PROSSIMAMENTE






VEN 1 FEB - 21.00
SAB 2 FEB - 21.00
DOM 3 FEB - 16.00 / 18.30
LA DOULEUR
Regia di Emmanuel Finkiel.
Un film con Mélanie Thierry, Benoît Magimel, Benjamin Biolay, Shulamit Adar, Grégoire Leprince-Ringuet.
Drammatico - Francia, Belgio, Svizzera, 2017, durata 127 minuti.


Giugno 1944, la Francia è sotto l'occupazione tedesca. Lo scrittore Robert Antelme, maggior rappresentante della Resistenza, è arrestato e deportato. La sua giovane sposa Marguerite Duras è trafitta dall'angoscia di non avere sue notizie e dal senso di colpa per la relazione segreta con il suo amico Dyonis. Pronta a tutto per ritrovare suo marito, si lascia coinvolgere poi in una relazione ambigua con un agente francese della Gestapo, Rabier, l'unico a poterla aiutare. La fine della guerra e il ritorno dai campi di concentramento annunciano a Marguerite l'inizio di un'attesa insostenibile, un'agonia lenta e silenziosa nel mezzo del caos della liberazione di Parigi.


Con qualche libertà e una sublime delicatezza, Emmanuel Finkiel rilegge il celebre romanzo di Marguerite Duras che lo sconvolse a 19 anni.

"Questa donna che attende il ritorno del marito dai campi di concentramento faceva eco alla figura di mio padre, una persona che aspettava sempre. Anche quando ebbe la certezza che la vita dei suoi genitori e di suo fratello era finita ad Auschwitz". Il regista di Voyages e Je ne suis pas un salaud adatta il testo della grande scrittrice per arrivare a una considerazione universale su un sentimento proprio di tutti gli uomini. L'opera di Finkiel non è un biopic su Marguerite Duras, ma un diario intimo del dolore, un ritratto della presenza dell'assenza, un viaggio interiore di un'anima ripiegata su se stessa che Mélanie Thierry ha saputo brillantemente portare alla luce. L'attrice francese attraversa magistralmente l'evoluzione di Marguerite Duras dagli anni della sua gioventù a quelli della sua maturità.

"Di fronte al camino, il telefono, è affianco a me. A destra, la porta del salone e il corridoio. In fondo al corridoio, la porta d'ingresso. Potrebbe ritornare direttamente, suonerebbe alla porta d'ingresso: "Chi è? - Sono io". Finkiel così annuncia l'attesa, citando in apertura del film l'inizio del romanzo, tratto dal giornale personale che Duras aveva scritto dopo l'arresto di suo marito nel '44, e poi a lungo dimenticato. Tra diario intimo e racconto, il film traduce fedelmente in immagini il romanzo aspro e ardente attraverso un'esemplare messa in scena e la distanziazione propria della scrittura di Duras, senza rinunciare ad esplorare la violenza dei sentimenti. Lo sdoppiamento, l'alienazione della donna che si guarda allo specchio, si osserva dall'esterno nelle immagini che finiscono per offuscarsi, rende ancor più potente la descrizione delle emozioni.


Le cravatte dimenticate nell'armadio, la cucina silenziosa, la casa vuota, abitata dall'assenza raccontano il dolore di Marguerite che diventa presto anche una paura, una vergogna, quella di dipendere da un ambiguo agente della Gestapo, l'unico suo legame con il marito scomparso. Tra i due inizia una partita di scacchi tra date e luoghi di Parigi in incontri al limite della seduzione in cui ognuno pensa di poter manipolare l'altro. Il dolore di Marguerite, infine, lascia spazio al senso di colpa a cui il suo amante Dionys Mascolo (Benjamin Biolay) la mette di fronte: "Ogni giorno di attesa ti sei distaccata (da Robert), ogni giorno di più. E questo non lo sopporti". Marguerite con un filo di voce risponde "sei un bastardo", prima di cadere nelle sue braccia.

"Niente più dolore. Non esisto. Allora, perché attendere Robert Antelme? Perché lui piuttosto che un altro? Cosa attende lei davvero?", citando fedelmente alcuni passi del romanzo che Mélanie Thierry legge in modo quasi ipnotico, Finkiel segue Marguerite infine alienata da se stessa, che quel passaggio dalla prima alla terza persona il romanzo ben sottolinea. Attraverso una Parigi grigia, umiliata, ferita, osservata attraverso le persiane chiuse di casa di Marguerite, Finkiel segue l'evoluzione della donna attraverso quel "disordine fenomenale del pensiero e del sentimento", di cui Duras parlava nel preambolo del suo romanzo.

Attraverso lo sguardo di Marguerite, ripresa in lunghi e numerosi primi piani, il regista ricostruisce, anche sulla base della storia personale, quella Parigi sottomessa, costretta a convivere con il nemico, condannata al silenzio di Stato sullo sterminio degli ebrei, di cui non si seppe nulla fino alla fine degli anni '60. La scena di Marguerite vestita di rosso, che in bicicletta attraversa Parigi deserta durante il coprifuoco, sorda ai rumori esterni, rimane dunque l'immagine più emblematica di una città che aveva voglia di ricominciare a vivere, di una donna che voleva ricominciare a esistere.

Infine, Finkiel si prende qualche licenza rispetto al romanzo, mettendo in risalto la sorte degli ebrei che è solo accennata nel testo, o rifiutando di mostrare il corpo di Robert, morto vivente che ritorna a casa, se non attraverso la disperazione della moglie. Eppure, in un'ultima scena su un'assolata spiaggia italiana su cui Robert si staglia come una filiforme figura in controluce, Finkiel lascia l'ultima parola a Marguerite Duras: "Sapevo che sapeva, sapeva che a ogni ora di ogni giorno, io lo pensavo: Robert non è morto ai campi di concentramento".

(fonte - https://www.mymovies.it)

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