IN CARTELLONE

BELLAS MARIPOSAS
Un film di Salvatore Mereu.
Drammatico, durata 100 min. - Italia 2012.
Con Micaela Ramazzotti, Sara Podda, Maya Mulas

Voi non sapete cosa vuol dire vivere a casa mia", afferma Caterina detta Cate, guardando in camera. Potrebbe asserirlo ogni undicenne del mondo, ma assume una rilevanza particolare detto da una ragazzina che abita in un appartamento fatiscente della periferia di Cagliari, in mezzo ad un alveare di scale labirintiche e sotterranei pieni di drogati. Il padre di Cate "non ha mai lavorato una giornata intera", la madre "arrotonda" la pensione di invalidità sgobbando dentro e fuori casa, le sorelle e i fratelli spuntano come funghi in ogni angolo dell'appartamento, i figli della sorella maggiore strillano. Per fortuna ci sono Luna, la migliore amica di Cate, e Gigi, il vicino di casa "da sposare", anche se è un nerd figlio di una rockettara e non ha ancora capito come gira il mondo: tanto da non sapere che Tonio, il fratello maggiore di Cate, lo sta cercando per ucciderlo.
È proprio come gira il mondo - almeno il suo - ciò che Cate racconta, spesso rivolgendosi agli spettatori, mai troppo certa della loro attenzione: un microcosmo che lei e Luna affrontano ogni giorno con grande pragmatismo ma senza rassegnazione, belle farfalline (questo il significato del titolo) che si ostinano a volare leggere in mezzo al brutto, e all'occasionale bello, che le circonda, afferrando ciò che di buono l'aria può portare, e trattenendo il respiro quando l'aria di buono non porta proprio nulla.
La cinepresa di Salvatore Mereu, già autore di poco visti gioiellini come Ballo a tre passi, Sonetaula e Tajabone, aderisce alla prosa di Sergio Atzeni (sul cui racconto Bellas mariposas è basato questo film) nel cogliere la vita trasfigurata dall'immaginazione libera delle sue giovani protagoniste, talvolta tramutando il desiderio in realismo magico. E poiché a Cate e Luna brillano gli occhi dalla prima all'ultima inquadratura, Mereu si impone di rispettare quella luce che rifiuta di spegnersi e costruisce un film magmatico, tracimante di colori e immagini, con la stessa bulimia delle ragazze mentre attraversano la città nella parte più poetica del racconto: una gita al mare in cui il rapporto fra le due amiche (le straordinarie esordienti Sara Podda e Maya Mulas) si rivela fra i più credibili e commoventi visti di recente sul grande schermo.
Nell'osservazione del degrado suburbano da parte di Mereu non c'è mai compiacimento perché per Cate "non c'è nulla né da vedere né da nascondere". Il regista, semplicemente, diventa lei: abita i suoi spazi con uguale disagio e intimità, con la paura che qualcosa possa andare storto ("Circondàti, siamo", dice la ragazzina) ma anche con la relativa sicurezza che chi sa dove appostarsi "finché rimane lì è salvo" e ogni tanto Gesù "guarda giù nella mischia del mondo" per rimettere ordine nel caos.
Nella tensione fra caos e disordine, fra la sporcizia del contesto e l'ingualcibile pulizia delle due ragazzine, si muove un intero quartiere che sfugge allo stereotipo con orgogliosa determinazione. Ci sono autobus che portano al mare, gelati che si squagliano, eroi da talent show ("Sarò famosa nella musica come Marco Carta e Valerio Scanu, che sono sardi come me"), letti a castello impilati, chitarre rock, sdraio da balcone e sdraio da litorale per "signori". E c'è Cate che si accorge di tutto, chi entra e chi esce, chi rischia una brutta fine e chi forse si salverà. A poco a poco impariamo a fidarci del suo sguardo, più acuto di quello della "coga" che legge il futuro agli abitanti dei quartiere, e a credere che almeno lei e Luna ce la faranno.


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