IN CARTELLONE

DE MAIN DE MAITRE
Un film di BRUNO MONSAINGEON
IL REGISTA SARA' PRESENTE IN SALA


Un film su Pollini? No, impossibile. Il pianista non ama le parole, le interviste, le fotografie, le esibizioni di sé. È intriso di una timidezza senza aggettivi: anche dopo il concerto di maggiore successo, con la sala davanti che lo osanna, sembra sempre volersi nascondere. Sparire dietro o dentro al pianoforte. Felice. Ma trattenuto. Puoi coinvolgerlo in una conversazione sull'uso dell'armonia in Chopin, oppure su come dirigeva Kleiber. Però a patto che non si scivoli nel privato, che non si vada a chiedere un fatto personale, concreto. Lì cala il silenzio. Pollini non lo catturi mai. Pollini non sarà mai completamente contenuto in una intervista. Un film su di lui?
No? Sì. De main de maître è stato presentato in prima assoluta a Montreal, nella primavera scorsa, al trentaduesimo Festival internazionale del film d'arte (Fifa) e debutta in Italia venerdì 29 agosto a Bolzano, nell'ambito del ricco Festival dove il pianoforte e le orchestre giovanili troneggiano, mentre sono in corso le selezioni del Concorso Busoni. Il mago, che è riuscito a cogliere Pollini raccontandolo in un perfetto ritratto, pieno di musica per squarci veementi e di frasi smozzicate ma lapidarie, è Bruno Monsaingeon.

Un grande ritratto si fa di dettagli. Più sono minuti, cifrati, più creano legami. Monsaingeon apre il suo film con lo schermo a tutto campo su una scarpa di Pollini. Nera, lucida, traforata. È al lavoro sul pedale del pianoforte, durante un concerto. Dettaglio minuscolo: è slacciata. Un granello di non ordine nel musicista più impeccabile. Anche nel film, nella fotografia dove è bambino, di pochi anni, con un gesto buffo della mano (e non al pianoforte) appare vestito di tutto punto, con tanto di cravatta ovviamente, e di forcina a fermare un boccolo ribelle.
Altro dettaglio, che esalta il ritratto: l'ultima parola del film (55 minuti, distribuito da EuroArts) è una battuta colta al volo, ma che vale un libretto di Da Ponte. Monsaingeon ha ben scandagliato il pianista, gli ha chiesto di tutto: famiglia, esordi, amici, la Milano in piazza negli anni Sessanta, l'impegno politico, i maestri, Rubinstein e Michelangeli. Le risposte sono uscite asciutte, sempre pronte a smorzarne qualsiasi tentazione di enfasi: «Lei è stato un bambino prodigio?» «No, diciamo che ho iniziato abbastanza presto a suonare»; «Lei è stato lodato da Rubinstein?» «Ma quel complimento è stato riportato male, era uno scherzo forse, una lode veramente esagerata»; e avanti così. Si arriva all'ultimo minuto del film. Monsaingeon lancia la domanda fatale: «Lei chi è? Un missionario? Un pioniere?» Pollini sbotta: «No, non un missionario. Faccio tutto per mio piacere». «E basta?», ribatte il regista. «E basta». Pausa. «Quasi basta».
Ecco, in quel «quasi» c'è tutto l'artista. Per un'ora lo abbiamo inseguito. Lo abbiamo visto sorridere, nello sguardo, quando dice «Sono tutt'ora entusiasta di essere pianista». Ne abbiamo scoperto un dettaglio famigliare che non si conosceva: un fratello del nonno morto a sedici anni, garibaldino, nella battaglia di Mentana. Lo abbiamo ascoltato mentre descrive la Milano dei suoi anni di formazione, dove il clima musicale era «abbastanza ricco» e la Scala ospitava Cortot e Furtwängler. Mentre gli stacchi col parlato vedono lui giovane, che suona il Concerto n. 3 di Beethoven diretto da Böhm. Ancora più emozionante nelle registrazioni in casa (c'è un calorifero) dove il ragazzo Pollini, giacca e cravatta, fronte alta, profilo impassibile, suona Chopin con mani dal tocco meraviglioso, ampie, agili, velocissime. E con un incredibile senso del canto, di scuola antica.
«Diciamo che suonavo in maniera accettabile. Il mio primo maestro, Carlo Lonati, cercò di darmi i primi rudimenti, poi basta, mi lasciava suonare a modo mio». Con Carlo Vidusso, Pollini presenta in pubblico l'integrale degli Studi di Chopin: «Avevo 14 anni, fu un enorme sforzo, non avevo una tecnica abbastanza sviluppata». A diciotto vince a Varsavia il primo premio (primo italiano) al Concorso Chopin.
Appunto con Rubinstein in giuria, che lancia la battuta: «Questo ragazzo ha più tecnica di tutti noi». E nel film Monsaingeon recupera i telegiornali di allora, 1960, con le riprese del pianista che scende dall'aereo a Malpensa, vestito con un collo di pelliccia da spedizione polare, e già allora il tono è modesto, trattenuto: «Sì, è stato piuttosto snervante, soprattutto la durata di tre settimane. E la prova più difficile? La prima».
Poi il silenzio, il ritiro dai concerti per studiare ancora, l'incontro con Michelangeli che gli consegna una tecnica speciale per i trilli, e Rubinstein che gli dimostra l'importanza del peso mostruoso del dito medio. Poi una prova con Abbado in Scala, orchestra e pianoforte due anime che giocano. Poi Boulez e il Primo di Bartok. Poi il concerto nella fabbrica Paragon, a Genova, occupata. E Angelo Fabbrini, il suo accordatore di elezione, coi segreti del motore del pianoforte. E i guanti per suonare Stockhausen. C'è tutto Pollini. Tutto e basta. O «quasi basta», come chiude lui. Ed è in quel quasi che si nasconde l'uomo, e si apre l'artista.

Categories: