PROSSIMAMENTE

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GIO 11 APR - ORE 21.00
VEN 12 APR - ORE 21.00
SAB 13 APR - ORE 18.30 / 21.00
DOM 14 APR - ORE 16.00 / 18.30 / 21.00
ORO VERDE
C'ERA UNA VOLTA IN COLOMBIA
Regia di Cristina Gallego, Ciro Guerra.
Un film con Carmiña Martínez, José Acosta, Jhon Narváez, Natalia Reyes, José Vicente.
Drammatico - Colombia, Danimarca, 2018, durata 125 minuti.


Alla fine degli anni Sessanta, in Colombia, nella regione settentrionale abitata dagli indiani Wayuu, che ancora vivono di pastorizia e coltivazione della terra, l'ambizioso Rapayet sposa la giovane Zaida. In poco tempo, il ragazzo convince delle proprie capacità imprenditoriali i capiclan e avvia un fiorente commercio di marijuana verso gli Stati Uniti alleandosi per interesse con una famiglia rivale. La ricchezza derivante dal narcotraffico modifica radicalmente lo stile di vita della comunità di Rapayer e conduce nel corso degli anni Settanta a uno scontro fratricida con gli alleati, che verrà combattuto cercando di rispettare usi e tradizioni di un mondo in via di sparizione.



Oro verde è un film antropologico che si trasforma inaspettatamente in un gangster movie seguendo la disgregazione di un popolo nel passaggio da un'economia arcaica a una di tipo capitalistico.

«30 capre, 20 mucche, 5 collane e 2 muli»: è la dote pagata da Rapayet per sposare Zaida all'inizio di Oro verde - C'era una volta in Colombia (versione italiana a metà tra Herzog e Leone dell'originale Pajaros de verano). Negli anni '60 del '900, un popolo che ha saputo difendersi «contro i pirati, gli inglesi, gli spagnoli e i governi» preserva ancora intatta la sua natura fuori dal tempo. Come nel precedente El abrazo dela serpiente, Ciro Guerra - a cui si aggiunge alla regia la co-sceneggiatrice e produttrice Cristina Gallego - lavora da antropologo, riprendendo con sguardo documentaristico il rituale di corteggiamento dei Wayuu e indagando le dinamiche interne a una comunità.

Ma laddove non ha potuto la Storia, possono il denaro e l'economia di mercato: i soldi ricavati dal narcotraffico verso il Nord America mutano nel giro di pochi anni la geografia umana e sociale della famiglia di Rapayet. I muli sono sostituiti dalle jeep, i coltellacci dalle pistole, un raggruppamento di capanne da un fortino blindato, e il film stesso si trasforma in un gangster movie sull'ascesa e la caduta di un narcotrafficante.

La violenza e il calcolo economico diventano i principi regolatori di un mondo che evolve alla velocità della luce, ma che, paradossalmente, nel momento in cui si allontana dalle proprie radici si ritrova attorno alle proprie tradizioni. A differenza infatti di quanto avviene nel cinema americano - a cominciare dai film di Scorsese o dalla saga del Padrino, in cui la parabola ascendente della mafia italoamericana porta a una perdita dei legami col passato - nella guerra tra i clan Wayuu a dominare sono regole ancestrali fatte rispettare dai membri anziani.

I rituali di vendetta e di compensazione del sangue compiuti in nome della sete di potere non sono diversi da quelli matrimoniali dell'incipit, ma sono di segno opposto, presagi di morte e di tragedia, e sono raccontati con modalità che non appartengono più alla natura di chi li pratica.

Senza alcun riscontro con l'evoluzione della società colombiana - che nell'arco temporale del film entra nella modernità e vede l'affermarsi dei cartelli della cocaina di Medellin - la guerra fratricida dei Wayuu esce progressivamente dalla Storia ed entra in una dimensione simbolica che documenta alla pari di un saggio d'antropologia l'annientamento di un popolo.

Il passaggio stesso del film da uno sguardo di tipo etnografico a uno spettacolare - con la scena dell'assedio al castello che potrebbe appartenere a un action americano - testimonia di una trasformazione epocale che non riguarda solamente l'economia di una società, ma più in generale e in modo ancora più drammatico la sua cultura e il suo immaginario inevitabilmente colonizzati.

(fonte - https://www.mymovies.it)

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