FILM GALERY

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MER 27 - 21.00
GIO 28 - 21.00
VEN 29 - 21.00
SAB 30 -  18.30 / 21.00
DOM 31 - 16.00 / 18.30 / 21.00
LUN 1 - 16.00 / 18.30 / 21.00
MAR 2 - 21.00
MER 3 - 21.00
50 PRIMAVERE
Regia di Blandine Lenoir.
Un film con Agnès Jaoui, Thibault de Montalembert, Pascale Arbillot, Sarah Suco, Lou Roy-Lecollinet.
Genere Commedia - Francia, 2017, durata 89 minuti.

Aurore è una donna sulla cinquantina che fa la cameriera ed è separata dal marito da cui ha avuto due figlie di cui una è incinta. Nel momento in cui perde il lavoro apprende anche di stare per diventare nonna. Questi due eventi la mandano in crisi: vede troppi anni dietro di sé. Casualmente però incontra un amore di gioventù e pensa di poter ricominciare. Non è però così semplice.

Si possono scrivere (e di fatto si sono scritti) dei saggi su quel delicato momento in cui una donna avverte il senso dello scorrere del tempo e teme di stare diventando 'vecchia'.


Si può però anche fare un film e riuscire a dire, anche divertendo, molte cose in materia trasmettendo sensazioni che la parola scritta forse non riuscirebbe a rendere appieno.

La commedia francese come genere rappresenta il terreno ideale su cui compiere un simile esercizio. Ci vuole però una regista (non 'un' regista) che non è ancora arrivata alle cinque decadi di vita ma che conosce bene le donne e un'attrice che dia corpo a tutti quei rivolgimenti che la medicina riassume nel periodo della menopausa (con le sue vampate di calore). Blandine Lenoir l'ha trovata in Agnès Jaoui che sa leggere nei più piccoli dettagli le sfumature di un personaggio che passa dalla accensione vitale al pianto e che si ritrova a confrontarsi con quello che avrebbe potuto essere e non è stato.

A partire da Café Society e passando per La La Land il tema sembra essere diventato uno dei favoriti dal cinema. Il riascoltare una canzone di "Hair" pensando a quando le proprie figlie erano piccole e spensierate mentre ora sono giovani donne con problemi più o meno grandi può provocare nostalgia. Ma Jaoui non è attrice che accetti personaggi rassegnati a qualcosa (nello specifico allo scorrere del tempo). Lo spettatore ne segue le incertezze, i mutamenti d'umore ma in cuor suo sa che Aurore cercherà una via d'uscita. Una soluzione però che non si limiti alla sottile rappresaglia che la sua amica del cuore compie nei confronti di uomini che stanno con donne molto più giovani di loro in una delle scene più esilaranti del film.

GIO 14 - ORE 21.00
VEN 15 - ORE 21.00
SAB 16 - ORE 18.30 / 21.00
DOM 17 - ORE 16.00 / 18.30 / 21.00
LUN 18 - ORE 21.00
MAR 19 - ORE 21.00
LOVELESS
Regia di Andrey Zvyagintsev.
Un film con Maryana Spivak, Aleksey Rozin, Matvey Novikov, Marina Vasilyeva, Andris Keiss. Cast completo Genere Drammatico - Russia, 2017, durata 128 minuti.

Zhenya e Boris hanno deciso di divorziare. Non si tratta però di una separazione pacifica, carica com'è di rancori, risentimenti e recriminazioni. Entrambi hanno già un nuovo partner con cui iniziare una nuova fase della loro vita. C'è però un ostacolo difficile da superare: il futuro di Alyosha, il loro figlio dodicenne, che nessuno dei due ha mai veramente amato. Il bambino un giorno scompare.
Andrey Zvyagintsev fin dalla sua prima comparsa sugli schermi internazionali con Il ritorno ha avuto modo di farsi notare. Quel film gli valse il Leone d'Oro alla Mostra di Venezia anche se aveva qualche debito di troppo con Maestri come Tarkovsky e Sokurov.


La giuria aveva però colto il grande potenziale di un regista che ha saputo dispiegarlo originalmente nei film successivi non nascondendo comunque le sue fonti di ispirazione. Come in questo caso in cui afferma di aver pensato a uno Scene da un matrimonio di bergmaniana memoria trasferendolo nella Russia odierna.

Rispetto al suo modello ha mostrato grandi doti di sintesi e, soprattutto, il desiderio di proseguire una lettura della condizione attuale del proprio Paese filtrata attraverso le vicende di persone comuni.

Il suo è uno sguardo privo di qualsiasi pietà nei confronti di una nuova generazione parentale che ha perso qualsiasi senso di appartenenza. Alyosha non 'appartiene' a nessuno. Non al padre che, non contento di avere un figlio di cui non si è mai occupato, ha già messo incinta la propria giovane nuova compagna con la quale ha intrecciato un legame che lo sta avviluppando mentre lui crede possa aprirgli nuovi orizzonti di vitalità. Lo stesso accade alla madre, Zhenya, la quale si è sposata per sfuggire al controllo oppressivo di una madre amata/odiata e ha vissuto la gravidanza come un peso che tuttora si trova davanti nell'aspetto di un bambino che non ama e da cui non si sente amata.
Anche lei è convinta che la propria nuova storia cambierà totalmente la sua vita in quanto per la prima volta ama ed è riamata. Il problema risiede nel fatto che nessuno dei due ha compreso il senso del sentimento di cui parlano e, soprattutto, manca loro l'idea della responsabilità che si sono assunta. Ci pensa Alyosha a ricordargliela scomparendo e quindi costringendoli a ripensare alle loro pseudo scelte. Il che non significa che ciò sia sufficiente per due adulti (in senso strettamente anagrafico) per i quali la vera preoccupazione è stata, fino ad allora, come potersi liberare di lui addossandolo all'altro. Qui però non siamo nel clima di commedia esasperata alla Mamma o papà? e non solo perché il tono della narrazione è totalmente differente. Siamo distanti perché viene messa in discussione l'intera società, senza per questo giustificare i singoli grazie alle sue 'colpe'.

Era indubbiamente facile mostrare Zhenya in metropolitana impegnata, come diversi altri passeggeri, con il proprio telefono cellulare. Lo era meno mostrare come nell'attuale laica Russia sia tornato a giocare un ruolo non secondario l'appartenenza alla chiesa ortodossa. La vera e unica remora di Boris dinanzi al divorzio è costituita dal fatto che nell'azienda in cui lavora si deve essere regolarmente sposati salvo perdere il posto. L'apparato della sicurezza interna non è migliore (il poliziotto 'buono' chiarisce sin da subito che il bambino non verrà ritrovato a meno che non faccia ritorno da solo). In una società così disfunzionale resta un'unica speranza: il volontariato. La presenza di uomini e donne che, senza alcun compenso e con elevata preparazione, si impegnano nella ricerca di Alyosha, è l'unica fonte di calore in un panorama algido.


GIO 7 DIC - 21.00
VEN 8 DIC - 18.30 / 21.00
SAB 9 DIC - 18.30 / 21.00
DOM 10 DIC - 16.00 / 18.30 / 21.00
DUE SOTTO IL BURQA
Regia di Sou Abadi.
Un film con Félix Moati, Camélia Jordana, William Lebghil, Anne Alvaro, Carl Malapa.
Genere Commedia - Francia, 2017, durata 88 minuti.

Leila e Armand studiano a Scienze Politiche e si amano. I genitori di lui sono iraniani che hanno lasciato la patria dopo l'avvento di Khomeini. Lei invece si vede piombare in casa il fratello Mahmoud, reduce dallo Yemen dove ha aderito al radicalismo islamico. Una delle sue prime imposizioni è quella di impedire alla sorella di incontrare Armand. Il quale però trova una soluzione. Indossa l'abito integrale che lascia scoperti solo gli occhi e si presenta a casa di Leila come una fanciulla di nome Sheherazade bisognosa di lezioni. La 'studentessa' attrae però l'attenzione amorosa di Mahmoud e questo complica non poco le cose.


Come recitava una massima che ripetevano i nostri nonni 'non tutto il male viene per nuocere'. Perché Sou Abadi stava lavorando a una produzione cinematografica in Israele che si è fermata e questo avvenimento l'ha spinta a rivolgere il suo sguardo all'interno delle sue stesse radici culturali.

Ha così realizzato questo film che, grazie ai toni della commedia, è riuscito a raggiungere una vasta platea in Francia e ne merita una altrettanto ampia in Italia. Perché il sorriso, l'ironia e l'autoironia possono produrre talvolta più risultati positivi di saggi ed articoli paludati.

La regista non è non vuole essere antimusulmana ma è e sa essere antioscurantista. Mahmoud vuole imporre a Lila la sua volontà attraverso frasi fatte derivate dalla sua solo pretesa conoscenza del Corano che difatti inizia a comprendere meglio quando Armand/Sheherazade si trova costretto a documentarsi in materia per reggere il gioco e, di conseguenza, attraendone una focosa attenzione. Passando da Maometto a Victor Hugo si consuma la possibilità di una deradicalizzazione di un giovane uomo che ha visto la moschea affermarsi come l'unico luogo in cui poter socializzare in Francia. Leila ha imboccato una strada diversa e ha trovato l'amore (e un possibile futuro alle Nazioni Unite) in un Armand che deve fronteggiare le memore barricadiere dei genitori e, in particolare, della madre ancor oggi disposta a gesti eclatanti pur di poter sostenere idee libertarie. Tutto ciò sostenuto dal gioco del travestimento con tutte le varianti farsesche che possono derivarne ma che sono sempre tenute sotto controllo.

A Sou Abadi non interessa la sola risata di pancia (che a tratti comunque non manca). Quella che preferisce (e che sa come ottenere) coinvolge la testa senza però mai far leva su battute o situazioni xenofobe o comunque razziste. Leila e Armand provengono da quei mondi che vengono messi alla berlina ma non aderiscono alle loro storture. Hanno saputo guardare oltre e ci chiedono di ridere con loro non perché Sous Abadi pensi che una risata seppellirà la jihad ma perché, molto più semplicemente e realisticamente, ci potrà aiutare a saper distinguere. Sarebbe già il conseguimento di un ottimo risultato.


VEN 1 DIC - ORE 21.00
SAB 2 DIC - ORE  21.00
DOM 3 DIC - ORE 16.00 / 18.30
RITORNO IN BORGOGNA
Regia di Cédric Klapisch.
Un film con Pio Marmaï, Ana Girardot, François Civil, jean-Marc Roulot, María Valverde.
Genere Commedia - Francia, 2017, durata 113 minuti.

Dieci anni fa Jean ha lasciato la famiglia, proprietaria di un grande vigneto a Meursault in Borgogna, per girare il mondo. A causa della malattia terminale del padre, decide di lasciare temporaneamente l'Australia, dove viveva con la moglie e il figlio, per tornare a casa e riunirsi con la sorella Juliette e il fratello Jérémie. Ma la morte del padre poco prima dell'inizio della vendemmia carica i fratelli di nuove responsabilità, tra le quali la necessità di raccogliere una grossa somma di denaro con la quale pagare le tasse di successione.


Cédric Klapisch torna ancora una volta a farci degustare i diversi sentori dei sentimenti o, meglio, di quei legami a cui fa riferimento il meno geografico e più diretto titolo originale. Lo fa appunto facendoci attraversare le varie fasi della vinificazione rapportandole a quelle del re-incontro del figliol prodigo con il fantasma del genitore e con la presenza di fratello e sorella minori.

Ancora una volta il cinema francese ci propone la campagna, i suoi spazi, i ritmi stagionali. In questo caso lasciando ampio spazio alla Natura, al paesaggio, a quei filari di viti così armoniosamente allineati mentre non lo sono altrettanto le vite dei tre fratelli. Jerémie deve confrontarsi quotidianamente con un suocero vignaiolo e dirigista e con una suocera gentilmente invadente. Julie, che ha la giusta sensibilità della vinificatrice, ha sempre dei maschi con cui fare i conti per cercare di convincerli delle sue buone ragioni. Poi c'è Jean che ha girato il mondo per fuggire da un padre che pensava non avesse alcuna considerazione per lui e che prende spunto dalla sua dipartita per sfuggire ancora una volta a un ruolo che è ora quello di compagno e padre a sua volta.

È un cinema classico quello di Klapisc ma proprio per questo riesce a innestare su un plot di base piuttosto convenzionale una serie di destabilizzazioni che vanno anche oltre i rapporti parentali e dicono di una contemporaneità in cui sono talvolta i più giovani a cercare, pur tra mille incertezze, di salvare ciò che c'è di positivo nella tradizione. Mentre chi ha più anni pensa alle spa e agli anticrittogamici da utilizzare a dismisura. Tutto ciò senza dimenticare un'attenzione tutta francese ai vitigni e alle procedure che affrontano il tempo a differenza di un'Australia in cui tutto, anche il vino, deve essere giovane.


MER 6 DIC - ORE 16.00 E 21.00
LA FEBBRE DEL SABATO SERA
(DIRECTOR'S CUT)
Regia di John Badham.
Un film con Barry Miller, John Travolta, Karen Lynn Gorney, Joseph Cali, Fran Drescher, Paul Pape.
Genere Commedia - USA, 1977, durata 119 minuti.

Restaurato in 4K nel 2016 da Paramount e dal regista John Badham presso i laboratori Technicolor
e Deluxe a partire dal negativo originale 35mm e dalle tre matrici 35mm

Per l'italoamericano Tony Manero, il ballo è strumento di riscatto sociale e morale. John Travolta,
vestito di bianco tra i colori pop della pista e la colonna sonora dei Bee Gees, quintessenza della
disco music, è l'eroe proletario di uno dei film musicali di maggiore successo di sempre, un vero e
proprio culto che ha impresso un segno indelebile nella storia del cinema e del costume. Dietro lo
sfavillio delle luci stroboscopiche, resta l'amarezza di un crudo ritratto giovanile, sullo sfondo di
una Brooklyn livida e marginale.


Da Follie d’inverno a Spettacolo di varietà fino a La La Land, la maggior parte dei musical rivela
un lato maniaco-depressivo, una tendenza ad attraversare i vari stati d’animo dalla depressione
all’euforia. Saturday Night Fever esaspera in maniera singolare questo schema oscillando tra due
visioni contrastanti: il quartiere di Bay Ridge a Brooklyn è una sorta di inferno in terra in cui gli
abitanti trascorrono le giornale a umiliarsi reciprocamente, mentre la gloria e l’esaltazione vissute
ballando nella discoteca 2001 Odissey assumono tratti paradisiaci e utopici. L'interazione tra i due registri conferisce al film la sua energia. La sceneggiatura di Norman Wexler si ispira a un articolo
apparso sul New York Magazine, “Tribal Rites of the New Saturday Night”: l’autore, il critico
musicale britannico Nik Cohn, una ventina d’anni dopo confessò che il pezzo era frutto
d’invenzione più che d’osservazione. Ma il film di John Badham – che nel director’s cut dura
cinque minuti di più – fonda i suoi dettagli su un mondo perfettamente credibile: diversamente dalla
maggior parte dei musical, sono poche in Saturday Night Fever le incursioni nella pura fantasia [...].
Scena di ballo culminante è l'assolo di Tony, la sera in cui Stephanie non si fa vedere in discoteca.

Come suggerì Jerry Lewis nella sua parodia in Bentornato, picchiatello!, il tipo di fantasia suscitata
dal ballo di Travolta è più solipsistica che romantica: l’affermazione di un trionfo solitario.
(Jonathan Rosenbaum)


GIO 30 NOV - ORE 21.00
SAB 2 DIC - ORE  18.30
DOM 3 DIC - ORE 21.00
FINCHÉ C'È PROSECCO C'È SPERANZA
Regia di Antonio Padovan.
Un film con Giuseppe Battiston, Teco Celio, Liz Solari, Roberto Citran, Silvia D'Amico.
Genere Noir - Italia, 2017, durata 101 minuti.

Il conte Desiderio Ancillotto è proprietario di un vasto terreno dedicato alle vigne e di una gran bella villa, ma il suo modo di lavorare la terra, senza pesticidi e facendo "riposare" parte del terreno, è considerato da altri una pessima strategia d'affari. Ancillotto si suicida, però è comunque al centro delle indagini quando iniziano a venire uccise persone legate al cementificio che lui riteneva inquinasse la zona. A investigare sul caso c'è l'ispettore Stucky (ma si legge: Stucchi), che con il suo fare placido e pacioso cerca di conquistare la chiusa gente del posto per arrivare alla verità. Nel mentre l'uomo, che ha origini in parte persiane, affronta anche una questione privata, quella del lutto della madre e dell'ingombrante presenza del padre morto, la cui stanza in casa non vuole toccare nonostante l'insistenza dello zio Cyrus che sta ospitando.



L'esordio alla regia di Antonio Padovan è un giallo tra le colline vicine a Venezia, senza eccessi di cupezza e anzi con un tono leggero quasi da Delitti del Bar Lume, però tra gente più arcigna, cui fa da contraltare l'irresistibile simpatia di Giuseppe Battiston.

Sebbene Padovan dica di aver voluto provare a riportare il giallo al cinema, dopo anni in cui è stato più o meno confinato in TV, il risultato non riesce a non essere televisivo, con alcuni personaggi che fanno da macchietta comica, con un protagonista buono e a tratti un po' burbero e con una piccola comunità immersa in un bel paesaggio naturale. La Conegliano di Stucky in provincia di Treviso è insomma un corrispettivo nel Nord-Est dell'immaginaria Vigata di Montalbano e non ha neppure, per esempio, gli elementi di maggior realismo e ambiguità portati quest'anno in TV da Rocco Schiavone.

L'origine del personaggio e del suo mondo è letteraria, dal romanzo omonimo di Fulvio Ervas (Marcos y Marcos), che per altro ne ha già scritti altri dedicati al medesimo protagonista. In questa storia l'unico vero ostacolo a Stucky sembra essere il suo superiore, ma alla fine anche lui rivela un cuore d'oro a riprova che siamo lontanissimi da qualsiasi rappresentazione chiaroscurale delle forze dell'ordine, per non allontanarsi dal giallo più puro.
La direzione del cast, a sua volta, non riesce a sfuggire alla patina televisiva, dove in particolare Teco Celio nei panni dell'avvinazzato del luogo è ridotto a pura macchietta e oltretutto viene inquadrato da una macchina da presa a sua volta barcollante, come fosse su una nave in mezzo al mare, secondo la discutibile idea di restituirne la visione scentrata. Va un po' meglio agli altri, ma per esempio lo zio di Stucky, con la sua saggezza orientale e allo stesso tempo però un po' invasivo, è a sua volta un personaggio che sarebbe perfettamente a suo agio in una fiction.

Anche la risoluzione del caso, oltre che piuttosto improbabile, è semplice e prevedibile. Del resto gli stessi delitti non hanno nulla di elaborato, insomma siamo ben lontani dai machiavellici orditi narrativi di Agatha Christie e in una zona invece in cui il versante enigmistico sembra un cruciverba facilitato. Allo stesso modo sul fronte comico non si osa niente di irriverente e il ritmo rimane piano.

La regia non manca poi di usare i droni, vera e propria piaga della messa in scena contemporanea, e insiste sui bei paesaggi collinari e verdi, ma con uno sguardo un po' troppo da filmato di "Linea Verde" e senza capacità suggestiva nel creare atmosfera. Considerata però la povertà di mezzi a disposizione di Padovan, che non è riuscito ad avere contributi statali né a farsi sponsorizzare da qualche produttore di vini locale, Finché c'è prosecco c'è speranza è comunque un'opera prima piccola e con una sua dignità. Del tutto mancato però l'obiettivo di un respiro cinematografico: si rimane in quella zona da pilota di una serie di TV movie, leggeri e pittoreschi, buoni magari anche per una vendita all'estero, dove le bellezze rurali d'Italia e la vicina Venezia hanno sempre il suo fascino, ma senza sfuggire a una dimensione da piccolo schermo.


DOM 26 NOVEMBRE - 21.00
AMICI MIEI - ATTO II°
di Mario Monicelli.
Con Ugo Tognazzi, Philippe Noiret, Renzo Montagnani, Gastone Moschin, Adolfo Celi.
Commedia, durata 129 min. - Italia 1982.

Torna in sala Domenica 26 Novembre alle ore 21.00 per un evento speciale al Cinema Filo di Cremona uno dei film cult più amati di sempre, Amici Miei Atto II, che proprio quest’anno festeggia i 35 anni dalla prima proiezione del 1982.

Anche se sono passati molti anni le mitiche scene sono ancora sempre presenti nella mente dei tanti fans più o meno giovani che oggi anche grazie attraverso i social network condividono giornalmente i loro miti Mascetti, Perozzi, Melandri, Necchi e Sassaroli.


Così la pagina facebook Conte Raffaello "Lello" Mascetti insieme al Cinema FILO hanno deciso di riportare in sala il film nella città che ha dato i natali al grande Ugo Tognazzi nel giorno conclusivo della Festa del Torrone per una serata all’insegna del divertimento e delle zingarate con un doveroso omaggio a Gastone Moschin scomparso ad inizio Settembre, con concorsi a premi per i partecipanti, il Mascetti realizzato da FirenzeArt Gallery per i vostri selfie, ed un originale attestato ricordo per tutti.

La proiezione sarà preceduta da un degustazione dei vini dell’Azienda vinicola La Tognazza, nata dal grande Ugo e portata avanti ora da suo figlio GianMarco con il loro classici rossi “Antani” e “Come se fosse” organizzata dallo Store Tognazza di Cremona di Marianna Zeni.

Partirà poi la mitica proiezione con scene come quelle dell'alluvione.. Paolo ed Adelina.. la monta e Giovannone.. i cinque madrigalisti moderni.. la zingarata a Pisa ed il signor Becchi.. il grande Augusto Verdirame.. e poi Carmencita ed il rigatino.. fino al grande Sor Savino Capogreco che dio lo stramaledica.

Una proiezione da fargli pigliare un colpo a tutti.. E centinaia di persone, tutti a ridere, divertirsi in una serata bella, libera, stupida, come quando s'era ragazzi. Chissà quando ne capiterà un'altra!


ULTIMO SPETTACOLO
SAB 25 - ORE 18.30
OGNI TUO RESPIRO
Regia di Andy Serkis.
Un film con Andrew Garfield, Claire Foy, Tom Hollander, Stephen Mangan, Dean-Charles Chapman.
Genere Drammatico - Gran Bretagna, 2017, durata 117 minuti.

Robin Cavendish ha tutto dalla vita: è bello, aitante e fascinoso. Tanto da conquistare l'apparentemente inaccessibile Diana. Mentre la coppia di sposi nel dicembre 1958 si trova in Africa Robin contrae una forma di poliomielite che lo immobilizza in un letto e lo lega a un respiratore con una diagnosi che non gli lascia molto tempo da vivere. Diana, contro il parere della medicina ufficiale, lo porta a casa offrendogli delle opzioni terapeutiche mai tentate prima. Jonathan Cavendish non è solo il figlio di Robin nato poco dopo che il padre era stato colpito dalla malattia ma è anche il produttore del film. Questo fa sì che l'intera operazione assuma una dimensione del tutto speciale.


L'inizio sembrerebbe iscrivere Ogni tuo respiro nell'ambito di quei film biografici che si ispirano alla realtà inondandola di sentimentalismo tanto da provocare un innalzamento del tasso glicemico dello spettatore.

Dal momento in cui la malattia prende il sopravvento ci si accorge, minuto dopo minuto, che il fine è assolutamente diverso e che quel prologo aveva una sua ragione. Perché qui non ci si limita a ripercorrere le tappe di quello che avrebbe potuto essere solo uno sterile calvario individuale. Si racconta un calvario che invece si è trasformato in un'opportunità non solo per rendere più accettabile la vita di Robin Cavendish ma anche per garantire a pazienti in condizioni analoghe grazie a quegli strumenti che avrebbero consentito loro un'esistenza da condurre al di fuori dell'istituzione ospedaliera.
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Cavendish, Diana e coloro che li hanno affiancati ed aiutati sono stati dei pionieri in questo campo ed era giusto che il cinema ne raccontasse la storia. Ma proprio quello che potrebbe far storcere il naso ad alcuni critici costituisce invece il punto di forza del film. Lo stile molto british che fonde ricostruzione con humour sottile, che non avvolge la vicenda in un'atmosfera stabilmente cupa ma sa alternare situazioni critiche con sequenze più rilassate, è perfettamente funzionale a una diffusione di Ogni tuo respiro presso il pubblico più vasto. Anche quello, per essere ancora più espliciti, che non disdegna il cinema un po' old fashion.

Proprio grazie a questa scelta di stile di narrazione Serkis e lo sceneggiatore Nicholson possono permettersi di affrontare temi importanti come quello della lungodegenza ospedaliera e, anche e soprattutto, del diritto del malato all'autodeterminazione. In particolare per quanto riguarda il controverso (ma sempre più attuale grazie ai progressi della tecnologia che anche Cavendish ha contribuito a favorire) tema del testamento biologico e del fine vita. Raggiungono l'obiettivo raccontandoci la vita di un uomo che ha inizialmente dovuto affidarsi (alla moglie Diana) e che poi insieme a lei ha compiuto delle scelte fondamentali sulle quali ci è data l'opportunità di riflettere lontani dalle polemiche e di fronte a uno schermo.

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LUN 13 - ORE 21.00
MAR 14 - ORE 21.00
MR. OVE
Regia di Hannes Holm.
Un film con Rolf Lassgård, Bahar Pars, Ida Engvoll, Filip Berg, Chatarina Larsson.
Commedia drammatica - Svezia, 2015, durata 116 minuti.

Il signor Ove ha 59 anni e non sopporta molte cose della vita moderna a partire dai burocrati di stato, fino a quelle offerte per cui se compri una cosa ha un prezzo, ma se ne prendi due pezzi è scontata. Ove è stato presidente di una comunità di villette e come tale ha imposto un ordine ferreo a tutti insieme all'amico Rune, ma i condomini si sono stancati di lui e gli hanno tolto il titolo. Ora anche la Saab, presso a cui ha lavorato per molti anni e a cui è sempre stato fedelissimo, ha deciso di poter fare a meno di lui, che si fa mandare in pensione. Indesiderato da tutti e senza alcun desiderio che non sia la perfetta cura della comunità, decide di togliersi la vita, ma i suoi piani vanno a rotoli per una serie di circostanze, su tutti l'arrivo della nuova vicina Parvaneh, di origini iraniane e con un marito svedese piuttosto imbranato.



Di vecchi burberi è piena la storia del cinema e appena ne vediamo uno in veste di protagonista sappiamo che prima o poi il bisbetico sarà domato. A fare la differenza è in questo caso l'aggiornamento alla convivenza multietnica, che però finisce per smorzare nella correttezza politica la causticità del protagonista.

Il signor Ove insomma non è certo il Clint Eastwood di Gran Torino, anche se per arrivare al cuore di entrambi fa da grimaldello una presenza femminile vicina di casa, di origini relativamente esotiche. Se per Clint era una determinata ragazza di etnia Hmong, qui è invece una donna iraniana, che cucina bene ma ha bisogno di lezioni di guida, oltre che di una mano in casa visto che il marito non sa, tra le altre cose, montare la lavastoviglie. Ad aumentare il coefficiente di irresistibilità della vicina c'è una figlia in arrivo, che si aggiunge alle due bambine a cui manca propio la figura di un nonno...

Nel mentre, a ogni tentativo di suicidio fallito, Ove rivede parti della sua vita, ricordando la sua relazione con la moglie Sonja, che di lui si era innamorata probabilmente perché lo riteneva buffo e che infatti non ha mai perso il sorriso. Tanto che lui le è ancora devotissimo e le porta spesso fiori al cimitero. Ha poi un ruolo chiave la moglie di Rune, che ha bisogno di una mano per difendere il marito dal prepotente stato sociale svedese, di cui Ove è nemico giurato fin da quando ha lottato per far installare una rampa per sedie a rotelle a scuola.

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Quest'ultimo elemento è piuttosto spiazzante, visto che lo stato sociale svedese sarà pur intrusivo ma sicuramente è anche molto avanzato e garantisce varie tutele, ignote in diversi altri Paesi europei. Tanto che i crudeli burocrati lottano per accollarsi le spese mediche del povero Rune all'interno di una casa di cura, insomma non si tratta esattamente di Equitalia che minaccia un pignoramento dei beni a qualche poveraccio. Ma visto che tutto è relativo, è pure ammissibile che per Ove questi burocrati, rappresentati con una arroganza sopra le righe, siano il Male incarnato. Il problema è che non causano una reale tensione drammatica se non quasi alla fine del film, così come non c'è niente che sorprenda nella stucchevole storia d'amore con la moglie. Ove inoltre è burbero ma a suo modo è anche educato, dunque non usa mai parole davvero inopportune. Se la può prendere malamente con la padrona di un piccolo cane che gli orina in cortile, mai si permetterebbe insulti razzisti né omofobi e finirà per ospitare in casa un ragazzo gay che, dopo aver fatto coming out, è in rotta col padre.
Tratto dal romanzo L'uomo che metteva in ordine il mondo di Fredrik Backman, Mr. Ove dunque ha il tipico protagonista dal un cuore d'oro, che oltretutto neppure lo nasconde molto bene ed è insomma burbero solo fino a un certo punto. Ma se il bisbetico è irragionevole solo che in certi dettagli, ecco che solo questi dettagli faranno sorridere e ripetendosi perderanno presto il loro effetto. Troppo presto per un film che invece si trascina per due ore verso un esito inevitabile, movimentato solo da un paio di facili scene strappalacrime. A essere davvero irresistibili sono le scene di tentato suicidio, provocatorie e irriguardose dei nostri tabù, ma finiscono per essere troppo poco e concentrate all'inizio di un film, che con il procedere si smorza inesorabilmente.

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di e con Francesca Merloni
con la partecipazione di Gianmarco Tognazzi
musiche originali composte ed eseguite al pianoforte da Remo Anzovino
scenografia Bruno Ceccobelli
regia Gianmarco Tognazzi

TRAMA
Una donna sola in una casa di campagna rifle-e sul suo modo di amare. La contrapposizione poetica e narrativa tra l’io femminile e l’io maschile, tra individui che si amano o si sono ama, e cercano le parole per sublimare il loro sentimento – dialogo che il pubblico ascolta coi toni di un duplice monologo – ha nella musica la terza voce, anch’essa protagonista fondamentale della pièce, in un crescendo di sensazioni.

«‘Guardiana’ è a tutti gli effetti un’opera contemporanea – dichiara Zichichi – con un libretto di scena scritto da una poetessa, in cui l'interpretazione verbale è melodia vocale, grazie ad un’emozionante recitazione dei due artisti e alla musica che la incardina».
«Il rapporto con la musica è essenziale – sottolinea Francesca Merloni - la mia ricerca personale è stata quella di considerare le parole come “suono” e trovare il loro senso più profondo. L'universo maschile, spesso così “altro” per noi donne – soprattutto se innamorate – si è rivelato un impulso molto fecondo per me». «Guardiana – aggiunge Gianmarco Tognazzi – mi dà la possibilità di interpretare il mio ruolo affidandomi totalmente alla poesia; ed è questa per me una esperienza nuova perché mi fa entrare in un territorio scomodo, mi fa sentire l’emozione che è nelle persone, mi apre al rischio di interpretabilità e quindi mi fa scoprire una nuova parte di me».

«È un lavoromoltomaturo, che tocca tutte le corde del cuore e che prevede, in chi ascolta, un bagaglio di vissuto molto intenso» dichiara il pianista e compositore Remo Anzovino. Molto suggestiva è anche la scenografia dell’opera teatrale. «'Ci vuole coraggio a scrivere amore sulla terra’ è una delle frasi della pièce che maggiormente mi hanno ispirato nella realizzazione di una macchina scenica teatrale - sottolinea Ceccobelli -,costruita su sei porte che girano su un unico perno». Su ognuna di esse ci sono i disegni dell’artista che completano l’intera rappresentazione.

PREVENDITA E INFORMAZIONI
info.cinemafilo@gmail.com
0372.411252


MER 8 NOVEMBRE
ORE 16.00 e 21.00
LA CORAZZATA POTËMKIN
Regia di Sergei M. Eisenstein.
Un film con Alexander Antonov, Vladimir Barsky, Grigori Aleksandrov, Aleksandr Levshin, Andrei Fajt.
Genere Drammatico - Russia, 1925, durata 68 minuti.

Odessa 1905: a bordo dell'incrociatore Potemkin vi è un grave malessere. I marinai mal sopportano i soprusi del comandante. La situazione degenera quando il marinaio Vakulincuk dà l'esempio ai suoi compagni rifiutandosi di mangiare la carne avariata. Scatta la repressione. Viene ordinata la fucilazione di una parte dell'equipaggio, ma i soldati si rifiutano di sparare. La rivolta si propaga quando Vakulincuk viene ucciso da un ufficiale. Tutta Odessa scende in piazza, l'esercito spara su tutti, donne, vecchi e bambini. Si viene a sapere che una flotta sta puntando su Odessa. Il Potemkin esce in mare per la battaglia. Ma, ancora una volta, dalla flotta non parte nemmeno una cannonata contro i "compagni".


Questo titolo è stato considerato per lungo tempo il più importante dell'intera storia del cinema, nel quadro del suo tempo, assume un valore enorme e su molti piani. Il film venne sponsorizzato nientemeno che dallo Stato sovietico per celebrare ancora una volta la rivoluzione.

Una "chiave" importante era il plot, una filosofia rivoluzionaria attribuiva a qualsiasi intreccio, alla fiction in sostanza, una funzione inutile e deteriore. Quindi bisognava attenersi alla ricostruzione esatta dei fatti. La seconda chiave è quella prettamente cinematografica: citiamo, per esempio, il famoso montaggio alla Eisenstein, che consisteva nel mostrare situazioni opposte che si articolavano fino alla loro soluzione (la folla che fugge, i cosacchi che attaccano, sequenze brevissime, fino alla folla decimata, eccetera).

Film leggendario, quindi, e oggetto di preciso culto da parte della critica "schierata". Ma non solo. Billy Wilder dichiarava che il Potemkin era uno dei titoli più importanti della sua giovinezza: "Uscito dal cinema ero un rivoluzionario...". Nel tempo il film ha perduto molti colpi, nelle classifiche è scivolato di parecchie posizioni. Rimane un grande esercizio e manifesto, ma è caduto... il comunismo.
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Soprattutto rimane l'equivoco generale che vuole attribuire al cinema la funzione di fare le rivoluzioni o di sedarle. Il cinema non ha il corpo per un simile esercizio. Il suo suggerimento, per quanto efficace, geniale e illuminato, è costretto a bruciare velocemente, e la sua grandezza sta in questo stesso limite, in questa sdrammatizzazione. Inoltre il cinema è storia-plot-fiction in assoluto, con la giusta misura fra l'invenzione e il reale. E la misura è esatta, per il cinema, come per la scrittura o per la musica.
Ogni "grande" invenzione, o ricerca o impennata, può valere strumentalmente nel suo tempo, a grande scapito di vedibilità postuma. La forza iperrepressionista del Potemkin è diventata, proporzionalmente, il suo limite. La memoria del cinema, paradossale, ricorda le pellicole contemporanee di Laurel e Hardy, per nulla serie, ma costruite con la misura del cinema. "Adesso" fanno ancora ridere, mentre "adesso" nessuno è più rivoluzionario. Nemmeno Billy Wilder.

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GIO 2 - ORE 21.00
VEN 3 - ORE 21.00
SAB 4 - ORE 18.30/21.00
DOM 5 - ORE 16.00/18.30/21.00

DOVE NON HO MAI ABITATO
Regia di Paolo Franchi.
Un film con Emmanuelle Devos, Fabrizio Gifuni, Giulio Brogi, Hippolyte Girardot, Isabella Briganti.
Genere Drammatico - Italia, 2017, durata 97 minuti.

Massimo è il delfino e il "figlio putativo" di Manfredi, celebre architetto della Torino bene. Francesca è la vera figlia del luminare, anche lei architetto di talento: ma con grande disappunto del padre la donna ha deciso di abbandonare la professione e trasferirsi in Francia con un marito che, secondo Manfredi, non vale un centesimo di quello che vale lei. Quando Francesca torna a Torino per fare visita al padre, Manfredi le affida l'incarico di portare a termine la ristrutturazione di una magnifica villa alle porte della città, affiancando Massimo nell'impresa. Il celebre architetto non sa (o forse sì) che fra Massimo e Francesca nascerà una forte attrazione, dovuta anche alle similitudini fra i due caratteri: entrambi introversi e timorosi di abbandonarsi alla vita e alle sue sorprese.


Paolo Franchi mette a frutto le sue qualità naturali, in particolare la familiarità con il ceto altoborghese e la capacità di gestire cinematograficamente gli spazi. Sono infatti gli spazi, o meglio, il modo in cui i personaggi si relazionano ad essi, i protagonisti della storia.

Massimo e Francesca si ritrovano incastonati in ambienti ricchi di privilegio e poveri d'aria, limitandosi a costruire per gli altri le case dei sogni, e tenendo invece intrappolati dentro di sé i loro desideri. Come suggerisce il titolo del film Franchi descrive spazi in cui nessuno, tranne il vulcanico e iconoclasta Manfredi, abita pienamente, e non è un caso che l'architetto 84enne appartenga ad una generazione lontana, mentre i cinquantenni Massimo e Francesca sono figli di un'epoca in cui il coraggio e l'iniziativa personale erano già compressi e frustrati. Franchi racconta la sua storia con estrema precisione di sguardo, avvalendosi della splendida fotografia di Fabio Cianchetti che sottolinea luci e ombre, e del montaggio rigoroso e pudico di Alessio Doglione che ci trattiene sulla soglia dei sentimenti. La recitazione di Fabrizio Gifuni ed Emmanuelle Devos nei panni di Massimo e Francesca è un gioco di sguardi che svela un'interiorità incandescente e di corpi che la trattengono a stento, mentre Giulio Brogi regala a Manfredi quella simpatia e fragilità che temperano il suo egocentrismo e la sua vanità d'artista.
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Dove non ho mai abitato racconta due solitudini e fotografa un'empasse borghese, nel solco di Antonioni e di Visconti, delimitata da pareti che apparentemente accolgono e in realtà comprimono fino a soffocare. Il soggetto vede fra gli autori la scrittrice Mariolina Venezia, la sceneggiatura è di Paolo Franchi con Rinaldo Rocco e Daniela Ceselli, e i dialoghi di Franchi e Rocco punteggiano con esattezza una storia fatta soprattutto di silenzi e di "non detti". Le musiche di Pino Donaggio sembrano composte per un thriller, ed è giusto così, giacché non c'è peggior crimine della soppressione di un anelito profondo e vitale. La cinepresa di Franchi mette spietatamente a fuoco ciò che conta e sfoca volutamente tutto il resto, ammorbidendo e sfumando una trama che è spietata nel raccontare un mondo di creature invisibili intente ad attraversare un silenzio interrotto solo dallo scricchiolio discreto di parquet di squisita fattura, a ricordarci che è l'immobile (reale e metaforico) il vero e unico padrone. E ad insinuare che lo spazio vuoto all'interno di Massimo e Francesca non sia fatto per essere riempito.

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MER 1 NOV
ORE 16.00 / 18,30 / 21.00

UNA DONNA FANTASTICA
Regia di Sebastian Lelio.
Un film con Daniela Vega, Francisco Reyes, Luis Gnecco, Aline Küppenheim, Amparo Noguera.
Genere Drammatico - Cile, Germania, 2017, durata 104 minuti.

Santiago del Cile. Orlando, un ultracinquantenne imprenditore tessile, ha una soddisfacente relazione con Marina e intende festeggiarne il compleanno con un viaggio alle cascate di Iguazu. La sera della ricorrenza ha un malore in seguito al quale cade dalle scale di casa. Marina lo porta all'ospedale e avvisa il fratello che sopraggiunge. Orlando è deceduto e Marina viene invitata dalla ex moglie a tenersi lontana dalle esequie e dalla sua famiglia. Non perché sia l'amante ma perché è un transgender.



Produttore di questo film è Pablo Larrain, un regista da sempre attento alle tematiche sociali, che questa volta decide di spezzare una lancia in favore dei diritti di chi, secondo i benpensanti, non dovrebbe averne alcuno.

Quello che emerge da ciò che deve subire Marina é uno scenario di quotidiana grettezza in cui i protagonisti non vedono o, meglio, fingono di non vedere la realtà. Marina è donna nel profondo e nella relazione che ha iniziato con Orlando non é contemplata alcuna forzatura né da una parte né dall'altra. La società invece le cerca anche quando non ci sono perché sembra non poter essere altrimenti. Ecco allora che, pur con tutte le cautele, la responsabile del servizio di tutela dei minori cerca tracce di colluttazione tra i due partner pur sapendo che Marina è maggiorenne e potendo constatare con facilità le circostanze che hanno visto Orlando cadere per le scale e causarsi ferite ed ematomi. La ex moglie si erge a sua volta a difesa del coniuge e dell'onore della famiglia quasi che all'uomo spettasse la medaglia dell'innocente irretito nel gorgo della perversione. L'unico in grado di comprendere la situazione, ma impossibilitato ad andare oltre le convenzioni, finisce con l'essere il fratello del defunto.

Il punto di forza di questo film dalla struttura e dalla recitazione che potremmo definire 'classiche' è dato dal continuo confronto tra l'esplorazione a tentoni del mondo compiuta nell'adolescenza e lo sforzo di garantirsi un modus viventi privo di scosse nell'età matura. Dalla gabbia delle scuole superiori gli studenti sono pronti per entrare nella più grande gabbia dell'università e intanto si guardano intorno cercando di trovare un filo di Arianna nel labirinto dei sentimenti e del rapporto con la Cultura e con la Storia (quella dei singoli e quella dei popoli). Ma i sentimenti accesi e le frustrazioni altrettanto difficili da controllare anche (e soprattutto) sul piano della sessualità possono produrre reazioni tanto aspre da lasciare segni indelebili a cui non è facile attribuire quel 'senso di una fine' a cui fa riferimento il titolo originale.

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VEN 3 - ORE 18.30
 BARBIANA 65'
Regia di Alessandro D'Alessandro.
Un film Genere Documentario - Italia, 2017, durata 94 minuti.

Il recupero integrale del materiale filmato girato dal regista Angelo D'Alessandro nel dicembre del 1965 a Barbiana, protagonisti don Lorenzo Milani e i suoi allievi, diventa l'occasione per far riemergere con forza l'attualità del messaggio del Priore a cinquant'anni dalla morte e ricordare a tutti la sua grande lezione. E un pensiero - concreto - di straordinaria organicità, che fanno di Milani un'esperienza intellettuale, radicale, utopica e politica, di livello almeno europeo. Ben oltre i confini di un piccolo paese, di una nazione, e del suo tempo.



In sala la rivoluzione di don Milani

"L'obbedienza non è più una virtù". E' una delle frasi simbolo del pensiero di don Lorenzo Milani, il prete scomodo che con l'esperienza rivoluzionaria della scuola di Barbiana, piccolo villaggio del Mugello in Toscana che divenne laboratorio permanente di coscienza, affermò con chiarezza il diritto allo studio e al senso critico per i figli di operai e contadini, quei ragazzi che nella scuola classista degli anni '60 finivano quasi sempre per interrompere gli studi. Mentre da lui nessuno doveva restare indietro. Dell'autore di “Lettera a una professoressa” sono rimaste poche immagini, anzi nessuna. O almeno così si pensava fino a poco tempo fa. In realtà  nel dicembre del 1965 un regista, Angelo D’Alessandro, salì per quella strada fangosa. Voleva intervistarlo perché era scoppiato lo scandalo dell’obiezione di coscienza dopo la sua lettera ai cappellani militari in cui parlava di non violenza. Ma l’incontro con don Lorenzo e i suoi ragazzi cambiò il punto di vista e gli obiettivi di quel cineasta di formazione cattolica. Raccolse una testimonianza destinata a restare unica, perché Milani aveva sempre detto di no a chi voleva riprenderlo e perché due anni dopo, il 26 giugno del '67, sarebbe morto all'età di 44 anni. Sono le uniche immagini esistenti in cui don Lorenzo narra, parla e spiega.


Oggi quelle immagini, a lungo rimaste invisibili, sono tornate nel documentario Barbiana '65 La lezione di don Milani, realizzato Alessandro G.A. D'Alessandro, figlio di Angelo, nel frattempo scomparso. Il film è prodotto da Laura e Silvia Pettini per la Felix in collaborazione con la Fondazione Don Lorenzo Milani in coproduzione con Istituto Luce Cinecittà, che lo distribuisce dal 16 ottobre e che ha messo a disposizione immagini dell'Archivio storico, mentre altri materiali provengono, oltre che dal Fondo Angelo D'Alessandro, dagli Archivi della Fondazione Don Lorenzo Milani e privati, dalla Fondazione per le Scienze religiose Giovanni XXIII e dal Centro Televisivo Vaticano.

"Mio padre - racconta Alessandro D'Alessandro - aveva una estrema discrezione nel riprendere che gli veniva dalla sua formazione neorealista, ma anche dal suo carattere schivo. Trascorse un giorno intero a Barbiana, dove era andato sperando di intervistare Milani sulla polemica. Era partito con la sua 16 mm, le bobine audio e un operatore". Mangiò con loro e quando don Lorenzo gli chiese cosa volesse, fece a sua volta una domanda, chiese di Marcellino, quel bambino piccolo che non parlava e che stava sempre attaccato al priore. Fu a quel punto che il prete intuì che poteva fidarsi di lui. "Aveva cacciato giornalisti televisivi famosi, ma quella volta accettò di fare lezione davanti alla macchina presa e fu tanto disponibile da arrivare a dire messa per finta davanti alla macchina da presa".

Di quei materiali andò in onda solo un breve servizio di 5' trasmesso da un rotocalco Rai (Boomerang) e poi circolato in varie forme. Ora le riprese, preziose per capire chi era Milani e chi fossero i suoi allievi, formano un preciso ritratto dell'uomo e del suo magistero insieme alle testimonianze di tre figure chiave. L'insegnante Adele Corradi, oggi 92enne, sempre a fianco di Milani nella scuola, Beniamino Deidda, ex procuratore generale di Firenze, che dopo la morte di Lorenzo ha continuato a insegnare a Barbiana, don Luigi Ciotti, sacerdote vicino per spirito e sensibilità a quell'esperienza. "Rappresentano i tre pilastri della sua visione: scuola, Costituzione e Vangelo", sintetizza D’Alessandro.

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Milani all'epoca fu non compreso se non inviso dalla Chiesa ufficiale. Poi dimenticato e cancellato. Oggi Papa Francesco l'ha pienamente rivalutato, citando le sue parole e andando a pregare sulla sua tomba: "Vorrei poter diventare come questo prete coraggioso", ha detto Bergoglio. "Oggi Milani si potrebbe dedicare a tante cose, magari ai migranti, come don Massimo Biancalani, il sacerdote che ha portato alcuni profughi in piscina suscitando reazioni violente. Ma soprattutto continuerebbe a occuparsi di scuola, a insegnare ai giovani a pensare”. E D’Alessandro ricorda che suo padre portò a Barbiana due film. “Aveva con sé La tragedia della miniera di Pabst e Ombre rosse di John Ford. Li proiettarono in 16 mm e, dopo averli visti tre o quattro volte, contestarono il film di Pabst perché era pieno di luoghi comuni e Ombre rosse perché stava dalla parte dei bianchi e non degli indiani. Erano così, mettevano tutto in discussione. Pensate che Milani fece portare via la televisione da Barbiana perché non si poteva fermare per rivedere le immagini”.



E non manca un accenno alle accuse lanciate, e poi ritirate, da Walter Siti, che aveva scorto in Milani una somiglianza con il suo personaggio di prete pedofilo: “Quando parla di amore per i ragazzi, dice esplicitamente, se si sta per cadere nella sporcizia, bisogna andare dove c'è ancora più povertà”.

A Venezia 74 il film è stato proiettato come evento speciale alla presenza anche di Adele Corradi e di tre ex ragazzi della scuola. Michele Gesualdi, presidente della Fondazione Milani, così scrive di quelle immagini salvate dall'oblio: “Quella pellicola era un dono per noi ragazzi, per ricordarci del nostro Priore e della nostra scuola, della nostra storia di giovani uomini e giovani donne”. Mentre Adele Corradi dice: "Ho provato a dissuadere il regista a fare il film, perché don Milani è diventato un fossile, come Garibaldi, Mazzini e Cavour. E' finito sulla Settimana Enigmistica. Eppure dopo aver visto Barbiana '65 ho capito che era un veicolo per spiegare, a chi non c'era, chi fosse davvero. Non un fossile, non un santino, ma un uomo utile anche a noi oggi". 

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BLOW-UP
Regia di Michelangelo Antonioni.
Un film Da vedere 1966 con David Hemmings, Sarah Miles, Vanessa Redgrave, Jane Birkin, Peter Bowles, John Castle.
Commedia - Gran Bretagna, Italia, 1966, durata 108 minuti.

A Londra, un fotografo di moda crede di aver visto (e fotografato) un omicidio. Cerca di arrivare alla soluzione del mistero, ma non ci riesce. La realtà ha molte facce, persino l'evidenza, persino un'immagine impressionata su lastra possono essere negate. Il film parte come un "mistery" ma si rivela ben presto una fascinosa meditazione sul divario (ammesso che ci sia) fra realtà e fantasia. A differenza di altri film di Antonioni, Blow up è opera forse più tempista che valida. Capitò in un momento in cui il pubblico era interessato ai temi esistenziali, agli ermetismi di linguaggio, alle opere prive di trama. La portentosa fotografia di Carlo di Palma cattura gli scorci più suggestivi della Londra dei Beatles e di Carnaby Street e riprende (velocemente) le nudità della Redgrave.


Restaurato da Cineteca di Bologna, Istituto Luce – Cinecittà e Criterion, in collaborazione con Warner Bros. e Park Circus presso i laboratori Criterion e L’Immagine Ritrovata, con la supervisione del direttore della fotografia Luca Bigazzi

Il primo film in lingua inglese di Michelangelo Antonioni, tratto da un racconto di Cortázar. La swinging London, magnificamente esaltata dalle invenzioni cromatiche di Carlo di Palma, le mode giovanili, la musica e la contestazione, servono ad Antonioni per mettere in scena l’avventura di uno sguardo. Una fotografia scattata per caso rivela, ingrandita, le presunte tracce di un delitto. E l’incapacità dell’uomo contemporaneo, e dell’artista, di far presa sul reale.
Blow-up è un film che si presta a tante interpretazioni, perché la problematica cui si ispira è appunto l'apparenza della realtà. [...] L'esperienza del protagonista non è né sentimentale né amorosa, riguarda piuttosto il suo rapporto con il mondo, con le cose che si trova di fronte. È un fotografo. Un giorno fotografa due persone al parco, un elemento di realtà che sembra reale. E lo è. Ma la realtà ha in sé un carattere di libertà che è difficile spiegare. Questo film, forse, è come lo Zen: nel momento in cui lo si spiega lo si tradisce. (Michelangelo Antonioni)


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GIO 5 - ORE 21.00
VEN 6 - ORE 21.00
SAB 7 - ORE 18.30/21.00
DOM 8 - ORE 16.00/18.30/21.00
LUN 9 - ORE 21.00
L'INCREDIBILE VITA DI NORMAN
Regia di Joseph Cedar.
Un film con Richard Gere, Lior Ashkenazi, Michael Sheen, Steve Buscemi, Charlotte Gainsbourg.
Genere Drammatico - USA, Israele, 2016, durata 117 minuti.

New York. Norman Oppenheimer si qualifica come uomo d'affari. La sua vita consiste nel cercare di soddisfare le necessità altrui sperando di ricevere in contraccambio rispetto e ammirazione. Un giorno riesce ad avvicinare un uomo politico israeliano e a comprargli un costoso paio di scarpe. Quando diverrà il premier del suo Paese Norman potrà ricevere quella considerazione che ha sempre desiderato. Ma per quanto?
Le radici di questo film affondano nella storia della cultura ebraica e nella letteratura. Joseph Cedar, che è nato a New York ma dall'età di sei anni vive a Gerusalemme, ha studiato la figura dell' "Ebreo cortigiano" cioè di colui che mette il suo talento al servizio di un potente per poi ritrovarsi vittima di invidie e ostilità. È un personaggio che si trova nella Bibbia (vedi Giuseppe e il Faraone) per poi ripresentarsi nel "Mercante di Venezia" di Shakespeare, nel Fagin dell'"Oliver Twist" dickensiano o nel Leopold Bloom dell'"Ulisse" di Joyce.



Come trasferire nell'attualità questa figura quasi archetipa? Trasformandolo in un 'faccendiere', una persona che aiuta gli uomini di potere ad ottenere ciò che vogliono ma a cui non possono arrivare direttamente. Non molti registi e produzioni avrebbero pensato a Richard Gere per questo ruolo.

Cedar lo ha fatto e ha centrato l'obiettivo. Gere si cala nei panni e nella psicologia di Norman con un mimetismo straordinario. Nei panni perché la sua eleganza ha sempre dei tratti di inadeguatezza; il suo cappotto, le sue camicie , la sua giacca non sono mai 'davvero' giusti. Così come non lo è mai il credito che si attribuisce millantando conoscenze e contatti ai livelli più elevati del mondo degli affari. Ma Norman non è un imbroglione con il cosiddetto pelo sullo stomaco. È un uomo profondamente solo che ha bisogno, per sentirsi vivere, di essere accettato e riconosciuto come necessario dagli altri. Questo comporta frustrazioni (quando le sue supposte relazioni si rivelano inesistenti) ma anche momenti di esaltazione e di trionfo quando chi detiene il potere lo ammette nella propria cerchia ristretta. Chi però dipende dall'approvazione altrui, dal bisogno che gli altri hanno dei suoi servigi (reali o presunti che siano) non assurge mai, anche se si illude che non sia così, alla dignità di persona. Perché è solo trovando la giusta misura di autostima che un essere umano può riconoscersi come tale oppure compiendo scelte che dipendano esclusivamente da se stesso. Norman si troverà ad affrontare la questione e dovrà prendere una decisione che coinvolgerà molti di coloro per i quali si è messo in gioco.
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SAB 30 - ORE 18.30/21.00
DOM 1 - ORE 16.00/18.30/21.00
UNA FAMIGLIA
Un film di Sebastiano Riso.
Con Micaela Ramazzotti, Patrick Bruel, Pippo Delbono, Fortunato Cerlino, Marco Leonardi.
Drammatico, durata 119 min. - Italia, Francia 2017.
V.M. 14 ANNI

Roma, oggi. A un primo sguardo Vincent, cinquantenne francese che delle sue origini ha mantenuto soltanto l'accento, e Maria, di una quindicina di anni più giovane, sembrano una coppia simile a tante altre. Quando prendono il metrò, si siedono vicini, abbracciati. Quando tornano a casa, fanno l'amore con passione, legati a doppio filo da un'attrazione reciproca che di solito caratterizza gli esordi di una storia d'amore e non i rapporti consolidati come il loro. In una quotidianità vissuta prevalentemente al riparo delle mura di casa, anche la presenza di persone esterne sembra non soltanto superflua, ma persino evitata, come se entrambi bastassero all'altro e il resto del mondo non avesse importanza o, addirittura, non esistesse. Eppure, a uno sguardo più attento, è difficile non notare piccoli segni di inquietudine che provengono dalla metà femminile di questa coppia all'apparenza così unita. Maria è troppo vulnerabile (e troppo innamorata) per affermare il proprio malessere. E i suoi tentativi di ribellione, più che indicare una reale volontà di allontanamento dal compagno, assomigliano a richieste d'aiuto quasi disperate rivolte al suo "Vincenzo", e da lui puntualmente ignorate. Quello che Vincent non sembra capire è che Maria non sta mettendo in discussione il loro rapporto, ma il progetto di vita che finora hanno portato avanti insieme e che, di quell'isolamento dal mondo, è stato ed è tuttora il vero e unico motivo: un progetto spaventoso e segreto che Maria non ha più intenzione di far convivere con il suo amore.




Una scritta all'inizio avverte che la trama di Una famiglia, sceneggiata da Riso insieme a Andrea Cedrola e Stefano Grasso, è "ispirata a storie vere", ma la lettura del film ha luogo su due piani divergenti: quello realistico e quello metaforico.




MER 13 DIC - ORE 21.00
IO DANZERO'
Regia di Stéphanie Di Giusto.
Un film con Soko, Gaspard Ulliel, Melanie Thierry, Lily-Rose Depp, François Damiens.
Genere Biografico - Francia, 2016, durata 108 minuti.

Loïe Fuller, adolescente irrequieta che legge Shakespeare e tira col lazo, cresce col padre nel West americano. Alla morte violenta del genitore ripara in città dalla madre, una donna timorata di dio che vorrebbe farne una bigotta. Stretta negli abiti che la madre le cuce addosso, Loïe sogna di fare l'attrice e di calcare il palcoscenico. Tra un'audizione e una delusione trova il gesto che cambierà la sua vita e la condurrà dall'altra parte dell'oceano. Sprofondata dentro un mare di seta e attrezzata con lunghe bacchette inventa una danza impalpabile e illuminata da effetti cromatici. Ma l'America non è ancora pronta ad accogliere la sua visione, traslocata a Parigi trova un mondo all'altezza del suo talento. A contatto con i teatri e i movimenti artistici perfeziona la sua performance e diventa icona indiscussa al debutto del Ventesimo secolo.



Figura di prua della Parigi avanguardista, pioniera della danza contemporanea, ammirata da Mallarmé e Lautrec e 'scolpita' da Rodin, Loïe Fuller fu musa e impresaria di una stagione gloriosa. Prima performeuse della storia, inventa un gesto, cerca spazi espressivi e sotto metri di tessuto leggero sboccia sulla scena come una farfalla.

Biografia romanzata, La danseuse di Stéphanie Di Giusto è meno interessata al carattere avanguardista della sua eroina e molto concentrata sul corpo della Fuller, che inventa la danza serpentina, caleidoscopica estremizzazione della skirt dance. Le sue straordinarie doti, imprenditoriali prima che motorie, producono uno spettacolo strabiliante che cattura la natura con la tecnica. Trasfigurata in fiore, farfalla, fiamma da veli avvolgenti, bacchette che prolungano i movimenti delle braccia e proiezioni colorate che disegnano illusioni sulla seta, la Fuller è il punto di incontro fondamentale tra il cinema e la danza. Perché come coglie bene la Di Giusto, l'arte dell'artista americana è oltre la danza. 

A dispetto del titolo, la Fuller non era propriamente una 'ballerina', non lo era nel senso delle architetture di movimento e di tecniche o stili precisi, lo era piuttosto nel senso di arte del corpo. Spazio e vibrazioni del corpo sono stati la materia prima della sua danza 'filtrata' dalla luce. Visionaria che si fece stella con una disciplina tenace e la manipolazione dei tessuti con raggi luminosi sapientemente diretti, i suoi spettacoli teatrali diventano pienamente cinematografici come dimostra La danseuse, film ipnotico e ammaliante. Attraverso sequenze suggestive la regista riproduce le figure mutevoli e le immagini oniriche ma fascinosamente presenti allo sguardo generate dalla Fuller, 'fissata' a un meccanismo invisibile al pubblico.

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