IN CARELLONE



GIO 21 - ORE 21.00
SAB 23 - ORE 21.00
DOM 24 - ORE 16.00 / 21.00

UN PROFILO PER DUE
Un film di Stéphane Robelin.
Con Pierre Richard, Yaniss Lespert, Fanny Valette, Stéphanie Crayencour, Stéphane Bissot.
Commedia, durata 100 min. - Francia, Belgio, Germania 2017.

Pierre è vedovo e anziano. Si è praticamente chiuso in casa da tempo, ancorato al ricordo dell'amata moglie e con una figlia che lo va a trovare e si occupa di lui. La donna gli regala un computer che non usa più e gli manda Alex, l'attuale compagno della figlia, per insegnargli i primi rudimenti di informatica pratica. Pierre impara così a navigare in rete e conosce Flora, una donna giovane e bella, che attrae con il suo romanticismo. Quando arriva però il momento dell'incontro comprende che non può essere lui a presentarsi e chiede ad Alex di andarci al suo posto.



Stéphane Robelin, alla sua terza prova nel lungometraggio, conferma l'impossibilità di costringere all'interno di un genere i suoi film.

Questo non è certo un difetto (anche se crea qualche difficoltà nel posizionare le sue opere sul mercato). La fonte di ispirazione iniziale è chiara e dichiarata: Pierre con la sua Flora corrisponde alla versione on line di Cyrano con Rossana. Non ha un naso lungo ma lunghi sono gli anni che ha vissuto e che non sente come compatibili con la giovane età e la bellezza della donna che non conosce il suo aspetto (perché glielo ha tenuto celato). Il contesto è quindi definito ma gli si aggiunge un novello Cristiano nei panni di Akex, un aspirante sceneggiatore disoccupato che si lascia vivere e che deve confrontarsi a distanza con il ricordo dell'ex della ragazza con cui vive in casa della madre.

È la malinconia a prevalere in più della metà del film: quella di un mondo in cui gli anziani si sentono messi (e si mettono) da parte e quella di solitudini da vivere anche in coppia. L'incontro virtuale ridà vita a Pierre mettendo in difficoltà un sempre più irrisolto Alex che ha un feeling con Flora la quale, a sua volta, non ha ancora finito di elaborare un lutto. Quando il gioco degli scambi si realizza nella realtà non più virtuale il film imbocca la strada della commedia (con qualche punta di farsa come nella scena dei mugolii fuori campo di Pierre) ma ormai il mood è definito. Ciò grazie anche all'impeccabile scelta degli attori su cui emerge un Pierre Richard che gioca con la sua vera età con grande nonchalance e puntuale adesione (anche fisica) alla psicologia del personaggio.



GIO 14 - ORE 21.00
VEN 15 - ORE 18.30
SAB 16 - ORE 18.30 / 21.00
DOM 17 - ORE 16.00 / 18.30 / 21.00

VEN 22 - ORE 21.00
SAB 23 - ORE 18.30
DOM 24 - ORE 18.30
APPUNTAMENTO AL PARCO
Regia di Joel Hopkins.
Un film con Brendan Gleeson, Diane Keaton, James Norton, Simon Callow, Jason Watkins, Lesley Manville.
Genere Commedia Romantica - Gran Bretagna, 2017, durata 102 minuti.

Emily è una vedova americana che vive in una bella casa nel sobborgo londinese di Hampstead sommersa dai debiti che le ha lasciato in eredità il marito e ai quali non sa come fare fronte, visto che non ha mai lavorato un giorno in vita sua, se non come dama della carità. Di fronte al suo appartamento c'è il parco di proprietà di un ospedale fatiscente che un'altra inquilina, sposata ad un avido imprenditore immobiliare, vuol fare abbattere per costruire sui terreni una serie di appartamenti di lusso. Peccato che in quel parco viva da anni un uomo misterioso, l'irlandese Donald, che si è costruito una baracca e provvede autonomamente alle proprie necessità di vita, dal cibo all'energia elettrica. Un giorno Emily vede Donald dalla finestra, e da quel momento la sua vita non sarà più la stessa


Il regista inglese Joel Hopkins tenta di bissare il successo indie ottenuto qualche anno fa con Oggi è già domani, insolita commedia romantica che faceva incontrare l'americano Dustin Hoffman e l'inglese Emma Thompson, e ripropone una storia d'amore Usa-Gran Bretagna in età avanzata con una misura di grazia e una coppia di interpreti di ottimo livello: Diane Keaton nei panni di Emily e Brendan Gleeson in quelli di Donald.

E la scelta degli attori è senz'altro la mossa più riuscita del regista, soprattutto perché Diane Keaton con gli anni diventa sempre più raffinata e gradevole, e qui regala una tenerezza senza tempo alla sua fragile ma indomita protagonista dai capelli candidi.

La trama però è eccessivamente esile ed edulcorata, soprattutto se si considera che il vero tema del film è davvero importante: le difficoltà delle persone di fronte a un mercato immobiliare sempre più intento a lucrare sulle disgrazie del prossimo. Anche il tema conseguente (e di scottante attualità) dell'occupazione abusiva di suolo pubblico viene trattato con estrema superficialità: Hopkins arriva persino a fare riferimenti espliciti a Karl Marx, apparentemente nume tutelare di Donald, senza però andare mai a fondo sulla dimensione politica della storia che racconta, e preferendo dare spazio solo all'intrinseca piacevolezza dei suoi protagonisti e alla loro romantica alleanza.


GIO 7 - ORE 21.00
VEN 8 - ORE 21.00
SAB 9 - ORE 18.30 - 21.00
DOM 10 - ORE 18.30 - 21.00
LUN 11 - ORE 21.00
MAR 12 - ORE 21.00
L'ORDINE DELLE COSE
Regia di Andrea Segre.
Genere Drammatico - Italia, Francia, Tunisia, 2017, durata 112 minuti.
Un film con Paolo Pierobon, Giuseppe Battiston, Valentina Carnelutti, Olivier Rabourdin, Fabrizio Ferracane.

Corrado è un alto funzionario del Ministero degli Interni con una specializzazione in missioni internazionali legate al tema dell'immigrazione irregolare. Viene scelto per un compito non facile: trovare in Libia degli accordi che portino progressivamente a una diminuzione sostanziale degli sbarchi sulle coste italiane. Le trattative non sono facili perché i contrasti all'interno della realtà libica post Gheddafi sono molto forti e le forze in campo avverse con cui trattare molteplici. C'è però una regola precisa da rispettare: mai entrare in contatto diretto con uno dei migranti.


Andrea Segre prosegue il suo viaggio attraverso le condizioni esistenziali di chi migra e di chi si trova a confrontarsi con il fenomeno. Questa volta però sposta in modo considerevole il punto di vista. Non più la comunità lagunare di Io sono Li o quella montana di La prima neve (solo per rimanere ai film di finzione) ma un emissario (ex poliziotto) del Ministero impegnato a trovare una soluzione all'afflusso di migranti dal continente africano.

   

Per una di quelle coincidenze che accadono solo quando entra in gioco un elemento di ponderata preveggenza, lo stesso giorno in cui il film è stato presentato alla 74. Mostra d'Arte Cinematografica di Venezia, l'Ansa riportava una dichiarazione del Ministro della Difesa Pinotti soddisfatta dei "dati molto confortanti per quanto riguarda gli afflussi sia di luglio sia di agosto". Dati, ovviamente, che davano gli sbarchi in consistente diminuzione. Questo significava forse che il numero dei migranti fosse 'miracolosamente' mutato in consistenza? Assolutamente no. Significava solo che gli stessi avevano iniziato ad essere bloccati dalle forze libiche in cambio di consistenti esborsi di denaro. Il rispetto dei diritti umani faceva parte del prezzo pagato? Con un'alta dose di probabilità no.
È quanto ci racconta, attraverso la complessa figura di Corrado, Andrea Segre. Ci viene presentato come una persona estremamente attenta all'ordine, anche a quello personale. Forse proprio per questa ragione lo si manda a cercare di risolvere situazioni intricate in cui regna il caos. Di fronte a funzionari che hanno capito come muoversi senza urtare suscettibilità armate (il personaggio affidato al sempre efficace Battiston) Corrado è colui che deve imporre tattiche diverse. La sua azione è simile a quella della tanto praticata (e amata) scherma. Saper attaccare ma anche saper ritrarsi al momento giusto per potere (anche in questa seconda condizione) assestare la stoccata vincente. Il problema nasce però quando l'avversario non è più coperto dalla maschera protettiva del 'numero' di migranti ma diventa una persona della quale si finisce con il conoscere il vissuto e le speranze. A quel punto bisogna decidere quale sia la risposta da dare. Innanzitutto a se stessi. Da un lato c'è la ragion di Stato e la propria posizione all'interno delle istituzioni. Dall'altro la propria appartenenza al genere umano che chiede che si conservi all'aggettivazione 'umano' un significato che non ne svuoti il senso originario.


ERASERHEAD
Regia di David Lynch.
Un film con Jack Nance, Charlotte Stewart, Jean Lange, Judith Roberts, Jeanne Bates, John Nance. Genere Horror - USA, 1977, durata 90 minuti.

Harry Spencer, strano ometto dall'acconciatura del tutto particolare, è un tipografo solitario piuttosto strambo che abita in un desolato appartamento nei sobborghi di una grande città che sembra essere chissà come sopravvissuta a qualche disastro o a qualche sfavorevole congiuntura economica o più probabilmente a una vera e propria apocalisse. Harry si vede costretto a sposare la fidanzata Mary, rimasta incinta. Quando il figlio nasce, è in sostanza un mostro e le cose, già complicate, si complicano ancora di più. La trama, difficilmente riassumibile e talvolta anche indecifrabile nella sua apparente linearità, è probabilmente l'ultima cosa che conta in questo film, brillante contenitore di suggestioni, macabre inquietudini e acute riflessioni socio-psicologiche che si rincorrono tra loro ogni volta sorprendendo e turbando.


Girato nel corso di alcuni tribolati anni tra difficoltà varie e con un budget ridottissimo - a riprova che non sempre la mancanza di soldi è un limite alla creatività - è un film tuttora emozionante e spiazzante, un horror del tutto sui generis che si risolve in un lungo, unico, lugubre e al tempo stesso anche ironico, incubo a occhi aperti che riflette un'immagine deformata della nostra società post-industriale, tra detriti e palazzi fatiscenti. Un'introduzione migliore non poteva esserci al mondo bizzarro, poetico e suggestivo di David Lynch.

       

Questo, il suo primo lungometraggio, rappresenta l'alba di un nuovo autore che entra con la prepotenza e la spavalderia del naturale innovatore nella scena cinematografica e la percorrerà poi lasciandovi un segno indelebile, film dopo film, raramente (o forse mai) sbagliando un colpo anche quando, apparentemente, si piega alle ragioni della produzione. Se c'è qualcuno cui può legittimamente attribuirsi l'abusato e francamente ormai un po' vuoto termine di "visionario", questi è sicuramente Lynch foss'anche solo (e così non è) per questo film, che Lynch riempie di immagini indimenticabili, di visioni straordinarie e che resta sfuggente e inafferrabile, sempre nuovo visione dopo visione. Si percepisce una sotterranea logica interna che rende ferrei e consequenziali i bizzarri sviluppi narrativi, ma come spesso capita alle opere d'arte, il film stimola interpretazioni sempre diverse e, senza dubbio in questo caso, sempre inquietanti. Surreale come pochi altri film, Eraserhead è, sopra ogni altra cosa, una pellicola visuale: la stessa scelta di un bianco e nero contrastato e spettacolare pone il film su un piano di alterità ed eleganza stilistica di rara efficacia. Ma tutto nel film è singolare e appartenente a qualcosa che non si era mai visto prima, compresi gli spettrali intermezzi canori, di rara e per nulla confortante bellezza. Non mancano immagini che qualcuno potrà trovare sgradevoli, ottenute con effetti speciali di strana e rudimentale efficacia, ma anche questo fa parte del fascino di un'opera che cerca di stimolare, non di essere piacevole o amabile. In un cast volenteroso, Jack Nance, destinato nella vita, suo malgrado, a una fine prematura e violenta, brilla in modo insostituibile nel ruolo del protagonista dando fisicità a un personaggio etereo e sublime.

Uno dei cult movies per eccellenza e difatti il critico Danny Peary lo include sin da subito - in un momento in cui il film, lungi dall'essere celebrato come un capolavoro, divide ancora critica e pubblico - nel suo epocale volume Cult Movies (1981), specificando che "meno sapete di questo film prima di vederlo, maggiori possibilità avrete di godervelo". Il suggerimento è saggio, ma in ogni caso il film, anche dopo averlo visto, resta misterioso, impermeabile ai tentativi di spiegazione razionale del suo significato. Un film che è semplicemente da guardare per restarne inevitabilmente rapiti.


GIO 24 AGO - ORE 21.00
VEN 25 AGO - ORE 21.00
SAB 26 AGO - ORE 21.00
DOM 27 AGO - ORE 21.00
MER 30 AGO - ORE 21.00
L'INFANZIA DI UN CAPO
Regia di Brady Corbet.
Con Robert Pattinson, Stacy Martin, Bérénice Bejo, Liam Cunningham, Sophie Curtis.
Genere Drammatico - Francia, 2015, durata 113 minuti.
FILM IN LINGUA ORIGINALE CON
SOTTOTITOLI IN ITALIANO

Il giovane Prescott, americano, vive un periodo della sua vita in una grande casa fuori Parigi, insieme alla madre, una donna inquieta che sfoga l'insoddisfazione nella devozione religiosa, e alle altre donne che si occupano di mandare avanti la casa. Il padre, invece, consigliere del presidente americano Wilson, va e viene da Parigi, dove sta lavorando al trattato di pace che porrà fine alla Prima Guerra Mondiale. Un bambino dal volto gentilmente perfetto, dolce come quello di una femmina, che recita senza errore la sua parte nella funzione ecclesiastica, salvo poi uscire in preda alla collera e mettersi a scagliare pietre sui fedeli, ancora agghindato con l'abito candido dell'angelo. È in questa condizione ossimorica che facciamo la conoscenza di Prescott, nell'ottimo esordio dietro la macchina da presa (35 mm) dell'attore Brady Corbet.

Il film è liberamente tratto dall'omonima novella di Jean-Paul Sartre, cioè "L'infanzia di un capo", contenuta nella raccolta "Il Muro", ma la storia di Lucien Fleurier (questo il nome nella novella) è solo una delle suggestioni dietro L'infanzia di un capo, insieme con ciò che Corbet ha visto e immagazzinato sui set di Von Trier, Araki, Haneke.

Non è la politica anzitutto che interessa al regista, non la satira, nemmeno, in fondo, la psicanalisi: a Corbet preme la materia umana, quella scomoda, che assomma nello stesso pensiero, nello stesso quadro, nello stesso corpo, l'infanzia e il male, che dapprima ha i contorni dell'errore e poi vira senza se e senza ma verso quelli dell'orrore.

Materia umana, dunque, fatta di umori (la collera) e contraddizioni, ma anche materia splendidamente cinematografica, perché incentrata sul fenomeno dell'impressione. Prescott, bambino sensibile, diviso tra il mondo rigido delle regole genitoriali e quello materno (ma non veramente tale, anzi precario o tentatore) delle figure femminili che si occupano di lui, rimane impressionato da ciò che vede, in primo luogo dalle debolezze e dalle ipocrisie degli adulti e mette in discussione il concetto di obbedienza che è chiamato a rispettare.


GIO 31 AGO - ORE 21.00
VEN 1 SET - ORE 21.00
SAB 2 SET - ORE 21.00
DOM 3 SET - ORE 18.30/21.00
LA STORIA DELL'AMORE

Regia di Radu Mihaileanu.
Genere Drammatico - Francia, Canada, Romania, USA, 2016, durata 134 minuti.
Un film con Gemma Arterton, Elliott Gould, Sophie Nélisse, Derek Jacobi, Torri Higginson.

C’era una volta un ragazzo, Léon, che amava una ragazza, Alma. Le aveva promesso che l’avrebbe fatta ridere per tutta la vita, ma la guerra li ha separati.
Da un paesino della Polonia negli anni Trenta alla New York dei giorni nostri ripercorriamo la straordinaria storia d’amore tra Léo, l’uomo che è sopravvissuto a tutto e Alma, la donna più amata del mondo.
Oggi un’altra Alma, adolescente newyorchese e contagiata dallo stesso virus meraviglioso dell’amore, vuole essere la donna più amata del mondo.
Sembra che niente leghi Léo alla giovane Alma ma…
L’amore attraverserà il tempo e i continenti per unire i loro destini.