompare dal passato una donna che l'aveva fatta soffrire quando era giovane. Si tratta di Béatrice, colei per cui suo padre aveva lasciato la famiglia. Béatrice è malata e ha bisogno di aiuto anche se non ha perso del tutto la vitalità di un tempo. Claire, che ha anche un figlio ormai grande e anche lui in una fase di svolta della propria vita, deve decidere cosa fare.
A volte fortunatamente i film nascono non da esigenze produttive o di mercato ma da spinte interiori. Martin Provost deve la vita a un'ostetrica che al momento della nascita non solo gli donò il suo sangue vedendolo in grave pericolo di vita ma fu lei e non il padre ad andare a denunciare all'anagrafe la sua venuta in questo mondo.



Con Sage femme ha voluto renderle omaggio costruendo su questa persona una storia di invenzione che però conserva una base di osservazione acuta sul piano sociale. Perché una delle caratteristiche del cinema francese è quella di saper spesso affrontare i generi non dimenticando però di mettere in luce il contesto sociale (forse è questo il motivo per cui Virzì piace Oltralpe). Perché la sceneggiatura di Provost non si limita a disegnare due personaggi che richiamano nel loro rapportarsi con la vita le esopiane cicala e formica.
Se Claire è sempre stata la formica previdente e ligia ai propri doveri Béatrice ha passato la sua vita a disperdere ciò che aveva con una quasi incosciente coazione a ripetere. Ora le due donne si incontrano dopo essersi scontrate a distanza nel passato, si annusano, si sopportano e infine finiscono con l'assorbire ognuna parte delle caratteristiche dell'altra. In mezzo si ritrova un uomo, autista di Tir, che ha l'aspetto e il sorriso di Olivier Gourmet che conosce le distanze e sa come superarle. Tutto ciò però non mette in secondo piano la lettura di una società che vorrebbe sempre più spersonalizzare anche uno dei momenti fondamentali per l'essere umano: la sua nascita. Non c'è nulla di passatista o di retrogrado nel segnale che Provost ci invia. C'è invece il desiderio di ricordarci che l'incontro con gli altri, non la virtualità, è ciò che ci fa essere ciò che siamo. A partire da quelle mani che ci hanno aiutato ad uscire dal ventre di nostra madre e per prime ci hanno accolto