FILM GALERY

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Gio 19 gen - ore 21.00
Ven 20 gen - ore 21.00
Sab 21 - ore 18.30/21.00
Dom 22 - ore 16.00 /18.30 / 21.00
IL MEDICO DI CAMPAGNA
Un film di Thomas Lilti.
Commedia drammatica, durata 102 min. - Francia 2016.
Con François Cluzet, Marianne Denicourt, Christophe Odent, Patrick Descamps, Guy Faucher.

Di giorno e di notte, col buono e il cattivo tempo, Jean-Pierre Werner percorre le strade sterrate di campagna per raggiungere i suoi pazienti. Medico devoto alla professione e ai piccoli o grandi malati della sua comunità rurale, gli viene diagnosticato un cancro al cervello e consigliato di trovare alla svelta un assistente. Reticente ad affidare i suoi pazienti a terzi, Jean-Pierre accetta controvoglia l'aiuto di Nathalie Delezia, un'ex infermiera che ha terminato da poco gli studi. La collaborazione si rivela presto difficile ma Nathalie ha carattere e incassa bene le bizzarrie che Jean-Pierre impone al suo tirocinio. Paziente dopo paziente, chilometro dopo chilometro, la rivalità cederà il posto alla fiducia e a un sentimento indeterminato tra solidarietà e desiderio.
Dopo il grande successo di Hippocrate, racconto di formazione in corsia, Thomas Lilti torna di nuovo a parlare di medicina puntando lo sguardo sulla provincia francese, trascurata dai servizi pubblici e disorientata dagli effetti della globalizzazione. Ex internista, l'autore francese prosegue la sua riflessione sul corpo medico passando dalla città alla campagna, dai medici ospedalieri ai cavalieri solitari delle zone rurali. E solitario è pure il suo protagonista, medico di campagna infaticabile che lavora sette giorni su sette fino allo sfinimento e fino a quando un cancro non lo obbliga a fermarsi. Una pausa che converte il medico in malato e permette al regista di insistere sul legame che esiste tra medico e paziente, confrontando due distinti approcci alla medicina: uno tradizionale ed empirico, l'altro metodico e scientifico.
Lilti sottolinea daccapo l'importanza della parola, quella officinale che i protagonisti rivolgono a una giovane donna incinta, a un bambino in ambasce, a un vecchio uomo moribondo. Ambasciatore, sullo schermo e negli ambulatori, di una medicina narrativa che fortifica la pratica clinica e migliora l'efficacia della cura, l'autore colma le lacune (emozionali) della scienza accomodando al cuore della storia due medici votati al paziente che si spostano, ascoltano, auscultano, confortano, alleviano, sostengono, accompagnano dimostrando una conoscenza intima dei loro assistiti, forgiata da una relazione di fiducia e prossimità. Confidenti di momenti difficili, sovente ultima risorsa, sono la luce nella notte degli afflitti.
Secondo film autobiografico per Thomas Lilti, Il medico di campagna ribadisce il discorso di Hippocrate dentro un quadro più artificioso che, pur rinnovando l'onestà del suo proposito, perde lucidità nel passaggio conflittuale tra un vecchio medico gravato e nascosto dietro un eroismo ordinario e una nuova generazione esuberante, dissimulata dietro l'aura del mistero. Nondimeno, Lilti, esigente, divorante ed essenziale come il suo protagonista, disegna un ritratto credibile di un generalista à la ronde negli angoli isolati della nazione, indefesso lungo le strade infangate o dentro il brusio confuso di una sala d'attesa sempre affollatissima.
Il medico di François Cluzet, mélange di sollecitudine e autorità che governa parola e stetoscopio, è il filo rosso del tessuto sociale. E il film, umanista e solare, partecipa della relazione 'terapeutica' che Jean-Pierre intrattiene con la sua comunità, vivace e umile galleria di ritratti genuini. Thomas Lilti si conferma in sostanza cronista sensibile del proprio mestiere, dell'apprendistato e della sua trasmissione.


Gio 12 gen - ore 21.00
Ven 13 gen - 
ore 18.30 / 21.00
Sab 14 gen - ore 18.30 / 21.00
Dom 15 - ore 16.00/18.30/21.00
IL CLIENTE
Un film di Asghar Farhadi.
Drammatico, durata 124 min. - Iran, Francia 2016.
Con Shahab Hosseini, Taraneh Alidoosti, Babak Karimi, Farid Sajadi Hosseini, Mina Sadati.

IL CLIENTE è il nuovo capolavoro di Asghar Farhadi regista Premio Oscar di Una Separazione, vincitore di 2 Palme d’Oro al Festival di Cannes 2016 e candidato al Golden Globe come il miglior film straniero.
Emad (Shahab Hosseini) e Rana (Taraneh Alidoosti) sono una giovane coppia di attori costretta a lasciare la propria casa al centro di Teheran a causa di urgenti lavori di ristrutturazione.
Un amico (Babak Karimi) li aiuta a trovare una nuova sistemazione, senza raccontare nulla della precedente inquilina che sarà invece la causa di un ”incidente” che sconvolgerà la loro vita...
Un thriller psicologico che colpisce e affronta la complessità delle relazioni umane.

Asghar Farhadi torna a Teheran per proporre una vicenda in cui azione teatrale e quotidianità finiscono con il ritrovarsi in una specularità significante. Il regista fa sì che sin dall’inizio questa dimensione venga sottolineata facendo diretto riferimento alla messa in scena. Ci ricorda cioè la nostra posizione di spettatori invitandoci a leggere la duplice finzione (teatrale e cinematografica) e ad individuarne gli scambi.
Chi conosce il testo di Arthur Miller sa che seppe descrivere un momento di svolta nella dimensione sociale degli States attraverso le vicende familiari del suo protagonista. È quello che anche Farhadi vuole fare, individuando in questa fase storica dell’Iran una trasformazione così veloce dal finire con lo schiacciare chi non è pronto per adattarvisi. Questa lettura sociologica viene filtrata attraverso quella che per il regista è la cartina al tornasole delle dinamiche umane: la coppia. Emad (che è anche insegnante) e Rana sono una coppia affiatata sia nel privato che sulla scena ma nella loro vita irrompe l’atto violento che ne modifica profondamente le coordinate esistenziali. Se nella donna si insinua un senso di instabilità e di paura prima ignoto, nel marito si fa strada un desiderio di fare giustizia misto ad un atavico senso di onore perduto. Finiranno con il trovarsi anch’essi dinanzi a un ‘venditore’ del quale dovranno decidere la sorte. Sarà proprio in questa occasione che la tenuta della loro coppia verrà messa alla prova.
In tutto ciò, anche se en passant, Farhadi non si astiene dal ricordarci che in Iran la censura è ancora attiva e può decidere sulla messa in scena o meno di uno spettacolo. Come a dire che molto sta cambiando in quella società ma che alcuni vincoli sono ancora ben presenti.


Mercoledì 11 gennaio
ore 16.00 / 21.00BIGLIETTO UNICO € 6,00
- € 5,00 ore 16.00 -
STUDENTI, FAI, ARCI
SHERLOCK JR. VS THE KID

THE KID (IL MONELLO)
Un film di Charles Chaplin.
Comico, b/n durata 83 min. - USA 1921.
Con Charles Chaplin, Jackie Coogan, Carl Miller, Edna Purviance, Tom Wilson.

SHERLOCK JUNIOR (LA PALLA N.13)
Un film di Buster Keaton, Roscoe Fatty Arbuckle.
Commedia, b/n durata 95 min. - USA 1924.
Con Buster Keaton, Kathryn McGuire, Ward Crane T

Charlie Chaplin vs Buster Keaton. È meglio la felicità possibile di Chaplin o il cinema impossibile di Keaton? È come chiedersi se era più bravo Leonardo o Michelangelo: possiamo solo godere dei loro capolavori! Due classici della storia del cinema in un doppio programma in versioni restaurate. Da un lato, il celeberrimo The Kid – Il monello, capolavoro eterno con cui Chaplin, per la prima volta, fece ridere e piangere gli spettatori di tutto il mondo, mescolando farsa e poesia, melodramma e comicità, e raccontando la condizione umana e i suoi sentimenti più profondi attraverso la storia di un bambino abbandonato e di una famiglia reinventata. Dall’altro, uno dei film più incredibili di Keaton, Sherlock Jr. – La palla n° 13, nel quale il geniale comico dall’espressione impassibile è un proiezionista aspirante detective che sogna di entrare e uscire dallo schermo cinematografico in un susseguirsi di gag surreali e irresistibili. Chi vincerà per gli spettatori di oggi?



Lun 12 dic - ore 21.00
Mar 13 dic - ore 21.00
Ven 16 dic - ore 18.30/21.00
Sab 17 dic - ore 21.00
Dom 18 dic - ore 16.00/18.30
AGNUS DEI
Un film di Anne Fontaine.
Drammatico, durata 115 min. - Francia, Polonia 2016.
Con Lou de Laâge, Agata Buzek, Agata Kulesza, Vincent Macaigne, Joanna Kulig.

Polonia, 1945. Mathilde Beaulieu è una giovane dottoressa francese della Croce Rossa. Quando una suora polacca, cerca il suo aiuto, Mathilde la segue nel convento di benedettine, dove scopre che molte di loro, violentate dai soldati russi nel corso di una violenta irruzione, sono rimaste incinte e sono sul punto di partorire. Tenuta al segreto professionale, cui si aggiunge quello imposto dalla madre superiora e dalla situazione, Mathilde fa visita al convento di notte, esponendosi a non pochi rischi, e supera gradualmente la paura e la diffidenza delle monache, arrivando a stabilire con una di loro, Suor Maria, uno scambio profondo.

Anne Fontaine, che da sempre racconta storie di donne, supera questa volta la dimensione individuale per approcciare quella collettiva, non solo perché s'immerge nella vita di comunità del monastero, con la sua drammaturgia di caratteri differenti, differenti motivazioni, paure e gerarchie, ma perché, sollevando il velo su una prassi di guerra tanto atroce quanto purtroppo comune, parla di ciò che non può essere ignorato da nessuno, nemmeno nel nome del pudore o della presunta protezione (ed è questo concetto ad essere tradotto, nel film, nella vicenda tragica della madre superiora).

Lo stile di regia sembra tener presente un'ampia destinazione del messaggio: la storia forte non si traduce mai in immagini forti, la vita della protagonista fuori dalle mura del convento è romanzata a fini narrativi (con qualche forzatura, va detto) e il film si chiude su una nota forse eccessivamente ottimista. Ma è una scelta di tono dalle motivazioni autoedividenti, e forse l'unica possibile per un film di questo tipo, che è anche e soprattutto un racconto di resistenza e di superamento (o elaborazione) del male.

Fontaine impiega nel migliore dei modi gli strumenti a disposizione, a partire dalle interpreti - Lou de Laage, ma soprattutto Agata Buzek (Maria) e Agata Kulesza (la madre superiora) -, e poi la luce, e il dialogo: tutto è mantenuto con saldezza entro limiti ben posizionati ed efficaci, sebbene più dal punto di vista narrativo che da quello prettamente filmico.
Ispirato al diario del medico francese di stanza in Polonia Madeleine Pauliac, Agnus Dei (titolo italiano che riprende nel significato l'originale Les Innocentes) trasforma la scrittura scarna e cronachistica degli appunti privati in un racconto vivo e pulsante, che trae una sorta di universalità e anche di contemporaneità dal fatto di essere ambientato in un mondo, quello del convento, dove il tempo ha un altro passo, più lento, quasi immobile. È dunque la Polonia del 1945, ma potrebbe essere la Bosnia del 1993 o l'Africa di oggi. Divise tra l'essere donne per natura e spose di Cristo per scelta, grazie alla mediazione della discreta Mathilde, le suore del convento trovano, col tempo, nella maternità, un'identità e una vocazione che può placare il dissidio. Parallelamente, nella collaborazione tra la religiosa Maria e l'atea Mathilde che porta alla soluzione finale, si compie una delle linee più riuscite del film, quella che va oltre lo scandalo e la denuncia e parla il linguaggio della relazione.



Gio 15 dic - ore 21.00
Sab 17 dic - ore 18.30
Dom 18 dic - ore 21.00
AMORE E INGANNI
Un film di Whit Stillman.
Commedia, durata 94 min. - USA, Irlanda 2016.
Con Kate Beckinsale, Xavier Samuel, Morfydd Clark, Emma Greenwell, Tom Bennett.

Langford, Regno Unito, fine XVIII secolo. Lady Susan è rimasta vedova per l'improvvisa morte del marito. Lascia quindi la residenza di Langford insieme alla figlia Frederica per stabilirsi a Churchill, dai parenti del defunto consorte. La cognata Catherine diffida fortemente di Lady Susan, ma sembra non potere nulla contro lo schema della fascinosa vedova, che intende sedurre il fratello di Catherine, Reginald, e maritare la figlia con il ricchissimo ma ebete Sir James Martin.
Un progetto che da diverso tempo Whit Stillman ha cercato di realizzare senza successo e che infine prende forma, Amore e inganni riesce a essere insieme una rispettosa trasposizione di Jane Austen e un suo sconvolgimento. A partire dal titolo, Lady Susan nel testo originale, che diviene un'accoppiata di sostantivi astratti nello stile di Jane Austen: da Orgoglio e pregiudizio a Amore e amicizia (così recita il titolo originale, per l'uscita italiana trasformato in Amore e inganni). Lady Susan è un romanzetto postumo scritto all'inizio della carriera della Austen, ma probabilmente terminato frettolosamente, ricorrendo alla forma epistolare. Stillman si prende alcune libertà - oltre al titolo, la forma della narrazione - per realizzare quel che Austen avrebbe potuto o forse voluto fare, ma ancor più per infondere ingenti dosi di corrosivo cinismo nei dialoghi austeniani.
L'ibrido riesce in maniera incantevole. Visivamente assistiamo a una meticolosa ricostruzione di ambienti e abiti, come chiede il canone del film in costume, e a inquadrature di geometrica perfezione che incorniciano i personaggi durante il loro dialogare. Ma chiudendo gli occhi è possibile godere della brillantezza di una sceneggiatura che se mantiene la forma del milieu austeniano, si dimostra altresì consapevole delle regole sociali imposte dalla contemporaneità. Lady Susan - manipolatrice di affetti e destini che impariamo ad ammirare e amare, anziché detestare, man mano che ne approfondiamo la conoscenza - concepisce tutto in funzione della propria immagine pubblica, che può brillare anche quando non è assistita dalla reputazione. Se quest'ultima per Susan è irrimediabilmente compromessa dalle dicerie, giocando con la prima la vedova riesce comunque a ottenere ciò che vuole. "I fatti sono qualcosa di orrido", afferma la protagonista quando una delle sue cospirazioni viene alla luce: fortuna per Susan che, nell'Inghilterra del XVIII secolo, così come nel XXI, la manipolazione dei fatti finisca sempre per avere la meglio sulla veridicità degli stessi.
Straordinaria Kate Beckinsale, infine protagonista in una produzione alla sua altezza dopo anni di Underworld e Van Helsing. Con Chloe Sevigny - qui Alicia, unica amica fidata di Lady Susan - torna a formare l'accoppiata che fu di Last Days of Disco, il film dello stesso Stillman che proiettò le due attrici nell'empireo delle star. Ma notevoli sono tutte le caratterizzazioni (introdotte con uno stile volutamente didascalico, accompagnato dall'uso di tecniche come l'iris), a partire dalla fugace apparizione di Stephen Fry, a cui bastano due battute per incantare


Dom 11 dicembre ore 10.30
Versione In ITALIANO

Mar 13 dicembre ore 17.00
Versione In ITALIANO

Mer 14 dicembre ore 16.00 / 21.00
(Versione Originale)
IL MAGO DI OZ
Un film di Victor Fleming, George Cukor, Mervyn LeRoy, Norman Taurog, King Vidor.
Musicale, durata 101 min. - USA 1939.
Con Judy Garland, Frank Morgan, Ray Bolger, Billie Burke, Amelia Batchelor.

Una favola musical che trova la sua ragion d’essere in un’immortale canzone, Over the Rainbow, e in una voce che s’impenna limpida sulla soglia estrema dell’infanzia. Un film di fondazione dell’immaginario americano: “Non ebbe gran successo all’uscita. Ci vollero vent’anni per recuperare i costi. Ma poi finì per essere trasmesso così spesso in televisione che l’America si ritrovò ipnotizzata a fissare uno strano riflesso di sé” (Peter von Bagh).
Judy Garland s’aggira inquieta nella terra di nessuno che precede l’adolescenza, finché un tornado la solleva in volo dal grigio Kansas e la trasporta oltre l’arcobaleno. Lo schermo s’accende di colori e forme ai bordi dell’allucinazione, le immagini si compongono in allegorie, le scarpette rosse schiacciano streghe cattive come Eva la testa del serpente. La morale che tanto dispiacque a Salman Rushdie, “nessun posto è bello come casa mia”, avrebbe dominato almeno due decenni successivi di cinema americano.
Il film viene presentato anche nella versione 3D, che naturalmente nel 1939 non esisteva: è uno spettacolare esperimento di ‘reinvenzione’ realizzato dalla Warner nel 2014, lavorando fotogramma per fotogramma una scansione ottenuta a partire dal negativo originale Technicolor.


Gio 17 nov - ore 21.00
Ven 18 nov - ore 18.30/21.00
Sab 19 nov - ore 18.30/21.00
Dom 20 - ore 16.00/18.30/21.00
SING STREET
Un film di John Carney.
Drammatico, durata 106 min. - Irlanda 2016.
Con Lucy Boynton, Maria Doyle Kennedy, Aidan Gillen, Jack Reynor, Kelly Thornton.

Connor vive nella Dublino di metà anni '80, ha 16 anni e un talento nella scrittura di canzoni. L'incontro con l'aspirante modella Raphina, di cui s'innamora perdutamente, lo spinge a fondare una pop band per attirare la ragazza come attrice di videoclip. Nel frattempo il matrimonio dei genitori va in frantumi: saranno la musica, l'amore e l'inossidabile rapporto col fratello maggiore a dare al ragazzo un coraggio che non credeva possibile.

Mentre il Brit pop esplodeva nel mondo e Londra era the place to be, gli adolescenti e i giovani irlandesi si sentivano inevitabilmente periferici. L'unico sogno era salpare verso la costa inglese e farsi inghiottire dalle bancarelle e dai pub affollati di Camden Town. In quell'atmosfera decadente ma sognatrice, il dublinese John Carney aveva pressappoco la stessa età di Conor. Facile credere che quella chitarra acustica che il ragazzo armeggia ancora insicuro come strumento per non sentire i genitori litigare fosse simile alla sua, così come sua fosse la passione consapevole per il rock esibita da Brendan, il fratellone "filosofo".

Regista dal pedigree musicale, Carney l'abbiamo amato nell'opera d'esordio Once, apprezzato in Tutto può cambiare ma é con Sing Street a sfiorare il paradiso, naturalmente nel genere teen-musical-romance-dramedy. Difficile infatti è trovare simili equilibri di levità e profondità nel pur ricco panorama contemporaneo del cinema su/per adolescenti. Rielaborando il proprio know-how sugli '80 a tutto tondo e la vibrante tradizione anglosassone del romanzo di formazione unita al musical, Carney riesce nel piccolo grande miracolo di comporre un ensemble divertente ed intelligente, ricco di trovate musicali-narrative che fanno il verso a band di culto dell'epoca di cui imita sound e look adattati alla freschezza di simpatici e ingenui teenager. Non a caso il gruppo da loro creato si chiama Sing Street, laddove la strada diventa lo stage primigenio, la loro palestra umana ed educativa.
"I am a Futurist" (Sono un futurista) si ostina a ripetere Conor nelle sue misere "brown shoes", totalmente ignaro delle connotazioni culturali che si auto-attribuisce, ma è chiaro che lui e i suoi amici pensano oltre e malgrado se stessi a un futuro altrove, certamente diverso dalle famiglie da cui provengono. Sing Street scorre nel suo tempo come meglio non potrebbe, e mostrandoci amori acerbi ma sinceri, speranze intatte e sogni folli, naviga sicuro attraverso le turbolente acque dell'adolescenza. Lodevole il cast, specie il giovanissimo protagonista Ferdia Walsh-Peelo.


SNOWDEN
Un film di Oliver Stone.
Biografico, durata 134 min. - USA, Germania 2016.
Con Joseph Gordon-Levitt, Shailene Woodley, Melissa Leo, Zachary Quinto, Tom Wilkinson.

Nel 2013, barricato in una stanza d'hotel ad Hong Kong, il ventinovenne Edward Snowden, ex tecnico della CIA e consulente informatico della NSA, ha rivelato, dati sensibili alla mano, al quotidiano inglese The Guardian e alla documentarista Laura Poitras, l'esistenza di diversi programmi di sorveglianza di massa, programmi di intelligence secretati, che garantiscono al governo statunitense un livello di sorveglianza estremamente invasiva e contraria ad ogni diritto alla privacy sul proprio territorio e sul resto del mondo, fatta passare con l'alibi della sicurezza.

Il caso Snowden, con i suoi tratti di abusi e di paranoia, sembrava fatto apposta per finire in un film di Oliver Stone e per molti versi si trova effettivamente al posto giusto. Innanzitutto, la biografia è un genere che a Stone riesce bene, soprattutto perché, là dove ci sono una storia vera e una cronologia nota, può sbizzarrirsi nella fase che più lo intriga, e cioè il montaggio. Poi, nella parabola di Snowden c'era, bello e pronto, il discorso dell'addestramento militare volontario, che va di pari passo con la domanda sul patriottismo che fa da sfondo a tanti film del regista di JFK (chi è più fedele allo spirito americano: chi contesta o chi obbedisce?). Infine, il tema della corruzione, della politica ostaggio del denaro (e dunque dell'industria bellica), di un Paese in cui non si cerca la verità ma si tenta di nasconderla. Stone è ossessionato da questo tema, ma non è meno ossessionato Snowden stesso, che si arruola per tener fede al motto delle forze speciali "De oppresso li ber", che fa quel che fa perché ciò che ha visto è contrario ad ogni (suo) principio e vuole interrogare il mondo sull'argomento. Ideologia e azione, insomma, sono gli ingredienti di cui sono fatti tanto il caso Snowden che il cinema di Stone ed è questa coincidenza che tiene alto il film nonostante non tutti i momenti stiano allo stesso livello.
Un'altra buona ragione risponde al nome di Joseph Gordon-Levitt. La performance dell'attore previene il regista dal rischio di strafare: la sua interpretazione sposta il discorso ideologico dal piano potenziale della politica a quello della scelta individuale, di coscienza, proiettando improvvisamente il piccolo mago del computer nella schiera degli uomini che hanno fatto la Storia, dei singoli che hanno spostato la montagna. È la lettura del mistero Snowden che fa Stone, una lettura personale, ma la prova di Gordon-Levitt la sostiene senza cedimenti.
Sul piano tecnico, Stone ha raffinato forse più di chiunque altro la pratica della drammatizzazione di eventi reali, gli basta perciò raccogliere il testimone della Poitras, con un passaggio di mano letterale della telecamera, per poi prendersi carico di costruire a piacimento. E qui nasce qualche problema, la supposta innocenza di Edward "Snowhite" appare forzata, la storia d'amore di servizio, le metafore della caccia e del drone non sottilissime. Ma il film non ne esce compromesso perché in fondo ciò che funziona è la base, la coincidenza tra la visione del regista e quella del protagonista, che guardano con terrore all'idea che, come una bomba che per colpire un bersaglio uccide tutti quanti i civili innocenti nei paraggi, i danni collaterali della guerra americana per il controllo delle informazioni potrebbero rivelarsi incalcolabili.


Gio 3 nov - ore 21.00
Ven 4 nov - ore 18.30/21.00
Sab 5 nov - ore 18.30/21.00
Dom 6 nov - 16.00/18.30/21.00
LA PELLE DELL'ORSO
Un film di Marco Segato.
Commedia, durata 92 min. - Italia 2016
Con Marco Paolini, Leonardo Mason, Lucia Mascino, Paolo Pierobon, Maria Paiato.

Anni cinquanta. Domenico ha 14 anni e vive da solo con il padre Pietro da quando la madre è morta in circostanze misteriose. Pietro, uscito di galera, è il bersaglio della piccola comunità montana che lo considera "una bestia". Quando in paese si ripresenta el Diàol, il diavolo, un orso che ha già mietuto vittime in passato, Pietro intuisce la possibilità del suo riscatto: dunque scommette con il padrone della cava di pietra locale, Crepaz, che ucciderà l'orso. Se riuscirà nell'impresa guadagnerà una somma enorme per l'epoca e la zona. Se invece fallirà, regalerà un anno del suo lavoro di spaccapietre a Crepaz. Anche per Domenico la caccia all'orso è un'occasione: per riavvicinarsi al padre, mettere alla prova la propria abilità con il fucile, e dimostrare che non è un bocia, ma un giovane uomo pronto ad affacciarsi alla vita adulta.
Marco Segato, autore di documentari e regista teatrale formatosi all'Università di Padova e alla factory delle Scuole Civiche di Cinema di Milano, debutta al lungometraggio con una storia narrata in purezza, tratta dal romanzo di formazione "La pelle dell'orso" di Matteo Righetto. E fa una serie di scelte di grande saggezza e umiltà: scrive la sceneggiatura insieme a Marco Paolini, protagonista del film nei panni di Pietro (e soggetto di alcune regie teatrali di Segato), ed Enzo Monteleone; sceglie come direttrice della fotografia Daria D'Antonio, eccezionale nel far emergere le figure dal buio e nel dosare il fuoco fra primo piano e sfondo; affida i ruoli principali a Paolini e al giovanissimo ma efficace Leonardo Mason, e affianca loro un cast di interpreti di spessore, da Lucia Mascino a Paolo Pierobon a Maria Paiato; abbina al montaggio il "veterano" Paolo Cottignola (David di Donatello per Il mestiere delle armi) e la pluripremiata Esmeralda Calabria; infine costruisce un manto sonoro che riequilibra silenzi della montagna e dialoghi limati all'osso con le musiche di Andrea Felli (il suono è di Remo Ugolinelli e Alessandro Palmerini).
Vale la pena fare tanti nomi perché La pelle dell'orso è un lavoro di squadra capitanato con mano salda da un regista tanto abile nel delegare alle eccellenze quanto nel dare loro la linea da seguire: il risultato è un film solido e coeso che riesce a raccontate con nitore e parsimonia il passaggio di potere e competenze che deve avvenire fra un padre e un figlio, costruito attraverso reciproci appostamenti che occasionalmente coinvolgono anche un orso (assai ben filmato), funzionale alla formazione di un uomo, o forse anche di due.
La durezza dei personaggi e dei paesaggi è ben servita da una regia che rifiuta la spettacolarizzazione senza per questo rinunciare all'accessibilità narrativa, e i volti intagliati nel legno dei protagonisti contribuiscono al racconto più delle loro parole scarne e schive. A poco a poco ognuno svelerà i propri segreti, con pudore e sollievo: perché i macigni sulla coscienza non si spaccano con la vanga, ma con la capacità di ascolto.




LA RAGAZZA SENZA NOME
Un film di Luc Dardenne, Jean-Pierre Dardenne.
Drammatico, durata 113 min. - Belgio 2016.
Con Adele Haenel, Jérémie Renier, Olivier Gourmet, Fabrizio Rongione, Thomas Doret.

Janny Davin è una giovane dottoressa molto stimata al punto che un importante ospedale ha deciso di offrirle un incarico di rilievo. Intanto conduce il suo ambulatorio di medico condotto dove va a fare pratica Julien, uno studente in medicina. Una sera, un'ora dopo la chiusura, qualcuno suona al campanello e Jenny decide di non aprire. Il giorno dopo la polizia chiede di vedere la registrazione del video di sorveglianza dello studio perché una giovane donna è stata trovata morta nelle vicinanze. Si tratta di colei a cui Jenny non ha aperto la porta. Sul corpo non sono stati trovati documenti.

I fratelli Dardenne si sperimentano sul terreno della detection tanto che inizialmente avevano pensato di avere come protagonista un poliziotto. Abbandonando l'idea hanno ampliato notevolmente il campo di indagine soprattutto sul personaggio, a partire dal titolo. Perché se la dottoressa cerca di scoprire chi sia la ragazza sconosciuta, quasi dovesse risarcirla, offrendole un'identità, per quella porta non aperta, anche lo spettatore si trova davanti a una persona sconosciuta. Di Jenny non conosciamo nulla se non quello che vediamo, non ci viene fornito il benché minimo elemento che ci consenta di conoscere qualcosa del suo passato o del suo privato al di là di quanto attiene alla sua professione e alla sua ricerca.

Eppure, proprio per questo, troviamo in lei quasi una sintesi di tanti personaggi dardenniani. A partire dal lontano La promesse, con il bisogno di risarcire una morte, fino alla generosità gratuita della parrucchiera di Il ragazzo con la bicicletta. Se il film ha un difetto è quello di seguire un po' lo schema a tappe recentemente proposto con Due giorni, una notte. Ma si tratta di un peccato veniale facilmente superato dallo sguardo laicamente partecipe che i fratelli belgi riservano a una società in cui l'individuo è sempre più solo dinanzi alle proprie aporie esistenziali. Jenny ha scelto di essere colei che offre aiuto al prossimo sul piano più delicato, quello della salute. Ma è anche colei che pretende, da chi potrebbe diventare un collega, il distacco, indispensabile a suo avviso per esercitare la professione di medico. Quel distacco che invece non riesce a interporre tra sé e quel corpo abbandonato senza nome nell'esercitare la decisamente più complessa professione di essere umano.
Come in Still Life di Uberto Pasolini siamo dinanzi a una ricerca di identità per un corpo che non trova nessuno che sia disposto a offrirgliene una e che, come afferma la dottoressa, "non è morto se continua ad agire nel nostro pensiero". Il farsi coinvolgere comporta sacrifici e rischi ai quali però i personaggi/persone dardenniani non si sottraggono perché plasmati sul reale e sulla straordinarietà del quotidiano. Un quotidiano in cui anche il regalo di un panettone diventa piccolo ma significativo segno di riconoscenza per l'assistenza ricevuta da chi sa dare al di là del dovere.



LA GRANDE ABBUFFATA
Un film di Marco Ferreri.
Commedia, durata 125 min. - Italia, Francia 1973.
Con Ugo Tognazzi, Michel Piccoli, Marcello Mastroianni, Philippe Noiret, Andréa Ferréol.

Il Cinema Filo, in collaborazione con Associazione Antani e il patrocinio e la collaborazione del Comune di Cremona, organizza il concorso nazionale per cortometraggi “Come se fosse Antani”. Il concorso si rivolge a tutti i videomaker italiani e stranieri che hanno prodotto nell'ultimo anno o producano cortometraggi che abbiano attinenza alla figura di Ugo Tognazzi, ai suoi personaggi, al suo stile di recitazione.

Ore 20:30 - Premiazione del cortometraggio vincitore e l'assegnazione degli altri riconoscimenti.
Ore 21:00 - Proiezione cinematografica “La grande abbuffata” di Marco Ferreri 1973, in collaborazione con l‘Istituto Cinematografico dell’Aquila “La Lanterna Magica”.

Il film narra di quattro uomini che, stanchi della vita noiosa e inappagante che conducono, decidono di suicidarsi, chiudendosi in una casa nei dintorni di Parigi, e mangiando fino alla morte.
Il primo protagonista presentato è Ugo, proprietario del ristorante "Le Biscuit a Soup" e grande chef, deciso a suicidarsi probabilmente anche a causa delle numerose incomprensioni con la moglie.
Successivamente viene presentato Michel, produttore televisivo dalla personalità effeminata, divorziato e stanco della vita monotona che conduce.
Il terzo personaggio presentato è Marcello, pilota dell'Alitalia, un vero e proprio maniaco sessuale. Nella prima scena in cui compare, è intento a fare scaricare dalle hostess dell'aereo delle forme di Parmigiano destinate alla villa in cui dovrà ritrovarsi con gli altri tre.
Il quarto ed ultimo protagonista è Philippe, importante magistrato che tuttavia vive ancora insieme alla sua balia d'infanzia Nicole, che è iperprotettiva con lui a tal punto da cercare di impedirgli di avere rapporti con altre donne, arrivando ad adempiere lei stessa ai bisogni sessuali del giudice.

I quattro si recano insieme in macchina alla villa, di proprietà di Philippe, nella quale il vecchio guardiano Ettore ha già predisposto tutto per la grande abbuffata, senza sapere tuttavia che l'intento del suo padrone e dei suoi amici sia quello di uccidersi. Ad aspettare Philippe, inoltre, vi è un esponente dell'ambasciata cinese, che vorrebbe offrire al magistrato un lavoro nella lontana Cina che ovviamente Philippe garbatamente rifiuta con la frase Timeo Danaos et dona ferentes, ("temo i greci anche quando portano doni"), citazione virgiliana.

Il film venne stroncato dalla maggioranza dei critici, platealmente fischiato al Festival di Cannes e pesantemente tagliato dalla censura.[4] Fu inoltre criticata l'abbondante presenza di scene di sesso, oltre che di alcune scene da molti definite volgari, come quelle in cui si manifesta il meteorismo di Michel o quella in cui esplode il WC di uno dei bagni della casa inondando di feci la stanza. Ciò nonostante la pellicola riscosse un successo di pubblico immediato ed enorme.[4] Per la sgradevolezza e la forza eversiva delle tematiche trattate, Cahiers du cinéma inserì il film in una sorta di ideale "trilogia della degradazione" insieme a Ultimo tango a Parigi (1972) e a La maman et la putain (1973).[3]

A seconda delle opinioni il film venne definito di volta in volta: «il film più ideologico di Ferreri» (Adelio Ferrero), «un monumento all'edonismo» (Luis Buñuel), «specchio delle verità come eccesso» (Maurizio Grande). Pier Paolo Pasolini dedicò all'opera un'ampia recensione apparsa sulla rivista Cinema Nuovo, nella quale definì il film: «corpi colti in una sintesi di gesti abitudinari e quotidiani che nel momento in cui li caratterizzano li tolgono per sempre alla nostra comprensione, fissandoli nella ontologicità allucinatoria dell'esistenza corporea».[5]

Non è un caso che il film a posteriori sia stato accostato proprio a Salò o le 120 giornate di Sodoma dello stesso Pasolini;[6] anche se in forma meno cruenta, nella pellicola di Ferreri si riscontrano influenze dell'opera di Donatien Alphonse François de Sade. Come in Pasolini, e nel romanzo sadiano prima di lui, i quattro convitati nella villa parigina incarnano delle figure tipiche metaforiche, in questo caso raffiguranti un potere e tre prodotti dell'ideologia borghese: la giustizia (Phillipe), l'arte e lo spettacolo (Michel), la cucina, il cibo (Ugo), l'amore galante e l'avventura (Marcello).[6][7] Ed è proprio questo sistema ideologico che viene pesantemente preso di mira dal regista, grottescamente schernito, nel tentativo di eliminarlo, assieme alle scorie vitali, con un vivere ridotto alle funzioni elementari: mangiare, digerire, dormire, bere, copulare, orinare, defecare.

Gio 20 ott - ore 21.00
Ven 21 ott - ore 18.30/21.00
Sab 22 ott - ore 18.30/21.00
Dom 23 - ore 16.00/18.30/21.00
PIUMA
Un film di Roan Johnson.
Commedia, durata 98 min. - Italia 2016.
Con Luigi Fedele, Blu Yoshimi, Michela Cescon, Sergio Pierattini, Francesco Colella.

Ferro e Cate sono due diciottenni che condividono un'attesa che è però un problema: lei è incinta. C'è anche l'esame di maturità che incombe e un viaggio in Spagna e Marocco da fare con gli amici. A casa poi ci sono i genitori di lui, con un padre che vorrebbe lasciare Roma e tornarsene in Toscana e una madre più disponibile a fare la nonna nonché il padre di lei che conduce una vita precaria. Di fatto non sembrano esserci le condizioni minime per portare avanti la gravidanza.

Qualche anno dopo Scialla! e senza voler ripercorrere la strada già battuta da Juno, il cinema italiano torna ad interrogarsi sul tema della genitorialità andandola a leggere dal punto di vista di chi, in una fase storica di decrescita sensibile della natalità, sta per diventare padre o madre a 18 anni.
Roan Johnson aveva dinanzi a sé una via facile da percorrere: giocare la carta del cinismo, ambientare la sua storia in una periferia possibilmente degradata e predisporre un finale se non tragico almeno drammatico. Ha imboccato invece con decisione una strada che definisce lo stile del film sin dal titolo: la leggerezza sta alla sua base senza per questo trasformarsi in superficialità.

Non si tratta certo di un'opera 'da concorso in un festival' ma piuttosto della manifestazione del desiderio di rivolgersi al grande pubblico affrontando con il sorriso (e talvolta rischiando di appesantire la piuma con la messa in campo di caratterizzazioni un po' troppo sopra le righe) un tema importante. Perché, come continua a ricordarci Zygmunt Bauman, i figli, in questa società liquida, rischiano di diventare un oggetto di consumo e proprio in quanto tali si investe su di loro sempre più in là negli anni perché prima la loro 'fruizione' rappresenterebbe un ostacolo. Anche Ferro e Cate potrebbero compiere una scelta facile. Vanno invece controcorrente nonostante tutto congiuri per mettere loro davanti quanto la libertà di cui hanno goduto fino a quel momento stia scomparendo in una dissolvenza molto, anzi troppo, veloce.
Senza caricarli di una maturità precoce, che non hanno, Johnson li pone di fronte ad un rito iniziatico (in un mondo in cui gli adulti sembrano sempre più preoccupati di evitare ai giovani le prove che invece li renderebbero più pronti alla vita). È un rito che dura 9 mesi nel corso dei quali le fasi di euforia si alternano a quelle di sconforto e in cui ci può essere, sino alla fine, una via di fuga. Johnson non lascia sospensioni ad uso e consumo dello spettatore ma chiude il film con una scelta precisa che torna a misurarsi con la realtà, al di là dei toni da commedia. A chi guarda resta il compito, non secondario, di aderire o meno alla sua visione.


FREAKS
Un film di Tod Browning.
Horror, b/n durata 64 min. - USA 1932.
Con Wallace Ford, Roscoe Ates, Olga Baclanova

Uno dei più celebri film maledetti della storia del cinema. La brutalità di Freaks, prima voluto e poi rinnegato dalla MGM, resta ineguagliata, così come la sua oscura umanità. Inno alla mostruosità innocente contro la normalità colpevole, è un'opera inclassificabile, il cui inserimento nel genere horror è poco meno di una forzatura di comodo. Buona parte del film è infatti dedicata all'osservazione quasi documentaristica della vita quotidiana dei 'mostri' - microcefali, sorelle siamesi, focomelici, mongoloidi, ermafroditi, donne barbute, donne uccello, artolesi e addirittura un torso umano - che interpretano sé stessi. Leggendaria la sequenza della vendetta in cui, tra le roulotte circensi e la foresta adiacente, in un buio rischiarato da lampi improvvisi, Browning scatena una sarabanda di orrida violenza, toccando vette surrealiste. Freaks ha influenzato molti registi contemporanei, tra tutti David Lynch (e non solo con Elephant Man) e Terry Gilliam.

Freaks è uno dei film 'maledetti' per eccellenza. Le sue traversie cominciarono fin dai giorni delle riprese, iniziate il 9 novembre 1931 negli studi di Culver City, nonostante la riservatezza in cui erano state mantenute. Alcuni funzionari della MGM, infatti, cercarono in tutti i modi di mettere in cattiva luce il progetto agli occhi dei finanziatori dell'Est Coast, incaricati di vigilare sui conti della MGM. Poi “numerosi produttori, sotto la guida di Harry Rapf [uno dei produttori che facevano capo alla Metro], proposero di far circolare una petizione perché gli interpreti di Freaks venissero cacciati dagli studi.
Francis Scott Fitzgerald e Dwight Taylor cenavano insieme nella mensa dello studio quando alcuni dei 'fenomeni' vi fecero il loro ingresso e si sedettero. Quando Fitzgerald vide le sorelle siamesi consultarsi sulla scelta di un piatto, si alzò e se ne andò. Alla fine fu necessario far costruire un locale particolare soltanto destinato a loro nei pressi dello studio, dove furono sistemati. Soltanto agli Earles (i nani) e alle sorelle siamesi, che erano celebri, fu risparmiato questo trattamento. All'improvviso la produzione proclamò il silenzio-stampa sulle riprese, sperando che la curiosità potesse avere la meglio sul disgusto: ma l'inquietudine serpeggiava fra il cast tecnico del film, che si sentiva isolato. Anche il montatore, Basil Wrangell, fece di tutto per essere trasferito ad un altro film; dichiarò che lo spettacolo dei freak alla moviola, per dieci ore al giorno, gli dava la nausea.
L'ultima speranza di Thalberg era che il clima di orrore attirasse il pubblico. Ma molti svenirono durante l'anteprima, che ebbe luogo agli inizi di gennaio a San Diego, e si concluse con la fuga degli spettatori. Si rimise il film in cantiere: molte scene scomparvero, a cominciare dalla castrazione di Hercules. Di contro, fu aggiunto un nuovo finale. [dove la nana Frieda consolava il nano Hans abbracciandolo e dichiarandogli il proprio amore]
[…] La versione riveduta, uscita il 10 febbraio, ebbe un'accoglienza molto negativa da parte del pubblico e della critica, con alcune eccezioni quali Boston, Buffalo, Cleveland, Saint-Paul, Minneapolis, Omaha e Houston, dove gli incassi, stranamente, furono superiori alla media.
La maledizione di Freaks era soltanto all'inizio e non si fermò lì. All'estero l'accoglienza fu altrettanto negativa, particolarmente in Gran Bretagna dove il film fu addirittura proibito e lo rimase per trent'anni. Dwain Esper, un regista e produttore di b-movies, tentò di rieditarlo nel 1948 sotto i titoli di Nature's Mistake, The Monster Show e Forbidden Love, con slogan pubblicitari tendenziosi (“Le sorelle siamesi fanno l'amore?”, “Qual'è il sesso dell'androgino?”) e un prologo che affermava come la storia, la religione, il folklore e la leggenda abbondassero di esempi di individui deformi che avevano cambiato il corso della storia: Golia, Calibano, Frankenstein, Gloucester, Tom Pouce e il kaiser Guglielmo (sic!). Il prologo si concludeva auspicando che, fortunatamente, la scienza moderna avrebbe presto eliminato simili errori della natura. Queste frasi degne del nazismo non cambiarono le sorti del film.
[…] Per la riabilitazione si dovette attendere il festival di Cannes nel 1962, poi la mostra di Venezia nel 1967. Uscì nuovamente a Parigi, allo Studio de l'Étoile, nel 1969, dove, per la prima volta, fu festeggiato dalla quasi totalità dei critici.”

(Jacques Goimard, Le Jour où les maudits prirent la parole, “Cinéma – l'Avant-scène”, n. 264, marzo 1981)

LUMIERE! LA SCOPERTA DEL CINEMA
Un film di Thierry Frémaux da un progetto di Bertrand Tavernier, Institut Lumière di Lione e Sortie d’usine productions.
Restauro realizzato da Éclair Group, condotto da Istitut Lumière in collaborazione con CNC, Cinématheque française e il laboratorio L’Immagine Ritrovata.

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Nel 1895 i Lumière inventano il cinematografo, la macchina magica capace di riprendere il mondo. I loro operatori, inviati ai quattro angoli della terra, danno inizio alla più grande avventura della modernità: catturare la vita, interpretarla, raccontarla. Città, paesaggi, uomini, donne, bambini, animali, il lavoro, il gioco, il mare, la folla, la solitudine: la bellezza luminosa e potente di queste vedute lascia ancora senza fiato. Messa in scena, travelling, trucchi, remake: i fratelli di Lione hanno inventato il cinematografo e stanno inventando il cinema.
114 film realizzati tra il 1895 e il 1905, i pochi che tutti conoscono (l’uscita dalle officine, l’arrivo del treno, l’innaffiatore innaffiato, tutta Parigi ai nostri piedi salendo sulla torre Eiffel) e tante gemme sconosciute, vengono presentati per la prima volta nel nuovissimo restauro digitale in 4K. Voce narrante di Valerio Mastandrea


Mer 12 ott - ore 21.00
Gio 13 ott - ore 21.00
Ven 14 ott - ore 18.30/21.00
Sab 15 ott - ore 18.30/21.00
Dom 16 - ore 16.00/18.30/21.00
CAFE' SOCIETY
Un film di Woody Allen.
Commedia, durata 96 min. - USA 2016.
Con Jeannie Berlin, Steve Carell, Jesse Eisenberg, Blake Lively, Parker Posey.

New York, anni Trenta. Bobby Dorfman lascia la bottega del padre e la East Coast per la California, dove lo zio gestisce un'agenzia artistica e i capricci dei divi hollywoodiani. Seccato dall'irruzione del nipote e convinto della sua inettitudine, dopo averlo a lungo rinviato, lo riceve e lo assume come fattorino. Bobby, perduto a Beverly Hills e con la testa a New York, la ritrova davanti al sorriso di Vonnie, segretaria (e amante) dello zio. Per lui è subito amore, per lei no ma il tempo e il destino danno ragione al sentimento di Bobby che le propone di sposarlo e di traslocare con lui a New York. Ma il vento fa (di nuovo) il suo giro e Vonnie decide altrimenti. Rientrato nella sola città in cui riesce a pensarsi, Bobby dirige con charme il "Café Society", night club sofisticato che diventa il punto di incontro del mondo che conta. Sposato, padre e uomo di successo, anni dopo riceve a sorpresa la visita di Vonnie. Con lo champagne, Bobby (ri)apre il cuore e si (ri)apre al dolce delirio dell'amore.

Commedia del piacere negato, Café Society è la cronaca di una storia d'amore mancata che ribadisce quello che per Woody Allen conta da sempre: il cinema, le donne, se stesso. Se stesso soprattutto perché la singolarità dell'autore risiede nella persistenza con cui ha dato centralità a un personaggio fino a mostrarne la crisi e lo svanire (Harry a pezzi, Hollywood Ending). È una persistenza che evidentemente appartiene al comico ma che Allen conduce sul piano della biografia seriale, declinata in diversi nomi, diverse professioni, diverse età e persino diverse età del secolo. E l'epoca questa volta è la seconda metà degli anni Trenta, Allen non precisa l'anno esatto ma è la Storia a collassare nel cinema e a depositare rovine nella commedia (i coniugi che hanno cenato con Adolf Hitler) attraverso la voce over dell'autore che si ritaglia il ruolo di narratore, misurando un dramma sentimentale con un dramma sociale. Non calca la scena del suo locale e fuori campo ci racconta una nuova storia, la storia di Bobby Dorfman in cui esprime ancora una volta il suo eroe romantico, falso perdente, schlemiel solo presunto e incarnato superbamente da Jesse Eisenberg. A lui, che arde di esaltazione amorosa e voluttuosa ironia, Allen delega se stesso, un se stesso più giovane e insicuro, ancora afflitto dai problemi con le donne, che crede ancora alle parole definitive e non crede più alle scene madri. Fuori dall'ombra in cui ha costruito i suoi migliori ruoli e sovraesposto nella luce accecante della California, Eisenberg pronuncia con esitante eloquio parole meditate e consapevolmente sbilanciate al di là di se stesse, sciolte nella fluidità del dialogo e sostenute da un sottotesto ritmico di meravigliosa resa comica.

Ma Café Society è tuttavia anche il trionfo dell'immagine autosufficiente. Tra grazia e catastrofe, tra guerra e pace, tra Los Angeles e New York, tra esterni e interni, Allen dimostra cosa sa fare col dialogo e cosa saprebbe fare senza perché il suo è un film di décor sovradimensionato e sovraffollato, figurativamente audace. Dopo aver rivitalizzato il cinismo di Billy Wilder (Irrational Man), con Café Society riemerge lo splendore sofisticato di Ernst Lubitsch svolgendo l'intermittenza amorosa di due personaggi inquieti lungo una superficie scintillante che lascia affiorare l'emozione, rimanda la realtà e approccia la morte non con l'arroganza di un giovane uomo che crede di aver scoperto i segreti dell'universo (Amore e guerra) ma con la saggezza di un vecchio signore che sa bene che il solo viatico contro l'estinzione sono i ricordi. Quelli che disegnano il suo intimo skyline, quello concreto della sua infanzia (Brooklyn) e quello accessibile solo con l'immaginazione e la fotografia di Vittorio Storaro (Manhattan).

Frammento di un unico e articolato biopic, Cafè Society rilancia la città-isola come il migliore dei mondi possibili, abitato in un breve incontro di sapore leaniano da Bobby e Vonnie, antenati di Alvy e Annie (Io e Annie) che ci lasciano allo stesso modo ostaggi di un sentimento e ci congedano in un clima di rinuncia e di struggimento da mélo. Ma l'impossibilità di compiere il desiderio, di trovarsi o pensarsi in due, stempera nella possibilità di richiamare alla memoria il primo amore ogni giorno della vita e nella certezza che l'oggetto di quell'amore lo ricambi nel medesimo istante. Istante perduto nel tempo e sciolto sul volto di neve di Kristen Stewart.




Gio 22 sett - ore 21.00
Ven 23 sett - ore 21.00
Sab 24 - ore 18.30/21.00
Dom 25 - ore 16.00/18.30/21.00
QUESTI GIORNI
Un film di Giuseppe Piccioni.
Genere Drammatico, durata 120 minuti - Produzione Italia 2016.
Con Margherita Buy, Maria Roveran, Marta Gastini, Caterina Le Caselle, Laura Adriani, Filippo Timi.

Quattro amiche: Caterina, Liliana, Anna e Angela e una città di provincia. La prima ha ricevuto una proposta di lavoro in un hotel stellato a Belgrado e ha scelto di accettarla. Le altre decidono di accompagnarla portandosi dietro i loro problemi: una malattia, un innamoramento non convenzionale, una gravidanza agli inizi. Il viaggio costituirà per tutte un momento di svolta.

Giuseppe Piccioni aveva lasciato un segno nel cinema italiano con il suo secondo film, un on the road che attraversava la penisola (Chiedi la luna) leggendone i mutamenti. Torna ora a percorrere strade che lo portano fuori dal nostro sempre meno rappresentabile Paese per concentrarsi su quattro giovani attrici che aderiscono totalmente al suo progetto. Lo si comprende da alcuni sguardi e gesti che sembrano quasi rubati dalla macchina da presa.
Ognuna di loro è alla ricerca di se stessa ma, al contempo, tutte sembrano voler fuggire da ciò che le agita nel profondo. Mostrano però, rispetto alle figure maschili che lasciano a casa o a quelle che incontrano sul cammino, uno scatto in più, una capacità di affrontare la vita senza quegli infantilismi che Piccioni dispensa a piene mani anche agli adulti Timi e Rubini.
Il suo è un cinema che ha sempre avuto un'attenzione particolare per il femminile ma la declinava su personaggi più maturi. Oggi invece, come faceva il troppo rapidamente dimenticato Eric Rohmer, prende dalle nuove generazioni non solo idee ma anche parole e atteggiamenti che traduce in emozioni.

Nel passato Piccioni esponeva la sua visione della vita affermando che viviamo tutti in accampamenti provvisori. Oggi sembra voler offrire alle sue protagoniste (a cui non manca il supporto di una sempre più partecipe Margherita Buy) un futuro un po' più stanziale. Lo dichiara (e questo è l'unico neo del film) con una molteplicità di finali che definiscono, almeno temporaneamente, alcune situazioni che sarebbe stato meglio affidare allo spettatore, lasciandolo di fronte a tante candele accese nei bicchieri, ognuna con una sua interpretazione possibile.


Ven 16 sett - ore 21.00
Sab 17 sett - ore 16/18.30/21

Dom 18 sett - ore 16/18.30/21
THE BEATLES - EIGHT DAYS A WEEK
Un film di Ron Howard.
Biografico, durata 99 min. - USA 2016.
Con Paul McCartney, Ringo Starr, John Lennon, George Harrison.

Il film è incentrato sulla prima parte della carriera dei Beatles (1962-1966), periodo in cui la band raggiunse il successo mondiale. Il regista Ron Howard racconta come John Lennon, Paul McCartney, George Harrison e Ringo Starr si sono uniti diventando quel fenomeno straordinario che tutti conosciamo come "I Beatles." Un racconto costituito da filmati rari e inediti, che esplora il dietro le quinte della band, il modo in cui prendevano le decisioni, creavano la loro musica e costruivano insieme la loro carriera, mostrando l'incredibile personalità e lo straordinario dono musicale che caratterizzavano ciascuno di loro.

Il racconto delle imprese live della band dai primi giorni ai concerti che hanno fatto la storia della musica, dai
tempi del Cavern Club di Liverpool fino allo storico Candlestick Park di San Francisco. E per la prima volta, 30 minuti esclusivi della storica performance allo Shea Stadium del 15 agosto 1965, in quello che fu il primo concerto rock di fronte a più di 55.000 persone.


UN PADRE, UNA FIGLIA
Un film di Cristian Mungiu.
Drammatico, durata 128 min. - Romania, Francia, Belgio 2016.
Con Adrian Titieni, Maria-Victoria Dragus, Lia Bugnar, Malina Manovici, Vlad Ivanov.

Romeo Aldea è medico d'ospedale una cittadina della Romania. Per sua figlia Eliza, che adora, farebbe qualsiasi cosa. Per lei, per non ferirla, lui e la moglie sono rimasti insieme per anni, senza quasi parlarsi. Ora Eliza è a un passo dal diploma e dallo spiccare il volo verso un'università inglese. È un'alunna modello, dovrebbe passare gli esami senza problemi e ottenere la media che le serve, ma, la mattina prima degli scritti, viene aggredita brutalmente nei pressi della scuola e rimane profondamente scossa. Perché non perda l'opportunità della vita, Romeo rimette in discussione i suoi principi e tutto quello che ha insegnato alla figlia, e domanda una raccomandazione, offrendo a sua volta un favore professionale.

Il protagonista di Bacalaureat ha provato, a suo tempo, a cambiare le cose, tornando nel proprio paese per darsi e dargli una prospettiva di rinnovamento, anzitutto morale. Non ha funzionato. Tutto quello che ha potuto fare è restare onesto nel suo piccolo, mentre attorno a lui la norma era un'altra. Trasparente nel mestiere, meno nella vita sentimentale, perché la vita prende le sue strade, e non tutto si può controllare. Ora però non si tratta più di lui: le biglie dei suoi giorni trascorsi sono più numerose delle biglie nella boccia dei giorni che gli rimangono. Ora si tratta di sua figlia, di impedire che debba sottostare allo stesso compromesso, ovvero restare in un luogo in cui le relazioni tra le persone sono ancora spesso fatte di reciproci segreti, di silenzi da far crescere e redistribuire: una rete che imprigiona e "compromette" la vera vita. Ma fino a che punto si ha diritto di scegliere per i propri figli? Una rottura del proprio codice morale, per quanto occasionale e dimenticabile come una pietra che arriva improvvisa e rompe il vetro della finestra di casa, basta a mettere in discussione l'intera costruzione?

Come in Oltre le colline Mungiu s'interroga sulle conseguenza di una scelta, in un film però molto diverso dal precedente, per certi versi più freddo ma anche più morbido, in cui l'errore non è più lontano dalla presa in carico delle conseguenze e delle responsabilità che ne derivano e dove la lezione passa, aprendo forse davvero una seconda opportunità per il protagonista, proprio in quell'aspetto del suo essere che credeva di condurre al meglio: la paternità.
"Perché suoni sempre il clacson?" Domanda Eliza. "Per sicurezza." "Sì, ma perché lo suoni anche quando non ci sono altre macchine?" L'ironia della sorte, che nel cinema rumeno degli ultimi anni non manca mai, e scorre tanto sotto le commedie grottesche che sotto i drammi più amari, fa sì che il dottor Aldea agisca quando non c'è bisogno di farlo, travolto dal terrore che il futuro di sua figlia possa andare improvvisamente in frantumi come il vetro, quando in realtà sono la sua età e la sua situazione che gli stanno domandando il conto.


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