PROSSIMAMENTE

PROSSIMAMENTE


GIO 22 FEB - 21.00
VEN 23 FEB - 18.30 / 21.00
SAB 24 FEB - 18.30 / 21.00
DOM 25 FEB - 16.00 / 18.30 / 21.00
MAR 27 FEB - ORE 21.00
MER 28 FEB - ORE 21.00 - 6 EURO
FIGLIA MIA
Un film di Laura Bispuri.
Con Valeria Golino, Alba Rohrwacher, Sara Casu, Michele Carboni, Udo Kier
Drammatico, durata 100 min. - Italia, Svizzera, Germania 2018.


Sardegna. La piccola Vittoria (10 anni) ha una stretta relazione con sua madre Tina. In una casa in degrado fuori dal paese vive Angelica che è spesso ubriaca e cerca affetto tra le braccia di uomini che sono solo interessati al sesso. Angelica è la madre naturale di Vittoria e, nel momento in cui viene sfrattata, Tina spera di liberarsi in modo definitivo della sua presenza. Perché il rischio che riveli la propria maternità alla bambina è sempre in agguato. Ancora di più quando Vittoria e Angelica iniziano ad avvicinarsi.


Laura Bispuri, dopo Vergine giurata, prosegue la sua esplorazione nelle dinamiche della femminilità affiancata nuovamente da Francesca Manieri. Lo fa con un film la cui radice esistenziale è rinvenibile nell'aggettivo possessivo del titolo: mia.

Di chi è Vittoria? Della madre che conosce come tale, Tina, che si occupa di lei (anche se non vede o non vuole vedere quanto le coetanee la isolino)? Oppure di Angelica, che l'ha messa al mondo poco dopo il suo arrivo sull'isola e l'ha ceduta perché consapevole di non sapere rinunciare alla propria personalità in continua tensione di ricerca? Ma, soprattutto, come può applicare quel 'mia' alla sua propria personalità in fase evolutiva (come voleva lo slogan femminista "Io sono mia") se la sua acquisizione di identità è minata da un dubbio crescente?

Bispuri accompagna le sue tre eccellenti protagoniste alla ricerca di se stesse utlizzando anche piani sequenza in cui il loro 'perdersi' è accompagnato da una colonna sonora tanto invadente quanto pronta a infrangersi per lasciare posto ad altro. È la sintesi dinamica di questo film in cui l'alternarsi di scoperte e smarrimenti si scontra con le urgenze del vivere. Un vivere che deve confrontarsi con una natura che, come una madre, può essere benevola o difficile da affrontare e compiacere. Come quando Vittoria sente il bisogno di pronunciare la parola 'mamma' senza sapere che quel sostantivo farà al contempo del bene e del male, promuovendo il riemergere di tensioni solo apparentemente sopite, sepolte sotto terra come un possibile tesoro in una necropoli sperduta nella selvaggia natura di un'isola carica di mistero. Un mistero come è, in qualsiasi società e in qualsiasi condizione, ancora oggi quello della maternità.


VEN 16 FEB - ORE 21.00
SAB 17 FEB - ORE 18.30 / 21.00
DOM 18 FEB - ORE 16.00 / 18.30 / 21.00
LUN 19 FEB - ORE 21.00
MER 21 FEB - ORE 21.00 - 6 EURO
THE PARTY
Regia di Sally Potter.
Un film con Kristin Scott Thomas, Timothy Spall, Patricia Clarkson, Bruno Ganz, Cillian Murphy.
Genere Commedia - Gran Bretagna, 2017, durata 71 minuti.

Un appartamento, sette persone e mille segreti con altrettante bugie: il tutto nell'arco di una serata. È quanto accade a casa di Janet e Bill, pronti a ricevere gli amici più stretti per un party celebrativo: la donna è stata nominata ministro-ombra della salute per i laburisti. Mentre la moglie sembra pregustare la vittoria maneggiando tra i fornelli, il marito appare preoccupato e distratto. È sufficiente una sua confessione a scatenare fra gli ospiti un dirompente effetto domino.


La ricchezza linguistica di The Party inizia già dal titolo, squisito doppio senso in lingua inglese che l'italiano deve scindere fra "partito" e "festa". Il primo significato è il motivo per l'esistenza del secondo, quale celebrazione di una vittoria ottenuta senza scadere nei compromessi.

Janet, infatti, ci appare subito come un'idealista, un'anima incapace di mentire. Il marito, invece, è un intellettuale, un equilibrista della parola, ma per la carriera di lei ha rinunciato alla propria. La conquista di una carica ministeriale merita la condivisione con l'intima amica April, una cinica americana, e col di lei compagno Gottfried, un naturopata tedesco. Ma anche con la coppia lesbica formata dalla vet-femminista Martha e la sua giovane compagna incinta Jinny, per finire con manager finanziario Tom e sua moglie Marianne, che tuttavia si annuncia in ritardo.

Sally Potter, generosa a specchiare l'alter ego in ciascuno dei propri personaggi, non fa eccezione per questa nuova fatica cinematografica, setacciando fra i "magnifici 7" pregi e virtù di una personalità profondamente complessa. A differenza di parecchi suoi film, The Party è una commedia, che vibra di arguzia e cinismo come da miglior manuale di humor britannico.

Costruita su unità spazio-temporale e in tempo reale, si avvicina con evidenza ai canoni teatrali basandosi su un uso magistrale della parola. Non lontano da stile e tematiche di Harold Pinter, in realtà porta sullo schermo un testo completamente frutto del talento della Potter, che ha intessuto una raffinatissima sceneggiatura dove ogni elemento è "segno" funzionale al tutto, dunque essenziale ed indispensabile.

Esplosiva e seducente, la materia riflette criticamente sulla stringente attualità socio-politico-culturale del Regno Unito ampliando tuttavia gli orizzonti a una denuncia valoriale generalizzata dell'Occidente tutto. A tale scopo servono i contrasti attivati fra alcuni personaggi opposti come il "guru" Gottfried di aspirazioni orientali contro il materialista Tom di ovvia adesione al dio denaro. Illuminati da una fotografia in b/n che strizza l'occhio al vintage-evergreen, i personaggi beneficano di interpreti eccellenti, capaci di alternare tensioni ed esplosioni nella spasmodica attesa di colei (Marianne) che si attesterà come la causa del Caos, il Godot secondo Sally Potter. Per quanto notevole nella sua organizzazione complessiva, The Party non offre originalità linguistica né stilistica, rimandando ab origine a un certo tipo di teatro (come si diceva) ma anche ad opere cinematografiche costruite su territori similari, fra tutti "il" Carnage firmato da Roman Polanski.


GIO 8 FEB - ORE 21.00
VEN 9 FEB - ORE 18.30 / 21.00
SAB 10 FEB - ORE 18.30 / 21.00

DOM 11 FEB - ORE 16.00 / 18.30
LUN 12 FEB - ORE 21.00
MER 14 FEB - ORE 21.00 - 6 EURO
FINAL PORTRAIT
L'ARTE DI ESSERE AMICI
Regia di Stanley Tucci.
Un film con Geoffrey Rush, Armie Hammer, Tony Shalhoub, Sylvie Testud, Clémence Poésy, James Faulkner.
Genere Biografico - Gran Bretagna, 2017, durata 90 minuti.

Parigi, 1964. L'artista svizzero Alberto Giacometti gode di successo indiscusso, ma questo non lo distoglie da una vita disordinata, sempre ai limiti della decenza e dell'igiene. Giunto nella capitale francese, lo scrittore americano James Lord gli commissiona un proprio ritratto. L'uomo pensa sia questione di pochi giorni ma - data la natura mercuriale di Giacometti - l'opera diventerà un'impresa nel tempo e nella pazienza del giovane. Dopo una ventina di giorni Lord ripartirà con il quadro, rimasto inevitabilmente incompiuto.


L'incompiutezza è nella natura dell'arte. Ne era convinto Alberto Giacometti che trascorse l'intera sua esistenza a fare e disfare le proprie opere, senza mai ritenerle soddisfacenti. 

Stanley Tucci, al suo quinto lungometraggio da regista, raccoglie le suggestioni del grande scultore e pittore condividendole in un film totalmente devoto alla ciclicità del processo creativo. Alla base del soggetto il diario di James Lord, "A Giacometti Portrait", in cui l'americano descrisse nei minimi dettagli quei 18 giorni trascorsi con Giacometti nel suo atelier parigino.
L'intenzione di Tucci è evidente fin dalla prima inquadratura, incorniciata nel bianco di una personale sull'artista dove egli compare seduto in atteggiamento depresso ai piedi del suo cognome autografato sulla parete: ciò che apparirà sul grande schermo è il tentativo di catturare un frammento del classico binomio contaddittorio di genio riconosciuto e impenitente sregolatezza. Giacometti si rivela nello sguardo di Tucci quale c reativo totale, artigiano maniacale e paranoico, instabilmente lucido e maledettamente inaffidabile come uomo. Il contraltare è l'eleganza ordinata del borghese moderno, dello yankee bello come un top model, vera e propria stravaganza nel Caos ontologico dell'atelier giacomettiano.


Ad eccezione di qualche chiacchierata peripatetica al cimitero e un'uscita al caffè vicino, i due si incontrano quotidianamente nello studio dell'artista dove solamente altri tre esseri umani hanno diritto di entrata: il fratello Diego Giacometti, la moglie Annette e l'amante Caroline. Anche la mdp di Tucci si "regolamenta" nella struttura diaristica delle sedute di Lord, "spiando" ogni piccolo gesto su mani e volti tanto del soggetto indagatore (l'artista) quanto dell'oggetto indagato (il modello); ma è proprio in questo meccanismo che ci accorgiamo che i ruoli possono invertirsi: il modello diventa "lo spione" (citando le parole di Lord) di colui che lo ritrae. È in tal modo che Final Portrait - di fatto l'ultimo ritratto realizzato da Giacometti prima di morire - si organizza quale disvelamento del meta-sguardo-incrociato messo in atto dal cinema quando è chiamato a confrontarsi con altre forme espressive e rappresentative. Se tale, accanto alla sempre ottima performance di Geoffrey Rush nei panni di Giacometti, è il punto di valore del film di Tucci, la sua pur giustificata schematicità strutturale ne identifica la debolezza più vistosa, laddove si poteva auspicare un'audacia più "giacomettiana".



ULTIMO SPETTACOLO - DOM 11 FEB - ORE 21.00

TRE MANIFESTI A EBBING, MISSOURI
Regia di Martin McDonagh.
Un film con Frances McDormand, Woody Harrelson, Sam Rockwell, Abbie Cornish, Lucas Hedges.
Genere Thriller - USA, Gran Bretagna, 2017, durata 115 minuti.

Mildred Hayes non si dà pace. Madre di Angela, una ragazzina violentata e uccisa nella provincia profonda del Missouri, Mildred ha deciso di sollecitare la polizia locale a indagare sul delitto e a consegnarle il colpevole. Dando fondo ai risparmi, commissiona tre manifesti con tre messaggi precisi diretti a Bill Willoughby, sceriffo di Ebbing. Affissi in bella mostra alle porte del paese, provocheranno reazioni disparate e disperate, 'riaprendo' il caso e rivelando il meglio e il peggio della comunità


Al suo terzo film, Martin McDonagh conferma una visibile impronta: infiltrare la tragedia dentro la commedia nera. Tre manifesti a Ebbing, Missouri sposa la pratica prediletta ma sposta più avanti la riflessione.

La speculazione sale e progredisce, affondata nel Missouri, situato al centro degli States e rivelatore della crisi che scuote il Paese. Nello stato che non ha mai completato il percorso dallo schiavismo e genocidio delle origini al garantismo costituzionale e all'ideale pluralista multiculturale, l'autore svolge la storia di una madre che vuole giustizia. La pretende da poliziotti distratti, affaccendati a escludere gli omosessuali dalla protezione del "Civil Rights Act", approvato nel 1965, o a "torturare persone di colore", la sceneggiatura di McDonagh sottolinea lo slittamento semantico per bocca dell'agente di Sam Rockwell.

Richiamati al loro dovere dai manifesti del titolo e dall'inconsolabile dolore di una madre, i cops adottano misure repressive, criminalizzando chi vuole soltanto giustizia. Ma è a questo punto della vicenda che il drammaturgo irlandese, cresciuto a Londra ma all'ombra di Samuel Beckett, scarta e rilancia realizzando il desiderio di Marty (7 psicopatici), lo sceneggiatore alcolizzato di Colin Farrell che provava a fuggire l'apologia della brutalità, la mitologia del crimine caustico, la verbosità prolissa e i motherfucker interposti. Lo scarto è incarnato dallo sceriffo di Woody Harrelson, magnificamente contre-emploi. Attore nato per uccidere, che misura sovente la propria performance in situazioni estreme, Harrelson è il cuore morbido di questa 'commedia profonda' che cerca e trova l'anima dell'America sotto l'intolleranza acuta e la mentalità settaria. È il suo gesto, 'inoltrato' con tre lettere, a impegnare gli altri personaggi.

A mettere in gioco il loro destino e in discussione il loro ruolo nell'ordine delle cose. Mildred (Frances McDormand) e Dixon (Sam Rockwell), fanatici e integralisti, ciascuno a suo modo, volgono l'intolleranza in rispetto mutuale, avanzando verso l'Idaho e un finale che "strada facendo" prova almeno a ragionare sulla vocazione violenta e autoritaria della società americana. Senza seccare mai il regime letale del linguaggio e la vena comica del suo cinema, che sottolinea la desolazione in cui versano i personaggi potenziando gli aspetti simbolici del dramma, Martin McDonagh prosegue la sua critica sistematica alla rappresentazione della violenza.
Se in 7 psicopatici si sviluppava intorno ai film di Oliver Stone e Quentin Tarantino, in Tre manifesti a Ebbing, Missouri registra i limiti dello 'spettacolo' impietoso ma divertente tentando un 'esercizio spirituale' o almeno di pratico buon senso in luogo del delitto. Vittime (infine) consapevoli di una dissociazione tra il sociale e l'individuale, tra il fuori e il dentro, tra i processi storico-politici e quelli della coscienza umana, Mildred e Dixon tentano di colmare la separazione col viaggio che non insegue isole felici ma un nuovo equilibrio morale. La storia americana negata al progresso e alla speranza trova respiro e via di fuga nel cinema di McDonagh, che demistifica con amarissima allegria la tragedia dell'esistenza. Evocando un mondo (possibile) alla fine del mondo.

GIO 25 GEN - ORE 18.30 / 21.00
VEN 26 GEN - ORE 18.30 / 21.00
SAB 27 GEN - ORE 18.30 / 21.00
DOM 28 GEN - ORE 16.00
GLI INVISIBILI
Regia di Claus Räfle.
Un film con Max Mauff, Alice Dwyer, Ruby O. Fee, Aaron Altaras, Victoria Schulz, Florian Lukas.
Genere Biografico - Germania, 2017, durata 110 minuti.

SITO DEDICATO

Berlino, 1943. Il regime nazista ha ufficialmente dichiarato la capitale del Reich “libera dagli ebrei”. Tuttavia alcuni di loro sono riusciti in un’impresa apparentemente impossibile: sono diventati ‘invisibili’ agli occhi delle autorità. Tra questi Cioma, Hanni, Eugen e Ruth, quattro giovani coraggiosi troppo attaccati alla vita per lasciarsi andare ad un triste destino.

Questo film racconta la loro incredibile e commovente storia vera, rivelando un capitolo poco conosciuto della resistenza degli ebrei durante la Seconda Guerra Mondiale.



DOM 28 GEN - ORE 18.30 / 21.00
ASSASSINIO SULL'ORIENT EXPRESS
Un film di Kenneth Branagh.
Con Kenneth Branagh, Penélope Cruz, Willem Dafoe, Judi Dench, Johnny Depp.
Drammatico, durata 114 min. - USA 2017.

Sullo sfondo degli anni Trenta, dell'Art déco e del turismo esotico, Hercule Poirot scova colpevoli e sonda con perizia le sottili meccaniche criminali. Atteso a Londra con urgenza, trova sistemazione, lusso e conforto sull'Orient Express. Ma una valanga e un omicidio interrompono presto i suoi piccoli piaceri, la lettura di Dickens e la simmetria delle uova la mattina. Mister Bouc, il direttore del treno preoccupato della polizia e dello scandalo, chiede a Poirot di risolvere il caso. Bloccato con tredici passeggeri, tutti sospettati, il celebre detective improvvisa un'indagine che lo condurrà dove nemmeno lui aveva previsto.


Dopo aver rivisitato Shakespeare con enfasi e furore, azzardato un'incursione nell'universo supereroico della Marvel, offerto una nuova giovinezza all'agente Jack Ryan e riletto la Cenerentola della Disney in live action, Kenneth Branagh dirige la sua versione cinematografica del romanzo giallo di Agatha Christie ("Assassinio sull'Orient Express"), pubblicato nel 1934 e già oggetto dell'adattamento di culto di Sidney Lumet.

La celebre inchiesta di Hercule Poirot, tradotta per lo schermo da Michael Green, costituisce un materiale drammatico irresistibile e insolito per l'autore inglese che sceglie per sé il ruolo principale. Armato di un cast pletorico, Branagh stacca il biglietto e si gioca la corsa. Prendere l'Orient Express, (soprattutto) per lui è come stare a teatro, assistere a un'epoca di formidabili promesse di progresso e di libertà. Quando il treno raccordava luoghi lontani, comprimeva il tempo, dilatava lo spazio, riconfigurava le città e avvicinava gli uomini. Ma l'Orient Express non assunse mai veramente quel ruolo.

Macchina per produrre miti, dove l'Occidente trovava il suo altrove e il suo doppio esotico, fu un treno antimoderno alla ricerca di un Oriente mitico e immaginario. La destinazione era importante ma la prima tappa del viaggio e la sua quintessenza erano il treno stesso. L'anima dell'avventura, la sua ragione d'essere. Sorgente d'ispirazione infinita e luogo propizio alla seduzione, allo spionaggio e naturalmente all'omicidio, il treno blu e oro di Branagh deraglia nella neve, giocando con le possibilità e la poca libertà che può prendersi. Ribadendo ma insieme aggirando la costrizione che impone un treno coi suoi scompartimenti e i suoi corridoi stretti, l'autore scommette sul fuori campo, filmando dall'alto, dal basso, dall'esterno. Il piano sequenza in stazione ad esempio mostra Hercule Poirot attraversare il vagone senza interruzione fino alla sua cabina, rivelando col suo movimento e la sua durata la contiguità dello spazio.


THE GREATEST SHOWMAN
Regia di Michael Gracey.
Un film con Hugh Jackman, Michelle Williams, Zac Efron, Rebecca Ferguson, Zendaya, Keala Settle.
Genere Musical - USA, 2017, durata 110 minuti.

Inizio Ottocento. Phineas Taylor Barnum è il figlio di un sarto che muore catapultando il bambino nel buio di un'infanzia dickensiana. Ma P.T. crede nel sogno americano di inventarsi un'identità nobile ritagliata dalla stoffa dei sogni, e il suo amore di gioventù, la dolce Charity, abbandona i privilegi della propria casta bramina per seguire le visioni di quello che diventerà suo marito e il padre delle loro due figlie. Per Barnum, convinto che ogni progetto debba essere realizzato "cinque volte più grande, e dappertutto", nulla è abbastanza: non il Museo delle stranezze che edifica nel centro di Manhattan per lo sgomento (e la curiosità morbosa) dei newyorkesi, non il circo che porta il suo nome in cui si esibiscono la donna barbuta e il gigante irlandese, il nano Tom Thumb e i gemeli siamesi. Perché quando P.T. Barnum "sta arrivando", lo fa come un ciclone inarrestabile che travolge ogni cosa al suo passaggio: steccati e ipocrisie, ma anche legami e sentimenti.


The Greatest Showman sceglie di interpretare il personaggio di Barnum scansando le sue controverse sfaccettature reali - impresario, businessman, editore, politico, filantropo - e concentrandosi sull'impeto dominante della sua vocazione di entertainer.

 P.T. diventa così il simbolo dell'urgenza vitale e del diritto inalienabile di calcare il palcoscenico e fare spettacolo, anche mescolando arte popolare e arte nobile. Sotto questo profilo non c'è scena più efficace nel film della danza fra una trapezista di colore e il partner d'affari di Barnum, il rampollo dell'alta borghesia newyorkese Philip Carlyle, che raffigura il rapporto fra strati sociali (e fra cultura "alta" e "bassa") come un movimento interdipendente di elevazione e di discesa (con tanto di cadute rovinose) sviluppato lungo un asse verticale, ma anche lungo una tariettoria ellittica che avvicina e allontana i personaggi con ciclica regolarità. Lo sviluppo ellittico (anche a livello di sceneggiatura) attraversa tutta la narrazione filmica, rendendo quella di Barnum (non a caso l'inventore del circo a tre piste, fatto di cerchi occasionalmente intersecabili) una cosmologia i cui i pianeti orbitano l'uno in relazione all'altro (alcuni convinti di essere il centro del proprio universo), seguendo una linea obliqua che li accosta e poi bruscamente li separa, e facendo del momento in cui maggiormente si accostano (un bacio, il tocco di una mano) lo stesso che li scaglia il più lontano possibile gli uni dagli altri.

La storia di P.T. Barnum narra anche la sua ricerca ottusa e senza fine dell'approvazione sociale e artistica, determinata dall'incapacità di prescindere dal giudizio degli altri. E Gracey sceglie il cast perfetto per raccontare in questa chiave i due protagonisti maschili: Hugh Jackman, maestro nell'arte di recitar cantando (come già dimostrato ne I miserabili) e dotato di grande carisma naturale nei panni dell'irresistibile Barnum, e Zac Efron, segretamente malinconico e afflitto dalla paura che il suo successo sia un risultato di miscasting, nei panni di Carlyle, nato nel privilegio ma incapace di trovare il proprio posto nel mondo.

Michael Gracey, regista di The Greatest Showman, è lui stesso un po' Barnum: self made man australiano come la star del suo lungometraggio d'esordio, giovane e ambizioso, intento a lasciare il segno nel cinema hollywoodiano come nel musical anglosassone (con ben presente il conterraneo Baz Luhrman), patendo da un solido background come regista pubblicitario e realizzatore di effetti speciali - cioè mago. Gracey ha preso una sceneggiatura firmata da un peso piuma come Jenny Bricks e l'ha fatta riscrivere da un peso massimo come Bill Condon, autore di adattamenti cinematografici di musical di enorme successo (Chicago, Dreamgirls, La bella e la bestia) ma anche di un geniale piccolo film sul cinema, Demoni e dei, premio Oscar alla sceneggiatura.

Le canzoni di The Greatest Showman sono scritte dal duo di trentaduenni Pasek & Paul (Oscar per City of Stars di La La Land) e composte da Johnn Debney (Oscar nomination per la colonna sonora de La passione di Cristo).
Ma resta evidente che le intuizioni visive di Gracey superano di gran lunga le indicazioni dei brani musicali che virano spesso, per testo e melodia, verso sensibilità melodrammatiche alla Glee.
The Greatest Showman è spettacolo, frenetico ed eccessivo come un tripudio circense, potentemente ritmato e magnificamente orchestrato, mistificatore come deve essere ogni show (e come è il cinema, dai tempi della lanterna magica), ma soprattutto accessibile ad ognuno di noi. Perché questo Barnum legittima soprattutto l'aspirazione di ognuno di noi ad entrare in scena, che sia da prima ballerina, o da alberello della scenografia.