IN CARTELLONE

JANIS
Un film di Amy Berg.
Documentario, durata 115 min. - USA 2015.
Con Janis Joplin, Cat Power, Gianna Nannini Titolo originale Janis.

Non c'è un solo amante della musica rock che non conosca Janis Joplin, eppure, a ben guardare, la sua figura non ha eguagliato il destino d'icona e l'abuso di tale destino iconografico che è toccato in sorte ad altri talenti del rock bruciati anzitempo. Il documentario che le dedica Amy Berg, colmando un vuoto piuttosto impressionante, arriva in un momento storico in cui il genere è evidentemente più in auge che mai (quello su Amy Winehouse di Asif Kapadia è perfettamente contemporaneo, quello su Kurt Cobain si stacca di pochi mesi), ma ha se non altro il pregio di allinearsi a questa differente dimensione delle cose. Realizzato in accordo e con il supporto della famiglia della cantante, Janis persegue un tono realmente famigliare e intimo, garantendo al ritratto della star scomparsa il massimo rispetto e un briciolo di giustizia che andava fatta.
Cry Baby.
C'è un doppio movimento, uguale e contrario, a far da struttura al film: da un lato le immagini di un treno, lanciato finalmente lontano dal luogo di origine di Janis, dove fu a lungo vittima di bullismo per il suo aspetto non conforme ai canoni di bellezza e la sua diversa sensibilità, e dall'altro la lettura in voice over delle lettere che lei spediva a casa ("Dear family"), in cerca di approvazione per i suoi successi e soprattutto in cerca di affetto, sempre, ovunque, disperatamente.
Take another little piece of my heart.
Ci sono le immagini dei grandi concerti di Monterey e di Woodstock, raccontati dall'interno, con l'eccitazione del momento ma non ancora il carico di significato epocale che avrebbero assunto all'indomani degli avvenimenti e via più nei decenni a venire. Ci sono i racconti della sorella, degli amici, intervistati ad hoc. Ma la verità è che il film non sarebbe niente di eccezionale se non avesse per (s)oggetto una donna eccezionale, una persona dal cuore gonfio d'amore, di rabbia, d'ambizione (intesa nel modo di cui ne parla la protagonista del film, come di un bisogno vitale) e di blues, che si è lasciata strappare quel cuore a pezzetti, dagli uomini della sua vita in particolare, e ha messo in musica, per sempre, lo strazio di quel dolore e di quella lacerazione.
Me and Bobby McGee.
Il pezzo di maggior successo di Janis Joplin, oltre che una delle canzoni più belle di sempre (rigorosamente nella sua interpretazione), accompagna il documentario verso un finale noto, trattato con estrema delicatezza, al punto da apparire quasi più come un tragico incidente di percorso piuttosto che come la cronaca di una morte annunciata da uno stile di vita che non dava scampo. Ed è in questo far sentire e percepire quasi vividamente che, a differenza di altri protagonisti del cosiddetto Club dei 27, la Joplin avrebbe potuto diventare una cantante matura, attraversare altre stagioni della vita e della musica, che c'è l'affondo più riuscito del film.