PROSSIMAMENTE

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VEN 23 AGO - 21.00
SAB 24 AGO - 21.00
DOM 25 AGO - 21.00
CHARLIE SAYS
Regia di Mary Harron.
Un film con Hannah Murray, Sosie Bacon, Marianne Rendón, Merritt Wever, Suki Waterhouse.
Drammatico - USA, 2018, durata 104 minuti.


Leslie Van Houten, detta Lulu, Patricia Krenwinkel detta Katie e Susan Atkins detta Sadie sono tre "Manson's Girls", ossia ragazze appartenute alla setta di Charles Manson, coinvolte nei suoi efferati crimini e condannate a lunghe pene dalla giustizia americana. Karlene Faith è una sorta di assistente sociale che opera nel carcere femminile dove le tre sono rinchiuse e si offre di lavorare con loro, cercando di fare quello oggi si definisce deprogrammazione. Le tre infatti, anche alcuni anni dopo la condanna, sono ancora incantate dalle parole di Manson, che ripetono a ogni occasione come un insegnamento di vita.


Charlie Says si pone così come una visione dell'altra faccia della medaglia, raccontando l'umanità soggiogata dalla setta, ma pure l'importanza che aveva la sorellanza femminile all'interno di quel microcosmo, una versione quindi femminista che naturalmente però non nasconde i crimini delle ragazze.

Diretto da Mary Harron, che con la sua carriera spesso relegata in TV testimonia la giustezza delle rivendicazioni del #timesup riguardo le poche possibilità concesse alle registe in quel di Hollywood, il film è sceneggiato dalla sua rodata collaboratrice Guinevere Jane Turner, con cui Harron aveva già lavorato in American Psycho e The Notorious Bettie Page.

Turner qui, oltre ad aver fatto lunghe ricerche ed essersi avvalsa di ben 20 fonti dirette, ha trovato una spinta verso l'autenticità anche nel proprio vissuto personale, di ragazza cresciuta in un culto. La sceneggiatrice aveva infatti raccontato la propria infanzia in un lungo articolo su "The New Yorker" intitolato appunto "My Childhood in a Cult", dove narrava gli undici anni passati con la famiglia al seguito della comunità di Mel Lyman, i cui seguaci erano convinti che un giorno sarebbero arrivati a vivere su Venere.

Le due autrici hanno scelto di ridurre la mistica intorno a Charles Manson scritturando per la parte Matt Smith, noto soprattutto per le serie Doctor Who e The Crown e di certo non il più carismatico né malefico degli attori. Infatti il suo Manson non ha alcuna grandeur ed è più che altro un invasato, non poco razzista, che fallisce nei propri sogni di gloria musicali e da lì in poi trascina il proprio gruppo in un crescendo di follia. Manson è descritto anche come misogino, ciò nonostante molte ragazze sono al suo seguito perché, al di là dei suoi momenti più brutali, le lascia libere di fare quello che vogliono e soprattutto di farlo insieme, fingendo di rispettarle. Nelle giovani che sono al suo fianco la possibilità di avere un ruolo del genere appare irresistibile, tanto che lo sopportano anche quando le umilia o diventa manesco, del resto Manson amava umiliare anche i maschi, come si racconta nella storia di Tex Watson, qui interpretato dal belloccio Chace Crawford (Gossip Girl).

Ai flashback di Lulu, la più prominente tra le tre ragazze e l'ultima a entrare nel gruppo, sono alternate le sessioni di terapia di gruppo con Karlene, che lentamente smonta il mito e le assurdità di Manson, avvalendosi a un certo punto anche di un collega nero che spieghi quanto fossero razziste le idee del guru. Se il film ha un limite è di non raccontare come invece Sadie e soprattutto Katie, che ha un ruolo quasi di leader, siano state affascinate da Manson, del resto attraverso Lulu si vede come una ragazza entra nella "Manson Family" vedendo Charlie già per quello che è, senza illusioni di una precedente conoscenza magari più intima. Inoltre Lulu, a differenza delle altre, non è innamorata di lui e descrivere il suo percorso è cruciale nel mostrare come fosse in larga parte lo spirito di comunità femminile a esercitare su di lei un grande fascino, più del guru e delle sue pessime canzoni.

Forse più interessante che appassionante, perché sceglie intenzionalmente una prospettiva poco eclatante, Charlie Says è un ottimo esempio di "female gaze" cinematografico, ossia di quanto una prospettiva diversa possa svelare nuovi dettagli o retroscena di una storia, anche della più arcinota. Inoltre la deprogrammazione delle ragazze è un controcanto alla loro fascinazione per Manson e anche se non sarà il più eccitante dei soggetti, l'umanità infusa ai personaggi dalle interpreti (Hannah Murray, Sosie Bacon, Marianne Rendón e Merritt Weaver nei panni di Karlene) riesce ad andare oltre la mostruosità dei crimini e trovare empatia anche in queste "mostruose" ragazze.

(fonte - https://www.mymovies.it)

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