IN CARELLONE



GIO 25 MAG - ORE 21.00
SAB 27 MAG - ORE 18,30/21.00
DOM 28 MAG - ORE 16,00/18,30/21.00

RITRATTO DI FAMIGLIA CON TEMPESTA
Regia di Kore'eda Hirokazu. 
Drammatico - Giappone, 2016, durata 117 minuti.
Con Hiroshi Abe, Kirin Kiki, Yôko Maki, Rirî Furankî, Sôsuke Ikematsu, Satomi Kobayashi. 


Fino a ieri Shinoda Ryota aveva tutto: una consorte, un figlio e un altro romanzo da scrivere dopo aver vinto un premio letterario prestigioso. Poi qualcosa è andato storto, Kyoko gli ha chiesto il divorzio, Shingo lo vede soltanto una volta al mese, il romanzo è rimasto un'intenzione. Per pagare l'assegno mensile alla ex moglie, lavora per un'agenzia investigativa, per dimenticare le indagini ordinarie gioca alle corse, alla lotteria, a qualsiasi cosa possa restituirgli quello che ha perduto. Ma la vita è più complicata di così, bugie, tradimenti, meschinità gli hanno alienato la fiducia degli affetti. Ryota gira a vuoto e fatica a trovare il suo posto nel mondo e in quello di suo figlio. Poi una sera un ciclone si abbatte su Tokyo e sulla sua famiglia che trova riparo a casa della madre, felice di averli di nuovo tutti e tre insieme. La notte porterà consiglio e Kyoto proverà a riguadagnare la fiducia di Shingo e a 'scommettere' questa volta sull'amore. Il vento si placa e una mattina tersa si prepara.
Infaticabile ritrattista di famiglie, di cui fa un campo di investigazione privilegiato, Hirokazu Kore-eda realizza un'ode all'istante, solo rifugio di un mondo dove niente è permanente, soprattutto le relazioni umane. In quell'intervallo e dentro una notte tempestosa ritrova una famiglia. Una famiglia che probabilmente non tornerà mai unita ma che impara ad esserlo anche separata.



Autore delle emozioni millimetriche e di una maniera contemplativa, Kore-eda procede a un'analisi clinica del gesto quotidiano e dei caratteri che mette in schermo, rintracciando ancora una volta le ferite prodotte dalla relazione padre-figli. Al cuore della storia c'è un perdente cechoviano e una rassegnazione cechoviana. Ryoto, padre assente e alla deriva, incarna la speranza delusa del figlio e della letteratura e un'immaturità che si trascina e prospera in un mestiere avvilente. Dal padre, il protagonista ha ereditato il vizio incorreggibile per il gioco e una tensione alla menzogna che ha mandato all'aria la sua vita, separato la sua famiglia e deluso suo figlio, che lo guarda imbrogliare e imbrogliarsi. 

Eroe avvilito e romanzesco, il protagonista di Abe Hiroshi rimanda ad una indecisione dello spirito e a una indecidibilità del corpo. Nondimeno, incarna la nascita di un padre, ribadendo nel cinema di Kore-eda il sentimento di paternità come coscienza (affettiva) che si apprende. Come Father and son, After the Storm dimostra che non si diventa padri da soli, c'è sempre un bambino a insegnare l'amore, è sempre lo sguardo di un bambino a fare di un uomo un padre. Perché la paternità non si stabilisce immediatamente con la nascita ma si costruisce nel tempo.

MER 24 MAG - ORE 21.00
VERSIONE DOPPIATA IN ITALIANO
MANHATTAN
Un film di Woody Allen.
Commedia, b/n durata 96 min. - USA 1979.
Con Michael Murphy, Diane Keaton, Woody Allen, Meryl Streep, Mariel Hemingway.
Nuova versione digitale in 4K realizzata a partire dal negativo camera originale

Sinfonia postmoderna d’una grande città, ricamo amoroso di citazioni affidate ad un bianco e nero di bellezza vertiginosa, mentre New York s’allunga nel panoramico: per paradosso, solo uno schermo grandissimo rende piena giustizia a questa storia di fragili amori consumati tra ristoranti alla moda, diner confidenziali, appartamenti in penombra, sale di museo o di planetarium, ma pronta ad aprirsi sulle meraviglie dello skyline, di Central Park durante un temporale estivo, di una Quinta Avenue filmata a passo di corsa e in un crescendo della Rapsodia in blu che sfuma infine sulle note malinconiche di But not for Me. Sono trenta-quarantenni, sono intellettuali, si innamorano e si disamorano, vivono trasportati dalla musica di Gershwin e trafitti dall’ironia amarognola delle battute di Woody Allen-Ike Davis, coscienza tragicomica d’un mondo: "Tutta questa gente di Manhattan che parla, si agita e si crea problemi inesistenti per non pensare ai veri problemi universali”. Film chiave nella fi lmografia di Allen, film di approfondimento e maturazione, trattato con dispetto da chi avrebbe voluto vedere in Allen un lunatico fool a vita, Manhattan è film dal fascino visivo struggente, e ha restituito come pochi la nevrotica dolcezza del vivere in un certo luogo del mondo occidentale, in una certa stagione (la fine dei Settanta) che ci appare ormai lontana.



SICILIAN GHOST STORY
Regia di Fabio Grassadonia, Antonio Piazza.
Drammatico - Italia, 2017
Un film con Julia Jedlikowska, Gaetano Fernandez, Corinne Musallari, Lorenzo Curcio, Andrea Falzone.

Giuseppe, un ragazzino di tredici anni, scompare. Luna, una compagna di classe innamorata di lui, non si rassegna alla sua misteriosa sparizione. Si ribella al silenzio e alla complicità che la circondano e pur di ritrovarlo, discende nel mondo oscuro che lo ha inghiottito e che ha in un lago una misteriosa via d'accesso.
I due registi Fabio Grassadonia e Antonio Piazza, già autori del pluripremiato Salvo, hanno dichiarato: "Salvo era giocato su temi e stile noir, questa volta volevamo proprio una favola con dei bambini, che si portasse appresso un ambiente, dei paesaggi e delle situazioni che non ti aspetti in Sicilia, una Sicilia sognata, diversa, come un mondo dei Fratelli Grimm di foreste e orchi che a un certo punto collide con il piano di realtà di cui la nostra terra è inevitabilmente portatrice"


GIO 11 MAG - ORE 21.00
VEN 12 MAG - ORE 21.00
SAB 13 MAG - ORE 18.30/21.00
DOM 14 MAG - ORE 16.00/18.30/21.00

UNA SETTIMANA E UN GIORNO
Un film di Asaph Polonsky. 
Commedia drammatica, durata 98 min. - Israele 2016.
Con Uri Gavriel, Tomer Kapon, Sharon Alexander, Shai Avivi, Jenya Dodina. 

Eyal Spivak e sua moglie Vicky hanno trascorso la rituale settimana di lutto per la morte del giovane figlio prevista dalla religione ebraica ed è ormai giunto il momento di ritornare alla quotidianità. Eyal si reca alla clinica per malati terminali per recuperare una coperta che apparteneva al figlio e trova invece una confezione di marjuana per uso medico. Decide di portarla via e chiede al figlio del vicino di aiutarlo a preparare un joint. 

Inizia così l'opera prima di Asaph Polonsky che arriva sui nostri schermi dopo essere stata pluripremiata non solo al Jerusalem Film Festival ma anche alla Semaine de la Critique a Cannes e altrove. Si tratta di riconoscimenti meritati perché il poco più che trentenne regista, nato a Washington ma cresciuto in Israele, ha saputo sfruttare il plot di partenza di cui sopra non per evadere nei percorsi della commedia demenziale (un uomo al suo primo rapporto con il fumo in coppia con un ragazzo che fa il pony per un take away di sushi ne avrebbero offerto l'occasione) ma per affrontare un discorso serio su come ognuno di noi si rapporta con la perdita di una persona cara. 
Vicky si è irrigidita nel dolore e si impone, finito il periodo prescritto, di tornare a vivere come prima pur sapendo che è impossibile. Torna nella scuola dove insegna pretendendo di allontanare senza preavviso il supplente, va dal dentista e si tiene alla larga dai dirimpettai nei confronti dei quali prova un astio irrisolto. Eyal si muove nella maniera opposta cercando proprio la collaborazione del loro figlio e formando con lui un duo che cerca in qualche misura di lasciarsi alle spalle il dolore per andare oltre guardando alla vita così come si guarda a dei gattini che chiedono un sorriso. Ma i sorrisi faticano a manifestarsi, a meno che si debbano alimentare sul volto di una bambina la cui madre è ricoverata nella stessa clinica in cui si trovava il figlio di Eyal. 
Si può allora assistere a una delle più tenere scene di mimo che il cinema degli ultimi decenni abbia offerto avendo così l'opportunità di capire come l'arte possa ancora consentirci, in questo oceano di flussi mediatici, di fare silenzio e riflettere. Così come il finale in cui Polonsky sembra avvicinarsi al cinema di Roy Andersson (non solo per il riferimento aviario al suo film vincitore a Venezia) per poi ritrarsene a favore di una soluzione personale.




SAB 6 MAG - ORE 21.00
DOM 7 MAG - ORE 16.00/18.30
LIBERE DISOBBEDIENTI INNAMORATE
Un film di Maysaloun Hamoud.
Drammatico, durata 96 min. - Israele, Francia 2016.
Con Mouna Hawa, Sana Jammelieh, Shaden Kanboura, Mahmud Shalaby, Riyad Sliman

Tre ragazze palestinesi condividono un appartamento a Tel Aviv, al riparo dallo sguardo della società araba patriarcale. Leila è un avvocato penalista che preferisce la singletudine al fidanzato, rivelatosi presto ottuso e conservatore, Salma è una DJ stigmatizzata dalla famiglia cristiana per la sua omosessualità, Noor è una studentessa musulmana osservante originaria di Umm al-Fahm, città conservatrice e bastione in Israele del Movimento islamico. Noor è fidanzata con Wissam, fanatico religioso anaffettivo che non apprezza l'emancipazione delle coinquiline della futura sposa. Ostinate e ribelli, Leila, Salma e Noor faranno fronte comune contro le discriminazioni.
C'è un'onda nuova che muove dalle spiagge di Israele e abbatte i tabù arabo-israeliani. Cinema israeliano in lingua araba, In Between fa intendere la voce femminile e rimanda la società alle sue contraddizioni. Per voltare pagina, per avanzare.

Premiata all'Haifa International Film Festival, l'opera prima di Maysaloun Hamoud si nutre di un contesto reale e segue il destino di tre donne che vogliono vivere dove gli è concesso soltanto sopravvivere. Fuggite alle origini e approdate a Tel Aviv, considerata dagli israeliani liberale e aperta alle alterità, le protagoniste scopriranno a loro spese il conto della libertà. A confronto con una doppia discriminazione, sono donne e sono palestinesi, Leila, Salma e Noor procedono a testa alta dentro un film che non risparmia nulla, nemmeno lo stupro, e nessuno.

Israeliani ebrei e israeliani arabi, laici e religiosi, cristiani e musulmani, nessuno si senta escluso. Lo spettro del patriarcato, dal simbolico al doloso, si incarna progressivamente nei padri come nei fidanzati, predatori frustrati imprevedibili. Colte tra due mondi, la cultura araba musulmana tradizionale e quella ebraico israeliana, le protagoniste si sono lasciate alle spalle interdizioni familiari, comunità religiose e società conservatrici per ritagliarsi un'esistenza nuova e costruirsi una vita sociale a misura dei loro desideri e delle loro volontà. Bar Bahr, il titolo originale, in arabo tra terra e mare, in ebraico né qui né altrove, traduce il disorientamento (meta)fisico di una generazione, quella dei giovani arabo-israeliani che in Israele sono uno su cinque, emancipata dalla propria cultura per adottarne una occidentale. Una generazione che non sa più se appartiene al mare o alla terra. Una generazione, ancora, alla ricerca di libertà che prova a preservare il cuore della propria identità.



PIIGS - OVVERO COME IMPARAI A PREOCCUPARMI E A COMBATTERE L'AUSTERITY
Un film di Adriano Cutraro, Federico Greco, Mirko Melchiorre.
Documentario, durata 74 min. - Italia 2017.

1992: a Maastricht (Paesi Bassi) il Trattato omonimo determina i criteri di ingresso nell'Unione Europea. Nello stesso anno a Monterotondo (Roma) nasce la cooperativa sociale Il Pungiglione. Ventiquattro anni dopo sia l'UE che la cooperativa sono in profonda crisi. Tenere insieme e rendere comprensibili allo spettatore macro e micro economia, appoggiandosi a pareri di stimati esperti del settore: questo l'obiettivo di P.i.i.g.s., film inchiesta finanziato in crowdfunding che invita a occuparsi di moneta, mercato, finanza, banche. Ma soprattutto di come l'economia influisce sui diritti acquisiti, come quello alla salute, al benessere e all'istruzione dei cittadini, come sancito dalla Costituzione.
P.i.i.g.s., che si può leggere come una sottolineatura dello spregiativo inglese pigs ("porci"), è un "neologismo" coniato dal giornalismo economico nel 2009 (ammesso che si possa definire giornalismo l'insulto; l'alternativa è Gipsi, assonante con "zingaro"), o almeno così ci dicono i titoli di testa del film. Ma è anche acronimo dei cinque Paesi dell'UE considerati dalle politiche economiche scriteriate, Stati non competitivi, per non dire parassiti: Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia, Spagna.

L'attore Claudio Santamaria presta la voce all'io narrante (in realtà sono tre i registi: Adriano Cutraro, Federico Greco e Mirko Melchiorre) che nel prologo si presenta come qualcuno che rientra in Italia dopo anni di assenza, nel 2011. L'occasione di avere diversi esperti di economia a portata di microfono rende il film possibile, e così P.i.i.g.s. prende gradualmente la sua forma - nell'arco di cinque anni, stando alle note di regia: inchiesta giornalistica costruita su interviste e immagini d'archivio, con qualche inserto di animazione grafica. Ma soprattutto con una copertura in parallelo delle difficoltà affrontate dalla cooperativa Il Pungiglione, che, detto sinteticamente, a causa dell'avvento delle politiche di austerity, è minacciata nella sua stessa sopravvivenza.